martedì 5 febbraio 2019

Cross di Rubiera: a volte ritornano


Devo ancora metabolizzare la mia prestazione alla Cinque Mulini, quando mi si prospetta l’opportunità di partecipare ad un altro cross. Non ci starai mica prendendo gusto? Sono io la prima a non capacitarmi.  Dove si sono nascoste tutte le mie paranoie? Dov’è finita la Valentina irresoluta, recalcitrante, quasi sprezzante? Quella che, undici anni fa, riflettendo sul cross di Rubiera, si esprimeva senza mezzi termini (qui)? Polverizzata, insieme ai frammenti di un calcagno martoriato. Sempre lui il responsabile: è lui che, ormai da due anni, determina i miei movimenti – nel senso più ampio del termine. Li consente e li vieta, a fasi alterne, senza logica. Un interruttore: mi accende e mi spegne, buio e luce, luce e buio. Da stordire. Brancolando tra ombre e abbagli, mi butto dove capita. Pur di correre. Quello che non uccide fortifica, si dice così? Sia crisi di astinenza oppure rifiuto di marcire nella fossa: si tratti di irresponsabilità o di istinto di sopravvivenza, il risultato non cambia. Jader intende fotografare una gara? Allora gareggio anch’io. Nei limiti del possibile, ovvio. Sempre col dubbio, va da sé. Intanto mi iscrivo, poi vedremo. Vivere nella nebbia è deprimente: mi manca l’orizzonte. Mi butto nella mischia per godere di una botta di adrenalina, per sentirmi viva e combattente, ma la lotta è sempre impari. L’illusione di un attimo.

foto: https://www.facebook.com/Jadersimages/
Però, come puoi pensare di rinunciare a tutto questo? Quando persino le condizioni più avverse non ti piegano, quando non ti curi di pioggia, fango e neve, quando salti i fossi come non avessi mai fatto altro nella vita (beh, quasi): questo è il tuo mondo, non ne esiste uno diverso. Arrivi al campo e inizia il diluvio. Non credo di farcela, sospiri. Non sei obbligata, ti rincuorano. Naturale, perché dovresti esserlo? Eppure è così che ti senti: obbligata verso te stessa. Rinunciare sarebbe semplice, quasi scontato: in una giornata così, nessuno ti biasimerebbe. Torneresti a casa asciutta e indenne. Peccato che ti ritroveresti rammaricata e abbattuta. Se proprio devi abbatterti, fa che avvenga al termine della battaglia. Armati di chiodi e buttati. Coprirsi troppo non serve, i tessuti si inzuppano, mentre la pelle può resistere. Questione di minuti. Il percorso, già solcato dalle categorie precedenti, è ridotto in poltiglia. L’alternativa è correre sulla neve, più compatta. Dovendo scegliere il male minore, preferisci affidarti all’istinto – cioè, preoccuparti esclusivamente di procedere senza volare a terra. Temi di non farcela, non tanto per le difficoltà strutturali, quanto per la tua forma fisica: del tutto inesistente. Gambe piantate e respiro affannato, annaspi nella melma temendo di affogare. Perché tanta fatica? Perché come un’oca sei partita in tromba,  perché da una vita non riesci ad allenarti, perché queste gare non ti saranno mai congeniali. Dai, ancora tre giri, cerca di sopravvivere. Che dopo un po’ il ritmo si fa amico e smetti di sentirti ridicola. Stai correndo, eccome se stai correndo. Non sarai un esempio di stile, ma hai conosciuto momenti peggiori. Ebbene si: la tua figura più misera l’hai realizzata quando eri giovane e forte. Adesso, vecchia e malandata, ci credi più di allora. Ti impegni a spingere, a non badare al piede che scivola, a gestire gli appoggi incerti. Ultimo giro. Il cuore in gola, vorresti abbandonarti al pensiero che ormai è fatta e brancolare fino al traguardo. Invece no, tenere fino all’ultimo, così bisogna fare. Spremiti fino all’osso, guadagnati l’orgoglio che ti devi. 

Credo di essere arrivata ultima. Credo che da domani tornerò nel mio guscio uggioso. Ma oggi mi sono proprio divertita. Fatemi giocare ancora!

mercoledì 30 gennaio 2019

Cinque passi nella storia: la Cinque Mulini


Avendo ormai constatato che la medicina è un’opinione e che, oltre ad essere zoppa, sono ormai anche bipolare, cerco di sopravvivere a questo inverno che sembra non avere fine (e non mi riferisco a quello astronomico). Il dolore aumenta, e nessuno sa spiegarmi il perché: perché, fisiologicamente e anatomicamente, non sussiste nulla che giustifichi una simile sofferenza, non in quel punto e non in quella forma. Qualcuno lo esponga anche al mio calcagno, vi prego: non ne posso davvero più. E non si tratta solo dello sfinimento provocato dalla sensazione di un coltello infilzato nel tallone, dal non riuscire a camminare umanamente, dal non trovare una scarpa adatta né una posizione tranquilla. È il non arrivare a dare un nome a questo supplizio ciò che maggiormente esaspera: non conoscere il nemico, ignorare contro cosa combattere, perdere fiducia e speranza verso il mondo intero. Due settimane senza muovere un passo di troppo, un’infiltrazione, una manipolazione, un paio di dosi di antinfiammatori: vediamo cosa succede. Proviamo, almeno, a festeggiare correndo i nostri compleanni. Per poi ricadere nel tunnel. Voglia di sparire, di non farmi vedere, di eliminare qualsiasi forma di contatto: a nessuno interessano le mie disgrazie, sono venuta a noia perfino a me stessa. Non ho nulla di nuovo da raccontare, nulla di vecchio che valga la pena riesumare; niente da chiedere né tantomeno da ascoltare. Riesco solo a piangere. So benissimo che non serve a nulla, che non è la soluzione, che le disgrazie vere sono altre. Ma questa nebulosa in cui vivo ormai da anni è sul ciglio di un buco nero. Ho paura. Paura che le risposte tanto anelate possano all’improvviso rivelarsi indesiderate; paura di perdere di vista i pochi punti di riferimento a cui mi sto aggrappando; paura di abbandonarmi, trascurarmi, abbruttirmi. Fa che la passione continui a bruciare, affinché non manchi la forza per reagire.

Le reazioni di un individuo al limite della sopportazione sono spesso sproporzionate. Un giorno mi sento uno zombie e fatico ad alzarmi dal letto, il giorno dopo mi iscrivo ad una gara che nemmeno nei miei anni d’oro avrei pensato di affrontare. Avevo addirittura sempre creduto che la Cinque Mulini fosse roba da extraterrestri, non mi ero proprio posta la questione che potesse esserci spazio anche per i comuni mortali. Invece, incredibile a dirsi, possono correrla anche i rottami come me. Oddio, perché voglio farmi del male? Semplice: me ne farei molto di più restando a casa o, peggio ancora, inducendo persino il “mio” fotografo a non andare. Miseri e tapini a flagellarsi a vicenda, che bel quadretto. No, grazie, mi sono già fustigata abbastanza. Se devo proprio soffrire, che almeno soffra correndo.

Dopo una notte trascorsa a combattere coi miei spauracchi, il campo sportivo pare un luogo celestiale. Sono emozionata. E non si tratta della consueta tensione pre- gara, che tanto dalla competizione mi aspetto ben poco. Mi entusiasma perlustrare i sentieri che ho sempre visto in TV, mi eccita pensare che tra poco solcherò anch’io quei tracciati. E quei mulini! Il passaggio al loro interno è uno spettacolo unico, ripenso a quanto ci faceva ridere immaginare il mio caracollare in una simile situazione. Ti vorrei proprio vedere su quei gradini. Ecco, oggi mi vedrai. Non mi spaventano, neanche un po’. Nulla mi spaventa ora. La mente è completamente sgombra: intendo semplicemente godermi il momento. Fatico un po’ a trovare il mio assetto, meglio dire che non lo trovo affatto. Le variazione del terreno mi creano qualche difficoltà, dovute soprattutto alla mia totale estraneità alle scarpe chiodate. Paradossalmente, comincio a sentirmi a mio agio una volta in mezzo ai campi. Nonostante le buche e i fossi da saltare, riesco persino a guadagnare qualche posizione. Quando me lo ricordo, cerco di controllare l’andatura: sollevo le ginocchia, oscillo le braccia, spingo sui piedi. Insomma, ascolto le voci. Difficile esprimersi sul risultato, ma intanto metà gara è andata e i mulini sono nei paraggi. Qui il fondo è più duro, e i chiodi risultano fastidiosi. Ma dico, stai correndo nella storia, te ne rendi conto? La gente, le luci, io che entro e calpesto il tappeto verde. Si fa appena in tempo a realizzarlo, e Jader sta quasi per perdersi il mio grido di gioia, avendomi dato forse per persa. Un altro ingresso, altri gradini, poi via, verso il tratto più duro. Certo, l’ultimo chilometro è sempre il più ostico. Vorrei spingere ma non ho più le gambe, o forse è il fiato che manca, oppure entrambe le cose. L’incapacità di dosare le forze, di decidere quando staccare, quando partire alla morte. La mancanza di allenamento, la scarsa attitudine alla competizione, la paura di non farcela. È in momenti come questi che mi servirebbero incitamenti a squarciagola. Sarà una mia debolezza, ma ne avrei davvero bisogno. Ecco perché mi ha tanto commossa la scena di Daniele Caimmi che correva gridando accanto a Meucci: l’allenatore che sprona il suo atleta, lo carica, lo spinge virtualmente. Ho avvertito la passione, la dedizione, l’affiatamento: una sinergia esplosiva, che produrrà senz’altro eccellenti risultati. Ma quello è un altro pianeta, che ho ammirato una volta conclusa la mia piccola fatica. Da brava perenne insoddisfatta, posso confessare che la posizione e il crono mi inorridiscono, e tutti i bla bla bla sulla mia schifosa condizione fisica consolano ben poco. Non mi sono spremuta abbastanza, sempre troppo prudente e controllata. Insomma, non ho aggredito la gara. Però… Che spettacolo! Lo sto realizzando lentamente, giorno dopo giorno, che ho preso parte ad un evento straordinario: e lentamente sto caricando le pile. L’inverno è ancora lungo, ma ha le ore contate.




giovedì 3 gennaio 2019

Di corsa verso la fine dell'anno - S. Agata e Masi S. Giacomo


Siamo nel pieno di quella stagione in cui ti chiedi se mai rivedrai il sole. L’inverno, da noi, è un film in bianco e nero: giornate monocromatiche, opache e lattiginose. Perfette per l’umore, del tutto adeguate alla mia condizione. Lo stato d’animo di chi brama per un barlume da oltre un anno, di chi ha ormai assunto le sembianze di quel paesaggio: inerte e ammuffito. Si azzerano i tempi di reazione, si annichilisce l’entusiasmo, spenta è la motivazione. Il gelo impera, sui campi e sull’indole. Può una zoppa arrischiarsi su strade ghiacciate? Proprio no. Meglio dirottare su attività alternative, giusto per non rattrappirsi. Trascinarsi fino alle feste, lasciarle scorrere come niente fosse, e presentarsi sulla linea di partenza con i soliti dubbi: raggiungerò il traguardo? Che angoscia. Ogni giorno chiedermi se e quanto riuscirò a correre, sondare di volta in volta lo stato dei vari acciacchi, evitare di posare lo sguardo sul calcagno per paura di vederlo paurosamente lievitato. Cosa c’è lì dentro che non mi dà pace? Cosa devo fare (o non fare) per uscire da questo stallo? Non pensarci, non ora. Oggi ho una grande opportunità: quella di attaccarmi a una lepre – sperando non decida di abbandonarmi al mio destino. Ma certo che lo farà, impossibile sopportare la mia andatura da passeggio. Sono anzi io a spronarlo: vai pure, tu che ne hai. Ma figurati, stiamo andando benissimo! Ad ogni chilometro controlla la media e mi rassicura. Sarà. Io devo fare i conti col dolore e con la mia pessima forma: cosa aspettarsi da chi corre poco e male, da chi vorrebbe onorare complesse tabelle di allenamento, ma a malapena riesce a seguire uno straccio di schema? Dai, che all’ultimo giro andiamo a prendere quella là. Certo, aspetta proprio me. Significherebbe dare tutto proprio nel finale, impossibile quando mancano le risorse da cui attingere. Proprio impossibile? Sembra di no: sembra che lo spazio tra me e l’altra si stia restringendo, pare davvero che mi stia avvicinando. Nonostante senta di non averne più, nonostante anche lei sia scortata. Effettuato il sorpasso, monta l’orgoglio. L’obbligo è non farsi riagguantare. Pazienza se ci supera un marciatore, pazienza pure se ci doppia il vincitore della gara. Ormai si tratta di affrontare l’ultimo chilometro: quello in cui non si vede la fine, quello nel quale le gambe diventano piombo, quello che affronti annaspando come un pesce fuor d’acqua. Traguardo raggiunto. Degnamente. Grazie al gabbiano che mi ha protetto con le sue ali. Avevo dimenticato cosa significhi avere qualcuno che ti accompagna, che sa incoraggiarti, motivarti: ti distoglie dai pensieri più cupi e ti lancia una sfida. Perché devi meritarlo, quell’aiuto; devi essere all’altezza, non puoi permetterti cedimenti, guai deludere chi ti porge il fianco. Sono stata brava, siamo stati bravi. Sì, ma poi? Poi succederà che, esaurita l’adrenalina, il calcagno presenterà nuovamente il conto e se ne fregherà del ghiaccio e dell’arnica che gli verserò addosso. Mi rialzerò zoppicando e zoppicando trascorrerò la giornata. Fino a quando non riproverò a correre, sempre con lo spirito di un condannato: uscire senza sapere cosa succederà.  


Concludere un allenamento è già una vittoria, ovviamente non prendendo in considerazione i tempi. Sempre senza avere un idea dei tempi mi ripresento su un campo di gara. Per l’esattezza, un gomitolo di strade tra i campi, nel gelido abbraccio della nebbia. Sono le terre della mia infanzia, qui ho respirato i primi tre anni della mia vita. Anche per questo ho voluto essere presente. Non mi era mai capitato di correre in prossimità del luogo in cui sono nata, luogo di cui ho ricordi sfumati – così come sono sfumati dalla bruma i contorni di case, alberi e persone. Temo che, quand’anche sopravvivessi al dolore, oggi sarà il freddo a finirmi. Fatico a respirare, l’aria gelida penetra il mio essere rendendomi catatonica. Vi prego, fateci partire prima che muoia. Un giro attorno al caseggiato, appena cinquecento metri, poi fuori, verso il nulla. Subito un cavalcavia, tanto per spezzarci subito le gambe. Nonostante tutto, il primo chilometro risulta abbastanza veloce. Per modo di dire, certo. Insomma, più di quanto avessi ipotizzato. È che in questo stato di “corsa e non corsa” fatico ad avere una percezione della mia andatura, mi manca proprio la sensibilità al ritmo. Stavolta, poi, non ho nessuno a cui affidarmi. Posso contare solo su me stessa – il che è tutto dire. Ad un certo punto le strade di chi va e di chi viene si incrociano, un giro di boa e siamo di nuovo sul cavalcavia. Accidenti, vogliono proprio renderlo cattivo questo Trofeo 8 Comuni. Ancora un passaggio in paese, prima di perderci nelle lande desolate. Non è uno scherzo. Quando scocca il sesto chilometro, cioè l’ipotetica distanza della gara, prevale il senso di smarrimento. Non ho la minima idea di dove siamo, né di dove sia l’arrivo. Un margine di errore ci sta, non mi aspettavo certo un percorso misurato al centimetro, ma qui si vede solo campagna. O meglio, non si vede proprio nulla. Nebbia, nebbia e solo nebbia. Suona il settimo chilometro, la situazione si fa grottesca – per non dire drammatica. Quanto mancherà? Sarebbe bello saperlo. Invece davanti a noi si profila l’ennesimo cavalcavia. Oh no! È quello di prima o è un altro? Siamo quasi alla fine o da tutt’altra parte? Intanto, pur arrancando, in salita supero una ragazzina in seria difficoltà. Poi, in discesa, agguanto anche un’altra podista. Odo delle voci: a meno che non stia delirando, il traguardo si avvicina. Otto chilometri e spicci. Pare che il tragitto sia stato improvvisato sul momento.
Non so se sia peggio questo, o fare la fila per transitare sull’arrivo. Prendiamola in ridere, che sono ancora viva. E, nonostante tutto, ho corso pressoché allo stesso ritmo di qualche giorno fa. Mi godo il momento, che so avrà breve durata. Tra poco tornerò a zoppicare, e a domandarmi se e quanto riuscirò ancora a correre.

lunedì 10 dicembre 2018

Strisciando verso il Cross di San Lazzaro


L’equilibrio è un’arte. E io, naturalmente, non sono un’artista. Ho giocato d’abilità per mesi: con cocciutaggine, determinazione e speranza. Agendo sulla fiducia – e sull’esasperazione. Ma destreggiarsi su un filo significa esporsi all’imprevedibilità degli elementi: destabilizzarsi è questione di un attimo. Il freddo, il buio, la nebbia. Gli imprevisti, le sgradevoli sorprese, gli acciacchi di stagione. Tante, troppe condizioni sfavorevoli: la caduta è inevitabile. Sbam! A terra. Ovviamente succede quando stai marciando a testa bassa, spinta dalle migliori intenzioni. Il primo stop lo decreta la bronchite: tosse lacerante, antibiotici a dosi massicce, impensabile muovere un passo. Una settimana scivola via così. Quando ti decidi a rimettere fuori il naso, tocca subire le grida acute provenienti dal calcagno. Ma come? L’avevi tenuto a riposo per diversi giorni, dovrebbe essersi tranquillizzato almeno un po’… Macché, più incazzato che mai. Stringi i denti e porti a termine l’allenamento. Così pure il giorno successivo, completando con entusiasmo un’interessante seduta di sprint in salita e sul piano (adoro questa fatica). Peccato che il resto della giornata lo trascorri zoppicando, e quando in seguito riprovi ad accennare un movimento di corsa incedi come un burattino impazzito e una fitta alla schiena quasi ti abbatte al suolo. Torni a casa mestamente, cercando di controllare le scosse inquietanti che si irradiano dal gluteo. Non riuscire a correre è drammatico, ma non poter camminare è oltremodo tragico. Affidiamoci al riposo e a mani sapienti, magari si è trattato solo di un colpo di vecchiaia. Così domenica mattina, sotto la pioggia, mi schiero sulla linea di partenza della 5 Fossi. Gara per me nuova, su una distanza che non affronto da chissà quanto e che non ho idea di come affrontare. Parto come una forsennata, per non dare tempo alle mie articolazioni di avvinghiarsi. Ovviamente scoppio di lì a poco. Il vento contrario e il tratto fangoso faranno il resto. Arrivo in ginocchio, decisamente delusa. Ma, se non altro, non eccessivamente dolorante. Perché mi lascio abbattere da una scarsa prestazione, quando non potevo aspettarmi nulla? Non credevo di poter far peggio della gara precedente, è vero, ma in queste condizioni, con tutti gli annessi e i connessi, dove fantasticavo di andare? Niente da fare, il pessimismo la fa da padrone. E quando, due giorni dopo, devo gettare la spugna dopo una decina di minuti a causa del dolore insopportabile al solito maledetto tallone, è l’inferno. Cocciutaggine, determinazione e speranza: crolla tutto. Tra le lacrime. Rabbia? Forse, ma più che altro stanchezza. Stanca di combattere con questo dolore che non ha un nome né una causa; stanca di sforzarmi di essere forte; stanca di illudermi che sia solo questione di pazienza. Dovrò arrendermi all’evidenza: smettere di correre una volta per tutte. Ci sono disgrazie peggiori, no? Allora perché non riesco a rassegnarmi? Mi butto su attività alternative ma, come se non bastasse, anche la cyclette mi lascia a piedi. Qualcuno ha detto che la sfiga non esiste? Arriva così la domenica, e fatico ad alzarmi dal letto. Mi sento un’ameba, incapace di reagire, refrattaria a qualsiasi attività. Lasciatemi stare, oggi voglio solo piangere: concedetemi il diritto di strisciare per un po’. Poi mi rialzerò, promesso. Già da domani. Cinque di mattina, pedalare! E tornata dal lavoro, sotto col potenziamento. Un altro giorno è andato. Martedì significa allenamento, che si fa? Ci si prova? Fisso fuori dalla finestra, immobile. Stamane mi sono alzata con le migliori intenzioni, mantenute durante tutta la giornata in ufficio. Poi, una volta a casa, il vuoto. L’abbassarsi della temperatura, col calar del sole, intorpidisce la mia volontà. Avrei bisogno di un pungolo, magari di un calcio nel sedere. Jader tace. Forse è distratto, forse si aspetta che sia io a scuotermi. Allora ti sorprenderò: mi cambio in fretta, do una stuzzicata alle giunture, e via. Poco convinta, è vero, ma non intendo restare col dubbio. Se il dolore è ormai scontato, non lo è la sua intensità: tollerarlo significa crederci ancora, al contrario… Concludo l’allenamento, in condizioni precarie (correre al buio non è nelle mie corde), ma lo concludo. Domani zoppicherò, mi dedicherò ad altro. E giovedì mi tirerò il collo col lavoro che preferisco. Sabato c’è il cross, ne ho già saltato uno a causa della bronchite, non posso perdermi anche questo: mi sono comprata le scarpe apposta! Questo bruciore alla gola, però, non mi piace affatto. Una serie di starnuti annunciano l’arrivo del raffreddore. Evviva, mi mancava proprio, soprattutto sapendo che l’immediata conseguenza sarà la tosse. Di nuovo. L’incubo di tutti gli inverni: inizia all’improvviso e non si sa se e quando finirà. Quali salite e quali sprint? È già tanto se non mi butto sotto le coperte. Le mie scarpette nuove, le userò mai? Se le mettessi in vendita? Giornata lunghissima, quella del venerdì. Tossisco in maniera imbarazzante, l’aria secca dell’ufficio mi devasta e non arriva mai l’ora di staccare. Continuo a rimuginare sul da farsi: sul mio destino immediato. Correre o non correre l’indomani. E, optando per la prima ipotesi, allenarsi attorno a casa o rischiare la vita al cross? Tra gli scaffali del supermercato i pensieri, più che al carrello da riempire, vagano tra una possibilità e l’altra, alla vana ricerca di quell’incognita che possa appesantire uno dei piatti della bilancia. Finalmente, sulla via di casa, Jader fa muovere l’ago: la sua presenza come fotografo è condizionata dalla mia presenza come podista. E sia: sferriamo il colpo definitivo, così finirò quest’anno schifoso all’obitorio.

 Temperatura accettabile, timido sole, tanta paura. Ormai ci convivo. Paura e dolore, che brutta coppia. Sorridi, che c’è tanta gente e ti puoi distrarre. Chiacchierando con questo e quella, riesci persino a realizzare un riscaldamento decente: hai visto, come niente hai corricchiato per mezz’ora e sei ancora viva. Va bene che il bello (o il brutto) deve ancora venire, ma allora sarà tutta un’esplosione di adrenalina. Appena il tempo di infilare le scarpe sgargianti. Come sono belle! Così vivaci, così leggere: oddio, quanto sono leggere! Non saranno dannose? Questi chiodi, poi, come li gestisco dal parcheggio al campo? Non si romperanno? O, peggio, non mi faranno scivolare? Sono sicura di ciò che sto per fare? Neanche un po’. E meno male che non c’è margine di ripensamento. Raggiungo lo start pochi istanti prima dello sparo, mai affrontato una gara con scarpe totalmente intonse. Che sarà mai, sono solo tre chilometri… Tre chilometri? A me sembrano almeno il doppio. Il percorso è abbastanza lineare, il terreno agevole, giusto un paio di dossi. Ma a metà del primo giro sono già impiccata, come ci arrivo alla fine? Ne manca uno e mezzo e sto arrancando. Alza quelle gambe, spingi un po’. Hai due scarpe che sono uno spettacolo, non puoi fare la figura della papera. Recupero qualche risorsa, ma che fatica. Meglio non pensare che mi sto ammazzando per procedere a passo di bradipo. Soprattutto, meglio non pensare a tutte quello che mi sono davanti… Forza, non sarai l’ultima, ha ancora senso sbattersi: su con quelle gambe, tira fuori la grinta. Eh, manca poco, lo so. Alla fine di questo rettilineo c’è la curva a destra, poi a sinistra, poi ancora a sinistra ed è fatta. Ma la prima curva non arriva mai, le gambe sono di piombo e dai polmoni non arriva più aria. Ci manca solo che inizi a tossire. No, dai, è questo il momento che conta: sono gli ultimi metri che fanno la differenza. Qui si vede chi cede e chi no, chi molla e chi morde l’osso fino al midollo. Eccolo il mio osso, bruciata sulla linea del traguardo. Non vale niente, lo so, ma lo dovevo a me stessa: dare tutto fino alla fine. Se ci riesco ancora, ancora ho qualche speranza. 

Qualche minuto di defaticamento, voglio proprio esagerare. Mi piace fare le cose per bene. Mi piace pensare che, dopo una dose massiccia di ghiaccio e di arnica (non serviranno a nulla, ma mi rasserenano), potrò tornare ad allenarmi. Il bello di gareggiare di sabato è che resta tutta la domenica davanti – e di domenica, vuoi non correre? Sprint in salita e in piano. Col freddo, con la nebbia, col dolore. Ma con la soddisfazione di avercela fatta ancora una volta. Detesto non potermi permettere piani a lungo a termine, tremo all’idea di dovermi fermare per chissà quanto – se non per sempre. Per vederci più chiaro, ho prenotato una risonanza: tra un paio di settimane saprò qualcosa in più. Forse. Nel frattempo, ogni giorno è un giorno conquistato. Continuo a remare contro un mare ostile. Ma, fortunatamente, so nuotare bene.

mercoledì 7 novembre 2018

La Vallazza: tra fango e sorrisi


Incredibile a dirsi: sono nell’albo d’oro di questa manifestazione. Ebbene sì, c’è stato un tempo in cui si lottava per il podio (vedi qui). Fare i conti col passato è tanto deprimente quanto inevitabile. Basterebbe non piangersi addosso e ricordare con orgoglio la golden age: in fondo, non tutti possono godere di certe memorie. Basterebbe anche sforzarsi affinché le soddisfazioni non vengano a mancare: non dare nulla per scontato, ma nemmeno per impossibile. Il materiale non manca: determinazione, passione, fiducia. I primi due elementi caratterizzano la mia persona, il terzo è alimentato dalle persone che ho accanto. Perché a volte non si basta a se stessi: un sorriso, una pacca sulla spalla, un urlo possono ribaltare uno stato d’animo. Le parole, poi, si sa quanto siano importanti. Non le mie, che troppo spesso mi dicono di lasciare perdere, di fermarmi una volta per tutte. No. Con quella voce contino e continuerò a combattere. Perché se nessuno sa spiegarmi cosa diavolo determini un dolore inossidabile, allora mi convinco che non ci sia nulla che possa impormi di smettere. Insisto, e insisto a volermi impegnare e a pretendere da me stessa. Col mio calcagno è guerra aperta, lui mi attacca col male, io contrattacco con la fatica. L’ho già detto, correre non mi basta: devo allenarmi. Ho bisogno di uno schema, di una tabella, di un obiettivo: di un percorso da seguire con qualcuno che mi prenda per mano (o che mi prenda a calci, che potrebbe essere la stessa cosa). Sono un soggetto difficile da gestire, lo riconosco. Forse è per questo che non sono in grado di gestire me stessa. Testarda, insicura, perennemente insoddisfatta. Ma altrettanto diligente, attenta e scrupolosa: dammi un compito, lo eseguirò alla lettera. Minuti, chilometri, salite: scrivimi come e quanto e mi farai felice. Felice di allacciarmi le scarpe e uscire con le idee chiare, convinta che la forza avrà la meglio sulla sofferenza. Un passo alla volta, stringendo i denti, sfidando i limiti della tolleranza. Ci vuole un po’ per raggiungere una specie di equilibrio ma, superata quella barriera, la strada diventa più agibile e ci si può persino divertire.
Così, col mio programmino di ripresa, decido di iscrivermi alla Vallazza. La distanza mi spaventa, lo ammetto. È da settembre che non corro tanti chilometri, nelle ultime settimane mi sono avventurata al massimo per una quarantina di minuti. Ma sento che ce la posso fare. Deve essere un buon allenamento, nulla di più – ma neanche nulla di meno. L’importante è non dare importanza a chi sarà davanti, l’ansia da prestazione riguarda me stessa, non la gara. La sfida è tra me e i miei malanni: tra il mio tormento e la mia fame di riscatto. Da brava asociale, mi aggiro sul luogo di ritrovo come un fantasma, sperando di non essere notata. Arrivo alla partenza pochi minuti prima del via, giusto il tempo di sgranchirmi; un vero e proprio riscaldamento non posso permetterlo, essendo estremamente limitata la mia autonomia di viaggio.  Lo sparo mi coglie impreparata, quasi non mi accorgo che bisogna iniziare a correre. Naturalmente, il primo chilometro mi serve a liberarmi dalla ressa. Dal secondo inizio ad impegnarmi come posso, pensando che ne dovrò correre tre ad un ritmo quantomeno sostenuto, quindi prendere fiato per cinquecento metri, poi altri tre chilometri impegnati – e via così fino alla fine. La prima frazione è più veloce di quanto mi aspettassi, la pagherò nei passaggi successivi, i più dei quali fangosi. Tanto, tantissimo sterrato, in alcuni tratti davvero scivoloso. Lamentarmi? Nemmeno per sogno. Il calcagno bastardo sì, quello lo maledico. Ma il percorso non mi impensierisce affatto, anzi: mi esibisco persino in incerti zigzag per superare podisti su podisti. Diventa un gioco di elastici: avanzo di posizioni nei chilometri “tirati”, torno in coda nella fase di recupero. È quasi divertente, sicuramente gratificante, perché ogni volta che riparto riprendo tutti quelli che mi davano per spacciata. Sul finale voglio impegnarmi al massimo. Alzale quelle ginocchia, e quelle braccia! Spingi con quei piedi! Fregatene del male, zitta e corri! Vai Vale… Eccolo, lo sentivo nei miei pensieri e si è materializzato a pochi metri dall’arrivo. Al fotografo, in prossimità del traguardo, sorrido col cuore: con viso e corpo voglio esprimergli la mia tenacia. Corro subito ad abbracciarli, devo coinvolgerli nell’esplosione della mia contentezza. 
Come sto? Malissimo, ma sono felice. Sono stata brava, me lo dico da sola, se non me lo dice nessuno. Il programma sta funzionando. Sarà magari presto per dirlo, ma io ci credo fermamente. Che poi, ridendo e scherzando, la media totale della gara di oggi, interpretata come un allenamento nemmeno tanto faticoso, è di 4”/km più bassa di quella tenuta nel 2016 – quando fu vera competizione, dall’inizio alla fine. Pochi spiccioli, è vero, e anni luce rispetto a quando si faceva sul serio: ma è pur sempre un segnale. Difficile dire dove potrò arrivare, ma l’itinerario mi entusiasma più della meta. 






lunedì 22 ottobre 2018

Tre Monti e uno Spleen


È quel periodo in cui l’intero universo risulta insostenibile: gesti, espressioni, parole pesano come macigni. È quel periodo in cui basta un soffio per scatenare un uragano, e uno sguardo genera immediatamente una lacrima. È quel periodo in cui dovrei seguire il corso della natura e assecondare gli istinti: ergo, andare in letargo. Autunno, fuori e dentro di me. Magari si trattasse solo di un male di stagione: il male qui ha messo le radici, e non c’è diserbante che tenga. Che poi, detto così, suona forse esagerato. Perché è vero, ci sono disgrazie ben peggiori. Ma non posso fingere di stare bene: io di questo piede azzoppato non ne posso davvero più. Sono stanca di sopportare un dolore che non ha un nome né una cura, sono stanca di sentirmi un caso anomalo e inspiegabile, sono stanca di illudermi che tutto passerà. A forza di aspettare sto invecchiando: sono invecchiata. Ed ho paura. Paura di dovermi rassegnare ad una condizione di semi invalidità: di non potermi più permettere non solo di correre, ma nemmeno di fare una tranquilla passeggiata; di vivere con ansia il momento di alzarsi dal letto o dalla sedia e, lo ammetto, anche di non poter più indossare una scarpa elegante. Il pessimismo non aiuta, lo so. Ma l’esasperazione è tanta, l’insofferenza incontenibile: meglio starmi alla larga. Oppure, meglio me ne resti io alla larga dal mondo intero. Perché buttarmi nella mischia quando non ho voglia di parlare con nessuno? No ho nulla da dire, il racconto del mio calvario è venuto a noia persino a me. E assistere allo spettacolo a cuor leggero mi è impossibile: l’indifferenza non è nelle mie corde. Non riesco a starmene ferma a guardare nemmeno la tv, figuriamoci una gara podistica.

Insomma, non dovevo venire a Imola. L’idea, in realtà, era quella di correre la non competitiva, un giro del circuito tirato, quasi fosse un test sui 5 km. Poi, un po’ per l’atmosfera agonistica che ha solleticato le mie (vane) velleità, un po’ per le solite domande e le solite parole di circostanza, lo sconforto ha avuto il sopravvento. Troppo freddo, troppa fiacca, troppi acciacchi: ci rinuncio. Faccio compagnia al fotografo - per quanto lui ne farebbe volentieri a meno. Lasciamo sfilare l’onda dei podisti agguerriti e andiamo ad appostarci in una posizione idonea allo scatto perfetto. Quanto ci sarà da aspettare? Sai cosa ti dico? Che adesso mi cambio e parto anch’io. Così, tanto per ingannare il tempo e sgranchire le articolazioni. Sì, lo so, potevo decidermi prima. Ma devi perdonarmi, questo infortunio mi ha resa schizofrenica. Dunque, ci vediamo tra un po’. Un po’ tanto, a dire il vero: decisamente troppo. Mi sembra di starnazzare senza avanzare di un metro, come se le gambe girassero a vuoto. Che i 66 chilometri in mountain bike di ieri abbiano lasciato il segno? O è la disperazione per le quattro infiltrazioni subite invano che affossa il mio morale e, di conseguenza, la mia andatura? Il dolore dal calcagno sembra battermi in testa, è un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. Non mi godo nulla di questo percorso, oggi chiedo solo che termini in fretta. Il finale è in discesa, riesco quindi a lanciarmi e persino a sorridere. Vorrei chiudere in spinta, fino al suono del quinto lap, ma un responsabile della gara mi blocca per incanalarmi a destra. Cerco di spiegargli che non sono competitiva, che non devo transitare sul traguardo, che intendo mantenermi in disparte e non ostacolare gli atleti. Niente da fare, devono passare tutti di là. Stoppo il Garmin e torno indietro, rinunciando agli ultimi duecento metri. Ma chi lo organizza questo evento, sul quale è stato pubblicato persino un libro? I competitivi costretti a zigzagare tra una massa di camminatori, rischiando scontri contundenti, mentre gli addetti ai lavori si sbracciano e si sgolano nel goffo tentativo di gestire un inevitabile guazzabuglio. Che dire? Meglio così: stavolta è più divertente osservare che partecipare.


Sarà meglio smetterla di correre ai margini delle gare, che poi si scatenano violenti temporali.
 Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve sull'anima gemente in preda a lunghi affanni, 
E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte riversa un giorno nero più triste delle notti…

Domani mi sparo un po’ di sprint in salita. Perché una promessa è una promessa. E questo calcagno dovrà passare sul mio cadavere.

giovedì 18 ottobre 2018

Qualcuno ha detto Cross?


I traslochi sono eventi traumatizzanti, ma rappresentano anche un’ottima occasione per sbarazzarsi di oggetti inutilmente accumulati nel corso degli anni. Facile poi che, nella foga dello sgombero, si finisca col buttare al macero anche ciò che andrebbe conservato. Fu così che sparirono le mie scarpe chiodate, non trovo altra spiegazione. Le ho cercate tra i cartoni, anche solo per curiosità, ma niente, neanche l’ombra. Ricordo bene l’ultima volta che le vidi, magicamente ripulite dalla buon anima di mia madre – in un impeto di pietà verso quella zozzeria abbandonata da settimane tra le doppie finestre del terrazzo. Evidentemente erano già predestinate: acquistate quasi per obbligo, rimosse per distrazione. Un gesto drastico, dettato dall’inconscio: per liberarmi dal rischio di correre un altro cross.

Le indossai nel 2008. E basta. I campi infangati non videro più le mie zampe ridicole: signore e signori, il divertimento è finito. Vi siete sbellicati dalle risate per due o tre volte, più che sufficiente. Io ho bisogno di stabilità: terreni solidi, lisci, compatti. Nel caso non si fosse capito: aborro i cross. Quasi mi infastidiscono persino da spettatrice. I piedi che affondano nel pantano, i passaggi scivolosi, gli schizzi di melma sulla pelle: immagini disgustose. Chi ve lo fa fare? A me potete evitare persino di chiederlo. Del resto, non ho neppure le scarpe.

Sarà poi così importante indossare le chiodate per correre una campestre? Sorprendente non è la risposta, bensì ciò che ha determinato la formulazione della domanda. In due parole: eterno infortunio. Dopo oltre un anno di stop, qualsiasi terreno ti sembra un sogno. Non ne puoi più di restare a guardare mentre tutto il mondo gareggia. Soprattutto, non ne puoi più di rinunciare per l’ennesima volta a quella competizione a cui tenevi, a quella a cui contavi di tornare o all’altra che ambivi a conoscere. L’avevi promesso a Vulcano, non mi fermerò di nuovo. Mantenere la parola è un’impresa. C’è sempre quel morso, sul calcagno, che non molla la presa. I primi passi di corsa sono una tortura, il dolore ti toglie il fiato, ti chiedi se abbia senso continuare, se potrai resistere. Capita che vinca lo sconforto: ti blocchi di colpo, con un nodo in gola e la rabbia che è lì per esplodere. Cammini nervosa, riempiendo i polmoni di aria e di cattiveria, poi butti fuori tutto e riparti. Non l’avrai vinta, non mi vincerai: ti sento ma non ti ascolto, maledetto dolore. Anzi, adesso inizio a correre più velocemente, provo a spingere, ad alzare le ginocchia, ad aumentare la frequenza. Provo ad allenarmi, perché correre non mi basta, non più. Sto delirando, lo so. Dovrei pregare per stare bene accontentandomi di corricchiare allegramente, invece no: voglio stare bene per poter eseguire allenamenti sfiancanti, per avere una tabella da seguire, giorno dopo giorno, per fissare un obiettivo sfidante. Si dice che l’importante sia divertirsi: ebbene, io mi diverto facendo fatica. Mi entusiasma la ripetuta che toglie il fiato, il lungo che sfinisce, la salita che spezza in due; mi galvanizza il pensiero della gara, i riti, la tensione. Correre è questo. L’alternativa è smettere, evenienza a cui non sono preparata, non ancora. Per quanto potrò resistere, in tali condizioni? Senza sapere se e quando potrò tornare a fare sul serio, sopportando un dolore spesso insopportabile, con l’incubo di ulteriori complicazioni e con la speranza sempre più ridotta al lumicino? Non ho risposte, nessuno sembra averle – e ciò accresce l’afflizione. Ma la determinazione e la testardaggine, per quanto messe alla prova, non hanno ancora ceduto. Ho diversi appigli a cui aggrapparmi, e li difendo con le unghie e con i denti. Quando mi assale la debolezza, nei momenti più freddi e bui, si accendono gli sguardi che sento su di me: gli occhi di chi mi aspetta sempre al traguardo e quelli di chi si sta prodigando per rimettermi in piedi. La soddisfazione di chi crede in me è lo stimolo più forte. Tanto forte da far passare in secondo piano timori e titubanze.

Se non mi spaventa un dolore lancinante, figuriamoci se può intimorirmi un campo terroso. Jader vuole fotografare i cross, allora io voglio correrli. Ebbene si. Scalpito talmente tanto che mi butterei volentieri anche nel fango. Tre chilometri, posso farcela. Non ho le chiodate? Correrò con semplici scarpe da gara. Scivolerò? Chi se ne frega. Mi asfalteranno giovani e vecchie? Pazienza, ci vuole anche l’ultima. L’idea mi frullava in testa da troppo tempo, alla fine mi decido, convinta come un pompiere. Certezza che vacilla una volta iniziato il riscaldamento: solita pessima sensazione di un piede senza speranza. Due infiltrazioni non hanno generato effetti rilevanti, non voglio pensare che anche questa cura sia inutile: adesso non voglio pensare proprio a nient’altro che alla gara che sto per affrontare. È un mondo nuovo, questo. Le esperienze precedenti sono ormai preistoria, adesso è un’altra vita, e me la voglio godere. Sono di poche parole: le mie disgrazie sono un argomento noioso, le soluzioni miracolose che alcuni sembrano avere in tasca mi esasperano. L’orso non si smentisce, oggi più che mai. In disparte anche sulla linea di partenza, dove mi sento totalmente fuori posto: senza preparazione, senza esperienza, persino senza scarpe. Quando tutti schizzano come proiettili, mi trovo subito imbottigliata. Il che, se vogliamo, è un buon segno. Difficile prendere il ritmo, specie in un percorso tutto a zig zag. Eppure, piano piano, scartando di qua e di là, guadagno posizione su posizione. Il terreno è asciutto e compatto, l’appoggio stabile e privo di ostacoli: nessuna difficoltà, neppure per una papera come me. Mi sento incredibilmente in spinta, agguerrita, quasi cattiva.
Foto @Jadersimages
Continuo a puntare elementi da superare, uomini e donne, senza pietà. Non ci si può credere: sto correndo un cross e mi sto enormemente appassionando. Aggredisco con violenza l’unica salita del percorso, più incerta la discesa, ma è solo un attimo, perché ora il tracciato si fa più lineare, è il momento di lanciarsi. Ancora sorpassi, ci provo fino alla fine, con una volata che non vinco, ma che mi gratifica ugualmente: perché ho dato tutto. È stato bellissimo. Mi sento come una bambina che ha scoperto un gioco nuovo e grida “ancora”. Come vorrei poterlo dire…
Foto @Jadersimages

PS: l’entusiasmo ha avuto breve durata, dato che il giorno successivo il calcagno ha urlato vendetta. Come se non bastasse, sembra essersi risvegliato anche il dolore infame provocato dal primo intervento. Che dire? Proseguiamo con le infiltrazioni e crediamoci intensamente: devo crederci, perché devo tornare a correre seriamente. Lo devo a chi mi ama e a chi mi segue. E un po’ anche a me.

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