domenica 14 maggio 2017

Bibione Half Marathon 2017

Quando è buona la prima, meglio volgere lo sguardo e puntare l’obiettivo su altri orizzonti. Più facile invece indugiare su quella sequenza di immagini, lasciarle scorrere, cominciare a rielaborarle con l’intento di dar loro un seguito. Idea, tutto sommato, comprensibile: occorre però valutare con attenzione annessi e connessi.

Tenere presente, innanzitutto, che le atmosfere e gli entusiasmi non possono essere replicati. Si può sempre migliorare, è vero, ma è altrettanto vero che un carico di aspettative gioca facilmente brutti scherzi: prima, durante e dopo.
È così casuale che un fastidio, che si riteneva archiviato, si ripresenti simpaticamente ad una decina di giorni dalla gara sulla quale si è impostata l’intera stagione? Intendo documentarmi sull’argomento, ma ora urge arginare il disturbo: non hai niente, è tutto nella tua testa. Già, la mia testa: quella materia perennemente aggrovigliata nel suo grigiore, incapace di abbandonarsi agli sprazzi di luce che di tanto in tanto la attraversano. Eppure sarebbe così semplice lasciarsi cullare dai segnali positivi, ascoltare le voci amiche e affilare gli artigli.
Il clima non aiuta. L’inverno è una stagione infinita, mi chiedo quando mi libererò dal freddo che si è impossessato di me decisamente da troppo tempo. Gli allenamenti procedono, ma c’è qualcosa che non mi soddisfa: una sensazione indefinita, come non fosse mai abbastanza, come fossi in ritardo. Le gare, intese come tappe intermedie, lanciano messaggi contraddittori. Cosa si diceva, lasciarsi cullare dai segnali positivi?...

L’anno scorso la spiaggia era già completamente attrezzata, pronta all’assalto dei bagnanti. Oggi solo sabbia. E mare. Decisamente meglio. La temperatura no, quella non mi piace affatto. Dicono sia l’ideale per correre, almeno non soffrirete il caldo. Sarà, ma io sogno di gareggiare indossando il minimo indispensabile, arrivare in un  bagno di sudore e desiderare di tuffarmi nell’acqua gelida. Mi ritiro dentro al cappuccio, come una tartaruga nel guscio, e cerco un mantra che mi dia fiducia.
Domenica mattina, risveglio quieto, dopo una tempesta infernale. Imbacuccata fino alle orecchie, mi avvio  alla partenza. Un tiepido sole mi sprona a scoprirmi un po’: via i guanti. Esagero, via anche i manicotti. Ma sì, dai, si sta quasi bene. Non pensare agli acciacchi. Non pensare neppure alla variazione del percorso: sarà una gara nuova, l’idea dovrebbe stuzzicarti. E ricorda: primi chilometri col freno tirato. Così va bene, no? Ciclabile sul lungomare, suggestiva. Sabbia sotto i piedi a tratti, ma non più di tanto. Si prosegue su strada, tracciato scorrevole, ma non mi riesce il cambio di ritmo. Va bene così, è ancora lunga, conserviamo tutto per un gran finale. A circa un terzo di gara sorpasso un paio di concorrenti, ottimo incoraggiamento. Peccato che si stia per imboccare la pineta: sterrato, in pessime condizioni grazie al diluvio notturno. I fenomeni procedono spediti, infischiandosene delle pozzanghere. I più scarsi arrancano a zig zag, imprecando nel tentativo di non inabissarsi. Superfluo rivelare a quale categoria io appartenga. Non lo ricordavo così lungo questo tratto, forse perché nel 2016, oltre ad essere asciutto, si presentava all’inizio della gara: ti toglievi il pensiero subito, e avevi tutto il tempo per recuperare. Oggi, invece, riesce a prosciugare le poche energie che mi sono rimaste. A coronare la performance, a due chilometri dall’arrivo, riecco uno dei tanti acciacchi che mi hanno assillato negli ultimi tempi. Non hai niente, lo vuoi capire o no? Intanto, col traguardo lì a un soffio, mi asfaltano due atlete arrivate chissà da dove.


Delusione al top. Contavo di terminare la stagione in bellezza, per ripartire con slancio. Invece chiudo con la coda tra le gambe – gambe, tra l’altro, fuori uso fino a chissà quando. Avrei fatto meglio a conservare il bel ricordo dell’anno scorso, anziché cercare  improbabili conferme. Come se non sapessi che le maggiori soddisfazioni sono quelle del tutto inaspettate. Già: come se non sapessi che nei luoghi che mi catturano non mi stancherò mai di tornare.


martedì 10 gennaio 2017

Io sono un'isola

Li riconosco al primo sguardo, non appena mettono il naso fuori dal traghetto. Individuo  subito  chi merita di calpestare la mia terra, e chi invece farebbe meglio a tornare da dove è venuto. Naso arricciato, fronte aggrottata, pugni serrati sul manico del trolley: siete ancora in tempo a fare dietro front, risalire a bordo e sbarcare alla  prossima isola. Sopracciglio alzato, occhi sgranati, viso illuminato e smanioso di essere accarezzato dall’aria: siete arrivati, questo è il vostro posto. Lo leggo nel vostro incedere incerto e curioso, nel vostro silenzio gonfio di sorpresa, nel vostro respiro intenso e riconoscente. Siete frastornati, non riuscite a dare un nome a quel formicolio, a quella sensazione che è tanto nuova quanto antichissima, a quello stupore che poi tanto stupore non è. Ci siamo appena incontrati, ma è come se ci conoscessimo da sempre. Non è così che si definisce il classico colpo di fulmine? Lo so, c’è qualcosa di malvagio nel mio carisma, impossibile restarne indifferenti: io per primo non tollero l’indifferenza. Potete  odiarmi, ma non trascurarmi. Siete qui perché mi avete scelto: o perché io ho scelto voi. Voi che adesso siete in mio possesso: non lo sapete ancora, ma non vi libererete più di me. La mia luce dilaterà le vostre pupille, le renderà estremamente sensibili ai riflessi, alle ombre, ai chiaroscuri: non potete immaginare quante sfumature si staglieranno al vostro orizzonte, quanti colori si alterneranno nelle ore che scandiscono giornate mai uguali. Questo azzurro potrebbe all’improvviso mutare in grigio, questo grigio fiorire d’un tratto in giallo, questo giallo adombrarsi di marrone. E il nero, l’avete mai visto tanto luminoso? Vi siete mai tuffati nell’oscurità, vi siete mai immersi nella sua trasparenza? Il sole non si limiterà ad asciugare la vostra pelle: scaldandola, allargherà i vostri pori, così che possa insinuarsi in essi la mia essenza. Penetrerò in voi, col mio odore, con le mie sostanze, con la mia natura. Mi respirate, mi assaporate, sono parte di voi.

Zolfo.  Amo questo odore. E questi fumi che sbottano dalle rocce, dalla terra, dal mare. Forse è il demone che è in me a rendermi così succube al fascino di quest’isola. Come avessi sigillato un patto col diavolo: o con una divinità. Vulcano mi ha rapita, ha esercitato su di me un incantesimo, ha fatto di me una sua creatura. E adesso? Adesso come faccio a voltargli le spalle? Spezzare la magia è terribilmente rischioso, si può finire col perdere l’equilibrio, se non addirittura smarrire il senso della realtà. Ammesso che esista una realtà: che si abbia la certezza di saper distinguere tra vita vissuta e vita sognata. Perché io sono sicura che, anche a migliaia di chilometri da qui, mi capiterà di avvertire certi aromi: annuserò come un segugio, perché avrò bisogno di questi effluvi per ricaricarmi. L’energia primordiale che ribolle sotto la crosta di questa terra si trasmette nel corpo, attraversa le fibre e le elettrizza: perciò non posso allontanarmi troppo a lungo, senza ricaricare le batterie si finisce con lo spegnersi lentamente.  Devo respirarti, Vulcano. Devo viverti. Perché una volta che sei arrivato qui, non esiste più un altrove.




martedì 20 settembre 2016

Giro Podistico Eolie 2016

Provi a scandagliarti, a cercare una risposta dentro di te: nei tuoi muscoli indolenziti, nella tua mente aggrovigliata, nel tuo animo avvilito. Nulla. Non c’è una spiegazione, solo un affastellarsi di ipotesi senza alcuna possibilità di verifica. Assurdo, questa è la parola. Assurdo che, quando tutto sembra procedere alla perfezione, qualcosa si inceppi e il meccanismo vada in tilt. Assurdo che ciò accada a ripetizione, a distanza di anni. Un film già visto, un bruttissimo film: uno di quelli che inquietano, che disturbano il sonno, che appaiono minacciosamente premonitori. E se fossi proprio tu ad indirizzare la profezia verso il suo avverarsi? Se fosse un’inconscia paura di vincere a farti inciampare sul più bello? Se, a prescindere da eventuali difetti nella preparazione e, soprattutto, nell'alimentazione, la causa di tutto fosse proprio la tua atavica mancanza di autostima?

Se quel giorno fossi partita più cauta non avresti esaurito tutte le tue energie a metà del percorso. Affrontare la terza tappa con oltre un minuto di vantaggio sulla tua diretta avversaria ti consentiva di gestire la gara con tranquillità. Chi l’avrebbe mai detto che ti saresti trovata a difendere la prima posizione? La prova iniziale l’avevi condotta con agilità: impegnata, certo, ma senza eccessivo affanno. Hai guadagnato la testa con il minimo sforzo e non ti sembrava vero: ovvio che le gambe volassero, sulla spinta dell’entusiasmo. Del resto, questa di Vulcano è la tua tappa preferita: una salita ostica quanto basta, poi una fantastica discesa dove buttarsi a capofitto, per tre volte. Sorridi a ogni passaggio, e quel sorriso ti accompagna fino al traguardo. Ora sei la leader della corsa, ruolo pesantissimo: è adesso che la sfida si fa dura. Non ci sei abituata. Tanti apprezzamenti, tante parole incoraggianti, tanta solidarietà. E tanti consigli tattici e strategici. Comincia a girarti la testa. Meglio buttarsi in acqua, quell'acqua cupa che tutto sa inghiottire. Affondi i tuoi pensieri, per poi lasciare che le emozioni evaporino al sole. Ti lasci cullare da questa spiaggia stregata: qui tutto viene ridimensionato. Si ribaltano le prospettive, si alleggeriscono gli stati d’animo, si alleviano le tensioni.
Sei pronta per la seconda prova. Nessuna paura, devi solo controllare. Ti incolli all'avversaria che vorrebbe andare in fuga. La lasci tirare, senza affannarti ma senza lasciarle respiro: sei la sua ombra nei primi tornanti, lungo il falsopiano, sull'ultimo strappo prima della discesa. Ecco, adesso puoi farti vedere, scarti e voli giù. La somma dei secondi è una garanzia, tutti già ti acclamano come la vincitrice del Giro. I numeri sono dalla tua parte, le premesse pure. Hai saputo correre con le gambe e con la testa, hai dimostrato forza e caparbietà: basta mantenersi su questa linea ed il gioco sarà fatto. Se non fosse per l’incubo del “tappone”…
Quei cinque chilometri di tornanti in salita, subito dopo il via, fanno scattare l’allarme rosso: quanto soffrirai, quanto potrai concedere alle avversarie, quanto rischi lasciandole andare e quanto restando loro attaccata? L’ultima gara in salita, un mese fa, ti ha lasciato l’amaro in bocca e non riesci a scrollarti di dosso quella pessima sensazione. Provi a scacciare il tarlo rivivendo l’ultima edizione di questa medesima tappa, quando l’avversaria si involò sui tornanti fino ad uscire dalla tua visuale, per poi essere riagguantata – e staccata - in un soffio, nel corso della discesa: aggrappati a questa immagine e ricostruisci oggi quella perfezione. Perché tanta paura? Perché non riesci ad approfittare con scaltrezza del potere del tuo vantaggio? L’altra attacca e tu, anziché farla spingere subito, ti affianchi e fai il ritmo. È vero, adesso l’andatura ti sembra blanda, ma dovresti sapere bene quanto sia duro e sfiancante questo tratto. Finalmente ti decidi a lasciarla correre, ma è ormai troppo tardi. La riprendi in discesa, certo, ma hai già speso troppo. Subire il sorpasso, quando sei ormai convinta di aver riacquistato il possesso della gara, ti spezza le gambe. Resti letteralmente senza fiato. È adesso che deve emergere l’atleta vera, quella con i giusti attributi: che, evidentemente, non sei tu. Perché anziché dirti “Ehi, sei tu la prima, e prima devi restare fino alla fine: vai e fai vedere cosa sai fare! Go, Vale, go!”, crolli come un sacco di patate, fino a farti umiliare anche dalla terza donna. Sei morta. Ti mancano le gambe, ti manca il respiro. Sull'ultimo strappo, quando potresti ancora limitare i danni e recuperare preziosi secondi, ti blocchi inerme, incapace di qualsiasi reazione. Un’ameba. Lo stesso film, lo stesso incubo. Non sei riuscita a rendere felice chi è con te in ogni corsa (e in ogni momento della tua vita), e la sua delusione è la pietra più pesante. Hai deluso tutti: quel tifo che ti ha tanto accompagnata in tutti questi giorni non era meritato. E pensare che solo ieri avevi affermato che, indipendentemente dall'esito del Giro, le prime due tappe ti avevano fornito una grande dose di fiducia - per il seguito della stagione e per quella a venire. Altro che fiducia: come ti rialzi, adesso, da questa caduta? Perché non è solo una questione di posizioni d’arrivo, e non ti rincuora sapere che sei ancora in testa con un margine che puoi amministrare. No. È l’assurdità del prova odierna ad abbatterti, a prospettarti mille interrogativi, a scolorire ogni velleità. Ripetilo all'infinito: riposa, tranquillizzati, credici.
Riposi, non sei tanto tranquilla, ma ci credi. Devi crederci. È la tappa che più detesti, ma non importa: cosa vuoi che siano cinque giri da un chilometro? Basta attaccarsi a loro, ed è fatta. Peccato per quel dolore sotto al gluteo che proprio oggi ha pensato di risvegliarsi, ma l’hai sempre gestito e dopo lo sparo sarà sparito. Ottimo il primo giro, bene il secondo, al terzo cominci ad accusare poi, proprio nell'ultimo, di nuovo piantata. Quando provi a reagire, una fitta lancinante ti dice Alt. Arrivi al traguardo camminando. Riconsegni il chip: il tuo Giro delle Eolie finisce qui. Assurdo.


Vorresti delle risposte, degli strumenti su cui lavorare. Vorresti, soprattutto, riuscire a rialzarti senza troppe ferite. Ti aggrappi alle parole di chi, nonostante tutto, crede in te: te le tatui nell'anima, affinché siano un nutrimento sempre disponibile. Poi lasci che sia Vulcano a fare il resto. L’energia primordiale che gorgoglia sotto la crosta di questa terra si trasmette nel corpo, attraversa le fibre e le elettrizza: la vita è qui, qui ti rigeneri e qui dovrai tornare. 


domenica 8 maggio 2016

Bibione Half Marathon

“Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”

Tacciano i pensieri assordanti, cessino gli assilli insistenti, svaniscano le immagini inquietanti. Devo correre. Per respirare e per restare senza fiato. Per annullarmi e ritrovarmi. Per fuggire e per ritornare. Ho bisogno di spazi aperti, di orizzonti infiniti, di ambienti sconosciuti. 

Perché Bibione? Perché nessuno ne ha mai parlato: è qualcosa di nuovo, di diverso, di lontano. Cambiare aria, ogni tanto, fa bene. Percorso sconosciuto, facce sconosciute, io stessa sconosciuta a chiunque: la condizione migliore per dare il massimo dall'inizio alla fine, sfidando soltanto me stessa. Certo, occorre tenere conto di alcuni punti critici: lo stress del viaggio, le difficoltà nel gestire l’alimentazione, la possibilità di trascorrere una notte in bianco (chissà se esistono al mondo alberghi silenziosi). Dettagli. Sulla linea di partenza la carica è sempre a mille.  

Inevitabile guardarsi attorno, cercando di individuare i soggetti “pericolosi”. Naturalmente, a me sembrano tutte più tirate, aggressive e potenti di me. Senza contare il fatto che spesso sono quelle apparentemente più innocue a farmi mangiare la polvere. Corri con la testa. Parti prudente. Che me lo dite a fare? Io mi impegno, giuro che lo faccio, ma cosa accadrà dopo lo sparo lo scoprirai solo strada facendo. E la strada, dopo nemmeno tre chilometri, diventa sterrata. Evviva! Lo sapevo, sono preparata. Mi avevano assicurato trattarsi di terra battuta, e in effetti così è. Non avverto particolari difficoltà, ma il grip è precario e l’andatura ne risente. O forse sono io che mi sto già spegnendo. Eh no, siamo solo al sesto! Quando accidenti usciremo da questo bosco? Ecco che il verde si dirada, e ci troviamo su un fantastico sentiero di ghiaia fine e compatta, di quella in cui il piede slitta che è un piacere. Riprendo comunque ritmo, tanto da riacciuffare una ragazza che mi aveva superata nel mio tratto più lento. Finalmente torniamo sull'asfalto, qualche ondulazione per far vibrare bene le gambe, e ci si approssima nuovamente al piazzale di partenza. C’è un bel tifo. E c’è il mio tifoso più grande: lo vedo e mi vede, il sorriso che regalo è quello che mi porto dentro. 

Non sono neppure a metà, eppure oggi sento che l’energia è quella giusta. Avanzo guadagnando posizioni, sensazione di euforia pura. Riesco persino a non inveire quando il percorso devia verso la spiaggia, portandoci su una sorta di passerella di legno sulla sabbia. Panorama estremamente suggestivo, non c’è che dire, ma correre lì sopra… Eppure non cedo, anzi, continuo a superare. Addirittura, sorpasso per due volte la stessa atleta: la prima volta nel tratto di andata, la seconda al ritorno, dopo il giro di boa. Gli effetti speciali di questo sport non smettono mai di stupirmi. Salutata la spiaggia, cominciamo a zigzagare tra le vie del paese. Ormai sono agli sgoccioli, ma ho ancora qualche preda da agguantare. Peccato per il vento contrario, proprio negli ultimi chilometri. E peccato anche per i pietrini della pista ciclabile sul lungomare. Il traguardo è vicino, lo sai che devi soffrire fino all'ultimo istante. Vuoi proprio non riuscire a prendere quella a pochi metri da te? È lì, a un soffio, a un secondo. Quel secondo che resterà tra lei e me, in classifica. Pazienza. Ho dato veramente tutto, non ho nulla di cui rammaricarmi. È vero, contavo in un piazzamento migliore  - va bene, lo ammetto, anche in un crono un pochino più basso: si è mai visto che sia soddisfatta al cento per cento? Però, tiriamo le somme: disagi della trasferta, percorso bizzarro, vento e caldo. Risultato: il migliore dal 2013. Quasi quasi mi illudo che sia un punto di partenza. Alla mia veneranda età, lasciatemi sognare.


PS: una gara dall'organizzazione impeccabile non può scivolare su uno degli aspetti più rilevanti: le premiazioni. Forse mi è sfuggito qualche cavillo, ma se lo speaker annuncia che “da regolamento Fidal” saranno premiati i primi dieci classificati, “esclusi gli stranieri e le Run Card”, mi chiedo che cosa ci facciano sul palco tanti africani. Quanto ai premi di categoria, capisco che non debbano attenersi a nessuna normativa, ma basterebbe un minimo di buon senso - o di buon gusto - per evitare che alle donne siano assegnati riconoscimenti ridicoli rispetto a quelli offerti ai pari grado di sesso maschile.

lunedì 11 gennaio 2016

My Hero

And the clock waits so patiently on your song...
A tredici anni ero già alquanto irrequieta. Un’età difficile, si sa: i genitori diventano ingombranti, i fratelli maggiori si allontanano e vorresti inseguirli, il mondo offre infiniti orizzonti da esplorare. Tanti amici, tutti con qualche anno in più: i motorini, le fughe dal paese, la discoteca. Ciò che non è consentito si fa di nascosto: oppure ci si accontenta di quello che si ha a disposizione. Per esempio, una sala ARCI. E un gruppo di attivisti che prende a cuore la causa dei “giovani” e chiama due DJ per animare le loro domeniche pomeriggio. Fu lì che accadde: la folgorazione. Certi accadimenti non hanno una spiegazione, impossibile razionalizzare un colpo di fulmine: succede e basta, e resti segnato per sempre. Quella canzone… Mai sentita prima, nonostante fosse già datata: forse troppo, per me, chissà. Chissà quali corde mi fece vibrare, chissà come rivoluzionò il mio sentire. Fatto sta che con Heroes il mio senso per la musica fu sconvolto per sempre. Un amore senza mezzi termini: ti prende totalmente, come una malattia. Di lui non sai nulla, e ora vuoi conoscere tutto: e tutto ti sembra straordinario.
Mi chiudo in camera, appoggio l’LP sul piatto, la puntina sull’LP, e parto. Il mio primo acquisto importante, il mio primo disco di David Bowie. Ma la musica non mi basta: devo leggere la biografia, imparare i testi, ammirare le foto – che ovviamente hanno già tappezzato le pareti, in fondo sono un’adolescente. Inizia così il rito: una volta assimilato l’intero album, ne acquisto un altro, e così via, fino a completare la collezione. Comprese le rarità, le raccolte, i live. Non mi sfugge nulla. Nemmeno la notizia del suo concerto in Italia. Non mi pongo neppure il problema se mi sia permesso o meno: il 9 giugno 1987, alle sette di mattina, sono davanti allo stadio di Firenze. Inutile descrivere un’esperienza che è scontato definire unica: una ragazzina sotto al palco, incantata di fronte al suo idolo. Ho detto tutto.
Gli anni passano, i gusti cambiano, la vita presenta difficoltà sempre crescenti. Ma nulla ha incrinato quella passione: quella ragazzina resta viva in me. È la stessa che ha assistito a tutti i suoi concerti in Italia (a volte anche in più date del medesimo tour), immancabilmente in prima fila: dopo Firenze, Torino, Milano, Modena, Bologna, Pistoia, Lucca… Capisco che è sciocco, so di apparire stupida, ma tutt’ora mi è sufficiente una sua nota, o una sua immagine, per paralizzarmi. Nessun altro artista, per quanto apprezzato, ha mai avuto su di me un simile effetto. Non me lo so spiegare. Forse perché tutto è nato in un momento particolare della mia vita, l’età in cui si è alla ricerca di punti di riferimento e si recepisce con enfasi ogni stimolo; forse per l’estrema grandezza del personaggio – estremo e grande in tutti i sensi, e in tutti gli ambiti artistici in cui si è espresso. O forse perché la passione si vive e basta. Nulla la definisce, e nulla la spegne. Nemmeno la morte.
Di quest’ultima non riesco ancora a parlare senza che mi si appanni la vista. So di non essere l’unica. So che non me ne farò mai una ragione. So anche che non smetterò mai di ascoltarlo, e che nessuna altra musica saprà mai toccarmi come la sua.
Stars are never sleeping. Dead ones and the living.

 

 

 

 

 

 

 

 

  

sabato 7 novembre 2015

TCS New York City Marathon 2015

Quando il cervello va in vacanza, si possono prendere decisioni azzardate come, per esempio, quella di partecipare alla maratona di New York. È vero che questo è (e sempre sarà) un mio punto debole: è sufficiente una parola, un minimo cenno che riguardi la città, perché si riaccenda in me l’emozione di correre lungo quelle strade. Potete tessermi le lodi di tutte le maratone del mondo, ma fatico a credere che ne esista un’altra paragonabile a questa: per l’intensità del coinvolgimento, per la partecipazione totale e totalizzante, per il senso di grandezza, di enormità, di unicità.

D’accordo, tutto bellissimo, ma prima di buttarsi bisogna valutare attentamente i rischi: se poi si finisce col tuffarsi alla cieca, non ci si deve stupire delle conseguenze.
Non credo al destino, alla sfiga un po’ si, ma di fatto vedo tutto in mano al caso – o al caos. Un caos è stato il mio avvicinamento alla grande maratona, con una preparazione condizionata da mille fattori: primo tra tutti, l’infortunio che mi perseguita da anni. La situazione sembrava sotto controllo finché,  ad un paio di mesi dall’evento, quando si doveva incominciare a fare sul serio, il dolore si risveglia, arzillo più che mai. Dai, sarà questione di un attimo, vedrai che passa subito. Un accidente. Se ne sta lì, l’infame, a ricordarmi che quella gamba non può spingere:  puoi ostinarti a correre, ma non andrai lontano. Me lo ricorda ad ogni passo, costringendomi a fermarmi in continuazione, non riesco a completare decentemente nessun tipo di allenamento. Ma sono testarda, devo fare un lungo, almeno uno oltre i 30km: stringo i denti, arrivo a 32. A passo di bradipo, ma sempre 32 sono. Due giorni per riprendermi, spuntano acciacchi nuovi. Ma si riparte, con convinzione e con sensazioni via via rassicuranti. Proviamo 35? Ci provo. Ma getto la spugna dopo il decimo: un piede indolenzito, non vado avanti. Mancano due settimane.  La domenica prima di partire sono determinata a completare i 20 km della camminata di Calderara, ma cedo al primo giro: ne ho corsi (male) appena 10, vietato illudersi di riuscire a completare una maratona. I giorni successivi il dolore è insopportabile, sono sempre ferma. Come se non bastasse, arriva un bel raffreddore con tanto di tosse. Posso stare a casa? No, non si può. Che almeno sfrutti l’occasione di Podisti.net, vivendo l’esperienza dalla parte della stampa.

New York ci accoglie sotto il diluvio, ma il mattino successivo il clima è spettacolare, come spettacolari sono i colori di Central Park in questo periodo dell’anno. Lo splendore di questo parco non finirà mai di incantarmi. Corro piano, insieme al gruppo; il dolore è sempre lì, imperturbabile. Provo a non ascoltarlo, a questa andatura è abbastanza sopportabile, magari distraendomi smetto di avvertirlo. Tutti a chiedermi quale sia il mio obiettivo, quando io non ho ancora deciso se partire o meno. Venerdì mattina altra corsetta, identiche sensazioni. Stato d’animo anomalo, il mio. Da un lato, il fascino della città non cessa di colpirmi. Dall’altro, non vorrei (e non dovrei) essere qui. Mi sento un ibrido, né turista né atleta. Indifferente a ciò che mi passa sotto gli occhi, noncurante di ciò che mi circonda; disinteressata a ciò che mangio (e a ciò che non mangio), e a quanto riposo (o non riposo). Assente. Sabato è il giorno più lungo, urge scrollarsi di dosso l’apatia e prendere una decisone salda e inossidabile: correrò questa maratona. Devo dare un senso a questo viaggio: lo devo a me stessa e a chi condivide con me dolori e speranze. Del resto, per me New York e la maratona sono sempre stati una cosa sola: non avrei mai conosciuto questa città se non fosse stato per correrla, e non ci sarei mai tornata se non per la stessa ragione. La ragione per cui sono nuovamente qui, dopo sette anni dall’ultima volta. Adesso non sono preparata, pazienza. La determinazione compenserà le carenze fisiche: per la prima volta nella mia vita, dovrò correre con la testa e col cuore, non potendo contare sulle gambe. Sarà una bella sfida.

Temperatura gradevole già alle cinque di mattina. Non ci speravo, non potrei chiedere di più. Provo una strana commozione, devo continuamente ingoiare le lacrime pur senza una precisa ragione. Non è tristezza, solo un misto di emozioni difficili da controllare. Arriva il momento di entrare in griglia, quindi il trasferimento sul ponte: l’inno americano e il cannone. Sto correndo la mia settima maratona di New York (contando anche quella non terminata). I primi chilometri scorrono fluidi, sorrido ad ogni “Go Vale!”. L’incitazione del pubblico amplifica quella che mi rimbomba dentro: un mantra tutto mio, energia pura che mi sospinge ad ogni passo. Dieci chilometri sono andati, ed è già tanto. La gamba vuole avvertirmi che non sta tanto bene, ma io mi concentro sul pubblico e sul mio dialogo interiore. Non guardo mai il Garmin, butto un occhio al cronometro solo ai riferimenti chilometrici (cioè ogni cinque). Quindi, ecco il quindicesimo: sto andando benissimo. Al prossimo saremo quasi a metà, non ci posso credere. Passo alla mezza in stato di grazia, ora mi mangerò il Queensboro Bridge e mi farò trascinare dalla folla lungo la First Avenue. Il passaggio al trentesimo mi illude: vuoi vedere che realizzo un tempo strabiliante? Non avevo tenuto conto che è qui che iniziano i giochi. Le ondulazioni del percorso mi segano le gambe, la mancanza di preparazione fa il resto: comincio a faticare parecchio. Di che ti meravigli? Fino ad una settimana fa non riuscivi a completare un chilometro senza fermarti, ora ne hai percorsi quasi trentacinque ininterrottamente. Il tratto sulla Quinta è devastante, ma il prossimo riferimento sarà quello dei 40km, ancora qualche sospiro e sarà fatta. Ecco il Columbus, si entra in Central Park, l’arrivo è lì, dietro l’angolo. Tra un po’ lo scorgerò, e forse troverò anche la forza di accennare uno sprint fino al traguardo. Sono raggiante, nemmeno le mie prestazioni migliori mi hanno vista così entusiasta. L’ho finita, ed è incredibile. In 3:39:30, ed è un miracolo. Certo, in termini assoluti questo tempo è ridicolo. Ma, nelle mie condizioni, non avrei scommesso né di riuscire a finirla, né di chiuderla sotto le quattro ore. La magia di New York – e del mio potentissimo mantra.

 

domenica 22 febbraio 2015

Circuito di Castenaso

Da quanto tempo non correvo un diecimila? Considerando che l’anno scorso ero ferma (sì, anche l’anno scorso), devo sfogliare i diari del 2013 per trovare tracce delle mie performance su tale distanza. E che performance! Quella di oggi, poi, spettacolare.

Piove da ieri sera. Quella bella pioggia che ti farebbe restare sotto le coperte a oltranza. Non lamentarti, che potrebbe essere neve. Non mi lamento: perlomeno, la mia controprestazione avrà un’attenuante. Se poi aggiungiamo la faticosa ripresa dopo il lungo (ennesimo) stop, la tosse devastante che mi ha ridotta a una larva per una settimana, il periodo dell’anno che, come tutti gli orsi che si rispettino, dovrei trascorrere in letargo, direi che la schifezza possa essere tranquillamente annunciata.

Peccato, però. Avrei ambito ad un ingresso più dignitoso nella nuova società. Già, perché quest’anno ho finalmente compiuto il grande passo. Quando una situazione ti crea disagio, ti fa sentire fuori posto, ti provoca insofferenza, perché assecondarla? Un po’ per pigrizia e un po’ per vigliaccheria, ho tergiversato troppo a lungo. Ma ora eccomi qui: dentro una tenda con nuove compagne, ad indossare la canotta biancoverde.

Il problema, ora, è uscire da questa tenda. La temperatura sarebbe anche accettabile, ma l’umidità ha già penetrato le mie ossa e sto battendo i denti. E continua a diluviare. Dai, sono solo 10 km, passano in fretta…

Sono subito imbottigliata, e già inveisco; per avanzare affondo in una pozzanghera, e impreco; dopo il terzo chilometro inizia l’acquitrino della ciclabile: manca poco che bestemmi.  Lo dicevo che oggi non era giornata. Provo a pormi l’obiettivo di agganciare un paio di ragazze davanti a me, ma il distacco non accenna a diminuire. Meglio non pensare a dove saranno quelle che conosco, meglio anche non ispezionare troppo il Garmin: sono le gambe che devo controllare, gambe che si stanno facendo pericolosamente pesanti. Se non altro, riesco a guadagnare un paio di posizioni, e se riuscissi ad agguantarne un’altra, particolarmente succulenta, potrei dirmi quasi soddisfatta. Ma sul fango non ho alcuna possibilità e un mezzo giro di pista, nel finale, non sarà sufficiente per lanciare uno sprint. Persino il crono infierisce. Un minuto in meno, non chiedevo tanto: e sarebbe stata comunque una prova scarsissima. Così, invece, è proprio disastrosa.

C’è persino chi mi fa i complimenti, chi osa addirittura un “bravissima”: un’accoglienza così quasi mi imbarazza. Atmosfera rilassata, amichevole, un clima a cui non ero abituata. Ho fatto la scelta giusta. E forse la svolta è stata imboccata nel momento più opportuno: quando necessitavo di una scossa, di nuove motivazioni, di uno stimolo per continuare ad allenarmi con metodo e, soprattutto, con passione. Saranno buoni frutti, crediamoci.




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