lunedì 10 dicembre 2018

Strisciando verso il Cross di San Lazzaro


L’equilibrio è un’arte. E io, naturalmente, non sono un’artista. Ho giocato d’abilità per mesi: con cocciutaggine, determinazione e speranza. Agendo sulla fiducia – e sull’esasperazione. Ma destreggiarsi su un filo significa esporsi all’imprevedibilità degli elementi: destabilizzarsi è questione di un attimo. Il freddo, il buio, la nebbia. Gli imprevisti, le sgradevoli sorprese, gli acciacchi di stagione. Tante, troppe condizioni sfavorevoli: la caduta è inevitabile. Sbam! A terra. Ovviamente succede quando stai marciando a testa bassa, spinta dalle migliori intenzioni. Il primo stop lo decreta la bronchite: tosse lacerante, antibiotici a dosi massicce, impensabile muovere un passo. Una settimana scivola via così. Quando ti decidi a rimettere fuori il naso, tocca subire le grida acute provenienti dal calcagno. Ma come? L’avevi tenuto a riposo per diversi giorni, dovrebbe essersi tranquillizzato almeno un po’… Macché, più incazzato che mai. Stringi i denti e porti a termine l’allenamento. Così pure il giorno successivo, completando con entusiasmo un’interessante seduta di sprint in salita e sul piano (adoro questa fatica). Peccato che il resto della giornata lo trascorri zoppicando, e quando in seguito riprovi ad accennare un movimento di corsa incedi come un burattino impazzito e una fitta alla schiena quasi ti abbatte al suolo. Torni a casa mestamente, cercando di controllare le scosse inquietanti che si irradiano dal gluteo. Non riuscire a correre è drammatico, ma non poter camminare è oltremodo tragico. Affidiamoci al riposo e a mani sapienti, magari si è trattato solo di un colpo di vecchiaia. Così domenica mattina, sotto la pioggia, mi schiero sulla linea di partenza della 5 Fossi. Gara per me nuova, su una distanza che non affronto da chissà quanto e che non ho idea di come affrontare. Parto come una forsennata, per non dare tempo alle mie articolazioni di avvinghiarsi. Ovviamente scoppio di lì a poco. Il vento contrario e il tratto fangoso faranno il resto. Arrivo in ginocchio, decisamente delusa. Ma, se non altro, non eccessivamente dolorante. Perché mi lascio abbattere da una scarsa prestazione, quando non potevo aspettarmi nulla? Non credevo di poter far peggio della gara precedente, è vero, ma in queste condizioni, con tutti gli annessi e i connessi, dove fantasticavo di andare? Niente da fare, il pessimismo la fa da padrone. E quando, due giorni dopo, devo gettare la spugna dopo una decina di minuti a causa del dolore insopportabile al solito maledetto tallone, è l’inferno. Cocciutaggine, determinazione e speranza: crolla tutto. Tra le lacrime. Rabbia? Forse, ma più che altro stanchezza. Stanca di combattere con questo dolore che non ha un nome né una causa; stanca di sforzarmi di essere forte; stanca di illudermi che sia solo questione di pazienza. Dovrò arrendermi all’evidenza: smettere di correre una volta per tutte. Ci sono disgrazie peggiori, no? Allora perché non riesco a rassegnarmi? Mi butto su attività alternative ma, come se non bastasse, anche la cyclette mi lascia a piedi. Qualcuno ha detto che la sfiga non esiste? Arriva così la domenica, e fatico ad alzarmi dal letto. Mi sento un’ameba, incapace di reagire, refrattaria a qualsiasi attività. Lasciatemi stare, oggi voglio solo piangere: concedetemi il diritto di strisciare per un po’. Poi mi rialzerò, promesso. Già da domani. Cinque di mattina, pedalare! E tornata dal lavoro, sotto col potenziamento. Un altro giorno è andato. Martedì significa allenamento, che si fa? Ci si prova? Fisso fuori dalla finestra, immobile. Stamane mi sono alzata con le migliori intenzioni, mantenute durante tutta la giornata in ufficio. Poi, una volta a casa, il vuoto. L’abbassarsi della temperatura, col calar del sole, intorpidisce la mia volontà. Avrei bisogno di un pungolo, magari di un calcio nel sedere. Jader tace. Forse è distratto, forse si aspetta che sia io a scuotermi. Allora ti sorprenderò: mi cambio in fretta, do una stuzzicata alle giunture, e via. Poco convinta, è vero, ma non intendo restare col dubbio. Se il dolore è ormai scontato, non lo è la sua intensità: tollerarlo significa crederci ancora, al contrario… Concludo l’allenamento, in condizioni precarie (correre al buio non è nelle mie corde), ma lo concludo. Domani zoppicherò, mi dedicherò ad altro. E giovedì mi tirerò il collo col lavoro che preferisco. Sabato c’è il cross, ne ho già saltato uno a causa della bronchite, non posso perdermi anche questo: mi sono comprata le scarpe apposta! Questo bruciore alla gola, però, non mi piace affatto. Una serie di starnuti annunciano l’arrivo del raffreddore. Evviva, mi mancava proprio, soprattutto sapendo che l’immediata conseguenza sarà la tosse. Di nuovo. L’incubo di tutti gli inverni: inizia all’improvviso e non si sa se e quando finirà. Quali salite e quali sprint? È già tanto se non mi butto sotto le coperte. Le mie scarpette nuove, le userò mai? Se le mettessi in vendita? Giornata lunghissima, quella del venerdì. Tossisco in maniera imbarazzante, l’aria secca dell’ufficio mi devasta e non arriva mai l’ora di staccare. Continuo a rimuginare sul da farsi: sul mio destino immediato. Correre o non correre l’indomani. E, optando per la prima ipotesi, allenarsi attorno a casa o rischiare la vita al cross? Tra gli scaffali del supermercato i pensieri, più che al carrello da riempire, vagano tra una possibilità e l’altra, alla vana ricerca di quell’incognita che possa appesantire uno dei piatti della bilancia. Finalmente, sulla via di casa, Jader fa muovere l’ago: la sua presenza come fotografo è condizionata dalla mia presenza come podista. E sia: sferriamo il colpo definitivo, così finirò quest’anno schifoso all’obitorio.

 Temperatura accettabile, timido sole, tanta paura. Ormai ci convivo. Paura e dolore, che brutta coppia. Sorridi, che c’è tanta gente e ti puoi distrarre. Chiacchierando con questo e quella, riesci persino a realizzare un riscaldamento decente: hai visto, come niente hai corricchiato per mezz’ora e sei ancora viva. Va bene che il bello (o il brutto) deve ancora venire, ma allora sarà tutta un’esplosione di adrenalina. Appena il tempo di infilare le scarpe sgargianti. Come sono belle! Così vivaci, così leggere: oddio, quanto sono leggere! Non saranno dannose? Questi chiodi, poi, come li gestisco dal parcheggio al campo? Non si romperanno? O, peggio, non mi faranno scivolare? Sono sicura di ciò che sto per fare? Neanche un po’. E meno male che non c’è margine di ripensamento. Raggiungo lo start pochi istanti prima dello sparo, mai affrontato una gara con scarpe totalmente intonse. Che sarà mai, sono solo tre chilometri… Tre chilometri? A me sembrano almeno il doppio. Il percorso è abbastanza lineare, il terreno agevole, giusto un paio di dossi. Ma a metà del primo giro sono già impiccata, come ci arrivo alla fine? Ne manca uno e mezzo e sto arrancando. Alza quelle gambe, spingi un po’. Hai due scarpe che sono uno spettacolo, non puoi fare la figura della papera. Recupero qualche risorsa, ma che fatica. Meglio non pensare che mi sto ammazzando per procedere a passo di bradipo. Soprattutto, meglio non pensare a tutte quello che mi sono davanti… Forza, non sarai l’ultima, ha ancora senso sbattersi: su con quelle gambe, tira fuori la grinta. Eh, manca poco, lo so. Alla fine di questo rettilineo c’è la curva a destra, poi a sinistra, poi ancora a sinistra ed è fatta. Ma la prima curva non arriva mai, le gambe sono di piombo e dai polmoni non arriva più aria. Ci manca solo che inizi a tossire. No, dai, è questo il momento che conta: sono gli ultimi metri che fanno la differenza. Qui si vede chi cede e chi no, chi molla e chi morde l’osso fino al midollo. Eccolo il mio osso, bruciata sulla linea del traguardo. Non vale niente, lo so, ma lo dovevo a me stessa: dare tutto fino alla fine. Se ci riesco ancora, ancora ho qualche speranza. 

Qualche minuto di defaticamento, voglio proprio esagerare. Mi piace fare le cose per bene. Mi piace pensare che, dopo una dose massiccia di ghiaccio e di arnica (non serviranno a nulla, ma mi rasserenano), potrò tornare ad allenarmi. Il bello di gareggiare di sabato è che resta tutta la domenica davanti – e di domenica, vuoi non correre? Sprint in salita e in piano. Col freddo, con la nebbia, col dolore. Ma con la soddisfazione di avercela fatta ancora una volta. Detesto non potermi permettere piani a lungo a termine, tremo all’idea di dovermi fermare per chissà quanto – se non per sempre. Per vederci più chiaro, ho prenotato una risonanza: tra un paio di settimane saprò qualcosa in più. Forse. Nel frattempo, ogni giorno è un giorno conquistato. Continuo a remare contro un mare ostile. Ma, fortunatamente, so nuotare bene.

mercoledì 7 novembre 2018

La Vallazza: tra fango e sorrisi


Incredibile a dirsi: sono nell’albo d’oro di questa manifestazione. Ebbene sì, c’è stato un tempo in cui si lottava per il podio (vedi qui). Fare i conti col passato è tanto deprimente quanto inevitabile. Basterebbe non piangersi addosso e ricordare con orgoglio la golden age: in fondo, non tutti possono godere di certe memorie. Basterebbe anche sforzarsi affinché le soddisfazioni non vengano a mancare: non dare nulla per scontato, ma nemmeno per impossibile. Il materiale non manca: determinazione, passione, fiducia. I primi due elementi caratterizzano la mia persona, il terzo è alimentato dalle persone che ho accanto. Perché a volte non si basta a se stessi: un sorriso, una pacca sulla spalla, un urlo possono ribaltare uno stato d’animo. Le parole, poi, si sa quanto siano importanti. Non le mie, che troppo spesso mi dicono di lasciare perdere, di fermarmi una volta per tutte. No. Con quella voce contino e continuerò a combattere. Perché se nessuno sa spiegarmi cosa diavolo determini un dolore inossidabile, allora mi convinco che non ci sia nulla che possa impormi di smettere. Insisto, e insisto a volermi impegnare e a pretendere da me stessa. Col mio calcagno è guerra aperta, lui mi attacca col male, io contrattacco con la fatica. L’ho già detto, correre non mi basta: devo allenarmi. Ho bisogno di uno schema, di una tabella, di un obiettivo: di un percorso da seguire con qualcuno che mi prenda per mano (o che mi prenda a calci, che potrebbe essere la stessa cosa). Sono un soggetto difficile da gestire, lo riconosco. Forse è per questo che non sono in grado di gestire me stessa. Testarda, insicura, perennemente insoddisfatta. Ma altrettanto diligente, attenta e scrupolosa: dammi un compito, lo eseguirò alla lettera. Minuti, chilometri, salite: scrivimi come e quanto e mi farai felice. Felice di allacciarmi le scarpe e uscire con le idee chiare, convinta che la forza avrà la meglio sulla sofferenza. Un passo alla volta, stringendo i denti, sfidando i limiti della tolleranza. Ci vuole un po’ per raggiungere una specie di equilibrio ma, superata quella barriera, la strada diventa più agibile e ci si può persino divertire.
Così, col mio programmino di ripresa, decido di iscrivermi alla Vallazza. La distanza mi spaventa, lo ammetto. È da settembre che non corro tanti chilometri, nelle ultime settimane mi sono avventurata al massimo per una quarantina di minuti. Ma sento che ce la posso fare. Deve essere un buon allenamento, nulla di più – ma neanche nulla di meno. L’importante è non dare importanza a chi sarà davanti, l’ansia da prestazione riguarda me stessa, non la gara. La sfida è tra me e i miei malanni: tra il mio tormento e la mia fame di riscatto. Da brava asociale, mi aggiro sul luogo di ritrovo come un fantasma, sperando di non essere notata. Arrivo alla partenza pochi minuti prima del via, giusto il tempo di sgranchirmi; un vero e proprio riscaldamento non posso permetterlo, essendo estremamente limitata la mia autonomia di viaggio.  Lo sparo mi coglie impreparata, quasi non mi accorgo che bisogna iniziare a correre. Naturalmente, il primo chilometro mi serve a liberarmi dalla ressa. Dal secondo inizio ad impegnarmi come posso, pensando che ne dovrò correre tre ad un ritmo quantomeno sostenuto, quindi prendere fiato per cinquecento metri, poi altri tre chilometri impegnati – e via così fino alla fine. La prima frazione è più veloce di quanto mi aspettassi, la pagherò nei passaggi successivi, i più dei quali fangosi. Tanto, tantissimo sterrato, in alcuni tratti davvero scivoloso. Lamentarmi? Nemmeno per sogno. Il calcagno bastardo sì, quello lo maledico. Ma il percorso non mi impensierisce affatto, anzi: mi esibisco persino in incerti zigzag per superare podisti su podisti. Diventa un gioco di elastici: avanzo di posizioni nei chilometri “tirati”, torno in coda nella fase di recupero. È quasi divertente, sicuramente gratificante, perché ogni volta che riparto riprendo tutti quelli che mi davano per spacciata. Sul finale voglio impegnarmi al massimo. Alzale quelle ginocchia, e quelle braccia! Spingi con quei piedi! Fregatene del male, zitta e corri! Vai Vale… Eccolo, lo sentivo nei miei pensieri e si è materializzato a pochi metri dall’arrivo. Al fotografo, in prossimità del traguardo, sorrido col cuore: con viso e corpo voglio esprimergli la mia tenacia. Corro subito ad abbracciarli, devo coinvolgerli nell’esplosione della mia contentezza. 
Come sto? Malissimo, ma sono felice. Sono stata brava, me lo dico da sola, se non me lo dice nessuno. Il programma sta funzionando. Sarà magari presto per dirlo, ma io ci credo fermamente. Che poi, ridendo e scherzando, la media totale della gara di oggi, interpretata come un allenamento nemmeno tanto faticoso, è di 4”/km più bassa di quella tenuta nel 2016 – quando fu vera competizione, dall’inizio alla fine. Pochi spiccioli, è vero, e anni luce rispetto a quando si faceva sul serio: ma è pur sempre un segnale. Difficile dire dove potrò arrivare, ma l’itinerario mi entusiasma più della meta. 






lunedì 22 ottobre 2018

Tre Monti e uno Spleen


È quel periodo in cui l’intero universo risulta insostenibile: gesti, espressioni, parole pesano come macigni. È quel periodo in cui basta un soffio per scatenare un uragano, e uno sguardo genera immediatamente una lacrima. È quel periodo in cui dovrei seguire il corso della natura e assecondare gli istinti: ergo, andare in letargo. Autunno, fuori e dentro di me. Magari si trattasse solo di un male di stagione: il male qui ha messo le radici, e non c’è diserbante che tenga. Che poi, detto così, suona forse esagerato. Perché è vero, ci sono disgrazie ben peggiori. Ma non posso fingere di stare bene: io di questo piede azzoppato non ne posso davvero più. Sono stanca di sopportare un dolore che non ha un nome né una cura, sono stanca di sentirmi un caso anomalo e inspiegabile, sono stanca di illudermi che tutto passerà. A forza di aspettare sto invecchiando: sono invecchiata. Ed ho paura. Paura di dovermi rassegnare ad una condizione di semi invalidità: di non potermi più permettere non solo di correre, ma nemmeno di fare una tranquilla passeggiata; di vivere con ansia il momento di alzarsi dal letto o dalla sedia e, lo ammetto, anche di non poter più indossare una scarpa elegante. Il pessimismo non aiuta, lo so. Ma l’esasperazione è tanta, l’insofferenza incontenibile: meglio starmi alla larga. Oppure, meglio me ne resti io alla larga dal mondo intero. Perché buttarmi nella mischia quando non ho voglia di parlare con nessuno? No ho nulla da dire, il racconto del mio calvario è venuto a noia persino a me. E assistere allo spettacolo a cuor leggero mi è impossibile: l’indifferenza non è nelle mie corde. Non riesco a starmene ferma a guardare nemmeno la tv, figuriamoci una gara podistica.

Insomma, non dovevo venire a Imola. L’idea, in realtà, era quella di correre la non competitiva, un giro del circuito tirato, quasi fosse un test sui 5 km. Poi, un po’ per l’atmosfera agonistica che ha solleticato le mie (vane) velleità, un po’ per le solite domande e le solite parole di circostanza, lo sconforto ha avuto il sopravvento. Troppo freddo, troppa fiacca, troppi acciacchi: ci rinuncio. Faccio compagnia al fotografo - per quanto lui ne farebbe volentieri a meno. Lasciamo sfilare l’onda dei podisti agguerriti e andiamo ad appostarci in una posizione idonea allo scatto perfetto. Quanto ci sarà da aspettare? Sai cosa ti dico? Che adesso mi cambio e parto anch’io. Così, tanto per ingannare il tempo e sgranchire le articolazioni. Sì, lo so, potevo decidermi prima. Ma devi perdonarmi, questo infortunio mi ha resa schizofrenica. Dunque, ci vediamo tra un po’. Un po’ tanto, a dire il vero: decisamente troppo. Mi sembra di starnazzare senza avanzare di un metro, come se le gambe girassero a vuoto. Che i 66 chilometri in mountain bike di ieri abbiano lasciato il segno? O è la disperazione per le quattro infiltrazioni subite invano che affossa il mio morale e, di conseguenza, la mia andatura? Il dolore dal calcagno sembra battermi in testa, è un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. Non mi godo nulla di questo percorso, oggi chiedo solo che termini in fretta. Il finale è in discesa, riesco quindi a lanciarmi e persino a sorridere. Vorrei chiudere in spinta, fino al suono del quinto lap, ma un responsabile della gara mi blocca per incanalarmi a destra. Cerco di spiegargli che non sono competitiva, che non devo transitare sul traguardo, che intendo mantenermi in disparte e non ostacolare gli atleti. Niente da fare, devono passare tutti di là. Stoppo il Garmin e torno indietro, rinunciando agli ultimi duecento metri. Ma chi lo organizza questo evento, sul quale è stato pubblicato persino un libro? I competitivi costretti a zigzagare tra una massa di camminatori, rischiando scontri contundenti, mentre gli addetti ai lavori si sbracciano e si sgolano nel goffo tentativo di gestire un inevitabile guazzabuglio. Che dire? Meglio così: stavolta è più divertente osservare che partecipare.


Sarà meglio smetterla di correre ai margini delle gare, che poi si scatenano violenti temporali.
 Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve sull'anima gemente in preda a lunghi affanni, 
E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte riversa un giorno nero più triste delle notti…

Domani mi sparo un po’ di sprint in salita. Perché una promessa è una promessa. E questo calcagno dovrà passare sul mio cadavere.

giovedì 18 ottobre 2018

Qualcuno ha detto Cross?


I traslochi sono eventi traumatizzanti, ma rappresentano anche un’ottima occasione per sbarazzarsi di oggetti inutilmente accumulati nel corso degli anni. Facile poi che, nella foga dello sgombero, si finisca col buttare al macero anche ciò che andrebbe conservato. Fu così che sparirono le mie scarpe chiodate, non trovo altra spiegazione. Le ho cercate tra i cartoni, anche solo per curiosità, ma niente, neanche l’ombra. Ricordo bene l’ultima volta che le vidi, magicamente ripulite dalla buon anima di mia madre – in un impeto di pietà verso quella zozzeria abbandonata da settimane tra le doppie finestre del terrazzo. Evidentemente erano già predestinate: acquistate quasi per obbligo, rimosse per distrazione. Un gesto drastico, dettato dall’inconscio: per liberarmi dal rischio di correre un altro cross.

Le indossai nel 2008. E basta. I campi infangati non videro più le mie zampe ridicole: signore e signori, il divertimento è finito. Vi siete sbellicati dalle risate per due o tre volte, più che sufficiente. Io ho bisogno di stabilità: terreni solidi, lisci, compatti. Nel caso non si fosse capito: aborro i cross. Quasi mi infastidiscono persino da spettatrice. I piedi che affondano nel pantano, i passaggi scivolosi, gli schizzi di melma sulla pelle: immagini disgustose. Chi ve lo fa fare? A me potete evitare persino di chiederlo. Del resto, non ho neppure le scarpe.

Sarà poi così importante indossare le chiodate per correre una campestre? Sorprendente non è la risposta, bensì ciò che ha determinato la formulazione della domanda. In due parole: eterno infortunio. Dopo oltre un anno di stop, qualsiasi terreno ti sembra un sogno. Non ne puoi più di restare a guardare mentre tutto il mondo gareggia. Soprattutto, non ne puoi più di rinunciare per l’ennesima volta a quella competizione a cui tenevi, a quella a cui contavi di tornare o all’altra che ambivi a conoscere. L’avevi promesso a Vulcano, non mi fermerò di nuovo. Mantenere la parola è un’impresa. C’è sempre quel morso, sul calcagno, che non molla la presa. I primi passi di corsa sono una tortura, il dolore ti toglie il fiato, ti chiedi se abbia senso continuare, se potrai resistere. Capita che vinca lo sconforto: ti blocchi di colpo, con un nodo in gola e la rabbia che è lì per esplodere. Cammini nervosa, riempiendo i polmoni di aria e di cattiveria, poi butti fuori tutto e riparti. Non l’avrai vinta, non mi vincerai: ti sento ma non ti ascolto, maledetto dolore. Anzi, adesso inizio a correre più velocemente, provo a spingere, ad alzare le ginocchia, ad aumentare la frequenza. Provo ad allenarmi, perché correre non mi basta, non più. Sto delirando, lo so. Dovrei pregare per stare bene accontentandomi di corricchiare allegramente, invece no: voglio stare bene per poter eseguire allenamenti sfiancanti, per avere una tabella da seguire, giorno dopo giorno, per fissare un obiettivo sfidante. Si dice che l’importante sia divertirsi: ebbene, io mi diverto facendo fatica. Mi entusiasma la ripetuta che toglie il fiato, il lungo che sfinisce, la salita che spezza in due; mi galvanizza il pensiero della gara, i riti, la tensione. Correre è questo. L’alternativa è smettere, evenienza a cui non sono preparata, non ancora. Per quanto potrò resistere, in tali condizioni? Senza sapere se e quando potrò tornare a fare sul serio, sopportando un dolore spesso insopportabile, con l’incubo di ulteriori complicazioni e con la speranza sempre più ridotta al lumicino? Non ho risposte, nessuno sembra averle – e ciò accresce l’afflizione. Ma la determinazione e la testardaggine, per quanto messe alla prova, non hanno ancora ceduto. Ho diversi appigli a cui aggrapparmi, e li difendo con le unghie e con i denti. Quando mi assale la debolezza, nei momenti più freddi e bui, si accendono gli sguardi che sento su di me: gli occhi di chi mi aspetta sempre al traguardo e quelli di chi si sta prodigando per rimettermi in piedi. La soddisfazione di chi crede in me è lo stimolo più forte. Tanto forte da far passare in secondo piano timori e titubanze.

Se non mi spaventa un dolore lancinante, figuriamoci se può intimorirmi un campo terroso. Jader vuole fotografare i cross, allora io voglio correrli. Ebbene si. Scalpito talmente tanto che mi butterei volentieri anche nel fango. Tre chilometri, posso farcela. Non ho le chiodate? Correrò con semplici scarpe da gara. Scivolerò? Chi se ne frega. Mi asfalteranno giovani e vecchie? Pazienza, ci vuole anche l’ultima. L’idea mi frullava in testa da troppo tempo, alla fine mi decido, convinta come un pompiere. Certezza che vacilla una volta iniziato il riscaldamento: solita pessima sensazione di un piede senza speranza. Due infiltrazioni non hanno generato effetti rilevanti, non voglio pensare che anche questa cura sia inutile: adesso non voglio pensare proprio a nient’altro che alla gara che sto per affrontare. È un mondo nuovo, questo. Le esperienze precedenti sono ormai preistoria, adesso è un’altra vita, e me la voglio godere. Sono di poche parole: le mie disgrazie sono un argomento noioso, le soluzioni miracolose che alcuni sembrano avere in tasca mi esasperano. L’orso non si smentisce, oggi più che mai. In disparte anche sulla linea di partenza, dove mi sento totalmente fuori posto: senza preparazione, senza esperienza, persino senza scarpe. Quando tutti schizzano come proiettili, mi trovo subito imbottigliata. Il che, se vogliamo, è un buon segno. Difficile prendere il ritmo, specie in un percorso tutto a zig zag. Eppure, piano piano, scartando di qua e di là, guadagno posizione su posizione. Il terreno è asciutto e compatto, l’appoggio stabile e privo di ostacoli: nessuna difficoltà, neppure per una papera come me. Mi sento incredibilmente in spinta, agguerrita, quasi cattiva.
Foto @Jadersimages
Continuo a puntare elementi da superare, uomini e donne, senza pietà. Non ci si può credere: sto correndo un cross e mi sto enormemente appassionando. Aggredisco con violenza l’unica salita del percorso, più incerta la discesa, ma è solo un attimo, perché ora il tracciato si fa più lineare, è il momento di lanciarsi. Ancora sorpassi, ci provo fino alla fine, con una volata che non vinco, ma che mi gratifica ugualmente: perché ho dato tutto. È stato bellissimo. Mi sento come una bambina che ha scoperto un gioco nuovo e grida “ancora”. Come vorrei poterlo dire…
Foto @Jadersimages

PS: l’entusiasmo ha avuto breve durata, dato che il giorno successivo il calcagno ha urlato vendetta. Come se non bastasse, sembra essersi risvegliato anche il dolore infame provocato dal primo intervento. Che dire? Proseguiamo con le infiltrazioni e crediamoci intensamente: devo crederci, perché devo tornare a correre seriamente. Lo devo a chi mi ama e a chi mi segue. E un po’ anche a me.

martedì 18 settembre 2018

Giro podistico Eolie 2018: Vulcano non tradisce


Affondo il tallone nella sabbia, nera come il mio umore. Un anno lontana dalle corse, due interventi chirurgici, terapie a non finire: a cosa è servito? Ad incrementare a dismisura la voglia di correre, senza però risolvere minimamente il problema. Oggi stento a camminare. È vero, ho corso tre tappe impegnative con pochissimi chilometri nelle gambe e nessun allenamento: senza alcun cedimento, senza mai fermarmi, senza concedere nulla alla diretta avversaria. Ma lo sconforto supera la soddisfazione, anche quella di trovarmi terza nella classifica generale. Non so se domani riuscirò a riprendere la gara e, soprattutto, rabbrividisco alla prospettiva di un ulteriore stop di durata indefinita (per non dire infinita). Anziché godermi il giorno di riposo, guardo il mare con le lacrime agli occhi, sfinita da un dolore che non mi dà tregua e non mi lascia intravvedere vie d’uscita. Pianto amaro e rabbioso, uno sfogo che mi scuote e quasi mi fa gridare: questa volta non voglio fermarmi! Sono giunta sin qui in condizioni ben peggiori rispetto all’anno scorso, ma sono altrettanto determinata a non farmi scoraggiare: la sfida è tra la mia determinazione e il mio fisico acciaccato. Poi viene la competizione. E fino ad ora sto tenendo testa. 


La prima tappa è una prova, dove gli interrogativi superano le certezze. Non so se temere maggiormente il piede, che mi tormenta da sempre, o il fondo schiena, che mi assilla da un paio di settimane. Giù con punturoni di Voltaren e Muscoril, produrranno qualche effetto? Mi presento al via con il dorso ornato da un fantastico taping. Faccio due passi tra i podisti impegnati nelle operazioni di riscaldamento: io ho bisogno di camminare un po’ prima di azionare la modalità “corsa”. Vorrei provare anch’io la loro tensione, il mio patema è di tutt’altra natura: quanto soffrirò, quanto saprò resistere, sarò in grado di completare il circuito? Perché, oltre ai malanni, bisogna considerare che nell’ultimo anno non ho mai corso più di mezz’ora senza interruzioni. Dove troverò le forze per affrontare questi tracciati, tanto impegnativi? Partire piano è un obbligo, per non arrivare già impiccata all’attacco della salita. Al primo scollinamento sono quarta, appiccicata alla terza, che però scappa lesta in discesa – dove io, contrariamente alla mia attitudine, tiro le briglie, temendo ripercussioni alla schiena. Il tallone grida, ma non l’ascolto. Intanto, ripresa la salita, mi porto in terza posizione; cedo di nuovo in discesa, riguadagno nell’ultima salita per poi essere definitivamente superata. Il quarto posto è di tutto rispetto, nelle mie condizioni. Inutile però negare un pizzico di amarezza: in uno stato di forma sufficiente sarei seconda. Ma tant’è, ora si tratta di prendere una decisione: continuare, nonostante stia barcollando, o buttarmi in mare? Risposta scontata: perché la tappa Acquacalda-Canneto è spettacolare, e perché dopo un’ora di spiaggia comincio a scalpitare.

Pessime sensazioni. Il piede è talmente incazzato che si rifiuta di muoversi; ho difficoltà ad appoggiare, a spingere, a snodare la caviglia, a sollevare la gamba. Leggo la mia disperazione sul viso di Jader: mi vede già sconfitta. Non sa se incoraggiarmi o insultarmi. Volgo lo sguardo altrove e mi concentro su me stessa: oggi è una passeggiata, ce la posso fare, ce la farò. Allo sparo, la numero due schizza via come una forsennata: quest’anno si è preparata per essere qui al top e sta facendo scintille, beata lei. Io affronto i tornanti con la terza, mi pare un po’ sofferente nell’affrontare le salite. O forse è solo una mia impressione: può essere che mi stia semplicemente controllando, per salutarmi una volta superate le cave di pomice. Fedele alla mia andatura, me la lascio alle spalle – certa di trovarmela nuovamente accanto nel tratto in piano. Invece, percepisco la sua presenza ma non la vedo. Grande tattica. Dolore sotto controllo, proseguo imperterrita anche sull’ultima salita, la più infame: mi giocherò tutto sul finale, sulla discesa a perdifiato. Lascio i freni e vado. Un altro traguardo è conquistato, e ho guadagnato una manciata di secondi. Come dice un amico, adesso non puoi stare tranquilla, ti tocca tirare fino alla fine. Pericolosissimo, per una emotiva come me. Paradossalmente, la mia salute precaria favorisce l’allentamento della tensione: sono talmente occupata nel tenere assieme i vari pezzi di un fisico in rovina, che ho ridotto i margini di concentrazione sulla gara.  Ad impensierirmi, a dire il vero, è il famigerato “tappone”: quasi quindici chilometri, di cui buona parte in salita. Come si fa? Non lo ricordo più. Eppure, non vedo l’ora di affrontare la prova più dura.

Piede sempre una schifezza, alla quale si aggiunge un fastidio nuovo, una strana tensione che sembra irradiarsi dal gluteo in giù. Provo ad allungarlo, persino a sculacciarmi, ma l’ansia sale. Jader mi osserva sconsolato, leggo i suoi pensieri e taccio i miei: anche oggi ti sorprenderò, amore mio, stanne certo. Muoio di paura e scalpito allo stesso tempo: sono in stato confusionale, penso a tutto e a nulla. C’è un’immagine  mi si stampa in mente nei momenti di difficoltà, quando sono sul punto di cedere: la pagina del Moleskine scritta prima di schierarmi in griglia sul ponte di Verrazzano, nel 2005.
Vedo la mia grafia, tonda e ordinata: vedo le parole di una podista spaventata ma sicura, mi vedo e mi sento. Sono sempre io: sono calma e farò una gran gara. Per un buon tratto, io e la terza corriamo appaiate. Quando si stacca, credo ancora lo faccia per controllarmi. Tutto ciò che posso fare è mantenermi sul mio ritmo, non ho alcuna risorsa a cui attingere, nessuna energia da sprecare. Su questo percorso, poi. Tanto spettacolare quanto bastardo. Ti sfianca con interminabili salite, quindi ti illude con piacevoli discese, per poi ammazzarti con nuove impennate: e quando sei lanciato in picchiata, col miraggio del traguardo, ti aspetta un chilometro pianeggiante che corri quasi in ginocchio, tra curiosi e turisti. Ogni volta, arrivata a questo punto, penso di non farcela: so che è finita, ma il rettilineo è interminabile. Le gambe non ne vogliono più sapere:  vorresti spingere, chiudere con un bello sprint, ma sei inchiodata al suolo, se qualcuno ti prendesse a calci lo ringrazieresti. Temi di essere abbattuta e calpestata da tutte le avversarie del mondo, temi di stramazzare a terra prima di involarti sull’arrivo: l’arrivo, appunto, dove accidenti è finito? Eccolo lì, senti il tuo nome, senti annunciare la terza donna. Senti che sei ancora viva, e che qualcuno è forse più felice di te. Sorpreso, vero?

Poi venne il giorno di riposo. Giovedì nero – nonostante lo splendido sole. A rimuginare sui cinque secondi di vantaggio e a piangere su un calcagno irrecuperabile. Non intendo fermarmi, proprio no. Che Vulcano mi assista: questa corsa s’ha da fare, fino alla fine.

Lo confesso: detesto la quarta tappa. Cinque giri nel centro di Lipari, tra turisti distratti e pietrini insidiosi – senza parlare di quella rampa da cardiopalma. Il piede, rispetto a ieri, è quasi nuovo. Duole sempre, ovvio, ma ad un livello tollerabile. Di contro, mi manca l’aria, come fossi in affanno ancora prima di partire. Ansia da prestazione? Cinque secondi sono veramente un soffio. Su questo percorso, poi, l’avversaria è molto più avvantaggiata di me: la sua preparazione e la sua destrezza qui si possono esprimere al meglio. Su di me, solo note negative: infortunata, impreparata, insicura. Rivedo quella pagina, e lascio che si aprano le scommesse. Il mio compito sarebbe controllare, ma da subito mi sento controllata. Più piano di così non potrei andare, aspetto di essere superata per incollarmi. Ma non succede, non al primo giro. Dal secondo, comincio a spingere un po’ di più nella salita, quasi fosse una ripetuta: sprint e recupero, sprint e recupero, sprint e recupero. Ho capito di avere progressivamente guadagnato secondi, ma non sono affatto tranquilla: nell’ultimo giro sono decisamente provata, fisicamente e mentalmente. Ho un buon margine, ma i conti si fanno al traguardo. E i numeri sono con me. L’avresti mai detto?

Matematicamente, potrei già considerarmi terza. Ma la gara finisce con la quinta tappa e, per quanto mi riguarda, tutto può ancora succedere. È vero che in cinque chilometri scarsi è difficile perdere un minuto, ma io resto un rottame e chi mi segue è forte e allenata. Insomma, come si diceva: ti tocca tirare fino alla fine. Un temporale nelle prime ore del giorno ha formato ampie pozzanghere che costringono a qualche slalom. Cerco di controllare nel primo chilometro, pianeggiante, per riuscire a spingere un tantino nel tratto in leggera salita e guadagnare un po’ di strada prima della discesa, dove il vantaggio potrebbe accorciarsi.  Conduco la gara al massimo delle mie possibilità. E realizzo il miracolo.

Un miracolo averla portata a termine, un miracolo avere guadagnato il podio. È il potere taumaturgico di questa terra, non ho più dubbi: gli odori, i colori, i sapori. L’energia che ribolle, che impregna l’aria e penetra la pelle: la respiri, la assimili, pervade le tue fibre. Trasforma gli umori e gli stati d’animo: fornisce carica esplosiva anche alle indoli più afflitte. Qui ho realizzato l’impresa. E non mi riferisco tanto alla mia posizione in classifica, quanto alla mia condotta di gara: a dispetto di tutto e di tutti, non ho mai ceduto. Non ho camminato un solo metro, non ho mai pensato di ritirarmi, non ho mai perso la speranza. Ho sfidato me stessa, i miei limiti e le mie debolezze. Ho vinto, contro ogni pronostico. Soprattutto: ho sorpreso chi ha subito ogni mia lamentela, ogni mia paura, ogni mio sconforto. Era il mio obiettivo, scorgere la sua meraviglia giorno dopo giorno. Obiettivo centrato. Ora, di obiettivi ne ho a iosa: si tratta di continuare a crederci. E lasciare esplodere il vulcano che è in me.



martedì 28 agosto 2018

Fanano-Capanno Tassoni: luci e ombre


La battaglia contro il perfido calcagno ha aperto una guerra su più fronti. C’era da aspettarselo. Decidi di ripartire dopo un anno, con intenzioni bellicose, pensando di uscirne illesa? Col tuo fisico da quattro soldi, poi. E quel piede a mezzo regime, che chissà come ti fa appoggiare. Tutta storta, ovvio. Grida il tallone sinistro, risponde il gluteo destro: in quella posizione ambigua, che fatichi a localizzare – non sapresti descrivere dove esattamente inizi e dove finisca, se interessi il piriforme o il nervo sciatico, se si limiti al fondoschiena o si estenda al femorale. Tutto sotto controllo, mi assesterò e passerà. Così parto per la mia seduta di un’ora, da frazionare in tre parti. Nei primi venti minuti il solito piede ricomincia con la solita solfa (ti sei operata per l’anima del cavolo, io non ti darò mai pace). Non ti ascolto, no no no! Pausa di due minuti, ed ecco che si risveglia il gluteo. Possibile? Corro quasi indenne, ma cammino dolorante. Allora via di nuovo di corsa. Calcagno muto, ma chiappa fastidiosa. Non sculettare, non ciondolare: busto eretto, ginocchia alte, braccia piegate. Spingi su quei piedi, senza saltellare, senza cedere al vento contrario. Dopo la curva sarai più riparata, un’agevolazione per gli ultimi cinque minuti. Concentrata sul passo, sulla postura, sulla fatica. Forse troppo: troppa tensione, troppa attenzione sui punti dolenti. Termino la seconda sessione sempre più acciaccata, dal lato destro il fastidio si è spostato verso il centro: oddio, avrò rotto l’osso sacro? Ultimi venti minuti in discreta spinta, non un fulmine ma neppure una lumaca: soprattutto, fatica al minimo. Peccato che poi stenti a camminare, e subito mi si prospettano gli scenari più catastrofici (ernia, frattura, decomposizione, ecc).
Due giorni di riposo e un trattamento manuale (e psicologico) mi rimettono in moto. Il dolore però non molla: riesco ad allenarmi, anche discretamente, ma cammino male. Zitta e corri, dunque? Sarà così. E’ così che mi ritrovo a Fanano, con un pettorale sulla canotta. Gara mai sperimentata, sempre osservata e sempre schivata – per la distanza, per la durezza, per la concomitanza con altri eventi.  Finalmente si propone come l’occasione perfetta, ideale per questa fase di riavvicinamento alle questioni serie. Peccato che l’unico argomento serio, oggi come ieri, sia l’elenco dei miei malanni. Tutto sotto controllo, mi assesterò e passerà. Non ne dubito, diversamente non sarei qui. Avrei potuto sfoggiare saggezza e prudenza, restando a casa a leccarmi le ferite. Invece no, ho troppa voglia di combattere: con le mie debolezze, con i chilometri e le pendenze, con il mondo podistico. Dicono sia molto dura, ottimo: la fatica schiaccerà i pensieri più nefasti. Tra i quali c’è anche quello di arrivare ultimissima, del resto siamo talmente in pochi. E se invece quella manciata di avversarie fosse più scarsa di me? Almeno una o due, dai. Pronti via, e si precipita in discesa. Il tallone suona il campanello, avvisandomi che il suo silenzio dei giorni precedenti è stato un bluff; anche il fondoschiena, tranquillo fino a pochi minuti fa, mi rammenta che non posso frullare a piacimento. Tranquilla, il bello è là da venire. Neanche due chilometri, e la strada prende a salire: da qui in avanti non darà tregua. Testa bassa e pedalare. In pochi minuti mi metto alle spalle un buon numero dei podisti che si erano lanciati a tutta. Ma è con me stessa che devo competere: con la mia capacità di soffrire – e di resistere. Si tratta di glissare sugli acciacchi, declassandoli come biechi e ininfluenti concorrenti sleali, e sintonizzarsi sulla propria andatura: regolarizzare ritmo e respiro in un processo fluido e incessante. Se solo si allentasse quel morso sul calcagno… Invece no, non molla la presa. Mi destabilizza e cedo: col pretesto del ristoro, interrompo la corsa e procedo camminando per alcuni metri, bagnandomi la bocca. Gli stop and go sono deleteri soprattutto per il posteriore, evita di fermarti, accidenti a te. Piano piano, ma senza sosta. Una discesa inaspettata mi spiazza. È decisamente ripida, non oso approfittarne, a discapito della mia posizione. Tanto in un attimo siamo di nuovo su tornanti spezza gambe. Micidiali davvero, ma vogliamo parlare dell’incanto di questa strada? Quante volte abbiamo abbracciato questi pendii? Abbiamo solcato i sentieri attraverso ai boschi, con lo zaino in spalla, fino alle cime più alte: le nostre piccole conquiste. Cercare un angolo riparato per godersi la vetta addentando un panino, che poi la strada del ritorno pare sempre più lunga e quel rifugio, al termine del cammino, ci intrattiene per un po’ di tempo ancora: come a confortare la malinconia che assale al termine di una giornata intensa. Sono felice di essere qui, oggi, in una nuova veste. Abbigliamento ridotto ai minimi termini, scarpe leggere e nessun fardello, se non il mio fisico provato. Jader non segue la mia traccia, ma è come se lo facesse: avverto il suo sguardo, sento le sue parole, percepisco la sua apprensione – e il suo incitamento. Siamo tornati in un luogo che amiamo, ognuno ad assecondare la propria passione: sarà emozionante incrociarci strada facendo, sarà entusiasmante ricongiungerci all’arrivo, ancora una volta al riparo di un caldo rifugio.
Quando odo la sua voce ho un sussulto. Devo mostrarmi forte e carica, nessun cenno di abbattimento né di sconforto. Da come grida al mio passaggio, dubito di esserci riuscita. L’ultimo chilometro dovrei aggredirlo, invece sono piegata a metà. L’avversaria con cui ho giocato a ping pong fino a questo punto viene raggiunta dal compagno che, avendo ultimato la sua gara, si appresta a scortarla fino all’arrivo. Un aiuto non da poco. La vedo infatti cambiare marcia, e io getto la spugna. Ormai è fatta, a questo punto basta portare a termine l’impresa. Finisce l’asfalto e inizia il sentiero: a cento metri c’è il traguardo. È finita. O forse no: forse è proprio adesso che devo sondare la mia condizione per capire cosa mi aspetti. Il pensiero a cui mi aggrappo è solo uno: pur con molte (troppe) soste, ho corso per dodici chilometri in salita. Una delle gare più dure a cui abbia mai partecipato, se non la più dura, affrontata nella peggiore delle mie condizioni. Eppure, conclusa a testa alta. Ci sarei riuscita se fossi un vero rottame? Avrei sostenuto fino alla fine un simile sforzo, se il mio fisico fosse irrimediabilmente compromesso? Tutto sotto controllo, mi assesterò e passerà. Qual era il mantra? Zitta e corri. 



giovedì 2 agosto 2018

Rocca di Roffeno: a volte ritornano


Ricordo che nei primi chilometri avevo conquistato una buona posizione. La pendenza non era eccessivamente impegnativa e avevo superato agilmente alcune avversarie già in difficoltà. Finché la strada cominciò a digradare: prima una discesa asfaltata, tanto breve quanto verticale, poi un’infinita pietraia dove mai avrei messo piede, nemmeno per una passeggiata. Un incubo. Di correre non se ne parlava, era un’impresa persino camminare. Mentre tutto il mondo mi passava davanti. Calpestatemi pure, già che ci siete, tanto non so se arriverò in fondo. Magri Jader, non vedendomi arrivare, chiamerà il soccorso alpino. Era una donna distrutta quella che gli si parò davanti, quando lui si trovava ormai sull’orlo della disperazione. Solo l’approssimarsi del traguardo riuscì a rianimarla: e poco importava che l’ultimo tratto fosse un’impennata. Anzi! Mai salita fu tanto agognata.

Questo il terribile ricordo di Rocca di Roffeno. Una delle peggiori prestazioni della mia carriera podistica, una gara che solo a nominarla mi ha sempre provocato crisi di rigetto. Eppure, quando correre diventa un’utopia, quando guardi col magone anche le vecchie scarpe da running, quando nulla ti dà pace se non la speranza, saresti disposta a spillarti qualsiasi pettorale pur di assaporare ancora quell’emozione. La fatica, l’ansimare, la sfida. Quanto ti mancano? Quanto ti mancano quelle giornate in cui, da quando scendi dal letto, attendi con trepidazione l’ora dell’allenamento? Che forse odierai, che ti annebbierà la vista o non ti gratificherà abbastanza, ma che terminerai con il pensiero già proiettato alla sessione successiva. Quanto ti mancano i rituali pre-gara? Scarico, pasti, abbigliamento; tutto condito da ansie e timori di ogni sorta. Così, quando ti si prospetta la possibilità di partecipare ad una competizione, persino un percorso infernale assume le sembianze di un viale dorato. Del resto, è passato tanto tempo da quella volta. Nemmeno ricordo quanto: non saprei neppure dire a quale società appartenessi. Di certo so che il mio passaggio, allora, non ha lasciato tracce: né nei miei file, né (tantomeno) negli albi podistici. E così sarà anche stavolta: tanto peggio non potrà andare, camminerò oggi come allora. Con la differenza che in questa occasione mi sentirò giustificata, e non inveirò contro lo scarso risultato. Solo il dolore mi preoccupa, questo bastardo che non si decide a darmi pace. Per alcuni giorni mi ero illusa: buone sensazioni, sofferenza ridotta al minimo e recupero quasi perfetto. Poi di nuovo quel male acuto, come un anno fa, come non avessi fatto il possibile e l’impossibile per sconfiggerlo. Cerchi di calmarti, di convincerti che si tratti di una fase di adattamento, che occorra pazienza per riabituare alla corsa un piede fermo da un secolo. Ma lo sconforto è pronto ad assalirti. Come non pensare che tutto sia stato inutile, che non uscirai mai da questo sporco tunnel?

Zitta e corri. Agli ordini, capo. Parto con gli ultimi, ma subito comincio a scalpitare. Le gambe vogliono girare, nonostante il calcagno dolente. Magari è solo questione di minuti, cinque dieci o quindici. Il tempo di scaldarsi. Magari. Intanto corro, e mi lascio alle spalle un bel po’ di gente. Stento a crederci, che abbia esagerato? Ecco, inizia la salita. Punto ad agguantare la ragazza a pochi metri da me, ma la scarsa attitudine alla corsa e la totale assenza di allenamento mi presentano il conto. Fiato corto e tallone incazzato: inizio a camminare. Poi riparto di corsa, poi di nuovo cammino. Avanti così, che tristezza. Mi ero illusa di riuscire ad affrontare l’ascesa: non agilmente, certo, ma piano piano, senza fermarmi. Per una volta, ho peccato di ottimismo. Mi consola il fatto che, nonostante i miei stop, i distacchi restino invariati: evidentemente, il ritmo di chi corre non è tanto più svelto della mia camminata. Peccato che, allo scollinamento, non possa lanciarmi come vorrei: in discesa devo essere oltremodo cauta. Mi limito a spingere (più o meno) nel tratto in piano, sfidando le mie capacità di resistenza – e il solito male, che a volte preme all’esterno, altre all’interno, tanto per non annoiarmi. Passerà, dai: guarda quanti cadaveri stai ancora raccogliendo. Il signore con la bandierina segnala che il divertimento è finito: salutate l’asfalto e godetevi il sentiero di montagna. Non vedevo l’ora. Mi inoltro prudente, sguardo fisso a terra, già pronta alla crisi di panico. Che non arriva. Continuo a correre sullo sterrato, senza troppe difficoltà: sono cambiata io o è cambiato il percorso? Sono un bradipo, è vero, ma non barcollo né inveisco. I più agili (tutti) mi fanno mangiare la polvere, ma io proseguo imperterrita – per non dire soddisfatta. Tornata sull’asfalto, mi sembra di volare. In un battito d’ali recupero tutti quelli/e che mi avevano umiliata sul ciottolato. Li stacco talmente tanto che nemmeno quando la salita diventa inaffrontabile riusciranno a riprendermi. Effettivamente, sono davvero pochi quelli che riescono a correre negli ultimi due chilometri. Mi chiedo se, in condizioni ottimali, io avrei potuto essere una di loro – ma forse sarebbe meglio evitare certi interrogativi, così come è inutile domandarsi se sia più condizionata dal dolore incessante o dai tanti mesi di stop. Accenno un allungo negli ultimi metri che portano al traguardo. 59’, un’eternità. Che vale però il premio di categoria, quasi mi vergogno. Contenta sì, ma solo a metà. Perché ho sofferto troppo. E non mi riferisco alla fatica, scontata, ma al calcagno, che speravo più silente. Non è guarito, forse non guarirà mai. Forse non dovevo operarmi, forse non dovevo riprendere così presto, forse non dovrei correre mai più. Forse dovrei piantarla con tutti questi forse. Zitta e corri. Questo deve essere il mio mantra, oggi e sempre. Purtroppo non potrò avere sempre a disposizione mani prodigiose che attenuino i danni, ma sarebbe già tanto non aggravare la situazione con elucubrazioni devastanti. Tra ghiaccio e riposo, spengo la luce su  una domenica luminosa. E, il mattino seguente, mi rialzo senza zoppicare: questa è una grande conquista. Sciolgo corpo e mente in piscina, dove i pensieri si perdono tra le bolle d’aria del mio respiro. 
Quindi sono pronta a ripartire. Con gli sprint in salita, i minuti a perdifiato, la cura dell’andatura. Con la fatica, quella meravigliosa fatica che mi fa sentire viva. E forte. Stupido calcagno, non avrai il mio scalpo. 


PS: Giusto per inquadrare correttamente gli eventi: tre mesi fa uscivo dalla sala operatoria.

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