domenica 15 luglio 2018

If you say run...


Proviamo qualche allungo di corsa?

No! Non sono pronta. Non sono trascorsi nemmeno due mesi dal (secondo) intervento, non ho mai camminato più di mezz’ora, non mi sono ancora liberata dal dolore – e, soprattutto, dalla paura. Panico, oserei dire: una vera e propria angoscia. Però, a ben riflettere, è più prepotente la voglia o l’ansia? Se prestassi attenzione al fremito delle gambe, non esiterei un secondo ad allacciarmi le scarpette; se invece continuassi ad ascoltare il brusio della mente, finirei col scrutare vanamente l’orizzonte, come in un desolato deserto dei tartari. La soluzione è soltanto una: affidarmi a chi si sta prodigando per risolvere questo disperato caso clinico. Uno è il verbo, l’imperativo che ha scandito le varie fasi del mio calvario: fidarmi di chi mi ha prospettato una via d’uscita. Senza se e senza ma. Quindi, se mi si dice che posso correre, significa che devo farlo. Datemi solo qualche giorno, il tempo per entrare nell’ordine delle idee. Lasciatemi scegliere l’occasione giusta. Ecco, venerdì ci sarebbe una camminata serale in paese: mi butto nella mischia, per non pensarmi addosso.

Venerdì trascorso quasi in trance. Arrivo a casa dal lavoro niente affatto convinta. Vento infernale e cielo plumbeo: devo proprio? Meglio di no, meglio rimandare. Domani è un altro giorno: di prima mattina, quando la coscienza è ancora assopita, con l’aria tersa e lo spirito alto. Un minuto di corsa e un minuto di cammino, per dieci volte. Cosa vuoi che sia? Mi avvio a passo svelto, Jader al mio fianco. Avverte la mia tensione, forse anche le mie pulsazioni, quasi mi stessi approssimando ad una fantomatica linea di partenza. Non sarà una gara, ma è come se lo fosse. Non ci sono avversarie, né ritmi da rispettare o tempi da sfidare: ci siamo io e il mio calcagno. È lui che temo, la sua reazione, i suoi segnali. Dimenticati di quel piede, fa come se non esistesse. Non hai mai subito operazioni, nessun infortunio: hai avuto solo una lunga influenza e adesso sei guarita. Adesso corri.
Primo minuto. Quel fottutissimo male è ancora qui, a sbeffeggiarmi. Speravi di esserti liberata di me, hai schierato chirurghi e fisioterapisti per debellarmi, ma io sono invincibile. Col cavolo! Io sono più forte di te, maledetto, e stavolta ti faccio secco. Il secondo minuto è durissimo. Ci rinunci? Neanche morta! Già il terzo va meglio, quindi via col quarto. Fino a dieci: dieci minuti di corsa, l’ultimo a 4’10”/km - quasi una ripetuta. È il 23 giugno, cinquantadue giorni fa uscivo dall’ospedale, da oggi si guarda solo avanti. Certo, duole ancora, soprattutto dopo alcune ore e il giorno seguente. Ma, trascorse quarantotto ore, riesco a replicare. Il dolore si è spostato, ora è lo stesso che si era scatenato in seguito alla prima operazione. Gli incubi offuscano la mia visuale, ma riesco a domarli. È normale che soffra ancora, così come è normale che gli acciacchi mi attraversino da capo a piedi, come non avessi mai corso in vita mia. L’importante è riuscire a domarli, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni, nulla di più – e nulla di meno. Passiamo a due minuti per sette volte, poi a tre per cinque, quindi dodici minuti di seguito. Un’eternità. In funzione di un grande esordio. Ebbene sì, hanno deciso che sia giunto il momento di indossare una tenuta da gara e attaccarsi un pettorale. Una nuova divisa per una nuova società. Rinascita a tutti gli effetti. Ovviamente per me non sarà competizione. Mi accontenterò di annusare l’atmosfera, sarò onorata di rendere omaggio a chi organizza e, ammettiamolo, ne approfitterò per farmi coccolare da chi sarà felice di rivedermi.

Non conosco i nuovi compagni, né loro conoscono me. Ci saranno tempo e occasioni. Oggi, 12 luglio, mi limito a sorridere. Mi aspettano cinque chilometri. Ce la farò? Nelle gambe ne ho appena la metà, e mi sento un rottame. Piede, ginocchio, anche: tutto da buttare. E se mi procurassi danni irrimediabili? La vuoi finire?! Non devi gareggiare, devi divertirti. Parti piano piano e senti come stai, male che vada ti fermi al primo giro. Schierarsi nelle retrovie è decisamente rasserenante: se non temessi le reazioni del mio fisico, potrei dirmi totalmente rilassata. Lo sparo, da quanto tempo non lo udivo? Eccomi di corsa, alla ricerca di un assetto decente. Mi sento tutta storta, gli appoggi scomposti, il passo incerto. Il tallone si fa sentire, e questo non può che condizionare l’andatura. Ma procedo convinta, trovandomi mio malgrado a superare alcune ragazze. Il percorso si snoda all’interno di un parco, sentiero ghiaiato, ma non mi disturba. Mi sforzo per rimanere concentrata sulla mia corsa, nel tentativo di non buttare i piedi a vanvera, cercando di sollevare le ginocchia e di assecondarle con le braccia. So di avere esaurito i bonus per migliorare la tecnica, ma in questi giorni di ripresa ho notato che i dettagli possono fare la differenza. Il tratto che si approssima alla linea di partenza è alquanto tortuoso, ma c’è un gran tifo. Echeggia il mio nome, non riconosco le voci e non cerco i volti: in teoria non sto gareggiando, in realtà sto cercando di esprimermi al meglio. Non ho in mente né crono né tantomeno posizione: voglio solo correre sorridendo, sorridere perché sto correndo. Mancano un paio di chilometri, sarebbe il momento di spingere un po’ di più. Comincio però ad accusare, la mia resistenza è messa a dura prova. Ciò nonostante, sono sempre in sorpasso. Il periplo che precede l’arrivo è infinito, ma l’emozione supera la stanchezza. Un cenno di “cinque” a Tiziano, finalmente mi vede correre – con i miei mille difetti, ma che importa? Vorrei gridare, piangere e ridere di gioia. Posso permettermelo? Non avrò azzardato troppo? Quanto zoppicherò domani? Felicissima, sì, ma anche preoccupata. Mi godo il qui e ora; il tarlo del domani, però, non mi dà tregua. Dovrò conviverci. Basta tenerlo sotto controllo: basta, soprattutto, essere convinta dell’unica verità assoluta. Sono guarita. Da qui si riparte. Con nuovi colori, nuovi stimoli e nuove prospettive. Sarà una magnifica estate.



domenica 3 giugno 2018

Diario di un calcagno - Un mese


Il rientro al lavoro, la ripresa dei ritmi consueti, la gestione delle attività (sportive e casalinghe): ecco le ragioni della mia latitanza su questo diario. Aggiungo, il timore di finire col parlarmi addosso, di risultare ripetitiva, di dire sempre le stesse cose. Che questo piede non ne vuole sapere di “fare giudizio”, che chissà se mi riavvicinerò mai più ad una corsa, che le mie elucubrazioni tendono costantemente al catastrofismo.

Un mese fa ero appena uscita dall’ospedale, stanca e indolenzita. L’unico desiderio era dormire: per non pensare, per rigenerarmi, per svegliarmi con un giorno di convalescenza in meno. Un mese. È molto o poco? Come dovrei sentirmi, stando al protocollo? Non oso approfondire la questione, preferisco affrontare il mio parere – sempre troppo influenzato dall’interpretazione di ogni segnale: l’aspetto delle ferite, le sfumature del dolore, le parole di chi mi assiste. Devi ascoltarlo di meno, quel piede. Sapessi come lo vorrei! Dimenticarmi della sua esistenza, considerarlo alla stregua del naso, dell’orecchio, delle dita della mano. Sembra facile. Perché come si fa a non pensarci e a prendersene cura allo stesso tempo? Dovrò pure volergli bene, trattarlo con i guanti, coccolarlo a dovere. Idromassaggio quotidiano, scarpe comode, passi misurati. Arrivo persino a portarlo in piscina. Ebbene sì, ho ceduto. Per non lasciare nulla di intentato, ché non mi si accusi di avere boicottato l’iter verso la completa guarigione. Un martedì pomeriggio, a pochi chilometri da casa, approfittando della compagnia di un’amica che là è di casa. Esagero: sottoscrivo un abbonamento di dieci entrate. Subito, senza nemmeno provare, determinata come un pompiere. Se riabilitazione deve essere, che lo sia fino in fondo. Mi butto in acqua e, con sorpresa, non avverto alcun brivido. Vuoi vedere che questa vasca è davvero tiepida come mi avevano detto? Inizio a calciare avanti e indietro, come mi è stato insegnato. Qualche minuto, poi parto. Si sta proprio bene, la sensazione è oltremodo piacevole. Che sia per questo, o forse per il mio ritmo lento, fatto sta che non provo fatica, né sento la necessità di riposarmi tra una vasca e l’altra. Decido di arrivare a dieci, per rimettermi a calciare. Poi altre dieci, e ancora calci. Ancora due serie, e per oggi sono a posto. Facciamo due vasche di gambe? Ma sì, divertiamoci a sfidarci, fianco a fianco, spingendo a più non posso. Torno a casa contenta, oltre le più rosee prospettive. Ho realizzato qualcosa di utile, per il fisico e per lo spirito.

Poi succede che gli eventi si accaniscano ancora una volta contro di noi, mai una volta che si spezzi il ciclo: se conquistiamo una gioia, immediatamente dopo subiamo uno smacco. Prima lo scooter, ora l’auto: progetti che vanno a puttane, soldi che non bastano mai. E poi ti dicono che devi mantenerti positivo, che la sfiga non esiste… Come no! Sforziamoci pure per non abbatterci, per aggrapparci al poco di buono che ci accompagna, ma che stanchezza.

In tutto questo, il calcagno cosa dice? Giunta l’ora della seduta fisioterapica, devo esprimere un opinione. Da alcuni giorni, un po’ meglio. Per l’esattezza, quasi bene ieri e l’altro ieri, oggi invece si è risvegliato. Cammino meglio, è vero, quasi normalmente. Il trattamento è dapprima doloroso, per poi volgersi in gradevole. Ci aggiorniamo la prossima settimana. Ma domani ci vediamo: altro luogo e altro contesto. Lui corre, Jader fotografa, io… Peso morto, ma di restarmene a casa da sola, la sera del 2 giugno, non mi va proprio.
Quindi, dopo la mattina trascorsa in piscina (50 vasche in tutto), il pomeriggio arriva veloce e siamo tutti insieme sul furgone diretto a Reggio Emilia. I famosi ponti di Calatrava, l’idea di questa gara non mi aveva mai sfiorata, orario per me devastante, perciò mi tocca il giusto parteciparvi esclusivamente come spettatrice. Qualche faccia conosciuta, convenevoli il minimo indispensabile, temo solo di camminare più di quanto dovrei, vanificando i progressi sin qui conseguiti. Ma la serata trascorre allegra, Jader sprizza entusiasmo. Peccato che io sia sempre troppo abbottonata, che non riesca a scrollarmi di dosso titubanze e preoccupazioni. Non vorrei aver rovinato l’atmosfera: non vorrei essere la causa di futuri mancati appuntamenti. Dormiamoci su, che domani è domenica e la bici mi aspetta.

91 km, con un discreto vento. Fatica il giusto, ma una volta ferma la testa comincia a girare. Che sia a causa del semi digiuno di ieri? Buttiamo giù qualcosa e passiamo oltre. Ciò che conta è che il piede non abbia risposto negativamente agli “stravizi” del sabato. Ciò che conta è che mi sia convinta: sto guarendo.



sabato 26 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorni 22-23


Che spettacolo, Chris! Non avrei mai creduto, lo vedevo già spacciato, sconfitto dalle tensioni, da avversari feroci, da una forma mancata. È risaputo: le strategie sono una materia a me sconosciuta, così com’è lontana dalla mia mentalità la convinzione nelle possibilità di rinascita. Che mi sia di insegnamento: che sia per me uno sprone. In questo giro mi sono riconosciuta (con le dovute proporzioni) in Yeats: la vittoria in tasca, perduta per una crisi devastante, capace di affondarti irrimediabilmente. Il mio astro deve invece essere Froome. Atleta di un altro pianeta, certo, ma la sua caduta e la sua risalita in queste tre settimane sono qualcosa di incommensurabile: questo è l’esempio a cui devo aggrapparmi. Che sarà pure un luogo comune, ma le emozioni che ho provato nell’assistere ad un magnifico riscatto devono restare nelle mie fibre, e caricarmi ogni qualvolta le mie batterie siano in esaurimento. Dimenticarmi di questo piede, solo così può funzionare. Lasciare che sia chi sa come trattarlo ad occuparsene. Me lo manopola, lo massaggia, lo malmena quasi: a momenti è una guduria, in altri c’è da stringere i denti. Quando ti rimetti in piedi non capisci se stai meglio o peggio di prima. In un primo momento ti senti leggerissima, quasi nuova. Poco dopo il lavorio subito si fa sentire, ti senti indolenzita, ti assalgono mille dubbi. Sarà servito a qualcosa? Produrrà gli effetti sperati? E se avesse aggravato la situazione? No, questo no, ma… Per quanto tempo ancora? Quante sedute dovrò sopportare? Quando sarò licenziata? E con quale risoluzione? Vai e corri! Oppure, Mi spiace, non so più cosa fare?

Non si era detto “non devi pensarci”? Allora godiamoci il Giro. Cyclette davanti alla TV, tappa decisiva. Siamo ormai agli sgoccioli, ma ancora non ho visto nulla di eclatante. Dove sono le salite combattute, le discese spericolate, le sgomitate alla morte? Imposto un programma di saliscendi, impegnativo quanto basta, e pedalo in attesa che succeda qualcosa. Ecco finalmente il tratto tanto atteso, ed ecco che il mio uomo stacca tutti e se ne va. Pazzo! Mancano più di 80 km all’arrivo, non può farcela. Lui prosegue con la sua frullata, io finisco la mia pedalata. Doccia veloce, che la tappa è ancora lunga. Ho tempo a sufficienza per svolgere la mia routine di fitball. E Froome prosegue imperterrito, apparentemente irraggiungibile. Quando conquisto il divano, assisto al più emozionante degli arrivi, temendo fino al traguardo che tutta quella fatica possa essere vanificata, contemplando incredula una vittoria sulla quale non avrei scommesso un centesimo.
Gli ultimi chilometri sono sempre i più sofferti. Oggi li ho vissuti quasi in apnea. E quando, intervistato, ha lasciato trasparire la sua commozione e i suoi occhi lucidi, stavo per piangere anch’io. Sarà pure drogato, come tutti i ciclisti, ma per me resta straordinario: per il suo fisico scheletrico, per il suo stile sgraziato, per la sua potenza sovrumana. Per il suo english style e il suo italiano fluente.


Sull’onda di questo trionfo, dovrei allacciarmi il casco e cavalcare la bici. Mi manca invece la spinta. So che, rinunciando, darò sfogo ad ogni sorta di senso di colpa. Ma proprio non ce la faccio. È così grave se oggi mi prendo un giorno di riposo? Lo so, è sabato, il giorno ideale per andare a zonzo senza troppo traffico. Poi, ricorda che dalla prossima settimana sarà più complicato trovare tempi e spazi per allenarsi. Eppure, niente da fare. Dopo una mattinata alla ricerca di un paio di scarpe comode per il tran tran quotidiano, e un pomeriggio ozioso, sono esageratamente fiacca. Ci rinuncio. Metto i piedi a mollo e rimando a domani. Mi sono già pentita. Ma ormai è troppo tardi.

mercoledì 23 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 21


Zitti zitti, che il silenzio è d’oro. Sembra che oggi il calcagno abbia poco da dire, vediamo di non svegliarlo. Devi dimenticarti di averlo, è l’imperativo. Non lo dico a nessuno, ma oggi avverto timidi segnali di miglioramento. C’è solo quello strano fastidio sotto al tallone, come se camminassi con una piega nella calza o nella suola della scarpa. Me lo trascino da quando sono uscita dall’ospedale, e lo attribuivo alla benda corposa. Invece è ancora lì. Insomma, impossibile che io sia esente da qualche singolarità: devo pur sempre distinguermi.

Persino il mio scooter, poverino, è pieno di acciacchi. Fortunatamente adesso è in mani competenti, ma saperlo così malridotto mi fa provare pena. Che almeno riesca a riportarlo a casa senza svenarmi.

 Per distrarre la mente dai malanni (umani e non), sfido il meteo minaccioso e inforco la bici. Confesso che, senza lo sprone di Jader, mi sarei sparata l’ennesima seduta di cyclette – io e Philip Roth, oggi più che mai vicino al mio cuore. Ma anche l’uomo necessita di svagare corpo e spirito. Andiamo, se no ce ne pentiremo. Andiamo pure, ma quelle nubi?... Avvolgono ogni lato del cielo, coltri di grigio declinato in varie sfumature su ogni versante. Difficile individuare la direzione più favorevole. Nemmeno il vento spira in un senso ben definito. Cerchiamo di non allontanarci troppo – anche perché per Jader è la seconda uscita della stagione, ha quindi poca autonomia. Infatti lo perdo subito. Serve a poco ripetergli ogni volta di frenarmi qualora mi staccassi troppo. Niente. Devo continuamente voltarmi indietro per verificare la sua presenza. E mi tocca pure rallentare quando, da una strada laterale, spunta un attempato ciclista davanti a me. Non voglio avvicinarmi troppo, guai a fargli credere che mi sia messa in scia, però che scocciatura. Il furbo evidentemente ha notato la mia presenza, comincia a toccarsi una gamba e quasi si ferma: sono costretta a superarlo. E lui cosa fa? Si attacca e, dopo poche centinaia di metri, mi sorpassa a tutta velocità – per piantarsi di lì a poco, prima di immettersi nel cortile di un edificio. Quando ci si mettono, gli uomini sanno rendersi esageratamente ridicoli. Qualche goccia di pioggia ci sorprende, due appena. Arriviamo a casa indenni – Jader giurando che non toccherà più la bicicletta, ma questa è un’altra storia. Io ho pedalato piano piano, ma mi è servito per rilassarmi: soprattutto, per non pensare al mio piede. È così che devo agire, no?

Adesso però lo coccolo un po’, lo trastullo nell’acqua con le bollicine. Deve fare il bravo, così facciamo contenti tutti.

martedì 22 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 20


Se nemmeno un illustre fisioterapista si capacita della persistenza di sintomi negativi, c’è poco da stare allegri. È indubbio che i miei tempi di recupero siano amplificati a dismisura rispetto a quelli di un individuo “normale”, ma da lì a non capirci nulla…

Non dovrei meravigliarmi, i miei infortuni si sono sempre rivelati casi patologici, misteriosi e insoluti. Solo la forza della disperazione mi ha condotta verso la scelta di farmi operare: non lo rifarei, e maledico il giorno in cui ho preso questa decisione. Recedere è impossibile, non mi resta che sforzarmi all’inverosimile per uscire da questo stallo. Sono spazientita dal dover fornire sempre le stesse risposte alle medesime domande. Come va? Male. Stai meglio? No. Suvvia, un po’ di ottimismo. E sticazzi!

Ho dormito malissimo. Appena coricata, le ferite bruciavano. Avrò sbagliato a liberarle, a fare il pediluvio, a mettere la pomatina? Ho caldo, sarà mica la febbre? In che condizioni sarà domattina? Ho sempre un timore folle a guardare questo maledetto tallone. Il giudizio fisioterapico è positivo, ma perché non guarisco? Temo il giorno in cui anche lui si arrenderà, ritenendo inutile perseverare in uno strenuo accanimento terapeutico. Abbandonata al mio destino, misera e zoppa. Che rosea prospettiva.

Piazzo la cyclette di fronte alla TV. La cronometro non mi entusiasma, e Froome si mantiene sempre lontano dai suoi standard. Forse è meglio così, tra atleti in difficoltà ci si intende.

lunedì 21 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 19


«Tu non sei una malattia, un problema, un disordine, sei una persona che si sforza di superare i momenti difficili, in cerca di sollievo e di nuovi pensieri, emozioni o comportamenti più conformi ai tuoi obiettivi a lungo termine
Estanislao Bachrach, scienziato e autore di Cambia il cervello, cambia la vita

Interessante citazione, che cade a pennello, in questo lunedì uggioso.

Mi fiondo dal letto alla cyclette, giusto il tempo per un caffè. Nella prima mezz’ora frullo sciolta, immersa in Philip Roth. Poi ripongo il romanzo e mi dedico al respiro: intendo dargli filo da torcere, che frutti qualcosa questo sbattimento da internata. Quaranta minuti circa di variazioni, perdendo il conto delle serie effettuate. Poi ancora in scioltezza, fino a vedere 1:30 sul cronografo. Naturalmente non mi basta, posso chiudere senza la mia dose quotidiana di core?

È ormai ora di pranzo  - o colazione, dipende dall’organizzazione quotidiana. Nel pomeriggio mi aspettano alcune commissioni, ne sono lieta. Truccarmi, vestirmi, infilarmi le scarpe: gesti ordinari, che ora però acquisiscono una diversa stima. Mi regalano una normalità che ultimamente è venuta a mancarmi, mi liberano in parte da quel senso di infermità che mi perseguita da mesi. Che sia un condizionamento psicologico o si tratti invece di un effettivo fattore strutturale, fatto sta che camminare in strada mi riesce più facile che farlo tra le mura di casa: dopo due o tre passi, riesco a procedere senza troppe difficoltà. Dovrei forse uscire più spesso?

È giunto quindi il momento tanto temuto: pediluvio – quindi, denudamento totale del tallone. Mi immergo ancora incerottata, così sarà più semplice staccare le parti adesive. Acqua ben calda, una bella manciata di sale, vibrazione accesa: mi godo l’idromassaggio, dilazionando a dismisura il tempo della verità. Quando finalmente mi decido, voglio Jader accanto a me. Noto subito segni neri che mi allarmano, finché non capisco essere tracce di sporco (sangue o medicazioni). Il lato interno ha un aspetto migliore di quello esterno, che presenta maggiori residui di tumefazione. Sarà normale?

Ti hanno fatto un’operazione, hai presente? Taglia, fresa e ricuci. Vuoi metterti tranquilla? Vorrei, sì, se solo riuscissi a liberarmi dall’incubo che mi perseguita. Come posso evitare di ripeterlo: anche in gennaio sembrava tutto nella norma, poi?...
Poi basta. Basta stare male. Questo piede riapparirà degno di una scarpetta di cristallo.

domenica 20 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 18


L’aria è ancora pungente, mi devo coprire bene: buffer attorno al collo, manicotti e guanti. Guardatemi pure male, ma sotto i venti gradi per me è pieno inverno. Ciò nonostante, oggi ne ho proprio voglia. Dico davvero. Ho voglia di uscire in bici. O forse ho voglia di uscire e basta. Muovermi all’aria aperta. Non come piace a me, ma come mi è consentito. Mi farà bene: farà bene alle mie gambe, al mio cuore e al mio spirito. Sono carica. Questo è solo l’inizio: da qui prende via il cammino verso la ripresa totale. Staccare i pedali e poggiare i piedi a terra, è un attimo. E quando verrà il momento, sarò pronta. Mi scatto una foto. Raramente lo faccio, ma ora ho bisogno di comunicare la mia determinazione: immortalo un sorriso e lo invio al mondo. È un’immagine rara, da fissare nella memoria – è a me che lo dico: sono io quella che deve riflettere nello specchio una figura vincente.

Fatico più di quanto immaginassi, il risultato di venti giorni di stop. È una tappa a cronometro: devo rientrare entro le 10, perciò non posso allontanarmi troppo. 57 km in 2h12’, un assaggio. Non paga, mi butto a terra per l’immancabile seduta di esercizi. Così si avvicina mezzogiorno, e comincio a chiedermi quanto manchi al ritorno di Jader. Quando annunciò che era stato ingaggiato come fotografo per la Strabologna, dissi che sarei andata con lui a correrla: non per la manifestazione in sé, che ho sempre accuratamente evitato, ma perché poteva fungere da trampolino di lancio per il rientro nel mondo podistico. In base ai pronostici, in maggio avrei dovuto possedere ampiamente le mie facoltà motorie. Rimandata a quando?

Froome oggi mi delude. Peccato, ieri mi ero illusa. Vacillano anche le mie certezze. Sto camminando poco o nulla, ma non noto nessun miglioramento. Fa sempre male. Troppo. Provo a non pensarci, a non buttarmi giù. Ma se mi viene chiesto, sono costretta a rispondere – e a fare i conti con quella risposta.
Ho ancora i medicamenti e il taping. Il chirurgo, martedì scorso, disse di iniziare a fare bagni caldi di lì a tre/quattro giorni, ma mercoledì mi è stato applicato il cerotto elastico (che copre i cerotti sottostanti), e non ho voluto danneggiarlo con l’acqua. A questo punto, sono combattuta: pediluvio sì o no? Il dubbio non è dettato tanto dalla preoccupazione per il taping, che ormai ha fatto il suo tempo: ciò che temo è vedere cosa c’è lì sotto. Insomma, ho il terrore di scoprire un’orribile ferita, di ritrovare lo stesso bubbone della precedente operazione – se non peggio. Codarda. Se non è oggi, dovrò affrontare il mio piede domani. A che pro rimandare? Faccio più danni a togliere tutto o a lasciare ancora un po’ coperto? Non so decidermi.

sabato 19 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 17


Serata trascorsa in compagnia di Philip Roth, fino all’ora di andare a letto. Mi sveglia il rientro di Jader, fatico un po’ a riaddormentarmi, nonostante provi a cullarmi con rosei pensieri. Mi ha sempre affascinato l’andamento della perdita di coscienza: quel momento in cui ti rendi conto che la tua mente sta divagando, percepisci l’assurdità dei tuoi ragionamenti e capisci che sei in procinto di addormentarti. Terrificante è quella scossa che ti riporta brutalmente alla realtà, come se la tua coscienza rifiutasse di assopirsi e lottasse per mantenerti in uno stato vigile. Niente di grave se si tratta di un episodio sporadico, angosciante se si protrae per tutta la notte, per diverse notti di seguito. Non voglio pensarci,quel periodo non deve tornare.

La crisi si affronta e si supera, quali che siano le avversità. Mi sto impegnando, e giorno dopo giorno acquisisco un pizzico di fiducia in più. Importante: sento di non essere sola. Questo mi inonda di gratitudine e di responsabilità: guarirò per me stessa e per chi crede che possa farcela. Dimostrerò che ho ancora qualcosa da dire – e da fare.

A proposito di “fare”: oggi mezz’ora in più sulla cyclette (i primi 60 minuti tranquilli, poi variazioni di 1 e 2 minuti), poi solita oretta di core. Quindi, concentrata sul Giro: finalmente una soddisfazione. Visto? Anche Froome mi dice che dopo una caduta si può ancora vincere. D’accordo, il confronto è spietato, ma a qualcosa bisogna pure aggrapparsi.



venerdì 18 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 16


Andata a dormire con un fermo proposito: domani starò bene. Proposito che risuonava nella testa, quando l’ho appoggiata sul cuscino. Ma che, dopo qualche minuto sotto le coperte, ha cominciato a deviare verso altri intendimenti. Ecco ripresentarsi la reazione nervosa che ha reso insonni troppe notti, costringendomi a ricorrere a pericolosi farmaci. No Valentina, no! Hai detto che domani starai bene: stampati un sorriso su quella faccia da funerale, respira profondamente e mettiti subito a dormire.

Stesso fermo proposito al risveglio. Non ascoltarlo, quel male. Lo sai, appena alzata è normale, poi si affievolisce. Oggi starai meglio, vedrai. Non benissimo, ovvio. Ma a ieri non penserai più, e sarai soddisfatta dei tuoi progressi. Scegli un’attività che ti distragga, spezza la routine degli ultimi giorni e dedicati a ciò che ti impegna maggiormente: inizia a pedalare. Senza esagerare, ché sei a riposo da troppo tempo. Un’oretta di cycette può bastare, giusto per ricominciare. Magari, dopo esserti assestata, inserisci qualche variazione, alternando di minuto in minuto le gambe impegnate, la pedalata svelta e quella rilassata. Finalmente un po’ di affanno e di sudore. La fatica, ti mancava, vero? D’accordo, non è esattamente il genere di sforzo che sognavi, ma un giorno tutto questo ti sarà utile. Nei prossimi giorni sarebbe bello trovare il modo di inforcare la bici, chissà. Intanto, per non battere la fiacca, sparati un’altra ora di core stability. Così si inizia a ragionare: adesso la colazione te la sei guadagnata.

Il venerdì scorre sempre abbastanza rapido - per quanto, da convalescente, le giornate si assomiglino tutte. Diversa è però l’atmosfera, la cognizione del tempo è probabilmente condizionata dalle abitudini, dallo stile di vita: il fine settimana mantiene la sua peculiarità, anche quando non si lavora. Leggo il giornale, lavoro al computer, alla tv il Giro d’Italia - sempre più noioso. Alle mie disgrazie penso poco. Incredibile, sono riuscita davvero a sospendere il giudizio sul mio stato di salute. Non ho camminato, è vero, se non per uscire un attimo in cortile. Ma quel poco, quei pochi passi da una stanza all’altra, li ho mossi senza ascoltare ossessivamente quel dannato calcagno e, soprattutto, senza la solita andatura da storpia. È un piccolo successo.

giovedì 17 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 15


C’è bisogno del supporto del mondo intero: oggi è un brutto giorno. Il barlume di miglioramento che avevo intravisto ieri, è svanito nel nulla. Ho avanzato pochissimi passi, ma nessuno senza dolore. Che il trattamento del fisioterapista possa essere parte in causa? Dà sollievo pensarlo, ma più facile è scavare sempre più a fondo nello sconforto.

Cammina il minimo indispensabile, se vuoi fare attività aerobica, pedala. L’acqua non ti piace? Sarebbero utili alcuni esercizi in piscina.
Ecco quindi che stanotte ho fatto visita alla struttura a pochi chilometri da qui. L’acqua era calda, una vera coccola, c’era però troppa gente per i miei gusti. Discutevo con non so chi a proposito di non so cosa, procrastinando il momento di nuotare. Dovrò invece decidermi a farlo, e non solo in sogno: già sento i brividi. Pare che là la temperatura sia gradevole, ma chi diffonde simili voci non è a conoscenza della percezione termica della sottoscritta, che ha sfiorato l’assideramento lo scorso agosto. D’accordo, era un’altra piscina, nota per essere particolarmente fredda. Ma l’esperienza di restare accucciata nello spogliatoio per un tempo indefinito, tremando come una foglia, preferirei non ripeterla. La prossima settimana ci proverò, ma mi guarderò bene dal sottoscrivere un abbonamento prima di essermi bagnata. In confronto, pedalare sarà una delizia. Anche su questo sono però titubante, temo che la scarpa possa comprimere il tallone, compromettendo la guarigione. Quanti patemi, che stanchezza… Per rilassarmi, mi schianto di fitball. Vorrei riuscire a sfiancarmi davvero, ad arrivare al punto di non poterne più. Invece smetto per noia, perché dopo 90 minuti non so più cosa fare, considerando che certi esercizi mi sono vietati – naturalmente quelli più gratificanti.

La stagione si intona al mio umore, da alcuni giorni vento e temporali si aggirano minacciosi. L’aria funesta richiama eventi sgraditi (e c’è ancora chi non crede alla sfiga perenne): lo scooter è ko. Anch'esso presenta strane anomalie, incomprensibili persino al meccanico. Come dire? Ognuno ha i mezzi che si merita. 
Aggiungiamo che il Giro prosegue nella noia mortale, e possiamo chiudere i battenti. Oggi non trovo pace. Meno male che stasera c’è Pif – ebbene sì, mi accontento di poco.

Giusto per evitare il totale flagellamento, leggo e rileggo le parole confortanti di un amico:
Quanto al recupero, non ho dubbi: non sarà certo un arrogante calcagnucolo in vena di temporanei protagonismi a scrivere il "game over" per Go Vale Go.
Non ho dubbi.

mercoledì 16 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 14


A due settimane dall'intervento, sarebbe opportuno stilare una sorta di bilancio. Peccato che i rendiconti non siano mai stati il mio forte, finisco sempre col fornire giudizi drastici, il più delle volte negativi, senza troppe sfumature. Raramente concedo delle attenuanti e altrettanto raramente oso tornare sui miei passi. Quindi? Quindi sono entrata nella fase più pericolosa. Se fino ad ora potevo considerarmi reduce dall'operazione, giustificando così ogni forma di sofferenza, adesso mi trovo in una zona ambigua: ho superato l’ambito ospedaliero e mi affaccio alla soglia del recupero. Ma non sono né di qua né di là. O forse sono sia di qua che di là. Insomma, nel caos. Tra chi dice che sia normale avvertire ancora dolore, e chi ritiene che dovrei già essermene librata. Io ovviamente parteggio per la seconda fazione, perciò impreco ogni volta che mi alzo in piedi e inizio a muovermi. 

L’incubo dei primi passi. Che si dissolve mantenendosi in cammino. Attraversando la piazza ho persino pensato che oggi sto quasi bene. È vero, ho percorso un breve tragitto quasi incolume: dalla strada alla biblioteca. Saranno 200 metri? Andata e ritorno, un successo! Mi sono recata a restituire Haruf, sperando di trovare il primo libro della sua trilogia. Non c’era, l'ho prenotato. Ma, mentre ero lì, mi è caduto l’occhio su un volume esposto sullo scaffale: “Ho sposato un comunista”, di Philip Roth. Potevo resistere? Finalmente ottempero al mio proponimento di leggere altre opere di questo immenso autore, dopo l’entusiasmo per “La macchia umana” e la delusione per “Pastorale americana”. Sono fiduciosa. Quantomeno, sono certa di avere tra le mani qualcosa di possente. 


Vorrei avere la stessa fiducia riguardo alla sorte del mio calcagno – cioè alla mia.
-       Tornerò a correre?
-       Lo spero. Io mi sto impegnando per quello.
Avrei preferito un Ma certo, prima di quanto immagini! Mi devo accontentare. Devo soprattutto ascoltare chi mi chiede di non lasciarmi andare, chi patisce per la mia pena, chi tollera la mia infermità persino meno di quanto la tolleri io. Lo devo a me stessa: per la mia salute psicofisica, per il mio benessere mentale e per la cura della mia persona. Lo devo a noi: per l’equilibrio del nostro quotidiano e per i tasselli del nostro domani. Per non avere paura di addormentarmi, per svegliarmi senza paura.

martedì 15 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 13


Troppo impressionabile, troppo ansiosa. E, da ultimo, anche ipocondriaca. Vedo un amico che mi racconta di essersi precipitato al pronto soccorso a causa di un dolore toracico, dovuto semplicemente ad un’accumulo di tensione (come accaduto a me, almeno due volte nell’ultimo anno), e in sogno mi fa visita il medico sportivo che esita nel rilasciarmi il certificato di idoneità. Ci manca solo che si ripresentino le crisi notturne, e siamo a posto!

Voglio che entri anche Jader in ambulatorio. Io non ho il coraggio di guardare il tallone, che almeno lo veda lui: mi sorride e alza il pollice.
Sì, mi fa male. Ottimo, mi meraviglierei del contrario. Sempre spiritoso, il che da un lato è un bene, ma dall’altro mi rende perplessa: lo fa per sdrammatizzare, perché non sa come affrontare la situazione, o è davvero sicuro che tutto proceda come deve procedere? Mi toglie i punti: dolore, ma almeno stavolta non ci sono dubbi sul fatto che mi abbiano ricucita. Allora, quali sono i prossimi programmi? Che programmi? Non so, la maratona di New York, o chissà dove? Eh, correrà mai più questo piede? Iniziare a fare bagni caldi tra due o tre giorni, quindi riprendere con calma la vita normale. Come faccio a crederci, considerato quanto dolga ancora e, soprattutto, ciò che accadde appena qualche mese fa? Eppure, crederci è fondamentale. È arcinoto il ruolo della testa in ogni processo di crescita personale, quale che sia la sfida di affrontare: sportiva, lavorativa oppure di guarigione. Non riesco a liberarmi dal terrore di restare per sempre invalida, mi raffiguro gli scenari più catastrofici. Cosa potrei fare se il danno risultasse irreparabile? A chi potrei rivolgermi? In miseria come sono, non avrei nemmeno la possibilità di cercare altri specialisti, di tentare diverse strade. Autoflagellarmi, sempre e comunque. È questo che mi rovina. Un fisico fragile con una testa bacata, dove voglio andare?

Comunque, oggi ho camminato e ho guidato l’auto. Non ho svolto esercizi, infatti mi sento già a disagio. Recupererò domattina – solite cose, le stesse eseguite nei giorni addietro. In realtà vorrei mettermi a pedalare: ho bisogno di sudare, di sentirmi in affanno. Ma aspetto la prognosi del fisioterapista: di lui mi voglio fidare, a lui voglio affidarmi. Mi rimetterà in piedi: mi rimetterà in pista.



lunedì 14 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 12


Alla fine, rompere le scatole paga sempre. Basterebbe imparare ad essere più sprezzanti, a farsi meno scrupoli, a mettere nero su bianco: insomma, ad essere più stronzi. In senso buono, sia chiaro. Cioè: se quello che compri è una ciofeca, perché non dichiararlo? Con le dovute maniere, ovvio. Vale a dire: se ti chiedono una recensione, esprimi esattamente ciò che pensi. Io ho sempre tentennato a fornire giudizi negativi, temendo di offendere o di urtare qualsiasi sensibilità. Ma stavolta non mi sono trattenuta: quei pantaloncini di Decathlon sono una schifezza. L’ho scritto. E loro, non solo l’hanno pubblicato, ma mi hanno anche contattata offrendomi la possibilità di restituirli, pur senza scontrino ed etichetta. Così ci hanno guadagnato in considerazione – ed io ho un paio di short nuovi, decisamente migliori. Di sicuro, d’ora in poi non acquisterò più nulla senza averlo prima provato.

Sono dunque pronta per la prossima uscita in bici. Devo solo attendere la sentenza. Tutto sommato, la giornata è trascorsa abbastanza liscia. Indubbiamente la ginnastica aiuta. Stamane un’ora e un quarto di fitball – ho trovato un video con un’interessante serie di esercizi, abbastanza lunga, impegnativa il giusto. Certo, preferirei qualcosa di più massacrante, ma mi adeguo, facendo appello alle briciole di pazienza che restano sparpagliate qua e là. Intanto ho fatto passare la mattinata. Parto quindi per l’incursione, appunto, da Decathlon, dove un giretto si fa sempre volentieri. Nello specifico, equivale anche a camminare al di fuori delle quattro mura, indossando un paio di scarpe anziché di ciabatte. Poco è variato negli ultimi giorni, a volte mi pare di sentirmi meglio, altre mi sembra di essere sempre allo stesso punto. A questo punto, si tratta solo di fare passare la notte.

Nell’attesa, sono in vena di cazzeggio. Anche oggi il computer mi annoia, e non c’è nemmeno il Giro da guardare. Ottimo. Nessuna scusa: è il momento di leggere. Confesso mestamente che ho restituito il tomo infinito dopo “appena” trecento pagine, e ho ceduto al richiamo di un altro libro di cui si dice un gran bene: Le nostreanime di notte di Kent Haruf. In un paio d’ore te la cavi, e ne vale veramente la pena. Delicatissimo. L’incontro di due solitudini narrato attraverso i dettagli di una quotidianità semplice, forse piatta, ma nella quale ogni gesto esprime l’essenza di una vita intera: di ciò che è stata e di ciò a cui ancora aspira. Ora, come spesso accade uscendo soddisfatti dal primo incontro con un autore, vorrei leggere anche altre sue opere. Cercherò la prima della Trilogia della pianura, poi si vedrà.

Domani è un altro giorno.

domenica 13 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 11


Un’ora e mezza stesa a terra, a far lavorare addominali e glutei, per finire con qualche serie di leg extension (la panca c’è, perché non sfruttarla?). Eppure, mi sembra di non aver fatto nulla, non mi viene nemmeno fame. Jader si è buttato sul triathlon (ovviamente con la Nikon), aspetto che torni per mangiare – colazione o pranzo, non fa differenza. 
La domenica mattina, dopo l’allenamento, mi piace stare a tavola col giornale: sempre partendo dall’ultima pagina, gustandomi a fondo l’inserto culturale poi scorrendo velocemente gli articoli iniziali.



Oggi non mi va di stare tanto al computer. Preferisco svaccarmi sul divano e perdermi nel Giro (Froome quest’anno mi fa penare, temo verrà licenziato). Sarà stato quel po’ di attività fisica, ma oggi mi sento più leggera. Nella testa, intendo. Che non equivale ad allegria o spensieratezza: è come uno stato di sospensione, un’attesa degli eventi senza pensare troppo agli eventi stessi.

C’è molto vento fuori. Raccolgo le lenzuola stese, prima che si attorciglino: letto disfatto e rifatto nel giro di poche ore. Stasera salmone al forno. Già che ci sono faccio anche una teglia di maccheroni per Jader: lui sì che oggi è indaffarato. È una gioia vederlo così coinvolto. Finalmente. Sembra quasi che i ruoli si stiano invertendo: prima ero l’unica ad essere totalmente rapita da una passione, ora è lui ad essere animato da un fuoco vitale – mentre io, per forza di cose, mi sto spegnendo. Eppure, sogno ancora di partecipare alle gare che lo vedranno impegnato come fotografo. Quanto ancora sognerò?

sabato 12 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 10


È bizzarro come, in queste notti, la materia dei miei sogni sia influenzata da eventi  e immagini che hanno animato la giornata. O forse dipende dal fatto che, prima di addormentarmi, medito sulle parole che imbastirò nel diario quotidiano: vuoi vedere che l’inconscio abbia qualcosa da suggerirmi? Che, inconsapevolmente, abbia sviluppato un impulso verso la scrittura? Scrittura che, nel dormiveglia, si esplica in un’altra lingua. Perché dalle riflessioni sull’amicizia sono emerse le uniche figure che possa ritenere a tal proposito appropriate, e una di queste è il caro vecchio Roy. Eastbourne, 1993. È vero, lui era molto innamorato, io per nulla, ma non gli ho mai fatto credere il contrario e quando, nel momento del commiato, gli ho ricordato che da quel momento in poi saremo stati solo ed esclusivamente amici, lui mi prese in parola. Iniziò allora una fitta corrispondenza, vere e proprie lettere scritte a mano - ebbene sì, c’è stato un tempo in cui non esisteva internet e nemmeno i cellulari. Ci raccontavamo l’evolversi delle nostre vite, l’abbiamo fatto per anni e solo ultimamente, per pigrizia mia, la frequenza si è rarefatta: dovrò provvedere, gliel’ho promesso ed è importante che lo faccia. Ho iniziato, appunto, in sogno: scrivevo in inglese, con notevole difficoltà, e questo mi indispettiva. Ai tempi andavo via liscia, maneggiavo acutamente la lingua. Ora invece la leggo agilmente, ma sarei decisamente goffa se dovessi esprimermi. Che rabbia: tanto sforzo per imparare qualcosa, poi basta sospendere l’esercizio per perdere pressoché tutto. Come con la corsa. Dicono che la memoria conservi quanto appreso, e che quindi basti poco per riacquisire le abilità sopite. Sarà vero?

Intanto ieri sera mi sono lanciata in un colpo di vita, accompagnando Jader a fotografare la Fluo Run, a S. Lazzaro. La mia opinione su simili manifestazioni sarebbe certamente tacciata di snobismo. Che dire? Inutile ripeta che per me la corsa è uno sport individuale: l’ho scelta per questo, per questo la amo. Ovvio quindi che aborra qualsiasi evento atto semplicemente a fare massa. Tollero a malapena gli allenamenti in compagnia: uno ogni tanto volentieri, che diventi una prassi proprio no. Mi rendo sempre più conto di essere una mosca bianca – ma qui tornerei alle riflessioni di ieri, perciò evito di ripetermi. Quanto alla serata, mi è servita per camminare un po’ e per prendere una boccata d’aria. Pazienza se, mentre il fotografo era all’opera, ho dovuto sciropparmi un’oretta di zumba -esiste qualcosa di più ridicolo?

Sono contenta di essermi mossa, mi ha fatto bene. Infatti, ho dormito più del solito, e anche stamattina mi sono concessa una passeggiata: biblioteca, edicola, supermercato. Niente di che, e sempre stringendo i denti, ma la soddisfazione è tanta. Non che sia scemata la preoccupazione, ma queste incursioni nella vita attenuano temporaneamente le tensioni. Tensioni che, inevitabilmente, prendono il sopravvento nel corso delle interminabili giornate spese davanti ad uno schermo. Ho il sedere piatto, la schiena gobba e le gambe anchilosate. Domani riprenderò l’attività, ho deciso. Semplicemente la mia amata core stability, adesso almeno questa posso affrontarla.

venerdì 11 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 9


Oggi il servizio Easy Coop mi indispettisce un po’: aspettavo la consegna tra le 8 e le 15, ma alle 14:30 non ho ancora notizie. Il ragazzo si presenta un paio di minuti dopo l’orario limite, con un vero e proprio camion, all’interno del quale si è ribaltato tutto. Mi fa tenerezza, ed è talmente cortese e preoccupato che mi guardo bene dal fargli notare che è in ritardo – sono anzi io a temere ripercussioni sul seguito della sua giornata, qualora accumulasse ulteriori rallentamenti. Mi chiede persino come stia, ricordandosi che una settimana fa lo accolsi con le stampelle.

Già, una settimana fa. Stavo appena accennando i primi passi, ora incedo lenta e storta, ma cammino. Insomma, più o meno. È normale che sia ancora così doloroso? Per quanto tempo lo sarà? Quanti giri attorno a casa mi posso permettere? Quanto posso spingermi oltre? Quanto manca alla sentenza? Quel 15 maggio sembra non arrivare mai…

Arriva invece la telefonata di un’amica, pronta a venire a farmi visita. Fu l’unica a farlo in gennaio (e lo sarà di certo anche in questa occasione). Non me l’aspettavo, mi lasciò senza parole. La mia innata diffidenza, lo scetticismo e l’introversione che mi caratterizzano subirono una notevole scossa. Sopporto con sempre maggiore insofferenza le appassionate manifestazioni di entusiasmo, gioia e amore che invadono facebook: possibile che siano tutti così felici, che si vogliano così bene, che siano legati da eterna amicizia nonostante si conoscano appena? Cosa vogliono dimostrare? Soprattutto: a chi pretendono di darla a bere? Che problemi ha chi deve a tutti i costi esibire ad oltranza il proprio quadretto stile Mulino Bianco? Non sto ad addentrarmi in considerazioni sociologiche già esposte e già sviscerate, mi limito a dissociarmi da questa attitudine. A dire il vero, sono dissociata dal mondo intero pressoché da sempre. Le amiche del cuore sono un ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza, gli eventi hanno separato le strade e io mi sono chiusa nella mia tana. Dalla quale non sono più uscita. Le rare volte in cui mi sono lasciata tentare dai richiami provenienti dall’esterno, ho dovuto tornare sui miei passi. Sono senz’altro io la bestia strana, sta di fatto che la mia bolla prossemica ha dimensioni planetarie, difficile possa sgonfiarsi.  Lei c’è riuscita: ha scalfito la mia corazza. Non so perché l’abbia fatto, in fondo non ci sentiamo mai, ci si incontra casualmente alle gare, nulla di più. Eppure ha percepito un mio bisogno: senza che ne facessi parola, ha capito che un sorriso, una parola, qualche chiacchiera mi avrebbero distratta dalla tempesta che mi agita. Così come ha fatto colei che, sin dal primo giorno, pur avendo scambiato con me poco più di una battuta, mi ha sommersa di messaggi per aggiornarsi sulle mie condizioni, sdrammatizzando le mie perenni angosce. Evidentemente, esistono persone con un dono, ed è una fortuna incontrarle sulla propria strada. Naturalmente non sarò mai in grado di esprimere adeguatamente la mia riconoscenza, orso ero e orso rimango. Ma registro tutto, e tutto incamero: il bello e il brutto. Ogni gesto lascia una traccia. Anche quelli  mancati. Perché se conservo in me l’emozione suscitata da una voce amica, serbo anche l’eco del silenzio: talvolta molto più assordante. Capita che i luoghi comuni rivelino un fondo di verità: è nel momento del bisogno che si riconoscono gli amici.



giovedì 10 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 8


Il pescatore ha avuto la fantasia di alzarsi alle 4:45, contento lui. Mi giro dall’altra parte, un sonno leggero colorato da sogni confusi, forse animati da tracce del film visto ieri sera: un capolavoro che conosco a memoria, sempre posizionato nella mia top 5. Fu il mio primo “incontro” con Luigi Lo Cascio, amore a prima vista. È talmente espressivo, così incisivo, tanto intenso da emanare un fascino capace di oscurare anche il più appariscente degli attori: talmente bravo da risultare bellissimo. Impreziosisce qualsiasi film si trovi ad interpretare, per quanto la maggior parte dei titoli che lo vedano protagonista siano di per sé di grande spessore. I cento passi è un’opera magistrale per regia, contenuto, recitazione. Visto innumerevoli volte, ogni volta dando sfogo ad un fiume di lacrime. 


È ancora molto presto quando decido di buttarmi sotto la doccia. Un’operazione sempre complicata: strizzare piede e polpaccio in un fascio di cellophan, quindi bagnarsi e insaponarsi nella posizione del fenicottero, per evitare che l’acqua si insinui nella rudimentale protezione.

Sorseggio il tè davanti al computer. Non mi va di mangiare, lo farò all’ora di pranzo, quando tornerà Jader. Dedico un’oretta alla lettura, ma ormai ho deciso che riporterò il libro in biblioteca senza terminarlo: può essere che non sia in vena, ma ritengo che la vicenda narrata non meriti oltre mille pagine. Se non sei Proust, o Joyce, o Cervantes, meglio ridimensioni la tua verve narrativa. Se poi aggiungiamo che le apologie dell’amicizia mi provocano insofferenza, ritengo sia inutile andare oltre. Ma con cosa sostituirlo? Qualcos’altro in prestito, o uno dei tanti volumi ancora vergini della mia libreria? Sarebbe più logica quest’ultima soluzione, ma ogni volta che mi metto davanti agli scaffali aspetto un’illuminazione che non arriva mai. Domani ci riproverò.

Ho bisogno di sgranchirmi, anche perché ieri sera ho consumato l’ultima iniezione, quindi mi è d’obbligo far scorrere sangue nelle vene. Mi avventuro in un giro intorno a casa, torno a sedermi poi ripeto il viaggio, diverse volte, durante la diretta del Giro d’Italia. Tra una settimana spero di mettermi anch’io in sella, chissà se riuscirò a superare i 100 km. Incredibile, penso ad andare in bici anziché a correre… E’ che la corsa resta un miraggio, un chissà se: non voglio illudermi, non voglio restarci troppo male. Perché “male” è ancora la parola protagonista di questi giorni: ciò che avverto quando cammino, ciò che temo mi attanaglierà ancora a lungo. È il mio passato, il mio presente e il mio incubo. Mi rifiuto di pensare che sia il mio futuro.

mercoledì 9 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 7


Una settimana fa mi trovavo in una stanza d’ospedale, a letto, con un piede avvolto da una benda insanguinata, appoggiato su una borsa del ghiaccio. Al braccio un flebo che sembrava non esaurirsi mai: appositamente tarata per gocciolare lentissimamente, contribuiva ad alimentare la mia ansia. Con questo ritmo non finirà entro domani, vuoi vedere che non mi lasceranno uscire per questo? Le TV a tutto volume, il letto scomodo, le voci fuori e dentro di me…

Dopo sette giorni, non so pronunciarmi sulla mia condizione. Certo che fa male, non dovrebbe? Cammino, sì, il più è partire: i primi passi sono decisamente critici, poi si trova una sorta di assestamento – per quanto molto precario. Vorrei muovermi di più, ma sarà il caso? Il chirurgo mi ha detto di camminare, ma non ha quantificato: da una stanza all’altra, attorno a casa, per strada? Con questo piedone, poi! Comincio a non sopportare più la fasciatura, così ingombrante e, a mio avviso, scarsamente anatomica. È fastidiosa sotto il tallone, mi chiedo se possa essere una causa del disturbo che avverto quando mi piego con la gamba tesa: sento “tirare”, difficile specificare come e cosa. Rabbrividisco al pensiero di che cosa si annidi lì sotto. Lo scoprirò tra una settimana. Attendo quel giorno con trepidazione: paura e speranza, prima l’una poi l’altra; più insidiosa la prima, più luminosa la seconda. Ho voglia di parole rassicuranti, parole che siano ferme e determinate, capaci di scavarmi dentro. Sono stanca di vacillare, mi serve forza ed equilibrio. Dovrei trovarli innanzitutto in me stessa, ma è noto quanto siano labili le mie certezze.

La toccata e fuga da Decathlon è stata benefica. Ho evitato accuratamente il reparto running, mentre mi sono soffermata tra gli articoli da bici. Speravo in qualche bazza, niente da fare. Mi provo la maglia meno costosa e comprendo la ragione di quel prezzo, non vale la spesa – mi sono già fatta fregare dai pantaloncini, che mi toccherà indossare mio malgrado (ne ho acquistati due paia, purtroppo senza provarli prima: prima una taglia S, che va bene a Jader, poi una XS, che sembra identica all’altra – cioè ci ballo dentro). Che almeno la “frazione” ciclistica sia di breve durata…



martedì 8 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 6



Quanto ho corso stanotte! Partita timidamente, piena di paura, per poi avanzare sempre più agilmente: leggera, sorridente, libera. Libera dal dolore. Correvo sul ritmo della gioa, per il tramonto di un incubo, per l’insorgere di fantastici progetti.

All’improvviso mi sveglio. Cleopatra sta facendo le fusa sul cuscino, strano non mi abbia ancora strillato nelle orecchie. Stiamocene ancora un po’ qui a oziare, oggi l’unico impegno è con la giornata: dobbiamo far sì che trascorra il più pacatamente possibile. Al sogno meglio non pensare: in fondo, il mio mondo onirico è ricchissimo di immagini podistiche. Una situazione, in particolare, ricorre sovente – anche in condizioni psico-fisiche ottimali (o quasi). Sto gareggiando, in lotta per la vittoria, quando scompare qualsiasi indicazione del percorso; non so più dove andare o, peggio, sbaglio strada e non raggiungo mai il traguardo. Chissà cosa significa. Eppure qualcosa di simile si è realmente verificato. 2011, maratona di Ravenna. Il tratto cittadino è un vero labirinto, superato un giardino si affaccia un groviglio di strade: quale sarà quella giusta? Nessuno ad indicarlo, nessun segnale, nessuno da poter seguire. Angoscia allo stato puro. Sono seconda, qui mi gioco tutto. Seguo l’istinto e ci azzecco, ma non finirò mai di maledire quell’organizzazione.
Gare, gare e ancora gare. Trascorro pomeriggio a riempire il calendario di Podisti.net : camminate, ludico motorie, competitive. Bella questa, interessante quest’altra, e quella là, potrò correrla?

Al telefono un affezionato collega, dice di sentirmi bene. Sarà, a dire il vero sono sempre la stessa: quella che un minuto si vede bella in spinta a difendere una posizione, e il minuto dopo è costretta ad accontentarsi di due pedalate e di due pesi da sollevare. Ho deciso che se riprenderò, mi regalerò un altro tatuaggio. Devo decidermi a sostituire il “se” con il “quando”.













lunedì 7 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 5


Iniziato male, proseguito altrettanto. 


Eseguo maldestramente l’operazione di impacchettamento piede-polpaccio, perciò esco dalla doccia con la fasciatura fradicia. Si tratta di un tessuto molto spesso, ovviamente a strati sovrapposti: mi metto comoda, armata di phon, intenta a riparare il danno. E se questo incidente avesse ripercussioni negative sulla lesione? Noto una macchia di sangue, allarme! Mi sovviene che il chirurgo, al primo controllo, aveva riciclato la benda che mi era stata apposta il giorno successivo all’intervento, nonostante le tracce della ferita. Basta a tranquillizzarmi? Mica tanto.

Non è che inconsciamente tu speri di non riprenderti, per non doverti confrontare con tutte quelle che esibiscono le loro imprese?
Oddio, i meandri del mio inconscio sono materia per Freud, io a malapena posso decifrare le mie elucubrazioni consce.  Quello che so è che osservo giorno per giorno il calendario podistico, immaginandomi di poter partecipare a questo o quell’evento: oscillo tra la speranza e la disillusione, tra l’entusiasmo e lo sconforto. Un momento mi domando con quale società potrei tesserarmi, il momento dopo mi dico che sarà tanto se potrò fare una passeggiata attorno a casa. Intanto, è vero, intorno c’è tutto un mondo che si muove in direzioni a me sconosciute: i miei orizzonti si limitavano alle corse a piedi, mentre ora sembra sia diventato un obbligo dedicarsi ad un ventaglio di discipline – bici, nuoto, triathlon; in montagna, nel fango, nel deserto. Nulla di tutto ciò mi attrae, né mi sembra alla mia portata: non me lo permetterebbe il mio fisico, ancora meno le mie risorse economiche. A me basterebbe riuscire fare bene ciò che amo da sempre, ciò che ha sempre rappresentato la mia passione primaria: altre attività potrei prenderle in considerazione solo in funzione complementare, qualora si rivelassero utili a migliorare la corsa stessa.

Intanto sto qui, ad ascoltare il mio piede, le antenne tese verso i segnali che trasmette: duole più o meno del solito? Emette avvisi particolari o diversi dal solito? Forse meglio mettere il naso fuori casa, giusto per distrarsi un po’. Il piedone nella scarpa (di Jader) lo sento un po’ strano, strano risulta quindi il mio incedere, ma percepirmi camminare è una sensazione impagabile. Diretti verso la Coop, ci fermano i vigili. Penso ad un controllo di routine, scopro invece che gli agenti, con i loro potenti mezzi, avevano rilevato automaticamente l’infrazione: l’auto non è stata revisionata. Ebbene sì, ci era proprio sfuggito: avevamo provveduto a regolarizzare l’impianto GPL, ma non avevamo controllato (e nessuno ci aveva fatto notare) la scadenza della revisione. Così, anziché andare direttamente al supermercato, ci fermiamo presso il Centro Revisioni Auto – se non altro, il servizio è immediato. E già che siamo in vena di svenamenti, prima di andare a casa passiamo dal comando della polizia municipale per pagare la multa. Come veder volare in un baleno 180 euro.
Consideriamo il lato positivo: ho fatto una passeggiata. Un po’ indolenzita, è vero, ma mai mi sarei aspettata di potermelo permettere a nemmeno una settimana dall’intervento. Non che questo mi tranquillizzi, ci vuole ben altro. L’importante è che Jader continui ad arginare le mie paturnie: solo la sua pazienza può avere la meglio sulla mia ansia.

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