giovedì 2 agosto 2018

Rocca di Roffeno: a volte ritornano


Ricordo che nei primi chilometri avevo conquistato una buona posizione. La pendenza non era eccessivamente impegnativa e avevo superato agilmente alcune avversarie già in difficoltà. Finché la strada cominciò a digradare: prima una discesa asfaltata, tanto breve quanto verticale, poi un’infinita pietraia dove mai avrei messo piede, nemmeno per una passeggiata. Un incubo. Di correre non se ne parlava, era un’impresa persino camminare. Mentre tutto il mondo mi passava davanti. Calpestatemi pure, già che ci siete, tanto non so se arriverò in fondo. Magri Jader, non vedendomi arrivare, chiamerà il soccorso alpino. Era una donna distrutta quella che gli si parò davanti, quando lui si trovava ormai sull’orlo della disperazione. Solo l’approssimarsi del traguardo riuscì a rianimarla: e poco importava che l’ultimo tratto fosse un’impennata. Anzi! Mai salita fu tanto agognata.

Questo il terribile ricordo di Rocca di Roffeno. Una delle peggiori prestazioni della mia carriera podistica, una gara che solo a nominarla mi ha sempre provocato crisi di rigetto. Eppure, quando correre diventa un’utopia, quando guardi col magone anche le vecchie scarpe da running, quando nulla ti dà pace se non la speranza, saresti disposta a spillarti qualsiasi pettorale pur di assaporare ancora quell’emozione. La fatica, l’ansimare, la sfida. Quanto ti mancano? Quanto ti mancano quelle giornate in cui, da quando scendi dal letto, attendi con trepidazione l’ora dell’allenamento? Che forse odierai, che ti annebbierà la vista o non ti gratificherà abbastanza, ma che terminerai con il pensiero già proiettato alla sessione successiva. Quanto ti mancano i rituali pre-gara? Scarico, pasti, abbigliamento; tutto condito da ansie e timori di ogni sorta. Così, quando ti si prospetta la possibilità di partecipare ad una competizione, persino un percorso infernale assume le sembianze di un viale dorato. Del resto, è passato tanto tempo da quella volta. Nemmeno ricordo quanto: non saprei neppure dire a quale società appartenessi. Di certo so che il mio passaggio, allora, non ha lasciato tracce: né nei miei file, né (tantomeno) negli albi podistici. E così sarà anche stavolta: tanto peggio non potrà andare, camminerò oggi come allora. Con la differenza che in questa occasione mi sentirò giustificata, e non inveirò contro lo scarso risultato. Solo il dolore mi preoccupa, questo bastardo che non si decide a darmi pace. Per alcuni giorni mi ero illusa: buone sensazioni, sofferenza ridotta al minimo e recupero quasi perfetto. Poi di nuovo quel male acuto, come un anno fa, come non avessi fatto il possibile e l’impossibile per sconfiggerlo. Cerchi di calmarti, di convincerti che si tratti di una fase di adattamento, che occorra pazienza per riabituare alla corsa un piede fermo da un secolo. Ma lo sconforto è pronto ad assalirti. Come non pensare che tutto sia stato inutile, che non uscirai mai da questo sporco tunnel?

Zitta e corri. Agli ordini, capo. Parto con gli ultimi, ma subito comincio a scalpitare. Le gambe vogliono girare, nonostante il calcagno dolente. Magari è solo questione di minuti, cinque dieci o quindici. Il tempo di scaldarsi. Magari. Intanto corro, e mi lascio alle spalle un bel po’ di gente. Stento a crederci, che abbia esagerato? Ecco, inizia la salita. Punto ad agguantare la ragazza a pochi metri da me, ma la scarsa attitudine alla corsa e la totale assenza di allenamento mi presentano il conto. Fiato corto e tallone incazzato: inizio a camminare. Poi riparto di corsa, poi di nuovo cammino. Avanti così, che tristezza. Mi ero illusa di riuscire ad affrontare l’ascesa: non agilmente, certo, ma piano piano, senza fermarmi. Per una volta, ho peccato di ottimismo. Mi consola il fatto che, nonostante i miei stop, i distacchi restino invariati: evidentemente, il ritmo di chi corre non è tanto più svelto della mia camminata. Peccato che, allo scollinamento, non possa lanciarmi come vorrei: in discesa devo essere oltremodo cauta. Mi limito a spingere (più o meno) nel tratto in piano, sfidando le mie capacità di resistenza – e il solito male, che a volte preme all’esterno, altre all’interno, tanto per non annoiarmi. Passerà, dai: guarda quanti cadaveri stai ancora raccogliendo. Il signore con la bandierina segnala che il divertimento è finito: salutate l’asfalto e godetevi il sentiero di montagna. Non vedevo l’ora. Mi inoltro prudente, sguardo fisso a terra, già pronta alla crisi di panico. Che non arriva. Continuo a correre sullo sterrato, senza troppe difficoltà: sono cambiata io o è cambiato il percorso? Sono un bradipo, è vero, ma non barcollo né inveisco. I più agili (tutti) mi fanno mangiare la polvere, ma io proseguo imperterrita – per non dire soddisfatta. Tornata sull’asfalto, mi sembra di volare. In un battito d’ali recupero tutti quelli/e che mi avevano umiliata sul ciottolato. Li stacco talmente tanto che nemmeno quando la salita diventa inaffrontabile riusciranno a riprendermi. Effettivamente, sono davvero pochi quelli che riescono a correre negli ultimi due chilometri. Mi chiedo se, in condizioni ottimali, io avrei potuto essere una di loro – ma forse sarebbe meglio evitare certi interrogativi, così come è inutile domandarsi se sia più condizionata dal dolore incessante o dai tanti mesi di stop. Accenno un allungo negli ultimi metri che portano al traguardo. 59’, un’eternità. Che vale però il premio di categoria, quasi mi vergogno. Contenta sì, ma solo a metà. Perché ho sofferto troppo. E non mi riferisco alla fatica, scontata, ma al calcagno, che speravo più silente. Non è guarito, forse non guarirà mai. Forse non dovevo operarmi, forse non dovevo riprendere così presto, forse non dovrei correre mai più. Forse dovrei piantarla con tutti questi forse. Zitta e corri. Questo deve essere il mio mantra, oggi e sempre. Purtroppo non potrò avere sempre a disposizione mani prodigiose che attenuino i danni, ma sarebbe già tanto non aggravare la situazione con elucubrazioni devastanti. Tra ghiaccio e riposo, spengo la luce su  una domenica luminosa. E, il mattino seguente, mi rialzo senza zoppicare: questa è una grande conquista. Sciolgo corpo e mente in piscina, dove i pensieri si perdono tra le bolle d’aria del mio respiro. 
Quindi sono pronta a ripartire. Con gli sprint in salita, i minuti a perdifiato, la cura dell’andatura. Con la fatica, quella meravigliosa fatica che mi fa sentire viva. E forte. Stupido calcagno, non avrai il mio scalpo. 


PS: Giusto per inquadrare correttamente gli eventi: tre mesi fa uscivo dalla sala operatoria.

domenica 15 luglio 2018

If you say run...


Proviamo qualche allungo di corsa?

No! Non sono pronta. Non sono trascorsi nemmeno due mesi dal (secondo) intervento, non ho mai camminato più di mezz’ora, non mi sono ancora liberata dal dolore – e, soprattutto, dalla paura. Panico, oserei dire: una vera e propria angoscia. Però, a ben riflettere, è più prepotente la voglia o l’ansia? Se prestassi attenzione al fremito delle gambe, non esiterei un secondo ad allacciarmi le scarpette; se invece continuassi ad ascoltare il brusio della mente, finirei col scrutare vanamente l’orizzonte, come in un desolato deserto dei tartari. La soluzione è soltanto una: affidarmi a chi si sta prodigando per risolvere questo disperato caso clinico. Uno è il verbo, l’imperativo che ha scandito le varie fasi del mio calvario: fidarmi di chi mi ha prospettato una via d’uscita. Senza se e senza ma. Quindi, se mi si dice che posso correre, significa che devo farlo. Datemi solo qualche giorno, il tempo per entrare nell’ordine delle idee. Lasciatemi scegliere l’occasione giusta. Ecco, venerdì ci sarebbe una camminata serale in paese: mi butto nella mischia, per non pensarmi addosso.

Venerdì trascorso quasi in trance. Arrivo a casa dal lavoro niente affatto convinta. Vento infernale e cielo plumbeo: devo proprio? Meglio di no, meglio rimandare. Domani è un altro giorno: di prima mattina, quando la coscienza è ancora assopita, con l’aria tersa e lo spirito alto. Un minuto di corsa e un minuto di cammino, per dieci volte. Cosa vuoi che sia? Mi avvio a passo svelto, Jader al mio fianco. Avverte la mia tensione, forse anche le mie pulsazioni, quasi mi stessi approssimando ad una fantomatica linea di partenza. Non sarà una gara, ma è come se lo fosse. Non ci sono avversarie, né ritmi da rispettare o tempi da sfidare: ci siamo io e il mio calcagno. È lui che temo, la sua reazione, i suoi segnali. Dimenticati di quel piede, fa come se non esistesse. Non hai mai subito operazioni, nessun infortunio: hai avuto solo una lunga influenza e adesso sei guarita. Adesso corri.
Primo minuto. Quel fottutissimo male è ancora qui, a sbeffeggiarmi. Speravi di esserti liberata di me, hai schierato chirurghi e fisioterapisti per debellarmi, ma io sono invincibile. Col cavolo! Io sono più forte di te, maledetto, e stavolta ti faccio secco. Il secondo minuto è durissimo. Ci rinunci? Neanche morta! Già il terzo va meglio, quindi via col quarto. Fino a dieci: dieci minuti di corsa, l’ultimo a 4’10”/km - quasi una ripetuta. È il 23 giugno, cinquantadue giorni fa uscivo dall’ospedale, da oggi si guarda solo avanti. Certo, duole ancora, soprattutto dopo alcune ore e il giorno seguente. Ma, trascorse quarantotto ore, riesco a replicare. Il dolore si è spostato, ora è lo stesso che si era scatenato in seguito alla prima operazione. Gli incubi offuscano la mia visuale, ma riesco a domarli. È normale che soffra ancora, così come è normale che gli acciacchi mi attraversino da capo a piedi, come non avessi mai corso in vita mia. L’importante è riuscire a domarli, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni, nulla di più – e nulla di meno. Passiamo a due minuti per sette volte, poi a tre per cinque, quindi dodici minuti di seguito. Un’eternità. In funzione di un grande esordio. Ebbene sì, hanno deciso che sia giunto il momento di indossare una tenuta da gara e attaccarsi un pettorale. Una nuova divisa per una nuova società. Rinascita a tutti gli effetti. Ovviamente per me non sarà competizione. Mi accontenterò di annusare l’atmosfera, sarò onorata di rendere omaggio a chi organizza e, ammettiamolo, ne approfitterò per farmi coccolare da chi sarà felice di rivedermi.

Non conosco i nuovi compagni, né loro conoscono me. Ci saranno tempo e occasioni. Oggi, 12 luglio, mi limito a sorridere. Mi aspettano cinque chilometri. Ce la farò? Nelle gambe ne ho appena la metà, e mi sento un rottame. Piede, ginocchio, anche: tutto da buttare. E se mi procurassi danni irrimediabili? La vuoi finire?! Non devi gareggiare, devi divertirti. Parti piano piano e senti come stai, male che vada ti fermi al primo giro. Schierarsi nelle retrovie è decisamente rasserenante: se non temessi le reazioni del mio fisico, potrei dirmi totalmente rilassata. Lo sparo, da quanto tempo non lo udivo? Eccomi di corsa, alla ricerca di un assetto decente. Mi sento tutta storta, gli appoggi scomposti, il passo incerto. Il tallone si fa sentire, e questo non può che condizionare l’andatura. Ma procedo convinta, trovandomi mio malgrado a superare alcune ragazze. Il percorso si snoda all’interno di un parco, sentiero ghiaiato, ma non mi disturba. Mi sforzo per rimanere concentrata sulla mia corsa, nel tentativo di non buttare i piedi a vanvera, cercando di sollevare le ginocchia e di assecondarle con le braccia. So di avere esaurito i bonus per migliorare la tecnica, ma in questi giorni di ripresa ho notato che i dettagli possono fare la differenza. Il tratto che si approssima alla linea di partenza è alquanto tortuoso, ma c’è un gran tifo. Echeggia il mio nome, non riconosco le voci e non cerco i volti: in teoria non sto gareggiando, in realtà sto cercando di esprimermi al meglio. Non ho in mente né crono né tantomeno posizione: voglio solo correre sorridendo, sorridere perché sto correndo. Mancano un paio di chilometri, sarebbe il momento di spingere un po’ di più. Comincio però ad accusare, la mia resistenza è messa a dura prova. Ciò nonostante, sono sempre in sorpasso. Il periplo che precede l’arrivo è infinito, ma l’emozione supera la stanchezza. Un cenno di “cinque” a Tiziano, finalmente mi vede correre – con i miei mille difetti, ma che importa? Vorrei gridare, piangere e ridere di gioia. Posso permettermelo? Non avrò azzardato troppo? Quanto zoppicherò domani? Felicissima, sì, ma anche preoccupata. Mi godo il qui e ora; il tarlo del domani, però, non mi dà tregua. Dovrò conviverci. Basta tenerlo sotto controllo: basta, soprattutto, essere convinta dell’unica verità assoluta. Sono guarita. Da qui si riparte. Con nuovi colori, nuovi stimoli e nuove prospettive. Sarà una magnifica estate.



domenica 3 giugno 2018

Diario di un calcagno - Un mese


Il rientro al lavoro, la ripresa dei ritmi consueti, la gestione delle attività (sportive e casalinghe): ecco le ragioni della mia latitanza su questo diario. Aggiungo, il timore di finire col parlarmi addosso, di risultare ripetitiva, di dire sempre le stesse cose. Che questo piede non ne vuole sapere di “fare giudizio”, che chissà se mi riavvicinerò mai più ad una corsa, che le mie elucubrazioni tendono costantemente al catastrofismo.

Un mese fa ero appena uscita dall’ospedale, stanca e indolenzita. L’unico desiderio era dormire: per non pensare, per rigenerarmi, per svegliarmi con un giorno di convalescenza in meno. Un mese. È molto o poco? Come dovrei sentirmi, stando al protocollo? Non oso approfondire la questione, preferisco affrontare il mio parere – sempre troppo influenzato dall’interpretazione di ogni segnale: l’aspetto delle ferite, le sfumature del dolore, le parole di chi mi assiste. Devi ascoltarlo di meno, quel piede. Sapessi come lo vorrei! Dimenticarmi della sua esistenza, considerarlo alla stregua del naso, dell’orecchio, delle dita della mano. Sembra facile. Perché come si fa a non pensarci e a prendersene cura allo stesso tempo? Dovrò pure volergli bene, trattarlo con i guanti, coccolarlo a dovere. Idromassaggio quotidiano, scarpe comode, passi misurati. Arrivo persino a portarlo in piscina. Ebbene sì, ho ceduto. Per non lasciare nulla di intentato, ché non mi si accusi di avere boicottato l’iter verso la completa guarigione. Un martedì pomeriggio, a pochi chilometri da casa, approfittando della compagnia di un’amica che là è di casa. Esagero: sottoscrivo un abbonamento di dieci entrate. Subito, senza nemmeno provare, determinata come un pompiere. Se riabilitazione deve essere, che lo sia fino in fondo. Mi butto in acqua e, con sorpresa, non avverto alcun brivido. Vuoi vedere che questa vasca è davvero tiepida come mi avevano detto? Inizio a calciare avanti e indietro, come mi è stato insegnato. Qualche minuto, poi parto. Si sta proprio bene, la sensazione è oltremodo piacevole. Che sia per questo, o forse per il mio ritmo lento, fatto sta che non provo fatica, né sento la necessità di riposarmi tra una vasca e l’altra. Decido di arrivare a dieci, per rimettermi a calciare. Poi altre dieci, e ancora calci. Ancora due serie, e per oggi sono a posto. Facciamo due vasche di gambe? Ma sì, divertiamoci a sfidarci, fianco a fianco, spingendo a più non posso. Torno a casa contenta, oltre le più rosee prospettive. Ho realizzato qualcosa di utile, per il fisico e per lo spirito.

Poi succede che gli eventi si accaniscano ancora una volta contro di noi, mai una volta che si spezzi il ciclo: se conquistiamo una gioia, immediatamente dopo subiamo uno smacco. Prima lo scooter, ora l’auto: progetti che vanno a puttane, soldi che non bastano mai. E poi ti dicono che devi mantenerti positivo, che la sfiga non esiste… Come no! Sforziamoci pure per non abbatterci, per aggrapparci al poco di buono che ci accompagna, ma che stanchezza.

In tutto questo, il calcagno cosa dice? Giunta l’ora della seduta fisioterapica, devo esprimere un opinione. Da alcuni giorni, un po’ meglio. Per l’esattezza, quasi bene ieri e l’altro ieri, oggi invece si è risvegliato. Cammino meglio, è vero, quasi normalmente. Il trattamento è dapprima doloroso, per poi volgersi in gradevole. Ci aggiorniamo la prossima settimana. Ma domani ci vediamo: altro luogo e altro contesto. Lui corre, Jader fotografa, io… Peso morto, ma di restarmene a casa da sola, la sera del 2 giugno, non mi va proprio.
Quindi, dopo la mattina trascorsa in piscina (50 vasche in tutto), il pomeriggio arriva veloce e siamo tutti insieme sul furgone diretto a Reggio Emilia. I famosi ponti di Calatrava, l’idea di questa gara non mi aveva mai sfiorata, orario per me devastante, perciò mi tocca il giusto parteciparvi esclusivamente come spettatrice. Qualche faccia conosciuta, convenevoli il minimo indispensabile, temo solo di camminare più di quanto dovrei, vanificando i progressi sin qui conseguiti. Ma la serata trascorre allegra, Jader sprizza entusiasmo. Peccato che io sia sempre troppo abbottonata, che non riesca a scrollarmi di dosso titubanze e preoccupazioni. Non vorrei aver rovinato l’atmosfera: non vorrei essere la causa di futuri mancati appuntamenti. Dormiamoci su, che domani è domenica e la bici mi aspetta.

91 km, con un discreto vento. Fatica il giusto, ma una volta ferma la testa comincia a girare. Che sia a causa del semi digiuno di ieri? Buttiamo giù qualcosa e passiamo oltre. Ciò che conta è che il piede non abbia risposto negativamente agli “stravizi” del sabato. Ciò che conta è che mi sia convinta: sto guarendo.



sabato 26 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorni 22-23


Che spettacolo, Chris! Non avrei mai creduto, lo vedevo già spacciato, sconfitto dalle tensioni, da avversari feroci, da una forma mancata. È risaputo: le strategie sono una materia a me sconosciuta, così com’è lontana dalla mia mentalità la convinzione nelle possibilità di rinascita. Che mi sia di insegnamento: che sia per me uno sprone. In questo giro mi sono riconosciuta (con le dovute proporzioni) in Yeats: la vittoria in tasca, perduta per una crisi devastante, capace di affondarti irrimediabilmente. Il mio astro deve invece essere Froome. Atleta di un altro pianeta, certo, ma la sua caduta e la sua risalita in queste tre settimane sono qualcosa di incommensurabile: questo è l’esempio a cui devo aggrapparmi. Che sarà pure un luogo comune, ma le emozioni che ho provato nell’assistere ad un magnifico riscatto devono restare nelle mie fibre, e caricarmi ogni qualvolta le mie batterie siano in esaurimento. Dimenticarmi di questo piede, solo così può funzionare. Lasciare che sia chi sa come trattarlo ad occuparsene. Me lo manopola, lo massaggia, lo malmena quasi: a momenti è una guduria, in altri c’è da stringere i denti. Quando ti rimetti in piedi non capisci se stai meglio o peggio di prima. In un primo momento ti senti leggerissima, quasi nuova. Poco dopo il lavorio subito si fa sentire, ti senti indolenzita, ti assalgono mille dubbi. Sarà servito a qualcosa? Produrrà gli effetti sperati? E se avesse aggravato la situazione? No, questo no, ma… Per quanto tempo ancora? Quante sedute dovrò sopportare? Quando sarò licenziata? E con quale risoluzione? Vai e corri! Oppure, Mi spiace, non so più cosa fare?

Non si era detto “non devi pensarci”? Allora godiamoci il Giro. Cyclette davanti alla TV, tappa decisiva. Siamo ormai agli sgoccioli, ma ancora non ho visto nulla di eclatante. Dove sono le salite combattute, le discese spericolate, le sgomitate alla morte? Imposto un programma di saliscendi, impegnativo quanto basta, e pedalo in attesa che succeda qualcosa. Ecco finalmente il tratto tanto atteso, ed ecco che il mio uomo stacca tutti e se ne va. Pazzo! Mancano più di 80 km all’arrivo, non può farcela. Lui prosegue con la sua frullata, io finisco la mia pedalata. Doccia veloce, che la tappa è ancora lunga. Ho tempo a sufficienza per svolgere la mia routine di fitball. E Froome prosegue imperterrito, apparentemente irraggiungibile. Quando conquisto il divano, assisto al più emozionante degli arrivi, temendo fino al traguardo che tutta quella fatica possa essere vanificata, contemplando incredula una vittoria sulla quale non avrei scommesso un centesimo.
Gli ultimi chilometri sono sempre i più sofferti. Oggi li ho vissuti quasi in apnea. E quando, intervistato, ha lasciato trasparire la sua commozione e i suoi occhi lucidi, stavo per piangere anch’io. Sarà pure drogato, come tutti i ciclisti, ma per me resta straordinario: per il suo fisico scheletrico, per il suo stile sgraziato, per la sua potenza sovrumana. Per il suo english style e il suo italiano fluente.


Sull’onda di questo trionfo, dovrei allacciarmi il casco e cavalcare la bici. Mi manca invece la spinta. So che, rinunciando, darò sfogo ad ogni sorta di senso di colpa. Ma proprio non ce la faccio. È così grave se oggi mi prendo un giorno di riposo? Lo so, è sabato, il giorno ideale per andare a zonzo senza troppo traffico. Poi, ricorda che dalla prossima settimana sarà più complicato trovare tempi e spazi per allenarsi. Eppure, niente da fare. Dopo una mattinata alla ricerca di un paio di scarpe comode per il tran tran quotidiano, e un pomeriggio ozioso, sono esageratamente fiacca. Ci rinuncio. Metto i piedi a mollo e rimando a domani. Mi sono già pentita. Ma ormai è troppo tardi.

mercoledì 23 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 21


Zitti zitti, che il silenzio è d’oro. Sembra che oggi il calcagno abbia poco da dire, vediamo di non svegliarlo. Devi dimenticarti di averlo, è l’imperativo. Non lo dico a nessuno, ma oggi avverto timidi segnali di miglioramento. C’è solo quello strano fastidio sotto al tallone, come se camminassi con una piega nella calza o nella suola della scarpa. Me lo trascino da quando sono uscita dall’ospedale, e lo attribuivo alla benda corposa. Invece è ancora lì. Insomma, impossibile che io sia esente da qualche singolarità: devo pur sempre distinguermi.

Persino il mio scooter, poverino, è pieno di acciacchi. Fortunatamente adesso è in mani competenti, ma saperlo così malridotto mi fa provare pena. Che almeno riesca a riportarlo a casa senza svenarmi.

 Per distrarre la mente dai malanni (umani e non), sfido il meteo minaccioso e inforco la bici. Confesso che, senza lo sprone di Jader, mi sarei sparata l’ennesima seduta di cyclette – io e Philip Roth, oggi più che mai vicino al mio cuore. Ma anche l’uomo necessita di svagare corpo e spirito. Andiamo, se no ce ne pentiremo. Andiamo pure, ma quelle nubi?... Avvolgono ogni lato del cielo, coltri di grigio declinato in varie sfumature su ogni versante. Difficile individuare la direzione più favorevole. Nemmeno il vento spira in un senso ben definito. Cerchiamo di non allontanarci troppo – anche perché per Jader è la seconda uscita della stagione, ha quindi poca autonomia. Infatti lo perdo subito. Serve a poco ripetergli ogni volta di frenarmi qualora mi staccassi troppo. Niente. Devo continuamente voltarmi indietro per verificare la sua presenza. E mi tocca pure rallentare quando, da una strada laterale, spunta un attempato ciclista davanti a me. Non voglio avvicinarmi troppo, guai a fargli credere che mi sia messa in scia, però che scocciatura. Il furbo evidentemente ha notato la mia presenza, comincia a toccarsi una gamba e quasi si ferma: sono costretta a superarlo. E lui cosa fa? Si attacca e, dopo poche centinaia di metri, mi sorpassa a tutta velocità – per piantarsi di lì a poco, prima di immettersi nel cortile di un edificio. Quando ci si mettono, gli uomini sanno rendersi esageratamente ridicoli. Qualche goccia di pioggia ci sorprende, due appena. Arriviamo a casa indenni – Jader giurando che non toccherà più la bicicletta, ma questa è un’altra storia. Io ho pedalato piano piano, ma mi è servito per rilassarmi: soprattutto, per non pensare al mio piede. È così che devo agire, no?

Adesso però lo coccolo un po’, lo trastullo nell’acqua con le bollicine. Deve fare il bravo, così facciamo contenti tutti.

martedì 22 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 20


Se nemmeno un illustre fisioterapista si capacita della persistenza di sintomi negativi, c’è poco da stare allegri. È indubbio che i miei tempi di recupero siano amplificati a dismisura rispetto a quelli di un individuo “normale”, ma da lì a non capirci nulla…

Non dovrei meravigliarmi, i miei infortuni si sono sempre rivelati casi patologici, misteriosi e insoluti. Solo la forza della disperazione mi ha condotta verso la scelta di farmi operare: non lo rifarei, e maledico il giorno in cui ho preso questa decisione. Recedere è impossibile, non mi resta che sforzarmi all’inverosimile per uscire da questo stallo. Sono spazientita dal dover fornire sempre le stesse risposte alle medesime domande. Come va? Male. Stai meglio? No. Suvvia, un po’ di ottimismo. E sticazzi!

Ho dormito malissimo. Appena coricata, le ferite bruciavano. Avrò sbagliato a liberarle, a fare il pediluvio, a mettere la pomatina? Ho caldo, sarà mica la febbre? In che condizioni sarà domattina? Ho sempre un timore folle a guardare questo maledetto tallone. Il giudizio fisioterapico è positivo, ma perché non guarisco? Temo il giorno in cui anche lui si arrenderà, ritenendo inutile perseverare in uno strenuo accanimento terapeutico. Abbandonata al mio destino, misera e zoppa. Che rosea prospettiva.

Piazzo la cyclette di fronte alla TV. La cronometro non mi entusiasma, e Froome si mantiene sempre lontano dai suoi standard. Forse è meglio così, tra atleti in difficoltà ci si intende.

lunedì 21 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 19


«Tu non sei una malattia, un problema, un disordine, sei una persona che si sforza di superare i momenti difficili, in cerca di sollievo e di nuovi pensieri, emozioni o comportamenti più conformi ai tuoi obiettivi a lungo termine
Estanislao Bachrach, scienziato e autore di Cambia il cervello, cambia la vita

Interessante citazione, che cade a pennello, in questo lunedì uggioso.

Mi fiondo dal letto alla cyclette, giusto il tempo per un caffè. Nella prima mezz’ora frullo sciolta, immersa in Philip Roth. Poi ripongo il romanzo e mi dedico al respiro: intendo dargli filo da torcere, che frutti qualcosa questo sbattimento da internata. Quaranta minuti circa di variazioni, perdendo il conto delle serie effettuate. Poi ancora in scioltezza, fino a vedere 1:30 sul cronografo. Naturalmente non mi basta, posso chiudere senza la mia dose quotidiana di core?

È ormai ora di pranzo  - o colazione, dipende dall’organizzazione quotidiana. Nel pomeriggio mi aspettano alcune commissioni, ne sono lieta. Truccarmi, vestirmi, infilarmi le scarpe: gesti ordinari, che ora però acquisiscono una diversa stima. Mi regalano una normalità che ultimamente è venuta a mancarmi, mi liberano in parte da quel senso di infermità che mi perseguita da mesi. Che sia un condizionamento psicologico o si tratti invece di un effettivo fattore strutturale, fatto sta che camminare in strada mi riesce più facile che farlo tra le mura di casa: dopo due o tre passi, riesco a procedere senza troppe difficoltà. Dovrei forse uscire più spesso?

È giunto quindi il momento tanto temuto: pediluvio – quindi, denudamento totale del tallone. Mi immergo ancora incerottata, così sarà più semplice staccare le parti adesive. Acqua ben calda, una bella manciata di sale, vibrazione accesa: mi godo l’idromassaggio, dilazionando a dismisura il tempo della verità. Quando finalmente mi decido, voglio Jader accanto a me. Noto subito segni neri che mi allarmano, finché non capisco essere tracce di sporco (sangue o medicazioni). Il lato interno ha un aspetto migliore di quello esterno, che presenta maggiori residui di tumefazione. Sarà normale?

Ti hanno fatto un’operazione, hai presente? Taglia, fresa e ricuci. Vuoi metterti tranquilla? Vorrei, sì, se solo riuscissi a liberarmi dall’incubo che mi perseguita. Come posso evitare di ripeterlo: anche in gennaio sembrava tutto nella norma, poi?...
Poi basta. Basta stare male. Questo piede riapparirà degno di una scarpetta di cristallo.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...