martedì 18 settembre 2018

Giro podistico Eolie 2018: Vulcano non tradisce


Affondo il tallone nella sabbia, nera come il mio umore. Un anno lontana dalle corse, due interventi chirurgici, terapie a non finire: a cosa è servito? Ad incrementare a dismisura la voglia di correre, senza però risolvere minimamente il problema. Oggi stento a camminare. È vero, ho corso tre tappe impegnative con pochissimi chilometri nelle gambe e nessun allenamento: senza alcun cedimento, senza mai fermarmi, senza concedere nulla alla diretta avversaria. Ma lo sconforto supera la soddisfazione, anche quella di trovarmi terza nella classifica generale. Non so se domani riuscirò a riprendere la gara e, soprattutto, rabbrividisco alla prospettiva di un ulteriore stop di durata indefinita (per non dire infinita). Anziché godermi il giorno di riposo, guardo il mare con le lacrime agli occhi, sfinita da un dolore che non mi dà tregua e non mi lascia intravvedere vie d’uscita. Pianto amaro e rabbioso, uno sfogo che mi scuote e quasi mi fa gridare: questa volta non voglio fermarmi! Sono giunta sin qui in condizioni ben peggiori rispetto all’anno scorso, ma sono altrettanto determinata a non farmi scoraggiare: la sfida è tra la mia determinazione e il mio fisico acciaccato. Poi viene la competizione. E fino ad ora sto tenendo testa. 


La prima tappa è una prova, dove gli interrogativi superano le certezze. Non so se temere maggiormente il piede, che mi tormenta da sempre, o il fondo schiena, che mi assilla da un paio di settimane. Giù con punturoni di Voltaren e Muscoril, produrranno qualche effetto? Mi presento al via con il dorso ornato da un fantastico taping. Faccio due passi tra i podisti impegnati nelle operazioni di riscaldamento: io ho bisogno di camminare un po’ prima di azionare la modalità “corsa”. Vorrei provare anch’io la loro tensione, il mio patema è di tutt’altra natura: quanto soffrirò, quanto saprò resistere, sarò in grado di completare il circuito? Perché, oltre ai malanni, bisogna considerare che nell’ultimo anno non ho mai corso più di mezz’ora senza interruzioni. Dove troverò le forze per affrontare questi tracciati, tanto impegnativi? Partire piano è un obbligo, per non arrivare già impiccata all’attacco della salita. Al primo scollinamento sono quarta, appiccicata alla terza, che però scappa lesta in discesa – dove io, contrariamente alla mia attitudine, tiro le briglie, temendo ripercussioni alla schiena. Il tallone grida, ma non l’ascolto. Intanto, ripresa la salita, mi porto in terza posizione; cedo di nuovo in discesa, riguadagno nell’ultima salita per poi essere definitivamente superata. Il quarto posto è di tutto rispetto, nelle mie condizioni. Inutile però negare un pizzico di amarezza: in uno stato di forma sufficiente sarei seconda. Ma tant’è, ora si tratta di prendere una decisione: continuare, nonostante stia barcollando, o buttarmi in mare? Risposta scontata: perché la tappa Acquacalda-Canneto è spettacolare, e perché dopo un’ora di spiaggia comincio a scalpitare.

Pessime sensazioni. Il piede è talmente incazzato che si rifiuta di muoversi; ho difficoltà ad appoggiare, a spingere, a snodare la caviglia, a sollevare la gamba. Leggo la mia disperazione sul viso di Jader: mi vede già sconfitta. Non sa se incoraggiarmi o insultarmi. Volgo lo sguardo altrove e mi concentro su me stessa: oggi è una passeggiata, ce la posso fare, ce la farò. Allo sparo, la numero due schizza via come una forsennata: quest’anno si è preparata per essere qui al top e sta facendo scintille, beata lei. Io affronto i tornanti con la terza, mi pare un po’ sofferente nell’affrontare le salite. O forse è solo una mia impressione: può essere che mi stia semplicemente controllando, per salutarmi una volta superate le cave di pomice. Fedele alla mia andatura, me la lascio alle spalle – certa di trovarmela nuovamente accanto nel tratto in piano. Invece, percepisco la sua presenza ma non la vedo. Grande tattica. Dolore sotto controllo, proseguo imperterrita anche sull’ultima salita, la più infame: mi giocherò tutto sul finale, sulla discesa a perdifiato. Lascio i freni e vado. Un altro traguardo è conquistato, e ho guadagnato una manciata di secondi. Come dice un amico, adesso non puoi stare tranquilla, ti tocca tirare fino alla fine. Pericolosissimo, per una emotiva come me. Paradossalmente, la mia salute precaria favorisce l’allentamento della tensione: sono talmente occupata nel tenere assieme i vari pezzi di un fisico in rovina, che ho ridotto i margini di concentrazione sulla gara.  Ad impensierirmi, a dire il vero, è il famigerato “tappone”: quasi quindici chilometri, di cui buona parte in salita. Come si fa? Non lo ricordo più. Eppure, non vedo l’ora di affrontare la prova più dura.

Piede sempre una schifezza, alla quale si aggiunge un fastidio nuovo, una strana tensione che sembra irradiarsi dal gluteo in giù. Provo ad allungarlo, persino a sculacciarmi, ma l’ansia sale. Jader mi osserva sconsolato, leggo i suoi pensieri e taccio i miei: anche oggi ti sorprenderò, amore mio, stanne certo. Muoio di paura e scalpito allo stesso tempo: sono in stato confusionale, penso a tutto e a nulla. C’è un’immagine  mi si stampa in mente nei momenti di difficoltà, quando sono sul punto di cedere: la pagina del Moleskine scritta prima di schierarmi in griglia sul ponte di Verrazzano, nel 2005.
Vedo la mia grafia, tonda e ordinata: vedo le parole di una podista spaventata ma sicura, mi vedo e mi sento. Sono sempre io: sono calma e farò una gran gara. Per un buon tratto, io e la terza corriamo appaiate. Quando si stacca, credo ancora lo faccia per controllarmi. Tutto ciò che posso fare è mantenermi sul mio ritmo, non ho alcuna risorsa a cui attingere, nessuna energia da sprecare. Su questo percorso, poi. Tanto spettacolare quanto bastardo. Ti sfianca con interminabili salite, quindi ti illude con piacevoli discese, per poi ammazzarti con nuove impennate: e quando sei lanciato in picchiata, col miraggio del traguardo, ti aspetta un chilometro pianeggiante che corri quasi in ginocchio, tra curiosi e turisti. Ogni volta, arrivata a questo punto, penso di non farcela: so che è finita, ma il rettilineo è interminabile. Le gambe non ne vogliono più sapere:  vorresti spingere, chiudere con un bello sprint, ma sei inchiodata al suolo, se qualcuno ti prendesse a calci lo ringrazieresti. Temi di essere abbattuta e calpestata da tutte le avversarie del mondo, temi di stramazzare a terra prima di involarti sull’arrivo: l’arrivo, appunto, dove accidenti è finito? Eccolo lì, senti il tuo nome, senti annunciare la terza donna. Senti che sei ancora viva, e che qualcuno è forse più felice di te. Sorpreso, vero?

Poi venne il giorno di riposo. Giovedì nero – nonostante lo splendido sole. A rimuginare sui cinque secondi di vantaggio e a piangere su un calcagno irrecuperabile. Non intendo fermarmi, proprio no. Che Vulcano mi assista: questa corsa s’ha da fare, fino alla fine.

Lo confesso: detesto la quarta tappa. Cinque giri nel centro di Lipari, tra turisti distratti e pietrini insidiosi – senza parlare di quella rampa da cardiopalma. Il piede, rispetto a ieri, è quasi nuovo. Duole sempre, ovvio, ma ad un livello tollerabile. Di contro, mi manca l’aria, come fossi in affanno ancora prima di partire. Ansia da prestazione? Cinque secondi sono veramente un soffio. Su questo percorso, poi, l’avversaria è molto più avvantaggiata di me: la sua preparazione e la sua destrezza qui si possono esprimere al meglio. Su di me, solo note negative: infortunata, impreparata, insicura. Rivedo quella pagina, e lascio che si aprano le scommesse. Il mio compito sarebbe controllare, ma da subito mi sento controllata. Più piano di così non potrei andare, aspetto di essere superata per incollarmi. Ma non succede, non al primo giro. Dal secondo, comincio a spingere un po’ di più nella salita, quasi fosse una ripetuta: sprint e recupero, sprint e recupero, sprint e recupero. Ho capito di avere progressivamente guadagnato secondi, ma non sono affatto tranquilla: nell’ultimo giro sono decisamente provata, fisicamente e mentalmente. Ho un buon margine, ma i conti si fanno al traguardo. E i numeri sono con me. L’avresti mai detto?

Matematicamente, potrei già considerarmi terza. Ma la gara finisce con la quinta tappa e, per quanto mi riguarda, tutto può ancora succedere. È vero che in cinque chilometri scarsi è difficile perdere un minuto, ma io resto un rottame e chi mi segue è forte e allenata. Insomma, come si diceva: ti tocca tirare fino alla fine. Un temporale nelle prime ore del giorno ha formato ampie pozzanghere che costringono a qualche slalom. Cerco di controllare nel primo chilometro, pianeggiante, per riuscire a spingere un tantino nel tratto in leggera salita e guadagnare un po’ di strada prima della discesa, dove il vantaggio potrebbe accorciarsi.  Conduco la gara al massimo delle mie possibilità. E realizzo il miracolo.

Un miracolo averla portata a termine, un miracolo avere guadagnato il podio. È il potere taumaturgico di questa terra, non ho più dubbi: gli odori, i colori, i sapori. L’energia che ribolle, che impregna l’aria e penetra la pelle: la respiri, la assimili, pervade le tue fibre. Trasforma gli umori e gli stati d’animo: fornisce carica esplosiva anche alle indoli più afflitte. Qui ho realizzato l’impresa. E non mi riferisco tanto alla mia posizione in classifica, quanto alla mia condotta di gara: a dispetto di tutto e di tutti, non ho mai ceduto. Non ho camminato un solo metro, non ho mai pensato di ritirarmi, non ho mai perso la speranza. Ho sfidato me stessa, i miei limiti e le mie debolezze. Ho vinto, contro ogni pronostico. Soprattutto: ho sorpreso chi ha subito ogni mia lamentela, ogni mia paura, ogni mio sconforto. Era il mio obiettivo, scorgere la sua meraviglia giorno dopo giorno. Obiettivo centrato. Ora, di obiettivi ne ho a iosa: si tratta di continuare a crederci. E lasciare esplodere il vulcano che è in me.



martedì 28 agosto 2018

Fanano-Capanno Tassoni: luci e ombre


La battaglia contro il perfido calcagno ha aperto una guerra su più fronti. C’era da aspettarselo. Decidi di ripartire dopo un anno, con intenzioni bellicose, pensando di uscirne illesa? Col tuo fisico da quattro soldi, poi. E quel piede a mezzo regime, che chissà come ti fa appoggiare. Tutta storta, ovvio. Grida il tallone sinistro, risponde il gluteo destro: in quella posizione ambigua, che fatichi a localizzare – non sapresti descrivere dove esattamente inizi e dove finisca, se interessi il piriforme o il nervo sciatico, se si limiti al fondoschiena o si estenda al femorale. Tutto sotto controllo, mi assesterò e passerà. Così parto per la mia seduta di un’ora, da frazionare in tre parti. Nei primi venti minuti il solito piede ricomincia con la solita solfa (ti sei operata per l’anima del cavolo, io non ti darò mai pace). Non ti ascolto, no no no! Pausa di due minuti, ed ecco che si risveglia il gluteo. Possibile? Corro quasi indenne, ma cammino dolorante. Allora via di nuovo di corsa. Calcagno muto, ma chiappa fastidiosa. Non sculettare, non ciondolare: busto eretto, ginocchia alte, braccia piegate. Spingi su quei piedi, senza saltellare, senza cedere al vento contrario. Dopo la curva sarai più riparata, un’agevolazione per gli ultimi cinque minuti. Concentrata sul passo, sulla postura, sulla fatica. Forse troppo: troppa tensione, troppa attenzione sui punti dolenti. Termino la seconda sessione sempre più acciaccata, dal lato destro il fastidio si è spostato verso il centro: oddio, avrò rotto l’osso sacro? Ultimi venti minuti in discreta spinta, non un fulmine ma neppure una lumaca: soprattutto, fatica al minimo. Peccato che poi stenti a camminare, e subito mi si prospettano gli scenari più catastrofici (ernia, frattura, decomposizione, ecc).
Due giorni di riposo e un trattamento manuale (e psicologico) mi rimettono in moto. Il dolore però non molla: riesco ad allenarmi, anche discretamente, ma cammino male. Zitta e corri, dunque? Sarà così. E’ così che mi ritrovo a Fanano, con un pettorale sulla canotta. Gara mai sperimentata, sempre osservata e sempre schivata – per la distanza, per la durezza, per la concomitanza con altri eventi.  Finalmente si propone come l’occasione perfetta, ideale per questa fase di riavvicinamento alle questioni serie. Peccato che l’unico argomento serio, oggi come ieri, sia l’elenco dei miei malanni. Tutto sotto controllo, mi assesterò e passerà. Non ne dubito, diversamente non sarei qui. Avrei potuto sfoggiare saggezza e prudenza, restando a casa a leccarmi le ferite. Invece no, ho troppa voglia di combattere: con le mie debolezze, con i chilometri e le pendenze, con il mondo podistico. Dicono sia molto dura, ottimo: la fatica schiaccerà i pensieri più nefasti. Tra i quali c’è anche quello di arrivare ultimissima, del resto siamo talmente in pochi. E se invece quella manciata di avversarie fosse più scarsa di me? Almeno una o due, dai. Pronti via, e si precipita in discesa. Il tallone suona il campanello, avvisandomi che il suo silenzio dei giorni precedenti è stato un bluff; anche il fondoschiena, tranquillo fino a pochi minuti fa, mi rammenta che non posso frullare a piacimento. Tranquilla, il bello è là da venire. Neanche due chilometri, e la strada prende a salire: da qui in avanti non darà tregua. Testa bassa e pedalare. In pochi minuti mi metto alle spalle un buon numero dei podisti che si erano lanciati a tutta. Ma è con me stessa che devo competere: con la mia capacità di soffrire – e di resistere. Si tratta di glissare sugli acciacchi, declassandoli come biechi e ininfluenti concorrenti sleali, e sintonizzarsi sulla propria andatura: regolarizzare ritmo e respiro in un processo fluido e incessante. Se solo si allentasse quel morso sul calcagno… Invece no, non molla la presa. Mi destabilizza e cedo: col pretesto del ristoro, interrompo la corsa e procedo camminando per alcuni metri, bagnandomi la bocca. Gli stop and go sono deleteri soprattutto per il posteriore, evita di fermarti, accidenti a te. Piano piano, ma senza sosta. Una discesa inaspettata mi spiazza. È decisamente ripida, non oso approfittarne, a discapito della mia posizione. Tanto in un attimo siamo di nuovo su tornanti spezza gambe. Micidiali davvero, ma vogliamo parlare dell’incanto di questa strada? Quante volte abbiamo abbracciato questi pendii? Abbiamo solcato i sentieri attraverso ai boschi, con lo zaino in spalla, fino alle cime più alte: le nostre piccole conquiste. Cercare un angolo riparato per godersi la vetta addentando un panino, che poi la strada del ritorno pare sempre più lunga e quel rifugio, al termine del cammino, ci intrattiene per un po’ di tempo ancora: come a confortare la malinconia che assale al termine di una giornata intensa. Sono felice di essere qui, oggi, in una nuova veste. Abbigliamento ridotto ai minimi termini, scarpe leggere e nessun fardello, se non il mio fisico provato. Jader non segue la mia traccia, ma è come se lo facesse: avverto il suo sguardo, sento le sue parole, percepisco la sua apprensione – e il suo incitamento. Siamo tornati in un luogo che amiamo, ognuno ad assecondare la propria passione: sarà emozionante incrociarci strada facendo, sarà entusiasmante ricongiungerci all’arrivo, ancora una volta al riparo di un caldo rifugio.
Quando odo la sua voce ho un sussulto. Devo mostrarmi forte e carica, nessun cenno di abbattimento né di sconforto. Da come grida al mio passaggio, dubito di esserci riuscita. L’ultimo chilometro dovrei aggredirlo, invece sono piegata a metà. L’avversaria con cui ho giocato a ping pong fino a questo punto viene raggiunta dal compagno che, avendo ultimato la sua gara, si appresta a scortarla fino all’arrivo. Un aiuto non da poco. La vedo infatti cambiare marcia, e io getto la spugna. Ormai è fatta, a questo punto basta portare a termine l’impresa. Finisce l’asfalto e inizia il sentiero: a cento metri c’è il traguardo. È finita. O forse no: forse è proprio adesso che devo sondare la mia condizione per capire cosa mi aspetti. Il pensiero a cui mi aggrappo è solo uno: pur con molte (troppe) soste, ho corso per dodici chilometri in salita. Una delle gare più dure a cui abbia mai partecipato, se non la più dura, affrontata nella peggiore delle mie condizioni. Eppure, conclusa a testa alta. Ci sarei riuscita se fossi un vero rottame? Avrei sostenuto fino alla fine un simile sforzo, se il mio fisico fosse irrimediabilmente compromesso? Tutto sotto controllo, mi assesterò e passerà. Qual era il mantra? Zitta e corri. 



giovedì 2 agosto 2018

Rocca di Roffeno: a volte ritornano


Ricordo che nei primi chilometri avevo conquistato una buona posizione. La pendenza non era eccessivamente impegnativa e avevo superato agilmente alcune avversarie già in difficoltà. Finché la strada cominciò a digradare: prima una discesa asfaltata, tanto breve quanto verticale, poi un’infinita pietraia dove mai avrei messo piede, nemmeno per una passeggiata. Un incubo. Di correre non se ne parlava, era un’impresa persino camminare. Mentre tutto il mondo mi passava davanti. Calpestatemi pure, già che ci siete, tanto non so se arriverò in fondo. Magri Jader, non vedendomi arrivare, chiamerà il soccorso alpino. Era una donna distrutta quella che gli si parò davanti, quando lui si trovava ormai sull’orlo della disperazione. Solo l’approssimarsi del traguardo riuscì a rianimarla: e poco importava che l’ultimo tratto fosse un’impennata. Anzi! Mai salita fu tanto agognata.

Questo il terribile ricordo di Rocca di Roffeno. Una delle peggiori prestazioni della mia carriera podistica, una gara che solo a nominarla mi ha sempre provocato crisi di rigetto. Eppure, quando correre diventa un’utopia, quando guardi col magone anche le vecchie scarpe da running, quando nulla ti dà pace se non la speranza, saresti disposta a spillarti qualsiasi pettorale pur di assaporare ancora quell’emozione. La fatica, l’ansimare, la sfida. Quanto ti mancano? Quanto ti mancano quelle giornate in cui, da quando scendi dal letto, attendi con trepidazione l’ora dell’allenamento? Che forse odierai, che ti annebbierà la vista o non ti gratificherà abbastanza, ma che terminerai con il pensiero già proiettato alla sessione successiva. Quanto ti mancano i rituali pre-gara? Scarico, pasti, abbigliamento; tutto condito da ansie e timori di ogni sorta. Così, quando ti si prospetta la possibilità di partecipare ad una competizione, persino un percorso infernale assume le sembianze di un viale dorato. Del resto, è passato tanto tempo da quella volta. Nemmeno ricordo quanto: non saprei neppure dire a quale società appartenessi. Di certo so che il mio passaggio, allora, non ha lasciato tracce: né nei miei file, né (tantomeno) negli albi podistici. E così sarà anche stavolta: tanto peggio non potrà andare, camminerò oggi come allora. Con la differenza che in questa occasione mi sentirò giustificata, e non inveirò contro lo scarso risultato. Solo il dolore mi preoccupa, questo bastardo che non si decide a darmi pace. Per alcuni giorni mi ero illusa: buone sensazioni, sofferenza ridotta al minimo e recupero quasi perfetto. Poi di nuovo quel male acuto, come un anno fa, come non avessi fatto il possibile e l’impossibile per sconfiggerlo. Cerchi di calmarti, di convincerti che si tratti di una fase di adattamento, che occorra pazienza per riabituare alla corsa un piede fermo da un secolo. Ma lo sconforto è pronto ad assalirti. Come non pensare che tutto sia stato inutile, che non uscirai mai da questo sporco tunnel?

Zitta e corri. Agli ordini, capo. Parto con gli ultimi, ma subito comincio a scalpitare. Le gambe vogliono girare, nonostante il calcagno dolente. Magari è solo questione di minuti, cinque dieci o quindici. Il tempo di scaldarsi. Magari. Intanto corro, e mi lascio alle spalle un bel po’ di gente. Stento a crederci, che abbia esagerato? Ecco, inizia la salita. Punto ad agguantare la ragazza a pochi metri da me, ma la scarsa attitudine alla corsa e la totale assenza di allenamento mi presentano il conto. Fiato corto e tallone incazzato: inizio a camminare. Poi riparto di corsa, poi di nuovo cammino. Avanti così, che tristezza. Mi ero illusa di riuscire ad affrontare l’ascesa: non agilmente, certo, ma piano piano, senza fermarmi. Per una volta, ho peccato di ottimismo. Mi consola il fatto che, nonostante i miei stop, i distacchi restino invariati: evidentemente, il ritmo di chi corre non è tanto più svelto della mia camminata. Peccato che, allo scollinamento, non possa lanciarmi come vorrei: in discesa devo essere oltremodo cauta. Mi limito a spingere (più o meno) nel tratto in piano, sfidando le mie capacità di resistenza – e il solito male, che a volte preme all’esterno, altre all’interno, tanto per non annoiarmi. Passerà, dai: guarda quanti cadaveri stai ancora raccogliendo. Il signore con la bandierina segnala che il divertimento è finito: salutate l’asfalto e godetevi il sentiero di montagna. Non vedevo l’ora. Mi inoltro prudente, sguardo fisso a terra, già pronta alla crisi di panico. Che non arriva. Continuo a correre sullo sterrato, senza troppe difficoltà: sono cambiata io o è cambiato il percorso? Sono un bradipo, è vero, ma non barcollo né inveisco. I più agili (tutti) mi fanno mangiare la polvere, ma io proseguo imperterrita – per non dire soddisfatta. Tornata sull’asfalto, mi sembra di volare. In un battito d’ali recupero tutti quelli/e che mi avevano umiliata sul ciottolato. Li stacco talmente tanto che nemmeno quando la salita diventa inaffrontabile riusciranno a riprendermi. Effettivamente, sono davvero pochi quelli che riescono a correre negli ultimi due chilometri. Mi chiedo se, in condizioni ottimali, io avrei potuto essere una di loro – ma forse sarebbe meglio evitare certi interrogativi, così come è inutile domandarsi se sia più condizionata dal dolore incessante o dai tanti mesi di stop. Accenno un allungo negli ultimi metri che portano al traguardo. 59’, un’eternità. Che vale però il premio di categoria, quasi mi vergogno. Contenta sì, ma solo a metà. Perché ho sofferto troppo. E non mi riferisco alla fatica, scontata, ma al calcagno, che speravo più silente. Non è guarito, forse non guarirà mai. Forse non dovevo operarmi, forse non dovevo riprendere così presto, forse non dovrei correre mai più. Forse dovrei piantarla con tutti questi forse. Zitta e corri. Questo deve essere il mio mantra, oggi e sempre. Purtroppo non potrò avere sempre a disposizione mani prodigiose che attenuino i danni, ma sarebbe già tanto non aggravare la situazione con elucubrazioni devastanti. Tra ghiaccio e riposo, spengo la luce su  una domenica luminosa. E, il mattino seguente, mi rialzo senza zoppicare: questa è una grande conquista. Sciolgo corpo e mente in piscina, dove i pensieri si perdono tra le bolle d’aria del mio respiro. 
Quindi sono pronta a ripartire. Con gli sprint in salita, i minuti a perdifiato, la cura dell’andatura. Con la fatica, quella meravigliosa fatica che mi fa sentire viva. E forte. Stupido calcagno, non avrai il mio scalpo. 


PS: Giusto per inquadrare correttamente gli eventi: tre mesi fa uscivo dalla sala operatoria.

domenica 15 luglio 2018

If you say run...


Proviamo qualche allungo di corsa?

No! Non sono pronta. Non sono trascorsi nemmeno due mesi dal (secondo) intervento, non ho mai camminato più di mezz’ora, non mi sono ancora liberata dal dolore – e, soprattutto, dalla paura. Panico, oserei dire: una vera e propria angoscia. Però, a ben riflettere, è più prepotente la voglia o l’ansia? Se prestassi attenzione al fremito delle gambe, non esiterei un secondo ad allacciarmi le scarpette; se invece continuassi ad ascoltare il brusio della mente, finirei col scrutare vanamente l’orizzonte, come in un desolato deserto dei tartari. La soluzione è soltanto una: affidarmi a chi si sta prodigando per risolvere questo disperato caso clinico. Uno è il verbo, l’imperativo che ha scandito le varie fasi del mio calvario: fidarmi di chi mi ha prospettato una via d’uscita. Senza se e senza ma. Quindi, se mi si dice che posso correre, significa che devo farlo. Datemi solo qualche giorno, il tempo per entrare nell’ordine delle idee. Lasciatemi scegliere l’occasione giusta. Ecco, venerdì ci sarebbe una camminata serale in paese: mi butto nella mischia, per non pensarmi addosso.

Venerdì trascorso quasi in trance. Arrivo a casa dal lavoro niente affatto convinta. Vento infernale e cielo plumbeo: devo proprio? Meglio di no, meglio rimandare. Domani è un altro giorno: di prima mattina, quando la coscienza è ancora assopita, con l’aria tersa e lo spirito alto. Un minuto di corsa e un minuto di cammino, per dieci volte. Cosa vuoi che sia? Mi avvio a passo svelto, Jader al mio fianco. Avverte la mia tensione, forse anche le mie pulsazioni, quasi mi stessi approssimando ad una fantomatica linea di partenza. Non sarà una gara, ma è come se lo fosse. Non ci sono avversarie, né ritmi da rispettare o tempi da sfidare: ci siamo io e il mio calcagno. È lui che temo, la sua reazione, i suoi segnali. Dimenticati di quel piede, fa come se non esistesse. Non hai mai subito operazioni, nessun infortunio: hai avuto solo una lunga influenza e adesso sei guarita. Adesso corri.
Primo minuto. Quel fottutissimo male è ancora qui, a sbeffeggiarmi. Speravi di esserti liberata di me, hai schierato chirurghi e fisioterapisti per debellarmi, ma io sono invincibile. Col cavolo! Io sono più forte di te, maledetto, e stavolta ti faccio secco. Il secondo minuto è durissimo. Ci rinunci? Neanche morta! Già il terzo va meglio, quindi via col quarto. Fino a dieci: dieci minuti di corsa, l’ultimo a 4’10”/km - quasi una ripetuta. È il 23 giugno, cinquantadue giorni fa uscivo dall’ospedale, da oggi si guarda solo avanti. Certo, duole ancora, soprattutto dopo alcune ore e il giorno seguente. Ma, trascorse quarantotto ore, riesco a replicare. Il dolore si è spostato, ora è lo stesso che si era scatenato in seguito alla prima operazione. Gli incubi offuscano la mia visuale, ma riesco a domarli. È normale che soffra ancora, così come è normale che gli acciacchi mi attraversino da capo a piedi, come non avessi mai corso in vita mia. L’importante è riuscire a domarli, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni, nulla di più – e nulla di meno. Passiamo a due minuti per sette volte, poi a tre per cinque, quindi dodici minuti di seguito. Un’eternità. In funzione di un grande esordio. Ebbene sì, hanno deciso che sia giunto il momento di indossare una tenuta da gara e attaccarsi un pettorale. Una nuova divisa per una nuova società. Rinascita a tutti gli effetti. Ovviamente per me non sarà competizione. Mi accontenterò di annusare l’atmosfera, sarò onorata di rendere omaggio a chi organizza e, ammettiamolo, ne approfitterò per farmi coccolare da chi sarà felice di rivedermi.

Non conosco i nuovi compagni, né loro conoscono me. Ci saranno tempo e occasioni. Oggi, 12 luglio, mi limito a sorridere. Mi aspettano cinque chilometri. Ce la farò? Nelle gambe ne ho appena la metà, e mi sento un rottame. Piede, ginocchio, anche: tutto da buttare. E se mi procurassi danni irrimediabili? La vuoi finire?! Non devi gareggiare, devi divertirti. Parti piano piano e senti come stai, male che vada ti fermi al primo giro. Schierarsi nelle retrovie è decisamente rasserenante: se non temessi le reazioni del mio fisico, potrei dirmi totalmente rilassata. Lo sparo, da quanto tempo non lo udivo? Eccomi di corsa, alla ricerca di un assetto decente. Mi sento tutta storta, gli appoggi scomposti, il passo incerto. Il tallone si fa sentire, e questo non può che condizionare l’andatura. Ma procedo convinta, trovandomi mio malgrado a superare alcune ragazze. Il percorso si snoda all’interno di un parco, sentiero ghiaiato, ma non mi disturba. Mi sforzo per rimanere concentrata sulla mia corsa, nel tentativo di non buttare i piedi a vanvera, cercando di sollevare le ginocchia e di assecondarle con le braccia. So di avere esaurito i bonus per migliorare la tecnica, ma in questi giorni di ripresa ho notato che i dettagli possono fare la differenza. Il tratto che si approssima alla linea di partenza è alquanto tortuoso, ma c’è un gran tifo. Echeggia il mio nome, non riconosco le voci e non cerco i volti: in teoria non sto gareggiando, in realtà sto cercando di esprimermi al meglio. Non ho in mente né crono né tantomeno posizione: voglio solo correre sorridendo, sorridere perché sto correndo. Mancano un paio di chilometri, sarebbe il momento di spingere un po’ di più. Comincio però ad accusare, la mia resistenza è messa a dura prova. Ciò nonostante, sono sempre in sorpasso. Il periplo che precede l’arrivo è infinito, ma l’emozione supera la stanchezza. Un cenno di “cinque” a Tiziano, finalmente mi vede correre – con i miei mille difetti, ma che importa? Vorrei gridare, piangere e ridere di gioia. Posso permettermelo? Non avrò azzardato troppo? Quanto zoppicherò domani? Felicissima, sì, ma anche preoccupata. Mi godo il qui e ora; il tarlo del domani, però, non mi dà tregua. Dovrò conviverci. Basta tenerlo sotto controllo: basta, soprattutto, essere convinta dell’unica verità assoluta. Sono guarita. Da qui si riparte. Con nuovi colori, nuovi stimoli e nuove prospettive. Sarà una magnifica estate.



domenica 3 giugno 2018

Diario di un calcagno - Un mese


Il rientro al lavoro, la ripresa dei ritmi consueti, la gestione delle attività (sportive e casalinghe): ecco le ragioni della mia latitanza su questo diario. Aggiungo, il timore di finire col parlarmi addosso, di risultare ripetitiva, di dire sempre le stesse cose. Che questo piede non ne vuole sapere di “fare giudizio”, che chissà se mi riavvicinerò mai più ad una corsa, che le mie elucubrazioni tendono costantemente al catastrofismo.

Un mese fa ero appena uscita dall’ospedale, stanca e indolenzita. L’unico desiderio era dormire: per non pensare, per rigenerarmi, per svegliarmi con un giorno di convalescenza in meno. Un mese. È molto o poco? Come dovrei sentirmi, stando al protocollo? Non oso approfondire la questione, preferisco affrontare il mio parere – sempre troppo influenzato dall’interpretazione di ogni segnale: l’aspetto delle ferite, le sfumature del dolore, le parole di chi mi assiste. Devi ascoltarlo di meno, quel piede. Sapessi come lo vorrei! Dimenticarmi della sua esistenza, considerarlo alla stregua del naso, dell’orecchio, delle dita della mano. Sembra facile. Perché come si fa a non pensarci e a prendersene cura allo stesso tempo? Dovrò pure volergli bene, trattarlo con i guanti, coccolarlo a dovere. Idromassaggio quotidiano, scarpe comode, passi misurati. Arrivo persino a portarlo in piscina. Ebbene sì, ho ceduto. Per non lasciare nulla di intentato, ché non mi si accusi di avere boicottato l’iter verso la completa guarigione. Un martedì pomeriggio, a pochi chilometri da casa, approfittando della compagnia di un’amica che là è di casa. Esagero: sottoscrivo un abbonamento di dieci entrate. Subito, senza nemmeno provare, determinata come un pompiere. Se riabilitazione deve essere, che lo sia fino in fondo. Mi butto in acqua e, con sorpresa, non avverto alcun brivido. Vuoi vedere che questa vasca è davvero tiepida come mi avevano detto? Inizio a calciare avanti e indietro, come mi è stato insegnato. Qualche minuto, poi parto. Si sta proprio bene, la sensazione è oltremodo piacevole. Che sia per questo, o forse per il mio ritmo lento, fatto sta che non provo fatica, né sento la necessità di riposarmi tra una vasca e l’altra. Decido di arrivare a dieci, per rimettermi a calciare. Poi altre dieci, e ancora calci. Ancora due serie, e per oggi sono a posto. Facciamo due vasche di gambe? Ma sì, divertiamoci a sfidarci, fianco a fianco, spingendo a più non posso. Torno a casa contenta, oltre le più rosee prospettive. Ho realizzato qualcosa di utile, per il fisico e per lo spirito.

Poi succede che gli eventi si accaniscano ancora una volta contro di noi, mai una volta che si spezzi il ciclo: se conquistiamo una gioia, immediatamente dopo subiamo uno smacco. Prima lo scooter, ora l’auto: progetti che vanno a puttane, soldi che non bastano mai. E poi ti dicono che devi mantenerti positivo, che la sfiga non esiste… Come no! Sforziamoci pure per non abbatterci, per aggrapparci al poco di buono che ci accompagna, ma che stanchezza.

In tutto questo, il calcagno cosa dice? Giunta l’ora della seduta fisioterapica, devo esprimere un opinione. Da alcuni giorni, un po’ meglio. Per l’esattezza, quasi bene ieri e l’altro ieri, oggi invece si è risvegliato. Cammino meglio, è vero, quasi normalmente. Il trattamento è dapprima doloroso, per poi volgersi in gradevole. Ci aggiorniamo la prossima settimana. Ma domani ci vediamo: altro luogo e altro contesto. Lui corre, Jader fotografa, io… Peso morto, ma di restarmene a casa da sola, la sera del 2 giugno, non mi va proprio.
Quindi, dopo la mattina trascorsa in piscina (50 vasche in tutto), il pomeriggio arriva veloce e siamo tutti insieme sul furgone diretto a Reggio Emilia. I famosi ponti di Calatrava, l’idea di questa gara non mi aveva mai sfiorata, orario per me devastante, perciò mi tocca il giusto parteciparvi esclusivamente come spettatrice. Qualche faccia conosciuta, convenevoli il minimo indispensabile, temo solo di camminare più di quanto dovrei, vanificando i progressi sin qui conseguiti. Ma la serata trascorre allegra, Jader sprizza entusiasmo. Peccato che io sia sempre troppo abbottonata, che non riesca a scrollarmi di dosso titubanze e preoccupazioni. Non vorrei aver rovinato l’atmosfera: non vorrei essere la causa di futuri mancati appuntamenti. Dormiamoci su, che domani è domenica e la bici mi aspetta.

91 km, con un discreto vento. Fatica il giusto, ma una volta ferma la testa comincia a girare. Che sia a causa del semi digiuno di ieri? Buttiamo giù qualcosa e passiamo oltre. Ciò che conta è che il piede non abbia risposto negativamente agli “stravizi” del sabato. Ciò che conta è che mi sia convinta: sto guarendo.



sabato 26 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorni 22-23


Che spettacolo, Chris! Non avrei mai creduto, lo vedevo già spacciato, sconfitto dalle tensioni, da avversari feroci, da una forma mancata. È risaputo: le strategie sono una materia a me sconosciuta, così com’è lontana dalla mia mentalità la convinzione nelle possibilità di rinascita. Che mi sia di insegnamento: che sia per me uno sprone. In questo giro mi sono riconosciuta (con le dovute proporzioni) in Yeats: la vittoria in tasca, perduta per una crisi devastante, capace di affondarti irrimediabilmente. Il mio astro deve invece essere Froome. Atleta di un altro pianeta, certo, ma la sua caduta e la sua risalita in queste tre settimane sono qualcosa di incommensurabile: questo è l’esempio a cui devo aggrapparmi. Che sarà pure un luogo comune, ma le emozioni che ho provato nell’assistere ad un magnifico riscatto devono restare nelle mie fibre, e caricarmi ogni qualvolta le mie batterie siano in esaurimento. Dimenticarmi di questo piede, solo così può funzionare. Lasciare che sia chi sa come trattarlo ad occuparsene. Me lo manopola, lo massaggia, lo malmena quasi: a momenti è una guduria, in altri c’è da stringere i denti. Quando ti rimetti in piedi non capisci se stai meglio o peggio di prima. In un primo momento ti senti leggerissima, quasi nuova. Poco dopo il lavorio subito si fa sentire, ti senti indolenzita, ti assalgono mille dubbi. Sarà servito a qualcosa? Produrrà gli effetti sperati? E se avesse aggravato la situazione? No, questo no, ma… Per quanto tempo ancora? Quante sedute dovrò sopportare? Quando sarò licenziata? E con quale risoluzione? Vai e corri! Oppure, Mi spiace, non so più cosa fare?

Non si era detto “non devi pensarci”? Allora godiamoci il Giro. Cyclette davanti alla TV, tappa decisiva. Siamo ormai agli sgoccioli, ma ancora non ho visto nulla di eclatante. Dove sono le salite combattute, le discese spericolate, le sgomitate alla morte? Imposto un programma di saliscendi, impegnativo quanto basta, e pedalo in attesa che succeda qualcosa. Ecco finalmente il tratto tanto atteso, ed ecco che il mio uomo stacca tutti e se ne va. Pazzo! Mancano più di 80 km all’arrivo, non può farcela. Lui prosegue con la sua frullata, io finisco la mia pedalata. Doccia veloce, che la tappa è ancora lunga. Ho tempo a sufficienza per svolgere la mia routine di fitball. E Froome prosegue imperterrito, apparentemente irraggiungibile. Quando conquisto il divano, assisto al più emozionante degli arrivi, temendo fino al traguardo che tutta quella fatica possa essere vanificata, contemplando incredula una vittoria sulla quale non avrei scommesso un centesimo.
Gli ultimi chilometri sono sempre i più sofferti. Oggi li ho vissuti quasi in apnea. E quando, intervistato, ha lasciato trasparire la sua commozione e i suoi occhi lucidi, stavo per piangere anch’io. Sarà pure drogato, come tutti i ciclisti, ma per me resta straordinario: per il suo fisico scheletrico, per il suo stile sgraziato, per la sua potenza sovrumana. Per il suo english style e il suo italiano fluente.


Sull’onda di questo trionfo, dovrei allacciarmi il casco e cavalcare la bici. Mi manca invece la spinta. So che, rinunciando, darò sfogo ad ogni sorta di senso di colpa. Ma proprio non ce la faccio. È così grave se oggi mi prendo un giorno di riposo? Lo so, è sabato, il giorno ideale per andare a zonzo senza troppo traffico. Poi, ricorda che dalla prossima settimana sarà più complicato trovare tempi e spazi per allenarsi. Eppure, niente da fare. Dopo una mattinata alla ricerca di un paio di scarpe comode per il tran tran quotidiano, e un pomeriggio ozioso, sono esageratamente fiacca. Ci rinuncio. Metto i piedi a mollo e rimando a domani. Mi sono già pentita. Ma ormai è troppo tardi.

mercoledì 23 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 21


Zitti zitti, che il silenzio è d’oro. Sembra che oggi il calcagno abbia poco da dire, vediamo di non svegliarlo. Devi dimenticarti di averlo, è l’imperativo. Non lo dico a nessuno, ma oggi avverto timidi segnali di miglioramento. C’è solo quello strano fastidio sotto al tallone, come se camminassi con una piega nella calza o nella suola della scarpa. Me lo trascino da quando sono uscita dall’ospedale, e lo attribuivo alla benda corposa. Invece è ancora lì. Insomma, impossibile che io sia esente da qualche singolarità: devo pur sempre distinguermi.

Persino il mio scooter, poverino, è pieno di acciacchi. Fortunatamente adesso è in mani competenti, ma saperlo così malridotto mi fa provare pena. Che almeno riesca a riportarlo a casa senza svenarmi.

 Per distrarre la mente dai malanni (umani e non), sfido il meteo minaccioso e inforco la bici. Confesso che, senza lo sprone di Jader, mi sarei sparata l’ennesima seduta di cyclette – io e Philip Roth, oggi più che mai vicino al mio cuore. Ma anche l’uomo necessita di svagare corpo e spirito. Andiamo, se no ce ne pentiremo. Andiamo pure, ma quelle nubi?... Avvolgono ogni lato del cielo, coltri di grigio declinato in varie sfumature su ogni versante. Difficile individuare la direzione più favorevole. Nemmeno il vento spira in un senso ben definito. Cerchiamo di non allontanarci troppo – anche perché per Jader è la seconda uscita della stagione, ha quindi poca autonomia. Infatti lo perdo subito. Serve a poco ripetergli ogni volta di frenarmi qualora mi staccassi troppo. Niente. Devo continuamente voltarmi indietro per verificare la sua presenza. E mi tocca pure rallentare quando, da una strada laterale, spunta un attempato ciclista davanti a me. Non voglio avvicinarmi troppo, guai a fargli credere che mi sia messa in scia, però che scocciatura. Il furbo evidentemente ha notato la mia presenza, comincia a toccarsi una gamba e quasi si ferma: sono costretta a superarlo. E lui cosa fa? Si attacca e, dopo poche centinaia di metri, mi sorpassa a tutta velocità – per piantarsi di lì a poco, prima di immettersi nel cortile di un edificio. Quando ci si mettono, gli uomini sanno rendersi esageratamente ridicoli. Qualche goccia di pioggia ci sorprende, due appena. Arriviamo a casa indenni – Jader giurando che non toccherà più la bicicletta, ma questa è un’altra storia. Io ho pedalato piano piano, ma mi è servito per rilassarmi: soprattutto, per non pensare al mio piede. È così che devo agire, no?

Adesso però lo coccolo un po’, lo trastullo nell’acqua con le bollicine. Deve fare il bravo, così facciamo contenti tutti.

martedì 22 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 20


Se nemmeno un illustre fisioterapista si capacita della persistenza di sintomi negativi, c’è poco da stare allegri. È indubbio che i miei tempi di recupero siano amplificati a dismisura rispetto a quelli di un individuo “normale”, ma da lì a non capirci nulla…

Non dovrei meravigliarmi, i miei infortuni si sono sempre rivelati casi patologici, misteriosi e insoluti. Solo la forza della disperazione mi ha condotta verso la scelta di farmi operare: non lo rifarei, e maledico il giorno in cui ho preso questa decisione. Recedere è impossibile, non mi resta che sforzarmi all’inverosimile per uscire da questo stallo. Sono spazientita dal dover fornire sempre le stesse risposte alle medesime domande. Come va? Male. Stai meglio? No. Suvvia, un po’ di ottimismo. E sticazzi!

Ho dormito malissimo. Appena coricata, le ferite bruciavano. Avrò sbagliato a liberarle, a fare il pediluvio, a mettere la pomatina? Ho caldo, sarà mica la febbre? In che condizioni sarà domattina? Ho sempre un timore folle a guardare questo maledetto tallone. Il giudizio fisioterapico è positivo, ma perché non guarisco? Temo il giorno in cui anche lui si arrenderà, ritenendo inutile perseverare in uno strenuo accanimento terapeutico. Abbandonata al mio destino, misera e zoppa. Che rosea prospettiva.

Piazzo la cyclette di fronte alla TV. La cronometro non mi entusiasma, e Froome si mantiene sempre lontano dai suoi standard. Forse è meglio così, tra atleti in difficoltà ci si intende.

lunedì 21 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 19


«Tu non sei una malattia, un problema, un disordine, sei una persona che si sforza di superare i momenti difficili, in cerca di sollievo e di nuovi pensieri, emozioni o comportamenti più conformi ai tuoi obiettivi a lungo termine
Estanislao Bachrach, scienziato e autore di Cambia il cervello, cambia la vita

Interessante citazione, che cade a pennello, in questo lunedì uggioso.

Mi fiondo dal letto alla cyclette, giusto il tempo per un caffè. Nella prima mezz’ora frullo sciolta, immersa in Philip Roth. Poi ripongo il romanzo e mi dedico al respiro: intendo dargli filo da torcere, che frutti qualcosa questo sbattimento da internata. Quaranta minuti circa di variazioni, perdendo il conto delle serie effettuate. Poi ancora in scioltezza, fino a vedere 1:30 sul cronografo. Naturalmente non mi basta, posso chiudere senza la mia dose quotidiana di core?

È ormai ora di pranzo  - o colazione, dipende dall’organizzazione quotidiana. Nel pomeriggio mi aspettano alcune commissioni, ne sono lieta. Truccarmi, vestirmi, infilarmi le scarpe: gesti ordinari, che ora però acquisiscono una diversa stima. Mi regalano una normalità che ultimamente è venuta a mancarmi, mi liberano in parte da quel senso di infermità che mi perseguita da mesi. Che sia un condizionamento psicologico o si tratti invece di un effettivo fattore strutturale, fatto sta che camminare in strada mi riesce più facile che farlo tra le mura di casa: dopo due o tre passi, riesco a procedere senza troppe difficoltà. Dovrei forse uscire più spesso?

È giunto quindi il momento tanto temuto: pediluvio – quindi, denudamento totale del tallone. Mi immergo ancora incerottata, così sarà più semplice staccare le parti adesive. Acqua ben calda, una bella manciata di sale, vibrazione accesa: mi godo l’idromassaggio, dilazionando a dismisura il tempo della verità. Quando finalmente mi decido, voglio Jader accanto a me. Noto subito segni neri che mi allarmano, finché non capisco essere tracce di sporco (sangue o medicazioni). Il lato interno ha un aspetto migliore di quello esterno, che presenta maggiori residui di tumefazione. Sarà normale?

Ti hanno fatto un’operazione, hai presente? Taglia, fresa e ricuci. Vuoi metterti tranquilla? Vorrei, sì, se solo riuscissi a liberarmi dall’incubo che mi perseguita. Come posso evitare di ripeterlo: anche in gennaio sembrava tutto nella norma, poi?...
Poi basta. Basta stare male. Questo piede riapparirà degno di una scarpetta di cristallo.

domenica 20 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 18


L’aria è ancora pungente, mi devo coprire bene: buffer attorno al collo, manicotti e guanti. Guardatemi pure male, ma sotto i venti gradi per me è pieno inverno. Ciò nonostante, oggi ne ho proprio voglia. Dico davvero. Ho voglia di uscire in bici. O forse ho voglia di uscire e basta. Muovermi all’aria aperta. Non come piace a me, ma come mi è consentito. Mi farà bene: farà bene alle mie gambe, al mio cuore e al mio spirito. Sono carica. Questo è solo l’inizio: da qui prende via il cammino verso la ripresa totale. Staccare i pedali e poggiare i piedi a terra, è un attimo. E quando verrà il momento, sarò pronta. Mi scatto una foto. Raramente lo faccio, ma ora ho bisogno di comunicare la mia determinazione: immortalo un sorriso e lo invio al mondo. È un’immagine rara, da fissare nella memoria – è a me che lo dico: sono io quella che deve riflettere nello specchio una figura vincente.

Fatico più di quanto immaginassi, il risultato di venti giorni di stop. È una tappa a cronometro: devo rientrare entro le 10, perciò non posso allontanarmi troppo. 57 km in 2h12’, un assaggio. Non paga, mi butto a terra per l’immancabile seduta di esercizi. Così si avvicina mezzogiorno, e comincio a chiedermi quanto manchi al ritorno di Jader. Quando annunciò che era stato ingaggiato come fotografo per la Strabologna, dissi che sarei andata con lui a correrla: non per la manifestazione in sé, che ho sempre accuratamente evitato, ma perché poteva fungere da trampolino di lancio per il rientro nel mondo podistico. In base ai pronostici, in maggio avrei dovuto possedere ampiamente le mie facoltà motorie. Rimandata a quando?

Froome oggi mi delude. Peccato, ieri mi ero illusa. Vacillano anche le mie certezze. Sto camminando poco o nulla, ma non noto nessun miglioramento. Fa sempre male. Troppo. Provo a non pensarci, a non buttarmi giù. Ma se mi viene chiesto, sono costretta a rispondere – e a fare i conti con quella risposta.
Ho ancora i medicamenti e il taping. Il chirurgo, martedì scorso, disse di iniziare a fare bagni caldi di lì a tre/quattro giorni, ma mercoledì mi è stato applicato il cerotto elastico (che copre i cerotti sottostanti), e non ho voluto danneggiarlo con l’acqua. A questo punto, sono combattuta: pediluvio sì o no? Il dubbio non è dettato tanto dalla preoccupazione per il taping, che ormai ha fatto il suo tempo: ciò che temo è vedere cosa c’è lì sotto. Insomma, ho il terrore di scoprire un’orribile ferita, di ritrovare lo stesso bubbone della precedente operazione – se non peggio. Codarda. Se non è oggi, dovrò affrontare il mio piede domani. A che pro rimandare? Faccio più danni a togliere tutto o a lasciare ancora un po’ coperto? Non so decidermi.

sabato 19 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 17


Serata trascorsa in compagnia di Philip Roth, fino all’ora di andare a letto. Mi sveglia il rientro di Jader, fatico un po’ a riaddormentarmi, nonostante provi a cullarmi con rosei pensieri. Mi ha sempre affascinato l’andamento della perdita di coscienza: quel momento in cui ti rendi conto che la tua mente sta divagando, percepisci l’assurdità dei tuoi ragionamenti e capisci che sei in procinto di addormentarti. Terrificante è quella scossa che ti riporta brutalmente alla realtà, come se la tua coscienza rifiutasse di assopirsi e lottasse per mantenerti in uno stato vigile. Niente di grave se si tratta di un episodio sporadico, angosciante se si protrae per tutta la notte, per diverse notti di seguito. Non voglio pensarci,quel periodo non deve tornare.

La crisi si affronta e si supera, quali che siano le avversità. Mi sto impegnando, e giorno dopo giorno acquisisco un pizzico di fiducia in più. Importante: sento di non essere sola. Questo mi inonda di gratitudine e di responsabilità: guarirò per me stessa e per chi crede che possa farcela. Dimostrerò che ho ancora qualcosa da dire – e da fare.

A proposito di “fare”: oggi mezz’ora in più sulla cyclette (i primi 60 minuti tranquilli, poi variazioni di 1 e 2 minuti), poi solita oretta di core. Quindi, concentrata sul Giro: finalmente una soddisfazione. Visto? Anche Froome mi dice che dopo una caduta si può ancora vincere. D’accordo, il confronto è spietato, ma a qualcosa bisogna pure aggrapparsi.



venerdì 18 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 16


Andata a dormire con un fermo proposito: domani starò bene. Proposito che risuonava nella testa, quando l’ho appoggiata sul cuscino. Ma che, dopo qualche minuto sotto le coperte, ha cominciato a deviare verso altri intendimenti. Ecco ripresentarsi la reazione nervosa che ha reso insonni troppe notti, costringendomi a ricorrere a pericolosi farmaci. No Valentina, no! Hai detto che domani starai bene: stampati un sorriso su quella faccia da funerale, respira profondamente e mettiti subito a dormire.

Stesso fermo proposito al risveglio. Non ascoltarlo, quel male. Lo sai, appena alzata è normale, poi si affievolisce. Oggi starai meglio, vedrai. Non benissimo, ovvio. Ma a ieri non penserai più, e sarai soddisfatta dei tuoi progressi. Scegli un’attività che ti distragga, spezza la routine degli ultimi giorni e dedicati a ciò che ti impegna maggiormente: inizia a pedalare. Senza esagerare, ché sei a riposo da troppo tempo. Un’oretta di cycette può bastare, giusto per ricominciare. Magari, dopo esserti assestata, inserisci qualche variazione, alternando di minuto in minuto le gambe impegnate, la pedalata svelta e quella rilassata. Finalmente un po’ di affanno e di sudore. La fatica, ti mancava, vero? D’accordo, non è esattamente il genere di sforzo che sognavi, ma un giorno tutto questo ti sarà utile. Nei prossimi giorni sarebbe bello trovare il modo di inforcare la bici, chissà. Intanto, per non battere la fiacca, sparati un’altra ora di core stability. Così si inizia a ragionare: adesso la colazione te la sei guadagnata.

Il venerdì scorre sempre abbastanza rapido - per quanto, da convalescente, le giornate si assomiglino tutte. Diversa è però l’atmosfera, la cognizione del tempo è probabilmente condizionata dalle abitudini, dallo stile di vita: il fine settimana mantiene la sua peculiarità, anche quando non si lavora. Leggo il giornale, lavoro al computer, alla tv il Giro d’Italia - sempre più noioso. Alle mie disgrazie penso poco. Incredibile, sono riuscita davvero a sospendere il giudizio sul mio stato di salute. Non ho camminato, è vero, se non per uscire un attimo in cortile. Ma quel poco, quei pochi passi da una stanza all’altra, li ho mossi senza ascoltare ossessivamente quel dannato calcagno e, soprattutto, senza la solita andatura da storpia. È un piccolo successo.

giovedì 17 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 15


C’è bisogno del supporto del mondo intero: oggi è un brutto giorno. Il barlume di miglioramento che avevo intravisto ieri, è svanito nel nulla. Ho avanzato pochissimi passi, ma nessuno senza dolore. Che il trattamento del fisioterapista possa essere parte in causa? Dà sollievo pensarlo, ma più facile è scavare sempre più a fondo nello sconforto.

Cammina il minimo indispensabile, se vuoi fare attività aerobica, pedala. L’acqua non ti piace? Sarebbero utili alcuni esercizi in piscina.
Ecco quindi che stanotte ho fatto visita alla struttura a pochi chilometri da qui. L’acqua era calda, una vera coccola, c’era però troppa gente per i miei gusti. Discutevo con non so chi a proposito di non so cosa, procrastinando il momento di nuotare. Dovrò invece decidermi a farlo, e non solo in sogno: già sento i brividi. Pare che là la temperatura sia gradevole, ma chi diffonde simili voci non è a conoscenza della percezione termica della sottoscritta, che ha sfiorato l’assideramento lo scorso agosto. D’accordo, era un’altra piscina, nota per essere particolarmente fredda. Ma l’esperienza di restare accucciata nello spogliatoio per un tempo indefinito, tremando come una foglia, preferirei non ripeterla. La prossima settimana ci proverò, ma mi guarderò bene dal sottoscrivere un abbonamento prima di essermi bagnata. In confronto, pedalare sarà una delizia. Anche su questo sono però titubante, temo che la scarpa possa comprimere il tallone, compromettendo la guarigione. Quanti patemi, che stanchezza… Per rilassarmi, mi schianto di fitball. Vorrei riuscire a sfiancarmi davvero, ad arrivare al punto di non poterne più. Invece smetto per noia, perché dopo 90 minuti non so più cosa fare, considerando che certi esercizi mi sono vietati – naturalmente quelli più gratificanti.

La stagione si intona al mio umore, da alcuni giorni vento e temporali si aggirano minacciosi. L’aria funesta richiama eventi sgraditi (e c’è ancora chi non crede alla sfiga perenne): lo scooter è ko. Anch'esso presenta strane anomalie, incomprensibili persino al meccanico. Come dire? Ognuno ha i mezzi che si merita. 
Aggiungiamo che il Giro prosegue nella noia mortale, e possiamo chiudere i battenti. Oggi non trovo pace. Meno male che stasera c’è Pif – ebbene sì, mi accontento di poco.

Giusto per evitare il totale flagellamento, leggo e rileggo le parole confortanti di un amico:
Quanto al recupero, non ho dubbi: non sarà certo un arrogante calcagnucolo in vena di temporanei protagonismi a scrivere il "game over" per Go Vale Go.
Non ho dubbi.

mercoledì 16 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 14


A due settimane dall'intervento, sarebbe opportuno stilare una sorta di bilancio. Peccato che i rendiconti non siano mai stati il mio forte, finisco sempre col fornire giudizi drastici, il più delle volte negativi, senza troppe sfumature. Raramente concedo delle attenuanti e altrettanto raramente oso tornare sui miei passi. Quindi? Quindi sono entrata nella fase più pericolosa. Se fino ad ora potevo considerarmi reduce dall'operazione, giustificando così ogni forma di sofferenza, adesso mi trovo in una zona ambigua: ho superato l’ambito ospedaliero e mi affaccio alla soglia del recupero. Ma non sono né di qua né di là. O forse sono sia di qua che di là. Insomma, nel caos. Tra chi dice che sia normale avvertire ancora dolore, e chi ritiene che dovrei già essermene librata. Io ovviamente parteggio per la seconda fazione, perciò impreco ogni volta che mi alzo in piedi e inizio a muovermi. 

L’incubo dei primi passi. Che si dissolve mantenendosi in cammino. Attraversando la piazza ho persino pensato che oggi sto quasi bene. È vero, ho percorso un breve tragitto quasi incolume: dalla strada alla biblioteca. Saranno 200 metri? Andata e ritorno, un successo! Mi sono recata a restituire Haruf, sperando di trovare il primo libro della sua trilogia. Non c’era, l'ho prenotato. Ma, mentre ero lì, mi è caduto l’occhio su un volume esposto sullo scaffale: “Ho sposato un comunista”, di Philip Roth. Potevo resistere? Finalmente ottempero al mio proponimento di leggere altre opere di questo immenso autore, dopo l’entusiasmo per “La macchia umana” e la delusione per “Pastorale americana”. Sono fiduciosa. Quantomeno, sono certa di avere tra le mani qualcosa di possente. 


Vorrei avere la stessa fiducia riguardo alla sorte del mio calcagno – cioè alla mia.
-       Tornerò a correre?
-       Lo spero. Io mi sto impegnando per quello.
Avrei preferito un Ma certo, prima di quanto immagini! Mi devo accontentare. Devo soprattutto ascoltare chi mi chiede di non lasciarmi andare, chi patisce per la mia pena, chi tollera la mia infermità persino meno di quanto la tolleri io. Lo devo a me stessa: per la mia salute psicofisica, per il mio benessere mentale e per la cura della mia persona. Lo devo a noi: per l’equilibrio del nostro quotidiano e per i tasselli del nostro domani. Per non avere paura di addormentarmi, per svegliarmi senza paura.

martedì 15 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 13


Troppo impressionabile, troppo ansiosa. E, da ultimo, anche ipocondriaca. Vedo un amico che mi racconta di essersi precipitato al pronto soccorso a causa di un dolore toracico, dovuto semplicemente ad un’accumulo di tensione (come accaduto a me, almeno due volte nell’ultimo anno), e in sogno mi fa visita il medico sportivo che esita nel rilasciarmi il certificato di idoneità. Ci manca solo che si ripresentino le crisi notturne, e siamo a posto!

Voglio che entri anche Jader in ambulatorio. Io non ho il coraggio di guardare il tallone, che almeno lo veda lui: mi sorride e alza il pollice.
Sì, mi fa male. Ottimo, mi meraviglierei del contrario. Sempre spiritoso, il che da un lato è un bene, ma dall’altro mi rende perplessa: lo fa per sdrammatizzare, perché non sa come affrontare la situazione, o è davvero sicuro che tutto proceda come deve procedere? Mi toglie i punti: dolore, ma almeno stavolta non ci sono dubbi sul fatto che mi abbiano ricucita. Allora, quali sono i prossimi programmi? Che programmi? Non so, la maratona di New York, o chissà dove? Eh, correrà mai più questo piede? Iniziare a fare bagni caldi tra due o tre giorni, quindi riprendere con calma la vita normale. Come faccio a crederci, considerato quanto dolga ancora e, soprattutto, ciò che accadde appena qualche mese fa? Eppure, crederci è fondamentale. È arcinoto il ruolo della testa in ogni processo di crescita personale, quale che sia la sfida di affrontare: sportiva, lavorativa oppure di guarigione. Non riesco a liberarmi dal terrore di restare per sempre invalida, mi raffiguro gli scenari più catastrofici. Cosa potrei fare se il danno risultasse irreparabile? A chi potrei rivolgermi? In miseria come sono, non avrei nemmeno la possibilità di cercare altri specialisti, di tentare diverse strade. Autoflagellarmi, sempre e comunque. È questo che mi rovina. Un fisico fragile con una testa bacata, dove voglio andare?

Comunque, oggi ho camminato e ho guidato l’auto. Non ho svolto esercizi, infatti mi sento già a disagio. Recupererò domattina – solite cose, le stesse eseguite nei giorni addietro. In realtà vorrei mettermi a pedalare: ho bisogno di sudare, di sentirmi in affanno. Ma aspetto la prognosi del fisioterapista: di lui mi voglio fidare, a lui voglio affidarmi. Mi rimetterà in piedi: mi rimetterà in pista.



lunedì 14 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 12


Alla fine, rompere le scatole paga sempre. Basterebbe imparare ad essere più sprezzanti, a farsi meno scrupoli, a mettere nero su bianco: insomma, ad essere più stronzi. In senso buono, sia chiaro. Cioè: se quello che compri è una ciofeca, perché non dichiararlo? Con le dovute maniere, ovvio. Vale a dire: se ti chiedono una recensione, esprimi esattamente ciò che pensi. Io ho sempre tentennato a fornire giudizi negativi, temendo di offendere o di urtare qualsiasi sensibilità. Ma stavolta non mi sono trattenuta: quei pantaloncini di Decathlon sono una schifezza. L’ho scritto. E loro, non solo l’hanno pubblicato, ma mi hanno anche contattata offrendomi la possibilità di restituirli, pur senza scontrino ed etichetta. Così ci hanno guadagnato in considerazione – ed io ho un paio di short nuovi, decisamente migliori. Di sicuro, d’ora in poi non acquisterò più nulla senza averlo prima provato.

Sono dunque pronta per la prossima uscita in bici. Devo solo attendere la sentenza. Tutto sommato, la giornata è trascorsa abbastanza liscia. Indubbiamente la ginnastica aiuta. Stamane un’ora e un quarto di fitball – ho trovato un video con un’interessante serie di esercizi, abbastanza lunga, impegnativa il giusto. Certo, preferirei qualcosa di più massacrante, ma mi adeguo, facendo appello alle briciole di pazienza che restano sparpagliate qua e là. Intanto ho fatto passare la mattinata. Parto quindi per l’incursione, appunto, da Decathlon, dove un giretto si fa sempre volentieri. Nello specifico, equivale anche a camminare al di fuori delle quattro mura, indossando un paio di scarpe anziché di ciabatte. Poco è variato negli ultimi giorni, a volte mi pare di sentirmi meglio, altre mi sembra di essere sempre allo stesso punto. A questo punto, si tratta solo di fare passare la notte.

Nell’attesa, sono in vena di cazzeggio. Anche oggi il computer mi annoia, e non c’è nemmeno il Giro da guardare. Ottimo. Nessuna scusa: è il momento di leggere. Confesso mestamente che ho restituito il tomo infinito dopo “appena” trecento pagine, e ho ceduto al richiamo di un altro libro di cui si dice un gran bene: Le nostreanime di notte di Kent Haruf. In un paio d’ore te la cavi, e ne vale veramente la pena. Delicatissimo. L’incontro di due solitudini narrato attraverso i dettagli di una quotidianità semplice, forse piatta, ma nella quale ogni gesto esprime l’essenza di una vita intera: di ciò che è stata e di ciò a cui ancora aspira. Ora, come spesso accade uscendo soddisfatti dal primo incontro con un autore, vorrei leggere anche altre sue opere. Cercherò la prima della Trilogia della pianura, poi si vedrà.

Domani è un altro giorno.

domenica 13 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 11


Un’ora e mezza stesa a terra, a far lavorare addominali e glutei, per finire con qualche serie di leg extension (la panca c’è, perché non sfruttarla?). Eppure, mi sembra di non aver fatto nulla, non mi viene nemmeno fame. Jader si è buttato sul triathlon (ovviamente con la Nikon), aspetto che torni per mangiare – colazione o pranzo, non fa differenza. 
La domenica mattina, dopo l’allenamento, mi piace stare a tavola col giornale: sempre partendo dall’ultima pagina, gustandomi a fondo l’inserto culturale poi scorrendo velocemente gli articoli iniziali.



Oggi non mi va di stare tanto al computer. Preferisco svaccarmi sul divano e perdermi nel Giro (Froome quest’anno mi fa penare, temo verrà licenziato). Sarà stato quel po’ di attività fisica, ma oggi mi sento più leggera. Nella testa, intendo. Che non equivale ad allegria o spensieratezza: è come uno stato di sospensione, un’attesa degli eventi senza pensare troppo agli eventi stessi.

C’è molto vento fuori. Raccolgo le lenzuola stese, prima che si attorciglino: letto disfatto e rifatto nel giro di poche ore. Stasera salmone al forno. Già che ci sono faccio anche una teglia di maccheroni per Jader: lui sì che oggi è indaffarato. È una gioia vederlo così coinvolto. Finalmente. Sembra quasi che i ruoli si stiano invertendo: prima ero l’unica ad essere totalmente rapita da una passione, ora è lui ad essere animato da un fuoco vitale – mentre io, per forza di cose, mi sto spegnendo. Eppure, sogno ancora di partecipare alle gare che lo vedranno impegnato come fotografo. Quanto ancora sognerò?

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