mercoledì 10 gennaio 2018

Il calcagno (non) è un'opinione

Basterebbe ricevere il consiglio giusto al momento giusto. Ovviamente, il consiglio giusto è quello che risponde alle nostre aspettative, ma il momento giusto qual è? Se mi avessero proposto allora quanto mi è stato prospettato venti giorni fa, avrei reagito con la stessa prontezza? È vero, con i “se” non si va da nessuna parte: infatti sono qui, pressoché immobile, in fremente attesa di rimettermi alla prova.

Quel fastidio al lato esterno del tallone sinistro cominciò ad infastidirmi quando ero alle prese con tutt'altro dolore, tanto recidivo quanto irrisolto: nessuna evidenza scientifica riusciva a spiegare la sua perseveranza, ma in quell'area difficilmente localizzabile sotto il gluteo c’era senza dubbio qualcosa che non andava, visto che non riuscivo né a correre né a stare seduta. Come metterla con la maratona di New York? Proviamo intanto a zittire il piede molesto: l’ecografia vede un tendine intatto, ma qualche calcificazione qua e là. Una bombardata di onde d’urto e passa la paura. Baciata dal dio Maratona, arrivai tutta intera al traguardo in Central Park (qui i dettagli), ma il giorno dopo zoppicavo. Poco male, era già stato messo in preventivo almeno un mese di riposo. Si riprende quindi piano piano: natica così così, tallone non pervenuto.

Il 2016 parte con le migliori intenzioni. Sopravvissuta all'inverno, chiudo discretamente la primavera e cavalco la mia stagione preferita inseguendo sogni di gloria. Fino a quando il gluteo destro, forse geloso delle troppe attenzioni rivolte al suo compagno, comincia a lamentarsi alla stessa maniera. Perdo così la corona alle Eolie (qui la triste novella), e naufraga in quel mare il sogno di un’altra maratona. Naturalmente, visite, esami e contro analisi non rivelano alcunché. Tra i tanti referti, spicca quello dello specialista che se ne esce con “Ha presente Carla Fracci? Ecco, lei ha quel fisico”: considerando l’espressione da triglia, presumo fosse un elogio all'arte e alla perfezione – o si riferiva invece al logorio della veneranda età? Fatto sta che, a forza di sentirmi dire che non ho nulla, dovrei riuscire a convincermi. È tutto nella tua testa! Allora sono a posto.

Un altro inverno, eterno come tutti gli inverni. Un’altra (ri)partenza, faticosa come tutte le (ri)partenze. Sogni di gloria che assomigliano a miraggi ma, come si dice, la speranza… Con le antenne sempre orientate sui miei hamstring, avevo completamente dimenticato di quel tempo della mia vita mortale in cui soffrii di uno strano dolore accanto al tallone. Proprio quella sgradevole sensazione che si stava ripresentando a ridosso della gara sulla quale avevo concentrato tutta la preparazione stagionale. Stessi sintomi equivale a stessa diagnosi: bombardiamo e radiamo al suolo il nemico. Peccato che stavolta le armi non siano efficaci. La radiografia mi è simpatica, non trova alcuna anomalia. Perfetto, il fastidio sparirà così come è arrivato – ovvio, no? Mica tanto. Un giorno scompare, un altro giorno riappare; una volta parto bene e finisco male, un’altra volta parto male e finisco alla grande. È una prova di nervi, ma non desisto: correrò quella mezza meglio dell’anno scorso, poi potrò riposarmi un po’. Le ultime parole famose. Risultato vergognoso, condizione fisica pietosa. Dai, qualche giorno poi passa… Quando riprovo a correre è l’inferno. Un altro mese ai box. A metà giugno bisogna riprendere, Vulcano sta già borbottando. Duole ancora, ma ci può stare, bisogna solo ingranare. Forse. Forse bisogna riflettere sul fatto che fatico persino a camminare, e che sul tallone sembra essere cresciuta una palla da tennis. Urge vederci chiaro. L’ecografia è indisponente: mi sbatte in faccia una tendinopatia cronica e altre robacce come edema e reazione sinoviale, e meno male che non rintraccia calcificazioni. E adesso? L’ecografo, con far leggero, mi consola includendomi nella massa di podisti che convivono beatamente con problemi analoghi, e mi suggerisce di rivolgermi ad un bravo osteopata. Il bravo osteopata mi tira di qua e di là, confessandomi che più di tanto non si può fare e invitandomi a riprovare a correre quando fossi riuscita a camminare senza problemi. Arriva quindi il medico sportivo, quello che dovrebbe limitarsi a verificare che il motore sia in grado di reggere un altro anno di atletica. Ho la malsana idea di esporgli ciò che sta boicottando i miei allenamenti così che lui, mentre suggella il certificato di idoneità, mi infligge il colpo di grazia: non c’è rimedio, bisogna fermarsi. Almeno un anno. Questo il 18 agosto 2017, tra due settimane si parte. Alle Eolie un mio ologramma compie un miracolo (qui raccontato). Magari, si potesse evitare di tornare a casa… Due mesi, dai: un paio di mesi poi si ricomincia. Non importa che la bici mi faccia schifo, che non sappia più quali esercizi inventarmi, che in piscina rischio l’assideramento: se non mi muovo impazzisco. Già così mi sento un’ameba, bolsa e flaccida, ormai nevrotica. In novembre riallaccio le scarpe e mi butto nella mischia: mi lascio trascinare dall'entusiasmo, dalla voglia, dalla convinzione. Tutto bello, ma non basta: la situazione è immutata, sono rimandata alla prossima sessione. Dicembre? Non basta. Gennaio forse? O forse è meglio chiedere ancora aiuto? All'appello manca l’ortopedico. Ospedale di Bentivoglio, equipe del Rizzoli, dottore giovanile e sorridente: può essere d’aiuto una talloniera e, perché no, un ciclo di terapie. Intervento? Macchè, non è proprio il caso. Ci vuole solo tanta pazienza. Ha detto pazienza? Quel termine astratto conosciuto forse in una vita precedente, ma difficilmente concretizzabile allo stato attuale degli eventi? Va bene, tentiamo di approcciarlo: indossiamo i rialzi, lasciamo perdere le terapie (avrei già dato), e aspettiamo. Cosa? L’anno nuovo, la bella stagione, l’eternità? Mi sento già decrepita. Il mondo della corsa mi circonda, ma io ne faccio sempre meno parte. Finché non  incontro un elemento di spicco: a lui si sono rivolti in tanti, dagli atleti di fama ai semplici tapasci. Io no, non sono mai entrata in quella cerchia, per nessuna ragione precisa, solo giochi di strade. Strade che un giorno, per caso, si sono incrociate. Potresti dare un’occhiata al mio tendine? Un’occhiata, appunto, è sufficiente a formulare la diagnosi: apofisite calcaneare, l’unica soluzione è l’intervento chirurgico. L’ortopedico di sua fiducia ne dà conferma. Quello trascorso fino ad ora è stato tutto tempo perso. Già, ma nessuno fino ad ora me l’aveva proposto. Perché nessuno di loro corre. Era questo che volevo sentirmi dire? Può essere. Tanto lo temevo quanto lo speravo: di fatto, ora mi sembra una liberazione. Facciamola, questa operazione, il più presto possibile. Due buchini, una fresatura, una notte all'ospedale. Dolore? Un po’, ma passa in fretta. Difficoltà? Qualcuna: familiarizzare con le stampelle, superare gli ostacoli domestici, lavarsi senza danneggiare la fasciatura. Piccolezze. Pur di rimettersi in piedi. Pur di tornare a correre. La bestia scalpita.





lunedì 18 settembre 2017

Giro Podistico Eolie 2017 - Capitolo 3: ancora Lipari, sempre Vulcano

Da qui si vedono tutte, sette perle placcate dall'ambra del sole che digrada. Persino Alicudi, la più lontana, la più selvaggia. Chissà se ospita ancora quel bizzarro pittore francese che ci incantò con la sua immagine bohémien tanti anni fa. Quanto tempo è passato? Da quanto tempo non osservavamo da questa prospettiva il panorama dei nostri sogni? La salita al cratere è una passeggiata eppure, per una ragione o per l’altra, quella bocca rovente continuava a sfuggirci. Stavolta no, a costo di salire con una gamba sola. Che, in effetti era quello che temevo: più che di dover rinunciare a gareggiare, avevo paura che, costringendomi a farlo, avrei finito col ritrovarmi nell'impossibilità persino di camminare. Ho invece conquistato la mia montagna e ora la respiro, quasi a farla mia, nella disperata speranza di non lasciarla più. 


Siamo a metà dell’opera. Mancano “solo” due prove, anticipate da un giorno di riposo – tanto meritato quanto sofferto. Di rilassarsi non si parla proprio: il fotoreporter parte all'alba a caccia di scenari suggestivi, l’atleta si agita nel sonno col terrore di morire dal dolore alzandosi dal letto. Sopravvivo, ma la situazione è decisamente preoccupante. C’era da aspettarselo. Anzi, sono già andata oltre le più ottimistiche previsioni. Eppure, l’idea che la strada si possa interrompere non mi scuote affatto. Duole sempre ai primi passi, poi si stabilizza e quasi passa in sordina: è stato così nei giorni scorsi, lo sarà anche nei prossimi. Dovrò vedermela con la tappa più antipatica, quella che l’anno scorso ha sancito il mio ritiro: una sfida tra me e lei, e vincerò io. Non ho dubbi. Sto sfidando la logica, la fisica, la ragione. E mi sto divertendo un sacco. Difficile capire dove finisca la mia caparbietà, e dove inizi il desiderio di stupire chi è in ansia per me: la disperata voglia di correre si fonde con l’estrema necessità di non deludere. Troppi errori su queste strade, è ora di finirla.

Cinque giri di un chilometro abbondante, su e giù per il centro di Lipari. Ciottolati, curve secche e turisti distratti: un incubo. Se mi lasciassi trascinare dalla foga degli sprinter sarei spacciata – ovvero, impiccata già al primo muro. Ritmo da crociera anche oggi, è l’unica strategia per restare a galla. Con calma mi avvicino alle due ragazze in più diretta competizione, nella discesa sono leggermente avanti quando, in prossimità del ristoro, un piede si aggancia al mio e trovo l’inferno. In una manciata di secondi vedo scorrere le immagini più catastrofiche: schiantata sui pietrini, paralizzata dalla rabbia e dal dolore. Eh no, stavolta no! Barcollo come un clown, gambe e braccia all'aria, rifiutando di cedere alla forza di gravità. Signori e signore, oggi comiche. E per la gioia di tutti voi, Ridolini resta in piedi. Anzi: più cattivo di prima, parte alla rincorsa di chi gli ha fatto lo sgambetto. Si tratta solo di aspettare il rettilineo più scorrevole e il sorpasso è fatto. Ancora un paio di giri, può ancora accadere di tutto, ma sento che lo scoglio è superato: sto già assaporando lo sguardo stupefatto di chi mi aspetta trepidante, più incerto di me sulle mie reali possibilità.

Potrò dire di avercela fatta solo al traguardo di Vulcano, sabato mattina. Mi piacerebbe, almeno in questa occasione, attivare la modalità “gara”. Perché fino ad ora non l’ho innescata: non mi sono spremuta, non ho tirato alla morte, non ho patito la competizione. Mi sono impegnata il minimo indispensabile, esclusivamente per il piacere di partecipare. Certo giorno dopo giorno, risultato dopo risultato, l’euforia aumentava: anche il confronto con le passate edizioni si faceva sempre meno avvilente. Ovvio che il cavallo cominciasse a scalpitare. Insomma: non intendo lanciarmi come un kamikaze contro il gruppo di testa, vorrei però vivere l’agone fino in fondo. Galeotta è la discesa: come faccio a trattenermi se si parte in picchiata? Lo so che al ritorno questo tratto mi spezzerà le gambe, ma adesso è impensabile non slegarle. Che almeno mi diverta un po’, perché sul piano sono già piantata: qui emerge tutto ciò che mi manca. Senza allenamento, senza attitudine al ritmo, senza prove di velocità non si improvvisa niente: il motore non gira. Per quanto si provi a spingere, sembra di non avanzare affatto. Così arrivo già in affanno sul falsopiano – che vivo come una salita allucinante. Mi sorpassano a frotte, sono una palla sgonfia. Mi concentro sulle mie forze, sull'andatura, attendendo come un miraggio il giro di boa. Peccato che la discesa non sia proprio di quelle che piacciono a me: ti lascia prendere fiato, sì, ma non ti consente di volare. Se non altro, è sufficiente a guadagnare alcune posizioni. Devo sfruttare al massimo questo tratto, per poi sputare sangue sul finale. Un dosso diabolico, poi di nuovo sul piano. Ancora una volta, fianco a fianco con Francesca. Ovviamente lei ne ha più di me, ma è grazie alla sua forza che riesco ad affrontare l’ultima salita con una grinta insperata. Sto morendo, ma è così che vorrei morire: scoppiando di gioia.

Ho vinto. E non parlo della posizione, né del premio di categoria: parlo della mia battaglia.  A tutti quei discorsi su cosa si possa ottenere solo con la forza di volontà non avevo mai creduto. Invece… Non so dove abbia trovato le risorse, né come abbia potuto vincere il dolore: non so quando guarirò, né quando tornerò a correre. Ho però una nuova certezza: posso farcela, possiamo farcela. Non esistono ostacoli insormontabili, solo montagne da conquistare. Come Vulcano. La sua energia non si esaurisce. Ed è in noi.




giovedì 14 settembre 2017

Giro Podistico Eolie 2017 - Capitolo 2: da Lipari a Salina

Servirà a qualcosa questa melma maleodorante? C’è chi la ritiene miracolosa e chi, come la sottoscritta, ai miracoli non crede affatto. È però vero che, quando la situazione si fa disperata, si finisce con l’aggrapparsi a qualsiasi scoglio. Così, eccomi immersa nella pozza, col viso cosparso di fango, a pregare che almeno la pelle, se non le articolazioni, possa uscirne rigenerata. Poi impacchi di ghiaccio, passeggiate nel mare, massaggi di scarico; e ancora: elettrostimolazioni, rullate sulla pallina da tennis, esercizi di allungamento. Un lavoraccio gestire questo tendine, ma non vogliamo fargli mancare nulla: deve capire quanto ci stia a cuore, quanto sia importante che si alteri il meno possibile, quanto sia necessario che ci accompagni paziente fino all'ultimo giorno.

Ho deciso di continuare, quantomeno di provarci. Sarà l’entusiasmo della prima prova, superata al di sopra di ogni aspettativa; sarà l’incapacità di scindere il mio soggiorno alle Eolie dalla partecipazione alla gara; sarà che la fiducia accordatami dalle persone che animano questo evento mi ha trasmesso energia e positività. Insomma: salirò su quella barca, diretta a Lipari. Elettrizzante la seconda tappa: un colpo di schioppo. Qualche tornante, giusto per scaldare il motore, quindi un susseguirsi di saliscendi a tenere alta la frequenza, per poi volare in picchiata fino al traguardo. In un contesto quasi lunare: da uno sperduto villaggio sul mare, sfiorando spettrali cave di pomice, per arrivare sul piccolo porto che sembra attendere i nostri tuffi. Poco più di sei chilometri, da buttare giù tutti d’un fiato. Potendo. Perché oggi la vedo durissima. È necessario un buon riscaldamento, ma da subito il tallone lancia segnali tutt'altro che incoraggianti e temo molto per quando, a qualche centinaio di metri dal via, inizierà l’arrampicata.

Può essere che l’adrenalina faccia miracoli. O forse è il bisogno di correre, la gioia di correre, ad annichilire tutti i dolori. Mantengo la calma, non dispongo di alcuna risorsa per poter rincorrere chissà quale obiettivo. Mi basta riuscire ad avanzare, passo dopo passo, con le mie scarpette, il mio chip e il mio magico pettorale ben spillato. Mi stupisco di essere nel gruppo delle atlete che ieri avevo davanti a me: mi sbalordisco quando, senza forzare, le lascio alle mie spalle. Al mio fianco resta Francesca, e quasi mi dispiace dare vita ad una sfida con lei: perché è un’amica, perché non vorrei si sentisse offesa, perché ci siamo dette che siamo qui solo per divertirci. E allora divertiamoci, ognuna vivendo la sua gara. Io non posso permettermi di andare oltre i miei limiti, già troppo esigui. Posso solo regolare il mio respiro, modularlo sulle difficoltà del percorso, impostarlo sul ritmo della mia falcata. E quando la strada comincia a scendere, resta solo l’aria sottile da attraversare in un baleno, abbandonando ogni ansia e ogni tensione. Finalmente lasciarsi andare. Verso un altro traguardo. Mai come quest’anno ogni arrivo è una vittoria, quale che sia la classifica. Non fermarmi più, ecco cosa vorrei. Infatti continuo a correre, come se dovessi defaticare: come se fossi un’atleta seria. Che di serio, ora, non ha proprio nulla: quel sorriso, incollato sul volto, non accenna a smorzarsi. Quante volte è successo? Quante volte Jader, quasi più emozionato di me, mi ha guardata incredulo, chiedendomi come abbia fatto? Ce l’ho fatta, anche oggi. Domani?

Sapete cosa vi dico? Che domani non ce la facciamo. Ecco la sentenza di Manuele, nel bel mezzo di un soporifero bagno di sole sulle sabbie nere. Lo seppelliamo con una risata e ci buttiamo in acqua per rinfrescare muscoli e pensieri. Vorrei riuscire a distendere entrambi, ma la prospettiva della terza tappa è tutt'altro che rassicurante. La più lunga, la più insidiosa, la più difficile: difficile da interpretare, da gestire, da sopportare. Persino nelle migliori condizioni. Il ricordo della crisi nera dell’anno scorso, a causa della quale mi giocai la vittoria del Giro, scotta ancora. Quest’anno non ho niente da giocarmi, niente da vincere, né da perdere. Cosa mi preoccupa, allora? Il mio tendine, ovviamente, e il mio fisico. Né l’uno né l’altro sono preparati per affrontare quasi quindici chilometri: da maggio ad oggi, la distanza massima che ho messo nelle gambe equivale ai sette chilometri della prima prova, le uscite totali di corsa cinque o sei (a esagerare). Che abbia ragione Manuele?


Vedrai, oggi ti stupirò. Lo affermo convinta, e il bello è che ci credo davvero. Il percorso presenta delle novità rispetto alle precedenti edizioni, ma i tratti salienti li conosco bene, e stavolta non posso sbagliare. Devo partire piano, pianissimo: in fondo non ho scelta, la velocità è lungi da me e altrettanto lontana è la resistenza allo sforzo. Non so se sia più preoccupata del dolore o della capacità di sopportazione. La soluzione è una sola: mettere al bando ogni assillo e godermi le strade di Salina. Come due giorni fa a Vulcano, lascio che tutte si scatenino finché possono. Io sono una semplice tapasciona, ad una qualsiasi camminata domenicale. Ecco Francesca. Non intendo sforzarmi per tenere il suo passo, l’istinto di sopravvivenza ha la meglio sull'agonista che è in me. Ci alterniamo comunque nella salita e recuperiamo diverse posizioni. La parte nuova del percorso si snoda in un dedalo di viuzze dove sembra di giocare a nascondino, con saliscendi che innervosiscono il ritmo. Poi finalmente, la discesa: finalmente posso mollare i freni. So che a due chilometri dall'arrivo mi aspetta un muro dove potrei morire, e so anche che il rettilineo finale mi vedrà strisciare. Ma ora voglio solo sentirmi libera di volare. È uno spettacolo: questo luogo, questa gara,  questa mia incredibile forza. È come se mi vedessi dal di fuori: l’immagine della gioia di correre. Tralasciando per un attimo il suo reportage fotografico, Jader mi incita con foga, annunciandomi che ho guadagnato un incredibile vantaggio sulla terza in classifica. Stai zitto! Non lo voglio sapere: non sia mai che l’ansia da prestazione inquini la mia leggerezza, finendo con attanagliarmi i muscoli. Non devo pensare a nulla, nulla devo ascoltare. Oggi conta solo il qui e ora. Oggi conto solo io: il miracolo di Valentina che corre. E pazienza se sull'ultimo strappo avrò qualche cedimento, pazienza se affronterò l’ultimo chilometro quasi barcollando. Taglio il traguardo in terza posizione. Non so se ridere o piangere.


Te l’avevo detto che ti avrei stupito. Ancora una volta: come hai fatto? Chi può dirlo? Chi può dire quali saranno le conseguenze di questo azzardo? Ci penseremo al momento opportuno, adesso godiamoci una prelibatezza. Del resto, perché non ammetterlo? Lo scopo di tante fatiche è uno solo: intingere la brioche calda in una succulenta granita.

lunedì 4 settembre 2017

Giro Podistico Eolie 2017 - Capitolo 1: Vulcano

Nel certificare che il motore potrà sopportare un altro anno di attività agonistica, il medico sportivo mi chiede quale sarà la mia prossima gara. Saperlo! Tasta il mio tendine acciaccato, legge l’esito dell’ecografia e sentenzia: almeno un anno senza correre. Ottimo. Proprio quello che avrei voluto sentirmi dire, a due settimane dalla partenza del giro a tappe delle Eolie. Non che pensassi di poter gareggiare, ma da lì a vedermi ferma per “almeno” un altro anno…

Mi ero iscritta con le migliori intenzioni, seppure già infortunata. Uscita malconcia dalla mezza maratona di Bibione (7 maggio), confidavo che oltre un mese di stop mi avrebbe consentito di ripartire adeguatamente. Invece, nessuna luce all'orizzonte. E a forza di dire che c’è ancora tempo, il tempo passa e io resto ferma ai box. Comincia a prospettarsi una settimana di solo mare: un sogno per tanti, un incubo per noi. Urge una strategia di avvicinamento acutamente persuasiva: fino all'ultimo istante, vietato accennare al piano B (ovvero l’ultima spiaggia, nel senso letterale della definizione).

Metà agosto, è ora di sondare il terreno. Mi butto nella mischia (si fa per dire) della camminata al Parco Cavaioni. Solo l’idea di accennare un passo di corsa mi terrorizza, vorrei riuscire a non aver il pensiero fisso su quel tallone, ma è impossibile. Mi incammino, in coda a tutti, quasi fossi ad una scampagnata, quasi non ricordassi come si fa a correre: perché di fatto è così. Alle prime falcate mi sembra di volare, un’euforia che mi stordisce, ma basta poco per sentirsi piombare addosso tutta la pesantezza di tre mesi abbondanti di inattività: goffa, scoordinata, tutta storta. Una fantoccio mosso da un marionettista ubriaco. Manca il fiato, mancano i muscoli, manca il ritmo. Non manca invece il dolore. Sopportabile, sì, ma sempre lì, a ricordarmi che nulla è risolto. Però, seppure con diversi tratti di passo, riesco ad arrivare alla fine con un bel sorriso. Quasi quasi ci credo! Tanto da prendere la folle decisione di attaccarmi un pettorale di lì a due giorni: così, giusto per vedere l’effetto che fa. Pazienza se camminerò pressoché tutta la salita – e buona parte della discesa sterrata: è ciò che ho sempre fatto su quel percorso, dove riesco a dare il peggio di me. Disattivata la modalità agonistica, fregandomene altamente sia del crono che della posizione, sono persino capace di divertirmi. Ho sofferto? Un po’, comunque meno di quanto temessi. Che da qui si possa ripartire? L’entusiasmo gioca brutti scherzi, conduce sottilmente all'illusione. Illusione di breve respiro: il giorno seguente zoppico, e sul mio tallone sembra essere cresciuta una pallina da tennis. Reset. Una settimana senza muovere un passo. Mi tuffo in piscina rischiando l’ipotermia, macino chilometri sulla mia mountain bike da strapazzo, mi sfianco di esercizi per potenziare muscoli invisibili. Tutto per giungere ad una sola conclusione: se non sono fatta per correre, lo sono ancora meno per qualsiasi sport alternativo. Ergo: o mi rimetto in sesto, oppure mi dovrò dedicare all'uncinetto.
La camminata paesana del venerdì sera cade a fagiolo. La valigia è ormai pronta, mancano solo le scarpe tecniche. Corro qualche centinaio di metri, mi fermo e penso che dovrò disfare tutto: rimettere nel cassetto short, top, calzini che non potranno servirmi. Poi all'improvviso avverto come una zaffata di zolfo… Riparto, e non mi fermo più. Infischiandomene dell’erba alta, della terra sconnessa, del vento contrario: infischiandomene dei dolori. Ce la posso fare. Ce la farò.

Lo zolfo ora è qui: lo vedo, lo sento, lo amo. Mai come questa volta la vacanza si prospetta incerta, mai come questa volta i dubbi sono superiori alle certezze. La mia costante insicurezza è ora prevaricata dalla triste realtà: le possibilità sono ridotte al lumicino. E non mi riferisco al mio piazzamento, bensì alla mia partecipazione: sarò al via, chissà se sarò al traguardo. La posta in gioco è altissima, e va ben oltre il semplice esito di una gara. Siamo qui a dispetto di ogni logica, contro ogni ragionevolezza: siamo qui da folli, da sognatori. Ed è così che mi presento alla partenza. Senza condizione, senza allenamento, senza prospettive. Andate pure, scatenatevi. Io procedo cauta, con calma, assaporando passo dopo passo il miracolo di esserci. Inizia la salita e il tendine urla. Ho paura: paura che ceda il fisico, paura che ceda la determinazione. Un attimo di tentennamento, giusto il tempo di aggiustare il respiro e rimettersi in carreggiata. Ed ecco la discesa. Solo altri due giri, che sarà mai? Ho già realizzato più di quanto sia riuscita a compiere negli ultimi quattro mesi, e non intendo demordere. Procedo col mio passo: lento, tutt'altro che competitivo, ma incessante. Per non dire instancabile. Al secondo giro comincio a raccogliere cadaveri – io, che sono un rottame. Non avrei scommesso un centesimo su di me, avrei giurato che quella rampa mi avrebbe costretta quantomeno a camminare, invece non mi fermo un attimo. Non sono in trance agonistica, tutt'altro. Nessuno sforzo, nessuna tensione, nessun accanimento: solo la gioia di riuscire a correre, alla faccia degli infortuni, degli allenamenti mancati e delle prognosi catastrofiche. E supero anche una delle favorite. Ormai è fatta. Manca il rettilineo finale, che ovviamente sembra interminabile. Jader, per quanto incredulo, prova a spronarmi: Dai, che ti sta prendendo! Faccio spallucce, in fondo che importa? Beh, dai, un pochino importa. In una frazione di secondo mi ritrovo agonista. Non ho mai avuto il finale, nemmeno al top della condizione. Cosa potrà mai spingere chi non ricorda neppure cosa sia un allungo o uno sprint? Eppure… Eppure ho gestito la tappa in modo superlativo. Me lo dico da sola, ebbene sì. L’anno scorso la vinsi, oggi ho vinto su me stessa. Non so cosa succederà domani. Senza dubbio, tra qualche ora il tallone griderà vendetta: vedremo chi saprà gridare più forte. 

domenica 14 maggio 2017

Bibione Half Marathon 2017

Quando è buona la prima, meglio volgere lo sguardo e puntare l’obiettivo su altri orizzonti. Più facile invece indugiare su quella sequenza di immagini, lasciarle scorrere, cominciare a rielaborarle con l’intento di dar loro un seguito. Idea, tutto sommato, comprensibile: occorre però valutare con attenzione annessi e connessi.

Tenere presente, innanzitutto, che le atmosfere e gli entusiasmi non possono essere replicati. Si può sempre migliorare, è vero, ma è altrettanto vero che un carico di aspettative gioca facilmente brutti scherzi: prima, durante e dopo.
È così casuale che un fastidio, che si riteneva archiviato, si ripresenti simpaticamente ad una decina di giorni dalla gara sulla quale si è impostata l’intera stagione? Intendo documentarmi sull’argomento, ma ora urge arginare il disturbo: non hai niente, è tutto nella tua testa. Già, la mia testa: quella materia perennemente aggrovigliata nel suo grigiore, incapace di abbandonarsi agli sprazzi di luce che di tanto in tanto la attraversano. Eppure sarebbe così semplice lasciarsi cullare dai segnali positivi, ascoltare le voci amiche e affilare gli artigli.
Il clima non aiuta. L’inverno è una stagione infinita, mi chiedo quando mi libererò dal freddo che si è impossessato di me decisamente da troppo tempo. Gli allenamenti procedono, ma c’è qualcosa che non mi soddisfa: una sensazione indefinita, come non fosse mai abbastanza, come fossi in ritardo. Le gare, intese come tappe intermedie, lanciano messaggi contraddittori. Cosa si diceva, lasciarsi cullare dai segnali positivi?...

L’anno scorso la spiaggia era già completamente attrezzata, pronta all’assalto dei bagnanti. Oggi solo sabbia. E mare. Decisamente meglio. La temperatura no, quella non mi piace affatto. Dicono sia l’ideale per correre, almeno non soffrirete il caldo. Sarà, ma io sogno di gareggiare indossando il minimo indispensabile, arrivare in un  bagno di sudore e desiderare di tuffarmi nell’acqua gelida. Mi ritiro dentro al cappuccio, come una tartaruga nel guscio, e cerco un mantra che mi dia fiducia.
Domenica mattina, risveglio quieto, dopo una tempesta infernale. Imbacuccata fino alle orecchie, mi avvio  alla partenza. Un tiepido sole mi sprona a scoprirmi un po’: via i guanti. Esagero, via anche i manicotti. Ma sì, dai, si sta quasi bene. Non pensare agli acciacchi. Non pensare neppure alla variazione del percorso: sarà una gara nuova, l’idea dovrebbe stuzzicarti. E ricorda: primi chilometri col freno tirato. Così va bene, no? Ciclabile sul lungomare, suggestiva. Sabbia sotto i piedi a tratti, ma non più di tanto. Si prosegue su strada, tracciato scorrevole, ma non mi riesce il cambio di ritmo. Va bene così, è ancora lunga, conserviamo tutto per un gran finale. A circa un terzo di gara sorpasso un paio di concorrenti, ottimo incoraggiamento. Peccato che si stia per imboccare la pineta: sterrato, in pessime condizioni grazie al diluvio notturno. I fenomeni procedono spediti, infischiandosene delle pozzanghere. I più scarsi arrancano a zig zag, imprecando nel tentativo di non inabissarsi. Superfluo rivelare a quale categoria io appartenga. Non lo ricordavo così lungo questo tratto, forse perché nel 2016, oltre ad essere asciutto, si presentava all’inizio della gara: ti toglievi il pensiero subito, e avevi tutto il tempo per recuperare. Oggi, invece, riesce a prosciugare le poche energie che mi sono rimaste. A coronare la performance, a due chilometri dall’arrivo, riecco uno dei tanti acciacchi che mi hanno assillato negli ultimi tempi. Non hai niente, lo vuoi capire o no? Intanto, col traguardo lì a un soffio, mi asfaltano due atlete arrivate chissà da dove.


Delusione al top. Contavo di terminare la stagione in bellezza, per ripartire con slancio. Invece chiudo con la coda tra le gambe – gambe, tra l’altro, fuori uso fino a chissà quando. Avrei fatto meglio a conservare il bel ricordo dell’anno scorso, anziché cercare  improbabili conferme. Come se non sapessi che le maggiori soddisfazioni sono quelle del tutto inaspettate. Già: come se non sapessi che nei luoghi che mi catturano non mi stancherò mai di tornare.


martedì 10 gennaio 2017

Io sono un'isola

Li riconosco al primo sguardo, non appena mettono il naso fuori dal traghetto. Individuo  subito  chi merita di calpestare la mia terra, e chi invece farebbe meglio a tornare da dove è venuto. Naso arricciato, fronte aggrottata, pugni serrati sul manico del trolley: siete ancora in tempo a fare dietro front, risalire a bordo e sbarcare alla  prossima isola. Sopracciglio alzato, occhi sgranati, viso illuminato e smanioso di essere accarezzato dall’aria: siete arrivati, questo è il vostro posto. Lo leggo nel vostro incedere incerto e curioso, nel vostro silenzio gonfio di sorpresa, nel vostro respiro intenso e riconoscente. Siete frastornati, non riuscite a dare un nome a quel formicolio, a quella sensazione che è tanto nuova quanto antichissima, a quello stupore che poi tanto stupore non è. Ci siamo appena incontrati, ma è come se ci conoscessimo da sempre. Non è così che si definisce il classico colpo di fulmine? Lo so, c’è qualcosa di malvagio nel mio carisma, impossibile restarne indifferenti: io per primo non tollero l’indifferenza. Potete  odiarmi, ma non trascurarmi. Siete qui perché mi avete scelto: o perché io ho scelto voi. Voi che adesso siete in mio possesso: non lo sapete ancora, ma non vi libererete più di me. La mia luce dilaterà le vostre pupille, le renderà estremamente sensibili ai riflessi, alle ombre, ai chiaroscuri: non potete immaginare quante sfumature si staglieranno al vostro orizzonte, quanti colori si alterneranno nelle ore che scandiscono giornate mai uguali. Questo azzurro potrebbe all’improvviso mutare in grigio, questo grigio fiorire d’un tratto in giallo, questo giallo adombrarsi di marrone. E il nero, l’avete mai visto tanto luminoso? Vi siete mai tuffati nell’oscurità, vi siete mai immersi nella sua trasparenza? Il sole non si limiterà ad asciugare la vostra pelle: scaldandola, allargherà i vostri pori, così che possa insinuarsi in essi la mia essenza. Penetrerò in voi, col mio odore, con le mie sostanze, con la mia natura. Mi respirate, mi assaporate, sono parte di voi.

Zolfo.  Amo questo odore. E questi fumi che sbottano dalle rocce, dalla terra, dal mare. Forse è il demone che è in me a rendermi così succube al fascino di quest’isola. Come avessi sigillato un patto col diavolo: o con una divinità. Vulcano mi ha rapita, ha esercitato su di me un incantesimo, ha fatto di me una sua creatura. E adesso? Adesso come faccio a voltargli le spalle? Spezzare la magia è terribilmente rischioso, si può finire col perdere l’equilibrio, se non addirittura smarrire il senso della realtà. Ammesso che esista una realtà: che si abbia la certezza di saper distinguere tra vita vissuta e vita sognata. Perché io sono sicura che, anche a migliaia di chilometri da qui, mi capiterà di avvertire certi aromi: annuserò come un segugio, perché avrò bisogno di questi effluvi per ricaricarmi. L’energia primordiale che ribolle sotto la crosta di questa terra si trasmette nel corpo, attraversa le fibre e le elettrizza: perciò non posso allontanarmi troppo a lungo, senza ricaricare le batterie si finisce con lo spegnersi lentamente.  Devo respirarti, Vulcano. Devo viverti. Perché una volta che sei arrivato qui, non esiste più un altrove.




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