martedì 22 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 20


Se nemmeno un illustre fisioterapista si capacita della persistenza di sintomi negativi, c’è poco da stare allegri. È indubbio che i miei tempi di recupero siano amplificati a dismisura rispetto a quelli di un individuo “normale”, ma da lì a non capirci nulla…

Non dovrei meravigliarmi, i miei infortuni si sono sempre rivelati casi patologici, misteriosi e insoluti. Solo la forza della disperazione mi ha condotta verso la scelta di farmi operare: non lo rifarei, e maledico il giorno in cui ho preso questa decisione. Recedere è impossibile, non mi resta che sforzarmi all’inverosimile per uscire da questo stallo. Sono spazientita dal dover fornire sempre le stesse risposte alle medesime domande. Come va? Male. Stai meglio? No. Suvvia, un po’ di ottimismo. E sticazzi!

Ho dormito malissimo. Appena coricata, le ferite bruciavano. Avrò sbagliato a liberarle, a fare il pediluvio, a mettere la pomatina? Ho caldo, sarà mica la febbre? In che condizioni sarà domattina? Ho sempre un timore folle a guardare questo maledetto tallone. Il giudizio fisioterapico è positivo, ma perché non guarisco? Temo il giorno in cui anche lui si arrenderà, ritenendo inutile perseverare in uno strenuo accanimento terapeutico. Abbandonata al mio destino, misera e zoppa. Che rosea prospettiva.

Piazzo la cyclette di fronte alla TV. La cronometro non mi entusiasma, e Froome si mantiene sempre lontano dai suoi standard. Forse è meglio così, tra atleti in difficoltà ci si intende.

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