sabato 26 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorni 22-23


Che spettacolo, Chris! Non avrei mai creduto, lo vedevo già spacciato, sconfitto dalle tensioni, da avversari feroci, da una forma mancata. È risaputo: le strategie sono una materia a me sconosciuta, così com’è lontana dalla mia mentalità la convinzione nelle possibilità di rinascita. Che mi sia di insegnamento: che sia per me uno sprone. In questo giro mi sono riconosciuta (con le dovute proporzioni) in Yeats: la vittoria in tasca, perduta per una crisi devastante, capace di affondarti irrimediabilmente. Il mio astro deve invece essere Froome. Atleta di un altro pianeta, certo, ma la sua caduta e la sua risalita in queste tre settimane sono qualcosa di incommensurabile: questo è l’esempio a cui devo aggrapparmi. Che sarà pure un luogo comune, ma le emozioni che ho provato nell’assistere ad un magnifico riscatto devono restare nelle mie fibre, e caricarmi ogni qualvolta le mie batterie siano in esaurimento. Dimenticarmi di questo piede, solo così può funzionare. Lasciare che sia chi sa come trattarlo ad occuparsene. Me lo manopola, lo massaggia, lo malmena quasi: a momenti è una guduria, in altri c’è da stringere i denti. Quando ti rimetti in piedi non capisci se stai meglio o peggio di prima. In un primo momento ti senti leggerissima, quasi nuova. Poco dopo il lavorio subito si fa sentire, ti senti indolenzita, ti assalgono mille dubbi. Sarà servito a qualcosa? Produrrà gli effetti sperati? E se avesse aggravato la situazione? No, questo no, ma… Per quanto tempo ancora? Quante sedute dovrò sopportare? Quando sarò licenziata? E con quale risoluzione? Vai e corri! Oppure, Mi spiace, non so più cosa fare?

Non si era detto “non devi pensarci”? Allora godiamoci il Giro. Cyclette davanti alla TV, tappa decisiva. Siamo ormai agli sgoccioli, ma ancora non ho visto nulla di eclatante. Dove sono le salite combattute, le discese spericolate, le sgomitate alla morte? Imposto un programma di saliscendi, impegnativo quanto basta, e pedalo in attesa che succeda qualcosa. Ecco finalmente il tratto tanto atteso, ed ecco che il mio uomo stacca tutti e se ne va. Pazzo! Mancano più di 80 km all’arrivo, non può farcela. Lui prosegue con la sua frullata, io finisco la mia pedalata. Doccia veloce, che la tappa è ancora lunga. Ho tempo a sufficienza per svolgere la mia routine di fitball. E Froome prosegue imperterrito, apparentemente irraggiungibile. Quando conquisto il divano, assisto al più emozionante degli arrivi, temendo fino al traguardo che tutta quella fatica possa essere vanificata, contemplando incredula una vittoria sulla quale non avrei scommesso un centesimo.
Gli ultimi chilometri sono sempre i più sofferti. Oggi li ho vissuti quasi in apnea. E quando, intervistato, ha lasciato trasparire la sua commozione e i suoi occhi lucidi, stavo per piangere anch’io. Sarà pure drogato, come tutti i ciclisti, ma per me resta straordinario: per il suo fisico scheletrico, per il suo stile sgraziato, per la sua potenza sovrumana. Per il suo english style e il suo italiano fluente.


Sull’onda di questo trionfo, dovrei allacciarmi il casco e cavalcare la bici. Mi manca invece la spinta. So che, rinunciando, darò sfogo ad ogni sorta di senso di colpa. Ma proprio non ce la faccio. È così grave se oggi mi prendo un giorno di riposo? Lo so, è sabato, il giorno ideale per andare a zonzo senza troppo traffico. Poi, ricorda che dalla prossima settimana sarà più complicato trovare tempi e spazi per allenarsi. Eppure, niente da fare. Dopo una mattinata alla ricerca di un paio di scarpe comode per il tran tran quotidiano, e un pomeriggio ozioso, sono esageratamente fiacca. Ci rinuncio. Metto i piedi a mollo e rimando a domani. Mi sono già pentita. Ma ormai è troppo tardi.

mercoledì 23 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 21


Zitti zitti, che il silenzio è d’oro. Sembra che oggi il calcagno abbia poco da dire, vediamo di non svegliarlo. Devi dimenticarti di averlo, è l’imperativo. Non lo dico a nessuno, ma oggi avverto timidi segnali di miglioramento. C’è solo quello strano fastidio sotto al tallone, come se camminassi con una piega nella calza o nella suola della scarpa. Me lo trascino da quando sono uscita dall’ospedale, e lo attribuivo alla benda corposa. Invece è ancora lì. Insomma, impossibile che io sia esente da qualche singolarità: devo pur sempre distinguermi.

Persino il mio scooter, poverino, è pieno di acciacchi. Fortunatamente adesso è in mani competenti, ma saperlo così malridotto mi fa provare pena. Che almeno riesca a riportarlo a casa senza svenarmi.

 Per distrarre la mente dai malanni (umani e non), sfido il meteo minaccioso e inforco la bici. Confesso che, senza lo sprone di Jader, mi sarei sparata l’ennesima seduta di cyclette – io e Philip Roth, oggi più che mai vicino al mio cuore. Ma anche l’uomo necessita di svagare corpo e spirito. Andiamo, se no ce ne pentiremo. Andiamo pure, ma quelle nubi?... Avvolgono ogni lato del cielo, coltri di grigio declinato in varie sfumature su ogni versante. Difficile individuare la direzione più favorevole. Nemmeno il vento spira in un senso ben definito. Cerchiamo di non allontanarci troppo – anche perché per Jader è la seconda uscita della stagione, ha quindi poca autonomia. Infatti lo perdo subito. Serve a poco ripetergli ogni volta di frenarmi qualora mi staccassi troppo. Niente. Devo continuamente voltarmi indietro per verificare la sua presenza. E mi tocca pure rallentare quando, da una strada laterale, spunta un attempato ciclista davanti a me. Non voglio avvicinarmi troppo, guai a fargli credere che mi sia messa in scia, però che scocciatura. Il furbo evidentemente ha notato la mia presenza, comincia a toccarsi una gamba e quasi si ferma: sono costretta a superarlo. E lui cosa fa? Si attacca e, dopo poche centinaia di metri, mi sorpassa a tutta velocità – per piantarsi di lì a poco, prima di immettersi nel cortile di un edificio. Quando ci si mettono, gli uomini sanno rendersi esageratamente ridicoli. Qualche goccia di pioggia ci sorprende, due appena. Arriviamo a casa indenni – Jader giurando che non toccherà più la bicicletta, ma questa è un’altra storia. Io ho pedalato piano piano, ma mi è servito per rilassarmi: soprattutto, per non pensare al mio piede. È così che devo agire, no?

Adesso però lo coccolo un po’, lo trastullo nell’acqua con le bollicine. Deve fare il bravo, così facciamo contenti tutti.

martedì 22 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 20


Se nemmeno un illustre fisioterapista si capacita della persistenza di sintomi negativi, c’è poco da stare allegri. È indubbio che i miei tempi di recupero siano amplificati a dismisura rispetto a quelli di un individuo “normale”, ma da lì a non capirci nulla…

Non dovrei meravigliarmi, i miei infortuni si sono sempre rivelati casi patologici, misteriosi e insoluti. Solo la forza della disperazione mi ha condotta verso la scelta di farmi operare: non lo rifarei, e maledico il giorno in cui ho preso questa decisione. Recedere è impossibile, non mi resta che sforzarmi all’inverosimile per uscire da questo stallo. Sono spazientita dal dover fornire sempre le stesse risposte alle medesime domande. Come va? Male. Stai meglio? No. Suvvia, un po’ di ottimismo. E sticazzi!

Ho dormito malissimo. Appena coricata, le ferite bruciavano. Avrò sbagliato a liberarle, a fare il pediluvio, a mettere la pomatina? Ho caldo, sarà mica la febbre? In che condizioni sarà domattina? Ho sempre un timore folle a guardare questo maledetto tallone. Il giudizio fisioterapico è positivo, ma perché non guarisco? Temo il giorno in cui anche lui si arrenderà, ritenendo inutile perseverare in uno strenuo accanimento terapeutico. Abbandonata al mio destino, misera e zoppa. Che rosea prospettiva.

Piazzo la cyclette di fronte alla TV. La cronometro non mi entusiasma, e Froome si mantiene sempre lontano dai suoi standard. Forse è meglio così, tra atleti in difficoltà ci si intende.

lunedì 21 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 19


«Tu non sei una malattia, un problema, un disordine, sei una persona che si sforza di superare i momenti difficili, in cerca di sollievo e di nuovi pensieri, emozioni o comportamenti più conformi ai tuoi obiettivi a lungo termine
Estanislao Bachrach, scienziato e autore di Cambia il cervello, cambia la vita

Interessante citazione, che cade a pennello, in questo lunedì uggioso.

Mi fiondo dal letto alla cyclette, giusto il tempo per un caffè. Nella prima mezz’ora frullo sciolta, immersa in Philip Roth. Poi ripongo il romanzo e mi dedico al respiro: intendo dargli filo da torcere, che frutti qualcosa questo sbattimento da internata. Quaranta minuti circa di variazioni, perdendo il conto delle serie effettuate. Poi ancora in scioltezza, fino a vedere 1:30 sul cronografo. Naturalmente non mi basta, posso chiudere senza la mia dose quotidiana di core?

È ormai ora di pranzo  - o colazione, dipende dall’organizzazione quotidiana. Nel pomeriggio mi aspettano alcune commissioni, ne sono lieta. Truccarmi, vestirmi, infilarmi le scarpe: gesti ordinari, che ora però acquisiscono una diversa stima. Mi regalano una normalità che ultimamente è venuta a mancarmi, mi liberano in parte da quel senso di infermità che mi perseguita da mesi. Che sia un condizionamento psicologico o si tratti invece di un effettivo fattore strutturale, fatto sta che camminare in strada mi riesce più facile che farlo tra le mura di casa: dopo due o tre passi, riesco a procedere senza troppe difficoltà. Dovrei forse uscire più spesso?

È giunto quindi il momento tanto temuto: pediluvio – quindi, denudamento totale del tallone. Mi immergo ancora incerottata, così sarà più semplice staccare le parti adesive. Acqua ben calda, una bella manciata di sale, vibrazione accesa: mi godo l’idromassaggio, dilazionando a dismisura il tempo della verità. Quando finalmente mi decido, voglio Jader accanto a me. Noto subito segni neri che mi allarmano, finché non capisco essere tracce di sporco (sangue o medicazioni). Il lato interno ha un aspetto migliore di quello esterno, che presenta maggiori residui di tumefazione. Sarà normale?

Ti hanno fatto un’operazione, hai presente? Taglia, fresa e ricuci. Vuoi metterti tranquilla? Vorrei, sì, se solo riuscissi a liberarmi dall’incubo che mi perseguita. Come posso evitare di ripeterlo: anche in gennaio sembrava tutto nella norma, poi?...
Poi basta. Basta stare male. Questo piede riapparirà degno di una scarpetta di cristallo.

domenica 20 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 18


L’aria è ancora pungente, mi devo coprire bene: buffer attorno al collo, manicotti e guanti. Guardatemi pure male, ma sotto i venti gradi per me è pieno inverno. Ciò nonostante, oggi ne ho proprio voglia. Dico davvero. Ho voglia di uscire in bici. O forse ho voglia di uscire e basta. Muovermi all’aria aperta. Non come piace a me, ma come mi è consentito. Mi farà bene: farà bene alle mie gambe, al mio cuore e al mio spirito. Sono carica. Questo è solo l’inizio: da qui prende via il cammino verso la ripresa totale. Staccare i pedali e poggiare i piedi a terra, è un attimo. E quando verrà il momento, sarò pronta. Mi scatto una foto. Raramente lo faccio, ma ora ho bisogno di comunicare la mia determinazione: immortalo un sorriso e lo invio al mondo. È un’immagine rara, da fissare nella memoria – è a me che lo dico: sono io quella che deve riflettere nello specchio una figura vincente.

Fatico più di quanto immaginassi, il risultato di venti giorni di stop. È una tappa a cronometro: devo rientrare entro le 10, perciò non posso allontanarmi troppo. 57 km in 2h12’, un assaggio. Non paga, mi butto a terra per l’immancabile seduta di esercizi. Così si avvicina mezzogiorno, e comincio a chiedermi quanto manchi al ritorno di Jader. Quando annunciò che era stato ingaggiato come fotografo per la Strabologna, dissi che sarei andata con lui a correrla: non per la manifestazione in sé, che ho sempre accuratamente evitato, ma perché poteva fungere da trampolino di lancio per il rientro nel mondo podistico. In base ai pronostici, in maggio avrei dovuto possedere ampiamente le mie facoltà motorie. Rimandata a quando?

Froome oggi mi delude. Peccato, ieri mi ero illusa. Vacillano anche le mie certezze. Sto camminando poco o nulla, ma non noto nessun miglioramento. Fa sempre male. Troppo. Provo a non pensarci, a non buttarmi giù. Ma se mi viene chiesto, sono costretta a rispondere – e a fare i conti con quella risposta.
Ho ancora i medicamenti e il taping. Il chirurgo, martedì scorso, disse di iniziare a fare bagni caldi di lì a tre/quattro giorni, ma mercoledì mi è stato applicato il cerotto elastico (che copre i cerotti sottostanti), e non ho voluto danneggiarlo con l’acqua. A questo punto, sono combattuta: pediluvio sì o no? Il dubbio non è dettato tanto dalla preoccupazione per il taping, che ormai ha fatto il suo tempo: ciò che temo è vedere cosa c’è lì sotto. Insomma, ho il terrore di scoprire un’orribile ferita, di ritrovare lo stesso bubbone della precedente operazione – se non peggio. Codarda. Se non è oggi, dovrò affrontare il mio piede domani. A che pro rimandare? Faccio più danni a togliere tutto o a lasciare ancora un po’ coperto? Non so decidermi.

sabato 19 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 17


Serata trascorsa in compagnia di Philip Roth, fino all’ora di andare a letto. Mi sveglia il rientro di Jader, fatico un po’ a riaddormentarmi, nonostante provi a cullarmi con rosei pensieri. Mi ha sempre affascinato l’andamento della perdita di coscienza: quel momento in cui ti rendi conto che la tua mente sta divagando, percepisci l’assurdità dei tuoi ragionamenti e capisci che sei in procinto di addormentarti. Terrificante è quella scossa che ti riporta brutalmente alla realtà, come se la tua coscienza rifiutasse di assopirsi e lottasse per mantenerti in uno stato vigile. Niente di grave se si tratta di un episodio sporadico, angosciante se si protrae per tutta la notte, per diverse notti di seguito. Non voglio pensarci,quel periodo non deve tornare.

La crisi si affronta e si supera, quali che siano le avversità. Mi sto impegnando, e giorno dopo giorno acquisisco un pizzico di fiducia in più. Importante: sento di non essere sola. Questo mi inonda di gratitudine e di responsabilità: guarirò per me stessa e per chi crede che possa farcela. Dimostrerò che ho ancora qualcosa da dire – e da fare.

A proposito di “fare”: oggi mezz’ora in più sulla cyclette (i primi 60 minuti tranquilli, poi variazioni di 1 e 2 minuti), poi solita oretta di core. Quindi, concentrata sul Giro: finalmente una soddisfazione. Visto? Anche Froome mi dice che dopo una caduta si può ancora vincere. D’accordo, il confronto è spietato, ma a qualcosa bisogna pure aggrapparsi.



venerdì 18 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 16


Andata a dormire con un fermo proposito: domani starò bene. Proposito che risuonava nella testa, quando l’ho appoggiata sul cuscino. Ma che, dopo qualche minuto sotto le coperte, ha cominciato a deviare verso altri intendimenti. Ecco ripresentarsi la reazione nervosa che ha reso insonni troppe notti, costringendomi a ricorrere a pericolosi farmaci. No Valentina, no! Hai detto che domani starai bene: stampati un sorriso su quella faccia da funerale, respira profondamente e mettiti subito a dormire.

Stesso fermo proposito al risveglio. Non ascoltarlo, quel male. Lo sai, appena alzata è normale, poi si affievolisce. Oggi starai meglio, vedrai. Non benissimo, ovvio. Ma a ieri non penserai più, e sarai soddisfatta dei tuoi progressi. Scegli un’attività che ti distragga, spezza la routine degli ultimi giorni e dedicati a ciò che ti impegna maggiormente: inizia a pedalare. Senza esagerare, ché sei a riposo da troppo tempo. Un’oretta di cycette può bastare, giusto per ricominciare. Magari, dopo esserti assestata, inserisci qualche variazione, alternando di minuto in minuto le gambe impegnate, la pedalata svelta e quella rilassata. Finalmente un po’ di affanno e di sudore. La fatica, ti mancava, vero? D’accordo, non è esattamente il genere di sforzo che sognavi, ma un giorno tutto questo ti sarà utile. Nei prossimi giorni sarebbe bello trovare il modo di inforcare la bici, chissà. Intanto, per non battere la fiacca, sparati un’altra ora di core stability. Così si inizia a ragionare: adesso la colazione te la sei guadagnata.

Il venerdì scorre sempre abbastanza rapido - per quanto, da convalescente, le giornate si assomiglino tutte. Diversa è però l’atmosfera, la cognizione del tempo è probabilmente condizionata dalle abitudini, dallo stile di vita: il fine settimana mantiene la sua peculiarità, anche quando non si lavora. Leggo il giornale, lavoro al computer, alla tv il Giro d’Italia - sempre più noioso. Alle mie disgrazie penso poco. Incredibile, sono riuscita davvero a sospendere il giudizio sul mio stato di salute. Non ho camminato, è vero, se non per uscire un attimo in cortile. Ma quel poco, quei pochi passi da una stanza all’altra, li ho mossi senza ascoltare ossessivamente quel dannato calcagno e, soprattutto, senza la solita andatura da storpia. È un piccolo successo.

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