domenica 26 dicembre 2010

Sant'Agata Bolognese - Podistica di Santo Stefano

Perché mi lascio convincere così facilmente? L’avevo detto e ripetuto: non ne ho voglia. È troppo lontano, è una distanza insipida, è un malefico circuito: quale sarebbe il gusto? Senza contare il costo dell’iscrizione, assolutamente sproporzionato. Certo, si parla di una cifra irrisoria per i più, ma non per me, che sto ormai rinunciando a tutto ciò che, non tanto tempo fa, consideravo irrinunciabile. Ecco individuata la ragione del mio cedimento: avendo soppresso ogni forma di svago, le manifestazioni podistiche restano le uniche occasioni per scambiare due battute e alleggerire un po’ la mente. Perché, anche nel più profondo dei baratri, senza la corsa non so stare. Confesso che a volte mi sento in imbarazzo: con tanti problemi, tra serie preoccupazioni, il mio pensiero va sempre al momento in cui potrò calzare le scarpe e uscire a correre. Stupida, vero? Eppure, le poche volte in cui il senso di colpa ha avuto la meglio sull’impulso, non ne ho tratto alcun beneficio: le difficoltà, anziché diluirsi, sono lievitate grazie nervosismo rimasto privo di sfogo. Quindi, i vari dai vieni, dai vai, dai tanto devi pur correre hanno vinto la mia indolenza: e sia, facciamoci anche la "Podistica di Santo Stefano".

Partecipai a questa gara qualche anno fa, solo perché rientrava nel calendario sociale. Non ha lasciato particolari tracce nella mia memoria, ricordo solo il gran freddo e i colori delle nostre divise, come sempre numerose. Stavolta, invece, saremo in pochi – per quanto, ovunque mi trovi a correre, ci sia sempre qualche rappresentante del G.S. Gabbi mai visto prima. Quello che oggi mi sta superando, per esempio, non ho idea di chi possa essere. Per un attimo mi ha sconcertato, la somiglianza con Masca è impressionante, ha persino lo stesso berretto: sto quasi per dirgli qualcosa, Ehi, hai messo il turbo? Ma no, non è lui. A quest’altro invece provo ad attaccarmi: è l’ultimo giro, e siamo nel tratto con vento contrario. Devo riuscire ad approfittare della sua scia, costi quel che costi. Ecco, dopo la curva cambia l’aria, si va un po’ meglio. Ma devo avere speso parecchio, perché colgo segni di cedimento. Lui se ne accorge: si gira, rallenta e mi incoraggia. Non è una faccia nuova, ma non saprei dire chi possa essere. Getta uno sguardo dietro di me: non si pronuncia, devo preoccuparmi? Proprio così: ecco una ragazza che mi supera di gran lena. Un’altra mi aveva già umiliata nel giro precedente, affiancandomi e facendomi ciao ciao prima di staccarsi, non so se per cortesia o per beffa. Di fatto, sono già due posizioni perse. Eppure non mi sembrava di avere rallentato tanto. Certo, la solita gamba ci sta mettendo del suo, incriccandosi proprio sul finale: si è comportata bene fino a qui, ormai mi ero illusa di riuscire ad arrivare indenne al traguardo, invece anche oggi… Stringo i denti, provo a non pensarci. Il ragazzo Gabbi è sempre con me, pare proprio intenzionato a scortarmi. Rettilineo finale, oltre l’incrocio si vede l’arrivo. Ma è proprio qui che un’altra si defila: accidenti, la mia avversaria storica, che avevo superato all’inizio! Falso allarme, non è lei, e vano risulta il mio tentativo di seguirla per tentare la volata. Cerco comunque di dare tutto negli ultimi metri, almeno per evitare un ulteriore smacco. I tre giri infernali sotto il diluvio sono finalmente terminati. Solita coda per uscire dal tracciato. Vari addetti consegnano cartellini con l’ordine di arrivo: a tutti tranne che a me, evidentemente non mi sono classificata per nessuno dei premi in palio. Del resto, in una gara in cui premiano una settantina di uomini e appena dieci donne è difficile conquistare una posizione significativa. Dovremmo avere tutte l’orgoglio di boicottare manifestazioni tanto scorrette in questo aspetto, invece anch’io finisco col cascarci sempre, non dovrei quindi neppure lamentarmi. Oggi, però, vedere tutti carichi di pacchi enormi, mentre io mi ritrovo con una sportina di plastica contenente una confezione di biscotti e un detersivo, beh, mi innervosisce alquanto. Mi cambio il più in fretta possibile, sotto il portico, indifferente agli sguardi curiosi di qualche passante. Poi subito a casa, e mi venga un coccolone se il prossimo anno sarò lontanamente sfiorata dall’idea di partecipare alla Podistica di Santo Stefano.

Nel pomeriggio alcuni amici mi rendono noto che ero stata chiamata alla premiazione. Perché non ne sapevo nulla? Scrivo all’organizzazione chiedendo chiarimenti: in risposta, mi viene confermata la mia posizione in classifica, senza però precisare per quale ragione non fossi stata informata per tempo. Il premio che mi spetta potrò ritirarlo alla prossima tapasciata…
Parzialmente rincuorata per il risultato, restano comunque valide le considerazioni di cui sopra.




domenica 19 dicembre 2010

Corrida del Progresso - Castel Maggiore

Discussione inutile: se gli altri corrono senza troppi problemi anche su strade ghiacciate, perché io non dovrei fare altrettanto? Già, perché? Può essere che io non sia come gli altri. Tutti affrontano in scioltezza sentieri sterrati, io mi sento inghiottita dalle sabbie mobili; tanti si buttano a capofitto giù dai monti, io vorrei chiamare il soccorso alpino; molti esaltano la poesia del podista sulla neve, io maledico qualsiasi elemento che modifichi l’assetto dell’asfalto. Sarà questione di equilibrio, di muscolatura, di testa bacata: fatto sta che, se non sento l’appoggio ben saldo, entro in crisi.

Oggi, quindi, avrei dovuto starmene beatamente a letto. Cosa aspettarsi, con la neve caduta venerdì e i cinque gradi sotto zero di stamattina? Se rinunciassi a priori, però, potrei pentirmene, quindi vado e decido.

Dal secondo al quarto chilometro è una pista da pattinaggio, avvisa Fausto.

Sono venuto giusto per qualche saluto, ma vado a correre alle 11 per i fatti miei, adesso si scivola troppo, precisa Francesco.

Torno a casa! E qui inizia la discussione di cui sopra. Va bene, va bene, parto. Ma non meravigliarti se torno indietro subito.

È infatti ciò che valuto quando, dopo il terzo chilometro, sono sorpassata da un amico che raramente mi precede. Oggi non è la gara per te. Confermo, sto appunto aspettando lo svicolo giusto per defilarmi. Le avversarie che intendevo controllare mi hanno già salutato da un po’, che senso ha continuare a barcollare? Invece no, continuo. In fondo le altre non sono tanto lontane, e finirà pure questo ghiaccio prima o poi… Finisce, sì, ma in modo molto approssimativo: proprio quando sembra si possa avanzare spediti, ecco il tratto sdrucciolevole che frena l’andatura. Intanto, però, ho recuperato un paio di posizioni, quelle perse nel momento di maggiore difficoltà: non so cosa significhi in termini di classifica, ma devo comunque difendere questa piccola conquista. L’aria gelata mi trafigge, nulla di più sgradevole della sensazione di freddo a gara inoltrata. Anche i pensieri sono assiderati, colgo solo le segnalazioni chilometriche e considero che non manca poi molto. Beh, è tutto relativo, ma cerco di vederla favorevolmente. Questo, del resto, è il mio territorio: sono le strade che mi vedono ogni giorno, in qualsiasi stagione, più o meno affaticata. A volte le percorro in un senso, altre nella direzione inversa; spesso sfrutto solo una parte del tracciato, di tanto in tanto compio l’intero giro. Insomma, oggi gioco in casa: potevo forse sottrarmi ad una simile occasione?
Sono riuscita ad agganciare un podista che mi ha fatto cenno di seguirlo. Procediamo dunque di buon passo. Beh, a dire il vero non sto controllando i passaggi: ultimamente, quando percepisco di non essere sui ritmi che vorrei, preferisco non accertarmene, onde evitare cali di motivazione. Il risvolto negativo di questa pratica è che, così facendo, viene a mancare lo stimolo a tentare un’accelerata per guadagnare secondi che potrebbero risultare significativi. Ma oggi è inutile pensare al crono, mai andatura è stata tanto altalenante. Nell’ultimo chilometro sembra che le gambe non ne vogliano più sapere: accidenti a voi, proprio adesso?! Ci manca solo che chi mi sta puntando ne approfitti per colpirmi alle spalle. Ignoro però il margine di rischio: non mi sono mai voltata indietro, né lo faccio ora. Gli incitamenti sul rettilineo finale mi fanno sentire al sicuro. Marescalchi grida il mio nome – e non si astiene dalla solita battuta a proposito dei miei scarsi sorrisi. Scopro quindi di essere quinta. Le prime quattro sono outsider venute chissà da dove: non potevo ottenere nulla di più. Del resto, oggi è già tanto aver varcato la linea del traguardo.

Chiuso l’anno podistico. Un bilancio? Non sono solita analizzare il passato, né azzardare buoni propositi per il futuro. Basta comunque un rapido sguardo a ritroso per rilevare una pessima stagione primaverile e una timida ripresa nei mesi estivi e autunnali. Conclusione dignitosa e, oserei affermare, promettente: non stilo elenchi di belle intenzioni, ma inutile negare che proietto nel 2011 le ambizioni che aleggiano da tempo nei miei intendimenti.










martedì 14 dicembre 2010

Maratonina di Santa Lucia - Savignano sul Rubicone

Nel fine settimana è prevista neve. Omettendo per decenza le imprecazioni che sorgono spontanee, mi limito a considerare che, con molte probabilità, anche quest’anno la maratonina di Castel Maggiore sarà solo una classifica da consultare per mera curiosità. Peccato. Non tanto per un ipotetico risultato mancato, impensabile in questa fase esprimersi al meglio: peccato perché una gara sotto casa è sempre un’occasione golosa. Ma l’idea di avventurarmi su strade ghiacciate non mi sfiora minimamente. Del resto, la mia stagione si è conclusa domenica scorsa, a Savignano sul Rubicone. È la seconda volta, quest’anno, che gareggio in quella località a me ignota. Decisamente per dovere: quale piacere si potrebbe mai riscontrare nel macinare centinaia di chilometri per competere in contesti privi di qualsiasi attrattiva? L’interesse della società verso certe manifestazioni resta per me un mistero sul quale evito di scervellarmi. Di certo, avrei evitato tranquillante quest’ultima prova se non fosse stata decisiva per la mia posizione nella classifica annuale: ebbene sì, allo stato attuale delle cose devo tenere conto anche di certi dettagli. Quindi, corriamo questa Maratonina di Santa Lucia, e vediamo di correrla al meglio.

Tralasciamo il fatto che si definisca “maratonina” una gara di 14 km circa, e dimentichiamo anche la fatica della maratonina vera, corsa appena una settimana fa e scarsamente smaltita. Qui si tratta semplicemente di non farsi prendere dall’ansia di prestazione e di mantenere un ritmo il più possibile brillante: è nelle mie possibilità, quindi nessun problema.

Gomitate e imbottigliamento subito dopo lo sparo: calma, è tutto sotto controllo. Anzi, avere evitato una partenza a razzo può essere solo produttivo. Il plotone si sgrana di lì a poco, fate largo che passo io! La giornata è luminosa, fredda ma non gelata. Le gambe sembrano girare discretamente, centrare l’obiettivo è ormai una certezza. Mi metto in scia ad un compagno di società mai visto prima, ovviamente mantenendomi a distanza di sicurezza. Quando avverto un accenno di rallentamento, mi stacco e sorpasso. Il Rubicone è alla nostra destra, poi lo attraverseremo per tornare verso il punto di partenza. Il percorso non è male: lunghi rettilinei di campagna, come piacciono a me. Peccato che, dopo il giro di boa, un leggero venticello ci soffi in faccia: per debole che sia, si fa sentire. Comincio ad accusare. Una giovane podista in rosso mi supera quasi fischiettando. E ci si mette anche la solita gamba a farmi perdere secondi preziosi. È solo un momento, adesso passa e torni a procedere spedita, in fondo manca poco. Un altro chilometro, un altro ancora, poi ancora uno e infine l’ultimo. Che sarà mai? Stai superando un sacco di gente, non vedi? D’accordo, sono uomini quindi contano poco, ma è pur sempre una bella soddisfazione, no? Rientriamo in paese, ormai ci siamo. Mi affianco ad un ragazzo che mi incita, prova addirittura a spronarmi affinché riprenda la ragazza in rosso: grazie per la fiducia, ma quella mi ha superato chilometri fa, chi la vede più? Ovviamente, le mie risposte sono solo virtuali, mi guardo bene dal sprecare fiato. Non commento neppure la sua rincuorante segnalazione: Dietro non ne hai nessuna. Evviva, ma nei due chilometri che restano può arrivare il mondo intero. Ehi, che dico? A questo punto, quale che sia la mia posizione, non può più cambiare. Del resto sono ancora in buona spinta, anzi, posso persino provare a spingere un po’ di più. Mi infilo in una pista ciclabile che mi fa deviare dal percorso, costringendomi ad allungare di parecchie decine di metri: rischio!!! Fortunatamente non ho avversarie alle calcagna, poche centinaia di metri ed è fatta.

Ma sì, diciamocelo: sono stata bravina. Ho ottenuto ciò a cui ambivo, e questo dovrebbe bastarmi. Ovviamente c’è sempre qualcosa che non mi soddisfa, ma sappiamo bene che sarà sempre così. Ora andrei volentieri in letargo: è sicuro, nella mia prossima vita nascerò orso – del resto, in parte già lo sono.

martedì 7 dicembre 2010

Maratonina di Voltana

Chi mi aveva parlato con tanto entusiasmo di questa gara, dovrà poi spiegarmi cosa ci trovi di tanto attraente. Il fatto che il settore femminile sia suddiviso in due sole categorie sarebbe sufficiente a farmi risparmiare il costo dell’iscrizione (trovo incomprensibile il fatto che le gare omologate Fidal non rispettino tutte le medesime normative). Vince però la curiosità: se piace a tanti, dovrà pure valerne la pena; e vale anche la pena mettere alla prova le mie gambe sulla classica distanza della mezza maratona.
Se c’è neve o ghiaccio, però, non mi muovo. Queste erano le premesse: disattese. La nostra zona è stata risparmiata dalle nevicate che hanno imbiancato buona parte del centro nord è vero, ma è altrettanto vero che le temperature glaciali hanno lastricato le strade.
Dai, si scivola solo qui, dove non passano le auto; il percorso invece è pulito…Sì, dici bene tu. Che ne sai delle condizioni dell’asfalto là fuori? Sai cosa ti dico? Che faccio un chilometro e torno indietro!

 
Concorrenti di alto livello, addirittura da fuori regione. Per me resta un mistero. Io sono qui quasi per caso, ma tutta questa gente accorsa alla maratonina di Voltana non la capisco proprio.
Beh, hanno sparato, vediamo di iniziare a correre.
Presenze familiari davanti a me – già, anche qui le solite avversarie, ma era in preventivo. Le controllo, altre più o meno conosciute le sorpasso quando mi accorgo, al segnale del primo chilometro, che il mio Garmin è fermo a 400mt: cosa ho combinato? Lo riattivo, ma ormai la rilevazione è sballata. Sto correndo ad un ritmo accettabile, la sfida è riuscire a tenerlo fino alla fine. Ho già dimenticato il ghiaccio: è vero, la strada è quasi perfetta. C’è addirittura chi vuole testarla nei minimi particolari: mi precede infatti un podista scalzo. Non so se meriti i complimenti o la camicia di forza, ma tant’è: lo supero e proseguo sul mio cammino.
Stiamo costeggiando un argine quando mi sfreccia di lato una chioma bionda che avevo intravisto all’inizio: ha accelerato lei oppure sto calando io? Effettivamente ho perso terreno, il leggero vento contrario mi sta infastidendo, ma ancora di più mi disturba il simpaticone che mi si è incollato alle calcagna. Sopporto per un po’, poi provo a scostarmi: niente, un’ombra. Quasi sento il suo fiato sul collo e, peggio, i suoi piedi sfiorare i miei: MI STAI TROPPO ATTACCATO! Zero reazioni, adesso lo meno! Calma, stai perdendo energie per colpa di ‘sto deficiente! Il ristoro è la mia salvezza: il furbastro si ferma e io proseguo, voglio proprio vedere se riesce a riprendermi…
Strappo in salita, non ci voleva. Sono ancora in discrete condizioni, cerchiamo di non ammosciarci.
Un po’ di discesa, provo a lanciarmi, ma il tratto è troppo breve. E ora: sterrato! Mi mancava proprio… Ed ho appena superato un osso duro, vedrai che adesso mi riaggancia. Quanto sto rallentando? Non lo so, evito di verificare. Cerco anche di non imprecare più di tanto, meglio risparmiare tutte le forze ancora disponibili. Finito lo sterrato (terribilmente lungo), di nuovo uno strappo, al termine del quale sono scalzata da un’altra avversaria che mi ero lasciata alle spalle in partenza. Accidenti, come corre! Sembra trascinata dalla sua lepre, che le urla in continuazione. Beata lei…Io devo stringere i denti, e pensare che due chilometri sono un’inezia. Dai, un altro ancora, che sarà mai? Puoi quasi iniziare a contare i passi, quanti sono in 500 metri? Il cronometro al traguardo procede incessantemente: 01:30:50-51-52…Che schifo, ma almeno fai in modo che non scatti il 31. Sembrerebbe fatta, manca però l’ufficialità: resterò col dubbio finché non uscirà la classifica.

Beh, tutto considerato, in una giornata polare, con zero motivazioni, un paio di chilometri sterrati e due salitelle, non è poi andata malaccio. Certo, se non avessi perso tutte quelle posizioni…
Spogliatoi e docce caldi, almeno quelli. Tornando a casa mi assopisco, chiedendomi ancora cosa ci sia di tanto invitante in questa gara.

mercoledì 1 dicembre 2010

Modena: Corricittanova

Come mi sarà venuto in mente di partecipare ad una gara fuori programma (e fuori provincia)? Neanche avessi potuto ambire al ricco montepremi: si sa, quando ci sono soldi in palio, ecco accorrere tutti i podisti di discreto livello, ad occupare le posizioni interessanti in classifica. Escludendo qualsiasi velleità di misurarmi con le atlete più forti, ritenendo fuori discussione qualsiasi ipotesi di record personale, non prendendo neppure in considerazione eventuali attrattive logistico-paesaggistiche della gara in questione, che cosa può avermi indotto a sollevare la cornetta del telefono per dettare la mia iscrizione? Trovo forse più allettante correre tra tanta gente che allenarmi in solitudine? Da quando in qua? Eppure, cercando di dipanare le mie ingarbugliate elucubrazioni mentali, ravviso una timida preferenza a spremermi in un contesto competitivo piuttosto che in un allenamento individuale. Insomma, a prescindere dal risultato, se fatica deve essere, che almeno sia per conquistare un traguardo tangibile – ergo: siccome temo di non essere abbastanza determinata per portare a termine una seduta come dovrei, meglio avvalersi di maggiori stimoli al fine di concludere degnamente la tabella settimanale.

Mentre le mani anchilosate dal gelo tribolano nell’applicare il pettorale alla canotta, mi chiedo che senso abbia la mia presenza qui. Sto battendo i denti, e non in senso metaforico. So bene che non è la prima gara sotto la pioggia, né sarà l’ultima. Ma un conto è tenere fede ad un impegno programmato e preparato con cura, altra questione è apprestarsi a soffrire pur sapendo che la soddisfazione sarà pressoché nulla. Eppure, deve esserci qualcosa di perverso nelle nostre menti se, nonostante tutto, siamo qui a tentare di riscaldarci, in attesa dello sparo. Stefano ha ragione: forse a casa non avresti corso? Ovvio che avrei corso, ma almeno non avrei patito il pre e il post… Basta! Ormai sono qui, tanto vale impegnarsi fino in fondo. Il vantaggio è che oggi nessuno si aspetta nulla da me, nemmeno io, e non dovrò neppure lottare contro le solite avversarie: le uniche che conosco sono inavvicinabili, tutto il resto è puro anonimato. Ecco un altro elemento che giustifica la mia presenza in questo non-luogo (siamo nel parcheggio di un centro commerciale): ho già risaltato in diverse occasioni i vantaggi di correre liberi dai consueti riferimenti. Sconosciuta tra sconosciuti, gara che si delinea metro dopo metro: tutto da scoprire, giocarsi tutto dall’inizio alla fine.
 
Anche qui sterrato, ma allora è un vizio! Che razza di corsa è mai questa? Sottopassi, capannoni, manca poco che finiamo in qualche scantinato. Calma, mantieni la concentrazione, stai andando abbastanza bene e, per una volta, non sei partita come una forsennata. Se almeno riuscissi ad attaccarmi a qualcuno…possibile che non trovi mai un trenino che faccia al caso mio? Al contrario, un furbetto mi sta seguendo a ruota, riparandosi dal vento contrario. Sentirmi tallonata mi manda su tutte le furie: mi trattengo dall’insultare il fenomeno di turno solo per non sprecare energie preziose, ma non intendo certo favorire il suo gioco. Mi scosto per liberarmi della sua fastidiosa presenza, vai avanti tu che sei così forte.
 
I passaggi sono ancora buoni, chissà se riuscirò ad insidiare la ragazza in rosso che mi precede di poco. Ecco che la solita gamba si imballa, non ci voleva. Perdo terreno, devo resistere, saprò recuperare appena il fastidio si sarà attenuato. Ritrovo quindi lo slancio, riesco addirittura a superare una podista: piccola soddisfazione, che mi da carica. Quando mancano 5 km, penso che i primi cinque sono filati lisci e veloci: cerchiamo di tenere alto il ritmo. Mi sento ancora in spinta, sarà così? Non sto controllando i passaggi, lo schermo è bagnato, anche i miei occhiali lo sono: la priorità di proteggere gli occhi va a scapito della visibilità. Tanto più che la pioggia si è tramutata in neve. Siamo sulla via di ritorno: di nuovo sterrato, capannoni, sottopassi… Sopportiamo tutto, ormai è fatta.
 
Il cartellino che mi consegnano all’arrivo rivela che sono ventesima. Un po’ delusa, lo confesso: non immaginavo di averne così tante davanti a me. Jader invece è contentissimo, mi festeggia come se avessi vinto: ovvio, si aspettava di rivedermi dopo pochi minuti dallo sparo, mestamente ritirata causa intemperie. Le intemperie rischiano invece di abbattermi ora, a gara conclusa. Appena ferma, tutto il gelo di questa giornata infernale convoglia sulle mie membra – già provate. Mi trascino fino al parcheggio, salgo in auto e non riesco a smettere di tremare. So che dovrei liberarmi al più presto degli indumenti fradici, ma non sono in grado di muovere un dito: sto talmente male da spaventarmi. Forse è proprio la paura a scuotermi: lentamente sfilo i guanti, apro la borsa, mi spoglio per avvolgermi immediatamente nell’accappatoio. Il tremore si protrarrà ancora a lungo, mi sento però al sicuro. Oggi è stata una bella prova di resistenza, conclusa più che dignitosamente.





domenica 21 novembre 2010

Lavino: Camminata Due Mulini


Piove da giorni, forse da sempre. All’umidità siamo abituati: se non è pioggia, è nebbia. Bisogna rassegnarsi, il grigiore pervaderà i nostri sensi per molti mesi ancora. Devo però confessarlo: non mi dispiace affatto. Non che ami l’acqua, anzi, trovo decisamente fastidioso correre al bagnato, in qualsiasi stagione. Quella bruma che sale dai campi e avvolge ogni cosa, però, alimenta il mio animo malinconico e rende dolce il mio naufragare…


Naufragare, appunto. È quanto stava per accadermi oggi, in quei tre chilometri di fuori strada che caratterizzano il percorso della Due Mulini. Siamo già oltre metà gara, quindi sufficientemente provati. Specie se, come al solito, allo sparo siamo schizzati come fulmini. Insomma, come lo devo dire? So bene che non si fa e che ne pagherò le conseguenze, ma se non mi libero subito dalla ressa iniziale finisco coll’angosciarmi. Poi, anche oggi, come due domeniche fa, ho un’ulteriore giustificazione: devo mettere avanti i lavori, in previsione dell’affondo sullo sterrato. Certo che la gara di Molinella, in confronto, si correva su un’autostrada. Qui, invece, se nei primi due chilometri di sentiero basta fare attenzione ad evitare le pozzanghere, l’ultimo tratto in aperta campagna rappresenta una prova da equilibristi. Ecco, ora mi gioco di certo il vantaggio acquisito. Già immagino l’avversaria che ride alle mie spalle, vedendomi incespicare come una papera, pronta ad umiliarmi quando manca meno di una manciata di chilometri all’arrivo. È la volta buona che finisco nel fosso. Non sto controllando affatto i parziali, mi sento talmente in affanno che preferisco ignorare, per non demoralizzarmi ulteriormente. È anche vero che oggi sono meno motivata. Innanzitutto, non è gara sociale – per quanto questo, in parte, mi alleggerisca, limitando le aspettative di chiunque. La giornata, poi, è tutt’altro che invitante. Oltre alla pioggia, un vento freddo e insidioso che mi rattrappisce ancora prima di partire. Ho provato ad attaccarmi a qualche gruppetto, in cerca di riparo, ma mi scappano tutti via: non c’è proprio nessuno lento come me. Chi mi affianca per un po’, cambia marcia proprio sul terreno da me più detestato. Un altro che sembra scandire il ritmo insieme a me, tutto a un tratto si blocca e mi lascia andare (beh, devo ricredermi: qualcuno che va più piano c’è). Ad ogni modo, non posso permettermi un calo di tensione: non sia mai che tagli il traguardo col rimorso, avendo rinunciato a lottare per la mia posizione. Che, se non sbaglio, dovrebbe essere la terza. Sembra proprio la replica dell’ultimo film.


Finalmente l’asfalto. Consideriamo dunque i chilometri precedenti come una pausa rigenerante, e spariamo ora tutta la polvere che abbiamo in corpo. Ne abbiamo ancora? Certo che si. Devo riuscire a riagguantare Paolo, tanto per iniziare. Lui è più cauto, ritmo regolare fin dall’inizio, così mi frega proprio in dirittura d’arrivo, mettendo in evidenza la sconsideratezza della mia gestione di gara. Puntarlo, però, attizza la mia carica: so che difficilmente lo raggiungerò, ma fissare un obiettivo mi aiuta a non mollare. Resisti! Lascia che esplodano i polmoni, che il respiro si tramuti in lamento, che le gambe si facciano di piombo. Corri, e non ti curare d’altro. Ché il traguardo è lì. Certo, è proprio la voce dello speaker quella che senti, e chi corre in senso contrario è perché ha appena terminato la sua gara. Ora tocca a te. La terza donna, brava. Brava, sì: devi essere brava a tenere, fino in fondo. Ti sei guardata alle spalle, poco fa, e non hai individuato nessuna minaccia. Ma non fidarti: stringi forte i denti e difendi la tua pellaccia. Ecco Valentina Gualandi, che taglia il traguardo al quarto posto. Quarto? Ma allora?...

Brava Vale, quarta! Un accidenti, chi mi sono persa? Ma dai, la marocchina, no? Avrà dato dieci minuti alla seconda! Già, e io non l’ho proprio vista. Ora che ricordo, alla partenza le ragazze dissero di averla individuata, ma io me n’ero del tutto dimenticata.


Beh, oggi ho fatto la mia gara al massimo delle mie possibilità, guadagnando un minuto rispetto all’anno scorso – quando le condizioni climatiche non erano così disastrose. Più di così non potevo fare. Conto però di riuscire a fare meglio, prossimamente.

lunedì 8 novembre 2010

Molinella: La Vallazza


Cosa sarà mai un po’ di sterrato? Pare che l’anno scorso (mentre io annaspavo nella maratona di Ravenna), le condizioni meteo avessero reso questa gara una vera e propria prova di cross. Oggi devo quindi ritenermi fortunata: non piove da alcuni giorni; per quanto l’umidità imperversi, il rischio di sprofondare nelle sabbie mobili dovrebbe essere scongiurato. Ma sì, questo terreno non è tanto male. Anzi, in un certo senso corro meglio adesso che nei precedenti chilometri: asfaltati, sì, ma tutti con vento contrario.


Sono partita come un razzo e non vorrei ritrovarmi impiccata prima del dovuto. Le prime due sono lì, non tanto distanti, comunque troppo per le mie possibilità. Troppo? Perché mai? Guai negarsi delle possibilità. È vero che oggi, dal principio, non brillavo per convinzione (lo so, non è una novità). Del resto, come si fa? Chi mi ha battuto per un soffio domenica scorsa mi aveva già umiliata in altre occasioni: di fatto, quest’anno non mi è mai stata dietro. Per quale ragione questa domenica dovrebbe andare diversamente? Il “capo” ha detto che mi vuole sul podio, che ridere! Però, a ben guardare, non si vedono tante avversarie: date per scontate prima e seconda classificate, la terza posizione è tutta da giocare. Giochiamo, dunque, e giochiamo duro. Sì, perché, comunque vada, una certezza voglio portarla fino al traguardo: avere dato il massimo.


Sentiero coperto da foglie bagnate: ahi, qui si rallenta troppo. Meno male che il tratto è breve, il ghiaino su terra battuta non limita più di tanto: su uno sterrato così riesco a correre quasi decentemente anch’io. Il Garmin, che sbircio di tanto in tanto, rivela che procedo ancora abbastanza spedita, questo mi rassicura ma ho forti dubbi sulla mia tenuta: sto faticando parecchio, e la gara è ancora lunga. Per quanto riuscirò a reggere questo ritmo? Vorrei tanto sapere cosa sta accadendo alle mie spalle, ma non oso girarmi. Ogni volta che avverto l’approssimarsi di qualcuno, cerco di cogliere dal passo e dal respiro se si tratti di uomo o donna. Temo davvero che l’avversaria mi stia controllando, per fregarmi sul più bello. Metà percorso è andato, ed il decimo chilometro arriva poco dopo. Impossibile evitare il brutto ricordo di una settimana fa quando, proprio in corrispondenza di questa distanza, persi una posizione. Ma questa è un’altra storia. Sto bene. Certo, qual cosina ho perso rispetto alla foga iniziale, ma le gambe sono ancora in buona spinta. In un paio di curve provo a verificare, con la coda dell’occhio, eventuali pericoli. Non colgo nulla di significativo, ma ad uno sguardo così rapido potrebbero sfuggire particolari determinanti. Occorre però mantenere la concentrazione, specie ora che mancano pochi chilometri: i più difficili. Richiamo alla mente immagini, pensieri, episodi di successo. Oggi non ho nessuno al mio fianco, non ci sono voci amiche che mi sostengano: è solo in me che devo trovare la giusta carica. Due chilometri ancora. Sono decisamente al limite, se mi supera adesso mi butto nel fosso. Meno uno. Brava, terza donna! Rizzo le antenne, per carpire eventuali incitamenti alla quarta… Non odo nulla, che sia già al sicuro? Meglio non fidarsi, specie dopo avere individuato, grazie ad una rotonda, che l’avversaria non è poi così lontana. Sono terza, e terza devo restare: metto le ali e volo, a costo di schiantarmi.


Eccomi. Hai visto? Sono salita sul podio. Oggi sono soddisfatta. Certo, non al cento per cento, c’è sempre quella nota stonata che incrina leggermente il sorriso. Basta non farci caso, e lasciarsi cullare dalla melodia: ogni tanto fa bene.

lunedì 1 novembre 2010

Maratonina di Calderara di Reno

Tranquilla, la gara è ancora lunga.
È vero, ed è altrettanto vero che sono partita come una novellina sconsiderata, quasi non sapessi come sia fondamentale saper dosare le energie. Mi sono attaccata alla sconosciuta in testa, convinta di poter stare lì e controllare. Già, controllare: avessi fatto più attenzione a quanto rilevava il Garmin, mi sarei resa conto che quel ritmo non poteva essere alla mia portata. Ma stavo bene, non avvertivo neppure lo sforzo; la pioggia, poi, bagnava lo schermo del crono, così coglievo malamente quanto in esso riportato.

A metà gara, però, mi ritrovo già affogata. E l’avversaria che, nel superarmi, mi taglia la strada per servirsi al ristoro, costringendomi ad una brusca frenata, è una vera maledizione. Grazie a Gaetano, che oggi ha deciso di correre con me, riesco a non abbattermi. Tranquilla, la gara è ancora lunga. In effetti, dovevo aspettarmi questo smacco, nonostante, confesso, speravo che il margine guadagnato in quei dieci chilometri forsennati potesse mettermi sufficientemente al riparo. Gravissimo errore! Ora devo stringere i denti e cercare di limitare al massimo i danni. Va detto che avere accanto qualcuno che ti tiene il passo e ti incita se avverte segnali di cedimento è ossigeno puro. Certo, gambe e fiato sono i tuoi, ma una presenza amica sa darti quella forza e quella sicurezza che, nei momenti di difficoltà, crollano repentinamente rendendo vano qualsiasi impegno. Bastano poche parole, spesso anche solo un gesto, per scacciare i diavoli malefici che portano all’esaurimento delle energie. Mi sento come fossi alimentata da un generatore di corrente: quando sto per spegnermi, una ricarica improvvisa mi ravviva, impedendomi di perdere terreno. Va bene così, sono a distanza di sicurezza, tutto può ancora succedere.
Dai, attaccati che la prendiamo. È la voce di un compagno di società (che vergogna, non conosco neppure il suo nome…), oggi siamo in pochi e fa piacere trovare un alleato. Cerco di seguirlo, riuscire a stare in scia sarebbe perfetto, ora che il vento è fastidiosamente contrario. Ma il suo passo è al di sopra delle mie attuali possibilità.
Tranquilla, attacchiamo all’ultimo chilometro. Il mio angelo custode non mi abbandona, pur essendo decisamente più forte di me. Lui ci crede, e ci credo anch’io. Sono ormai pochi i metri che ci distanziano, ora è il momento. Sento già di averla agguantata, quando il suo compagno si volge indietro, avvertendo il pericolo. È ciò che temevo. Lei, ovviamente, reagisce. Gaetano mi sprona a non mollare ma, a circa 300 metri dall’arrivo, capisco che non sono in grado di sferzare la zampata vincente. Taglia il traguardo pochi passi prima di me. Anche oggi, la risposta a chi mi chieda se sia soddisfatta è la solita smorfia.

Brava, hai fatto una bellissima gara. Grazie, Gaetano, è anche merito tuo. Sono assolutamente convinta che da sola non avrei ottenuto questo risultato. Probabilmente mi sarei piazzata comunque al terzo posto, ma con un distacco ben più ampio – quindi, con un crono decisamente deludente. Non che abbia chiuso con chissà quale tempo, ma è comunque il migliore degli ultimi due anni: segno che la strada è quella buona. E dovrò proseguire sulle mie gambe, perché non sempre si ha accanto qualcuno che ti mette le ali. Di certo, conserverò il fervore di Gaetano come il ricordo più prezioso di questa giornata, affinché mi sia di aiuto anche nelle prossime.


martedì 26 ottobre 2010

Castel di Casio: Circuito della Torre

La doccia calda dopo una gara è un bene raro. Siamo talmente abituati ad industriarci in acrobatiche operazioni di asciugatura e cambio tra le nostre auto parcheggiate, che spesso non prendiamo neppure in considerazione la disponibilità di comodi spogliatoi. Eppure, quale goduria maggiore dell’arrivare a casa già pronti per le pantofole? La voce dello speaker, al piano di sotto, segnala che sono iniziate le premiazioni, meglio sbrigarsi per non farsi richiamare.
Sì, sarò premiata in maniera ufficiale: dovrei quindi essere estremamente soddisfatta. Eppure, neanche stavolta riesco ad sentirmi pienamente appagata dalla mia prestazione. Il mio presidente, indaffarato nell’organizzazione, mi chiede se sia arrivata terza. No, rispondo, seconda. Seconda?! Allora cos’è quella faccia?! Già, cos’è questa faccia? Cosa volevo? Cosa avrei potuto ottenere di più?
Lungi da me l’idea di poter vincere, questo è territorio delle forti podiste toscane dalle quali non si sa mai cosa potersi aspettare. Oggi la partecipazione è piuttosto scarsa, ma non manca la nostra atleta di punta che, seppure infortunata, non può esimersi dal guadagnarsi il ricco (?) premio per la vincitrice. Insomma, il primo posto è già assegnato.
Appena partiti, mi trovo alle calcagna una ragazza che non conosco, avrà vent’anni meno di me e riceve forti incitamenti nei due passaggi nel centro del paese. Mi impongo di non cedere alla sfida. È qui che entrano in gioco le mie debolezze. Non devo permettere che insicurezza e scarsa fiducia in me stessa abbiano la meglio. Dopo i primi due chilometri di tira e molla, la strada volge in una bella discesa: saluto tutti e vado. Vado a più non posso, sperando che duri il più a lungo possibile, affinché il margine guadagnato mi protegga nella parte più dura – che, ci hanno già annunciato, inizierà dal quinto chilometro. Eccolo lì, dietro la curva a sinistra, il muro. Le gambe che sin qui hanno volato, ora si trovano costrette a spingere su ben altre marce. Circa un chilometro, dicevano. Devo resistere, accidenti. Accidenti a me, non ce la faccio. Il podista che mi precede smette di correre, e io faccio lo stesso. Ma che diamine? Da quando in qua ho tanti problemi in salita? Tre o quattro passi camminando, poi di nuovo di corsa. Stop and go, stop and go… Avanti di questo passo, ciao seconda posizione. Beh, in fondo il terzo posto non è così malvagio. Ehi, cosa dico? Non sarò mica l’unica a faticare? Ho superato difficoltà ben più pesanti, perché dovrei sottomettermi ad un ulteriore smacco. Mi guardo alle spalle. Eccola! Immagino la sua soddisfazione nel vedermi in difficoltà. Ma dovrà passare sul mio cadavere! Il suo compagno la incita: dai, adesso! Esatto, proprio adesso: adesso che c’è un leggero scollinamento, e io ne posso approfittare per ritrovare la giusta spinta. Le gambe girano ancora, in fondo manca poco, è il momento di dare tutto e anche di più. Un po’ di curve, tracciato mosso ma stimolante. Ottavo chilometro, ci siamo quasi. Le ultime centinaia di metri mozzano il fiato. Mi sento incollata al terreno, non oso girarmi. Dai, sei già arrivata! Tranquilla, non c’è nessuno dietro. Possibile? Non verifico e continuo a spingere con quelle poche forze che mi restano, a denti stretti, fino al traguardo.

Al suo arrivo, la ragazzina mi fa i complimenti: anche se per poco, non è riuscita a riprendermi. Jader invece mi rimprovera quando scopre che ho camminato a tratti. Ed è la critica che faccio a me stessa. Ecco perché ho questa faccia. Ho saputo difendere la posizione, è vero, ma non ho corso come avrei dovuto/potuto. Insomma, c’è sempre qualcosa che non va per il verso giusto. Ovvero, ci sono molte cose da perfezionare. Vediamola così: ho discreti margini di miglioramento. A dispetto di tutto e di tutti, continuo a crederci.

lunedì 20 settembre 2010

Porretta Terme - Lizzano in Belvedere

Cosa ci faccio io tra queste due atlete fortissime? Sto forse azzardando troppo? Eppure non mi sembra di spingere più del dovuto, anzi: siamo in leggera discesa, le gambe vanno agili e mi limito ad assecondarle senza forzare. Chissà, magari loro sono dirette verso il traguardo più lontano, in questa fase stanno quindi semplicemente passeggiando.
Beh, quale che sia il loro obiettivo, all’attacco della salita le vedo allontanarsi – e io comincio ad arrancare. Ora si tratta, per me, di impostare il giusto passo che mi consenta di sopravvivere per i restanti chilometri – cioè per la maggior parte della gara. Non posso permettermi di farmi prendere dall’affanno, non ora: il percorso non concede nulla, è necessario dosare le energie. Già, quali energie? La settimana alle Eolie mi è restata a lungo nelle gambe: i tracciati nervosi, le pendenze importanti, i ritmi sostenuti hanno irrigidito i miei poveri muscoli e, per quanto mi sia adoperata per smaltire tutto, non posso dire di essere tornata in piena efficienza. Anche perché, negli ultimi giorni, mi sono limitata a corsette spensierate, senza assilli di tempi o prestazioni, e ho provato sensazioni decisamente insolite. I primi passi di corsa erano, come preventivato, completamente scoordinati, quasi da principiante del podismo. In breve, però, trovavo una fluidità ed una leggerezza inaspettate, come quando si corre col vento alle spalle. Cercavo di non farmi prendere dalla foga, onde evitare crolli improvvisi; mi imponevo di procedere cautamente almeno fino a due terzi del percorso, per poi magari tentare una progressione o degli allunghi. Ed, effettivamente, ai cambi di ritmo la stanchezza pregressa si faceva sentire: riaffioravano irrigidimenti e fiatone, non ero quindi in grado di tirare più di tanto. Le difficoltà, però, regredivano giorno dopo giorno e, non fossi stata infastidita da un accenno di vescica (vendetta delle vecchie scarpe, consapevoli di essere prossime alla rottamazione), giovedì scorso sarei riuscita a svolgere un bel fartlek
Insomma, sono arrivata a questa gara senza entusiasmi né aspettative. Ovvio che, strada facendo, si cerchi di difendere la posizione. Ora, davanti a me c’è un’atleta che non dovrebbe essere lì. Accidenti, però, come corre bene! Pare non faccia alcuna fatica, procede in salita con una scioltezza invidiabile. Io cerco di stare attenta a correggere il difetto che, dicono, limita il mio incedere: pare infatti che affronti i pendii con passo saltellante, quasi correndo sul posto. Evidente che resti indietro! Non vedendomi, fatico a rendermi conto di tale limite. Mi sforzo comunque di mantenermi proiettata in avanti, sfiorando l’asfalto, nella speranza di migliorare un po’. Se non altro, non sto perdendo terreno. Anzi, ho l’impressione di essere in leggero recupero, la distanza si sta infatti accorciando. Appena scorgo un tratto di falsopiano, attacco. Supero l’avversaria prima che la strada spiani, poi tento di approfittare della pendenza a me favorevole. Lei, però, non cede: ha quello scatto di orgoglio che a me ancora manca. So che in discesa è più debole, ciò nonostante mi resta attaccata. E, proprio qui, la mia gamba “gigia” mi tradisce. Sì, perché capita spesso che, a ritmi sostenuti, il muscolo che anni fa si strappò cada in una sorta di torpore che investe l’intero arto: questo non risponde degnamente ai comandi, perde forza e tenuta. Così non riesco a spingere come dovrei. Perdo anche concentrazione, compromettendo decisamente la sfida che poteva essere decisiva. La discesa, del resto, è di breve respiro, insufficiente per il necessario slancio. E la salita si fa sempre più ripida. Gli ultimi chilometri: i più duri. Smarriti smalto e determinazione, non cerco neppure conforto dai miei riferimenti mentali, segno che anche la motivazione è scemata. È questo che continua a non funzionare: smettere di crederci, non lottare fino alla fine. Come se non sapessi che, dopo, sarò oltremodo delusa e insoddisfatta; come se non ne avessi abbastanza di schiaffeggiarmi per quello che avrei dovuto tentare e non ho fatto; come se tutte le gare disputate fino ad oggi non mi avessero insegnato nulla. Niente da fare. Ci deve sempre essere qualcosa per cui martoriarsi. A circa un chilometro dall’arrivo c’è chi prova a darmi una mano: vedendomi in difficoltà, un podista decide di stare al mio fianco incitandomi. All’ultimo tornante mi invita a tagliare la curva prendendo il marciapiede, non considerando che così facendo si transita nel tratto più ripido. Quasi stramazzo. Solo il miraggio del traguardo mi tiene in piedi. Vorrei guardarmi alle spalle, capire se rischio un sorpasso sul filo di lana o se, almeno su questo, posso stare tranquilla. Non lo faccio. Ecco la piazza. E’ finita.
Sono quarta. Desideravo un piazzamento migliore? Sinceramente no. Non sapevo chi potesse essere in gara, oggi, e nemmeno mi sono preoccupata del livello delle avversarie sulla linea di partenza. Speravo però in un crono migliore, questo si. Soprattutto, confidavo in un risultato senza sorprese. Ancora una volta, devo fare i conti con quei limiti mentali che mi impediscono di terminare una gara con la consapevolezza di avere dato tutto. Volgo in positivo questa constatazione: ho ancora dei margini di miglioramento.

sabato 11 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Quinta tappa

VULCANO - 7,3 km
Va bene che non sono un tipo da spiaggia, ma tre giorni di pioggia su sei sono troppi anche per me. E pensare che quest’anno avevamo fatto scorta di creme solari, memori della passata esperienza, quando le condizioni meteo eccezionali ci costrinsero ad un acquisto supplementare.
Anche oggi un leggero chiarore ci fa ben sperare. È l’ultima fatica, per i più poco significativa: ormai i giochi sono fatti, pochi sono quelli che si giocheranno la posizione fino al traguardo. Qui conta l’abilità nel correre in discesa. Perciò sono tranquilla: ho un buon margine. L’unico neo è la pioggia, ma sull’asfalto non dovrebbero esserci eccessive difficoltà. Occorre però gestire con accortezza la partenza: il primo chilometro è in leggera salita, non posso permettermi di lasciarmi fregare in tale frangente, perché poi recuperare in discesa, se anche le altre si buttano, risulterebbe arduo.
Oggi niente barca, ci spostiamo in pullman verso la start line. I primi due si riempiono subito. Aspetto il terzo, che però ci congiunge al resto dei concorrenti con notevole ritardo: mancano solo 15 minuti alla partenza, anche stavolta anticipata. E piove. Calma, oggi è l’ultimo giorno e deve essere un gran giorno: nel senso che devo partire e arrivare bella carica, dando il meglio di me. Questo è il mio percorso, lanciati e vola fino alla fine.
Le due avversarie che mi seguono in classifica tentano da subito il sorpasso, ma non le lascio passare. La più diretta avanza di qualche passo, sono impiccata ma tengo duro: ecco la discesa, ora tocca a me. Dimentico i freni e vado. I tornanti mi costringono a spezzare il ritmo, ma non mi lascio intimidire. Vedo addirittura la ragazza che mi precede sempre più vicina, chissà… I chilometri scivolano veloci, siamo ormai a cinque. Sono stanca, di fatto sto spingendo parecchio, pur col favore della pendenza. Supero la settima classificata, che però mi riagguanta di lì a poco: la discesa è infatti terminata, ora siamo su un falsopiano che mi sega le gambe. Lo ricordavo bene questo passaggio, anche due anni fa la stessa piccola impennata mi sembrò una montagna insormontabile. L’altra invece riesce persino ad incitarmi e ad invitarmi ad attaccarmi a lei. Fosse facile. Ma devo provarci, non posso certo permettermi un’umiliazione proprio sul finale. Non oso guardarmi alle spalle, non lo faccio mai, a meno che la conformazione del percorso non permetta di avvistare gli inseguitori. Manca davvero poco, ed è su questo dato confortante che mi concentro. Cerco addirittura di sprintare sul rettilineo finale. È finita!
Le ambizioni che avevo messo in valigia si sono squagliate al primo sole: sono stata abbattuta già dai pronostici del pre-gara. Mi sono caricata di tensioni assurde. Esserne consapevoli è già un passo avanti, occorre però intervenire su questo aspetto, onde evitare di compromettere l’intero contesto. Perché, ora che è tutto è passato, è proprio la situazione nel suo complesso che mi manca. Non ricordo di avere provato un simile senso di svuotamento, due anni fa. Ora cerco di non lasciarmi angosciare da ciò che mi aspetta, ma gli incubi disturbano il mio sonno già da diverse notti, e le ombre hanno ormai oscurato il mio viso. Ci sono elementi su cui posso sforzarmi di intervenire, altri però sono al di fuori della mia capacità di controllo, ed è proprio tale senso di impotenza a farmi sentire una nullità. Ma questo è un altro discorso.Nonostante tutto, già penso al prossimo anno. Se non altro, non ho perso la capacità di sogna

giovedì 9 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Quarta tappa


LIPARI (circuito) - 7 km


La giornata di riposo è lunga da far passare quando c’è il sole: se piove, diventa eterna. Acqua a non finire, dall’alba al tramonto. Allenamento bagnato, passeggiata bagnata, previsioni altrettanto bagnate. Ci svegliamo, infatti, il venerdì, ancora sotto la pioggia. E la cosa mi urta alquanto: tappa cittadina, nel centro di Lipari, saliscendi su fondo lastricato: panico! Uno spiraglio di luce vuole illuderci, desideriamo credere che il tempo volga al bello. Oltre il vulcano, però, incombono nubi minacciose, così come minaccioso si presenta il mare – se non altro, l’attraversata è di breve durata.
Si corrono tre batterie: prima tutte le donne, poi gli uomini classificatisi oltre il quarantaduesimo posto, quindi i primi quarantadue; sei giri, per un totale di circa 7 km. Sul percorso, due strappi, di cui uno decisamente impegnativo. Faccio una perlustrazione come riscaldamento: strada decisamente bagnata e scivolosa. Non bastasse questo a rendermi nervosa, scopro che la partenza è stata anticipata di 15 minuti, così ho appena il tempo per qualche allungo. Mi rendo conto che non sono nelle migliori condizioni, la tensione che credevo di avere smaltito si è ripresentata con ulteriori aggravanti. Eccomi dunque ad arrancare per mantenere la mia ottava posizione. Nei primi due giri tengo un buon passo, ma già nel terzo sono cotta: infatti sulla rampa mi sorpassano agilmente le due avversarie che mi avevano battuta nella seconda tappa. Non riesco ad approfittare della discesa, gli appoggi insicuri mi impediscono di lanciarmi. Il fiato, poi, è quello che è. Siamo appena a metà, non arriverò alla fine. Stringo i denti, dovrei scavare alla ricerca di qualche risorsa nascosta, ma la fatica mi sta annebbiando oltre misura. Forza, cerca almeno di non lasciare loro troppo margine. Sono lì, apparentemente a portata di mano, magari basterebbe osare un po’ di più. La marcia giusta però non ingrana. Anche oggi mi devo accontentare. Magari, avessi avuto un po’ più di tifo… Certo, non avrei guadagnato chissà cosa, mi sarei però risparmiata lo sconforto di sentire acclamare solo le mie avversarie, proprio nei momenti di maggiore difficoltà. Sarà stupido, ma su di me gli incitamenti hanno un effetto decisamente euforizzante.
Se non altro, nulla è variato nella classifica generale. Resta il fatto che su questa sofferenza eccessiva occorre lavorare.

mercoledì 8 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Terza tappa

SALINA - S.M. Salina - Rinella (km 15)

È arrivato lo scirocco: cielo minaccioso e caldo afoso. Non saremo bruciati dal sole, ma il clima è tutt’altro che ideale per una tappa tanto impegnativa. Per forza di cose, le mie prospettive sono mutate: perduto l’obiettivo della classifica, ora si tratta di correre al meglio, cercando di ritrovare quella brillantezza che ha caratterizzato diverse mie recenti prestazioni. Ho dato prova di tenacia e determinazione, raggiungendo risultati inaspettati: non può essere tutto svanito all’improvviso. Due anni fa, i continui tornanti in salita mi misero in discreta difficoltà. Ricordo di essermi fermata più di una volta. Quest’anno le difficoltà le ho trovate prima del previsto. Sono capitoli diversi, inutile qualsiasi raffronto. Pensiamo a nient’altro che al qui e ora.
Le due avversarie che ieri hanno amplificato la mia crisi si piazzano subito davanti. L’imperativo, oggi, è non forzare in partenza: se mi sfianco all’inizio, chi ci arriva in cima? Ci mettiamo comunque alle spalle la ragazza in verde; l’altra mi precede a vista, non mi impensierisco, la strada è ancora lunga. Questo percorso sembra fatto per me: salita quanto basta per farti concentrare sullo sforzo, poi un po’ di discesa per farti recuperare. Il fiato c’è, le gambe girano bene. Guadagno terreno. E riprendo la mia posizione. Che devo assolutamente mantenere, specie quando la pendenza si farà più impegnativa. Avanzo sicura. Restano ormai un paio di chilometri di sofferenza, quelli più duri. Chissà in quale punto mi fermai, nel 2008. Oggi non se ne parla proprio. All’arrivo voglio godermi una bella granita al caffè: me la devo guadagnare. Al minimo accenno di crisi, vedo la granita che mi aspetta. E così procedo imperterrita. È nell’ultimo chilometro di salita che mi supera la sesta in classifica, che io credevo di avere davanti. Accidenti, evidentemente oggi per lei non è una gran giornata. Se riuscissi a riagguantarla… Siamo davvero a pochi passi, ma la discesa aiuta entrambe. Si tratterebbe forse di forzare un po’, di riuscire a osare più del solito. È però già tanto, per me, lanciarmi in picchiata senza frenare. Certo, si trattasse di giocarsi una posizione significativa il discorso sarebbe diverso, ma di fatto per me cambia poco. Restiamo così, ad una decina di metri l’una dall’altra, per tutti i cinque chilometri finali. Arrivo in spinta, apparentemente affatto provata. E sorrido - questo sì che è un evento. Non ho vinto nulla, ma ho corso bene e ho ritrovato me stessa: non è poco.




martedì 7 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Seconda tappa

LIPARI - Acquacalda - Canneto (km 6,5)

Saranno state le eccessive aspettative, la delusione, la tensione; sarà che sto dormendo poco e male; sarà, forse, che qualcosa nel meccanismo si è (da tempo) inceppato. Fatto sta che peggio di così non poteva andare. E non è tanto per l’ulteriore retrocessione in classifica. O almeno, non è questa l’unica ragione. È che le sensazioni sono state pessime sin dall’inizio.
Durante il riscaldamento mi sembrava che le gambe girassero bene, tutto sommato mi sentivo abbastanza tranquilla. Temperatura alta, aria pesante, un po’ di vento: condizioni non ottimali, ma contavo sulle mie possibilità. Certo, una tappa corta e, presumibilmente, veloce come quella che ci attendeva non si intonava tanto alle mie corde, ma in fondo si trattava di attaccare con la massima grinta i primi chilometri di salita, per poi buttarsi in picchiata nella seconda parte, giù fino al mare.
Partenza subito su di giri. Sono fianco a fianco delle mie immediate avversarie, nel primo tornante quasi ci scontriamo. Due di loro si defilano, restiamo in due. Per poco. Sono già in affanno. Provo a far mente locale, ragionando sul fatto che in fondo il tratto duro non è eccessivamente lungo. Ma mi manca il fiato. Ansimo e perdo terreno. Cosa mi sta succedendo? La parte più impegnativa è andata, ma c’è ancora un po’ di falsopiano prima della discesa, ed è proprio qui che sono raggiunta e superata da due ragazze: questo proprio non l’avevo messo in conto. I miei calcoli si basavano solo su chi avevo davanti, le retrovie non erano state prese in considerazione. Eccole lì, invece, a farsi beffa di me. Bum, ferma. Col fantasma del ritiro ad offuscare la mia mente. Risvegliata da un impeto di orgoglio, punto chi mi precede, confidando nello slancio fornito dalla discesa. Ma quest’ultima non mi viene in aiuto, sono talmente esaurita che neppure adesso riesco a ritrovare spinta. Gambe di piombo, piedi incollati a terra, respiro da moribonda. La ragazza in verde sparisce, in compenso avvisto la prima che mi aveva superata. Pare in difficoltà, se solo riuscissi a sciogliermi… Niente da fare, siamo ormai in dirittura di arrivo, striscio boccheggiando sotto il traguardo.
Infranti tutti i sogni di classifica, mi interrogo sulle cause di questo disastro. Ho sofferto troppo, non sono riuscita a correre decentemente neppure un chilometro, mi sono addirittura fermata: nella tappa considerata più veloce ho dato il peggio di me. Come mi riprendo da questo smacco? Il mio coach è irraggiungibile, è in me che devo trovare le risorse per affrontare il resto della gara. Fortunatamente, il contesto mi è di sostegno: innanzitutto, Jader ha capito come prendermi e sa trovare parole e toni giusti per incoraggiarmi; poi c’è Fausto che riesce a distrarmi e a risollevarmi il morale; inoltre, c’è l’isola. I luoghi hanno un’anima, esprimono sensi e significati: più forti sono le pulsioni che una terra trasmette, più è difficile restarne indifferenti. Vulcano è forza per definizione. Energia pura: palpabile, incombente, quasi minacciosa. È questo che ti strega e ti cattura. Il cratere che respira, l’odore che trafigge, i colori che mutano nei toni e nelle sfumature. Non è un posto come un altro. Così come questa non è una semplice vacanza. Del resto, la vacanza “pura” non è nella mia indole: non cerco il riposo, ma l’emozione. Qualcosa da scoprire, da conoscere, da conquistare.
Ora, nello specifico, tutto è concentrato sulla gara. Ma, trattandosi di una gara particolare in un luogo altrettanto particolare, mi lascio rapire dal complesso di elementi e guardo avanti.
















lunedì 6 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Prima tappa


Vulcano


Guadagnare venti secondi rispetto alla prova di due anni fa, ma perdere quattro posizioni.
Disfatta annunciata, a sentire le previsioni dei bene informati: quest’anno la partecipazione femminile è di alto livello, anche il fenomeno che ha dominato la gara negli ultimi anni è a rischio. E io che avevo puntato tutto sulla lotta con chi mi precedette di poco nel 2008… Quest’anno non c’è, in compenso ne sono arrivate molte altre che si dice siano ben più pericolose. Va bene, voglio proprio vedere chi sono tutte queste fortissime atlete. Non ci sto a sentirmi declassata in partenza, unghie e denti ben affilati, sono pronta a lottare.
La prima tappa è la più dura, quel muro da scalare per tre volte mette a dura prova fiato e muscoli. E io, che quanto a muscoli non posso certo dirmi particolarmente dotata, devo dar fondo ad ogni minima risorsa. Giornata decisamente calda, grondo sudore già dopo pochi minuti di riscaldamento. Ma a questo sono abituata. Ho già individuato almeno tre concorrenti inavvicinabili, diverse altre restano un’incognita. Sono concentrata, determinata, anche alquanto nervosa in prossimità dello sparo.
La prima salita ci vede tutte abbastanza ravvicinate, riesco ancora a vedere le prime tre, la quarta è ad un passo. Ma sto faticando molto, e anche in discesa non riesco a ritrovare brillantezza. Il secondo giro mi spiazza, perdo terreno e la mente è invasa da pensieri bui. L’idea di dover affrontare una terza salita mi destabilizza, non va affatto bene…Mi sto spegnendo, mentre dietro di me avanzano di gran lena: la prima che mi supera non è neppure tra quelle che avevo adocchiato in partenza, la seconda non l’avevo proprio presa in considerazione, la terza era in forse e ora mi ha ucciso. Sono fuori classifica. Bum, ferma. Dov’è finita la grinta che, solo una manciata di minuti fa, credevo mi avrebbe portata soddisfatta all’arrivo; che fine hanno fatto la determinazione e, soprattutto, la cattiveria che ostentavo nelle ultime ore? Riparto immediatamente, devo crederci, non posso lasciarmi sfuggire almeno quest’ultima ragazza. Ma le gambe non ne vogliono sapere. Mi sento piantata, di spingere non se ne parla proprio. Eppure, per un attimo, mi pare di essere lì per riavvicinarmi. Peccato che il rettilineo finale sia eterno, riesco ad abbozzare una sorta di sprint solo quando avverto un incitamento rivolto ad un nome femminile che non è il mio: temendo l’ennesima umiliazione proprio in dirittura d’arrivo, scavo tra le poche forze rimaste, sperando di riuscire ad estrarre ancora un briciolo di energia.
È finita, temevo di non farcela. Stento a riprendermi, e non solo dalla fatica. È come se per me la gara fosse terminata qui. Contavo di piazzarmi almeno tra le prime sei, invece devo rimettermi alle voci del pre-gara. Avere migliorato il mio tempo non è servito a nulla, una nullità è infatti ciò che mi sento. Ora si tratta di ingoiare la delusione e concentrarsi sulle prossime tappe: in fondo sono andata tutt’altro che piano, bando ai pensieri negativi. Al contrario, credo che già domani potrò guadagnare qualcosa. E soprattutto, mercoledì dovrò esprimermi al meglio. Forza, la gara è ancora aperta. Cattiva e determinata, fino alla fine!

lunedì 23 agosto 2010

5 passi in Val Carlina


Meglio badare a dove metto piedi: se alzo lo sguardo rischio di scoraggiarmi, ravvisando i podisti là in alto, incurvati su tornanti che sembrano non avere mai fine. Oggi, però, la salita non mi piega. Anzi, è proprio sul primo muro che guadagno la posizione di testa. Non siamo neanche ad un terzo di gara, tutto può ancora succedere, non posso però negare di vedere già mio il traguardo.

Mi sento carica, che sia stata la visione di Momenti di gloria, due sere fa? Fissare degli obiettivi concreti e richiamarli frequentemente alla mente è certamente di grande aiuto. Concentrata sulla mia gara, traggo ispirazione dalle immagini di altre situazioni che, di qui a breve, mi vedranno impegnata in analoghe sfide. In discesa, anche i pensieri scorrono veloci, improvvisamente liberi di volare. Ed è anche l’occasione per ricaricare le pile in vista della prossima scalata.
Tra valli e borgate, personale di servizio e semplici passanti incitano come raramente accade. Ad ogni passaggio, Ecco la prima donna: energia pura. Ne ho bisogno, ora che ha inizio un sentiero CAI, di quelli che, nel mio passato di escursionista, affrontavo con scarponi e bastoncini da trekking. Continuo a correre, finché mi rendo conto che risulta più conveniente avanzare di passo. E’ infatti proprio camminando svelta, le mani sulle ginocchia, che riesco a superare il podista che fatica davanti a me. Terra umida e sassosa, la montagna sopra e sotto di noi: un piede fuori posto avrebbe rovinose conseguenze. Ehi, sono prima, e devo restarlo fino alla fine! Prima o poi finirà, può solo migliorare. Sorrido al pensiero di Jader, non crederà che io abbia saputo correre (più o meno) tra questi boschi.

Ecco la luce. Forza, non è finita, ma è finito il peggio, incoraggia un assistente, finalmente sull’asfalto. Ci vuole un po’ prima che le gambe tornino a girare. Altri atleti procedono in direzione contraria: sono davanti o dietro di me? Il mio senso dell’orientamento è completamente sballato, ma poco importa. Ciò che importa è che, una volta superato il giro di boa (e compreso, quindi, che quelli che avevo incrociato erano podisti che mi precedevano), scorgo la mia avversaria emergere dal bosco, decisamente provata (chissà come sono ridotta io…). Il margine è notevole, ora si tratta di non lasciare spazio a cedimenti, ché la strada è ancora tanta. Sento le braccia pesanti, insisto a scrollarle ora che la corsa è più agevole, ma non traggo tanto giovamento. Gli arti più impegnati, però, rispondono ancora bene. Non so quanto manchi, i dati sulla distanza della gara sono discordanti: il volantino ufficiale cita 18 km, ma tutti parlavano di 19 o più. Inutile fare i conti, le difficoltà non sono finite e occorre impegnarsi in ogni metro. Una voce amica mi sprona: Dai Valentina, devi solo arrivare lassù ed è fatta… Lassù? In che senso? Domande stupide. In quale altro senso, se non in salita? A differenza di molte altre gare della zona, caratterizzate dagli ultimi chilometri tutti in picchiata, qui si resta col cuore in gola fino alla fine. Perché anche quando, arrivati lassù, la strada volge in discesa, a circa un chilometro dal traguardo si imbocca nuovamente un sentiero di montagna che sale, sale, accidenti come sale. Poi, è vero, scende: accidenti, come scende. Sterrato in discesa: aiuto!!! Ecco: qui, ad uno sputo dall’arrivo, mi gioco la prima posizione. Cosa ho detto?! Dietro non si vede nessuno, i podisti davanti continuano a correre: chi sono io per non poterlo fare? Non saranno due stupidi sassi a sconfiggermi. È solo un sentiero: un piede qui, uno là, appoggi rapidi, incedere leggero, stai vincendo, ricordalo! Jader è lì che aspetta, pensa che gioia vederti arrivare davanti a tutte.
È fatta. Finalmente sull’asfalto, spingo a più non posso per conquistare di slancio la vittoria. La zona di arrivo è alquanto angusta, seminascosta al margine della strada. Io però mi sento trionfare. Sarà pure una competizione di modico conto, con poca concorrenza: la mia soddisfazione è comunque tanta. Un’iniezione di fiducia di cui solo io so quanto abbia bisogno.

lunedì 16 agosto 2010

Camminata di Baigno


Cercando di non soccombere alla salita più impegnativa, l’atleta si lancia all’inseguimento dell’avversaria che l’ha appena superata. Sembra ci siano margini di recupero, la distanza si sta accorciando: bisogna crederci. All’improvviso, però, le sabbie mobili avviluppano le scarpe della sfortunata podista che, smarrita nel fango, rinuncia sconsolata alla competizione.

Non c’è proprio nulla da ridere. Ebbene si, sono l’unica imbranata incapace di correre sui sentieri. Due pietre sono sufficienti a mettermi in crisi ma, se il tratto è pianeggiante e asciutto, bene o male - beh, diciamo pure piuttosto male – ce la posso fare. Se invece il percorso sterrato è in discesa o bagnato (non voglio neppure pensare alle due condizioni concomitanti), emerge la papera che è in me: starnazzo sul bordo del tracciato, cercando di non essere troppo di intralcio a tutti i podisti (e sottolineo, tutti), che proseguono allegri verso il traguardo.

Inutile precisare che la gara, per me, è finita nel pantano. Un paio di chilometri sono stati più che sufficienti a rattrappirmi le gambe: né il ritrovato asfalto né la discesa sono serviti a risvegliarle. Neppure sono riuscita ad agganciarmi alla compagna/concorrente che, raggiuntami, mi ha spronato a seguirla.

Archiviamo immediatamente il pessimo risultato e smettiamo di schiaffeggiarci. In fondo, queste non sono altro che occasioni di passaggio: gli appuntamenti importanti sono altri, in quelli non sbaglierò.

lunedì 9 agosto 2010

Porretta Terme - Camminata RM

Gara vissuta con insolito distacco. Sarà il periodo, quantomeno particolare.
Ebbene sì, devo ammetterlo: anch’io ho dovuto fare i conti col caldo torrido. Il mio programma di allenamento se ne infischia delle condizioni climatiche, il fisico invece se ne infischia del programma. Risultato: massimo sforzo con minimo rendimento. Ha senso accanirsi per poi sconfortarsi? No. Quindi, mi consolo leggendo i consigli di Pizzolato su come sopravvivere all’estate e decido di adattare la tabella alla stagione. Anche le gare, dunque, vanno contestualizzate nel complesso della preparazione, minimizzandone così la componente agonistica. Certo è che, per quanto si cerchi di eludere ambizioni e aspettative, risulterà sempre impossibile sottrarsi al potere occulto del pettorale: se hai deciso di gareggiare, che gara sia.

Al primo chilometro penso che potrei tornare indietro. Possibile che sia già sfinita dalla salita? Chi mi sta davanti non pare accusare alcuna difficoltà. Devo resistere! Non potrò realizzare il mio sogno segreto, ma almeno venderò cara la pelle prima di rinunciare ad una conquista già ottenuta. Una sconosciuta mi supera, ed è un discreto smacco. Ma in me stanno lottando la parte che vorrebbe fermarsi contro quella che fa appello alle sue magnifiche risorse. Con la complicità dello scollinamento, vince la determinazione: saluto la compagna che mi ha finora preceduto di un passo e mi butto in picchiata. So che sarà una tregua di breve respiro, la strada tornerà presto a salire, forse con maggior prepotenza. Cerco però di approfittare della pendenza favorevole per liberare le gambe. Recupero energie, che si attivano anche al riprendere dell’ascesa. Mi sento meglio, in ragionevole spinta. Se penso che avrei voluto ritirarmi…A tratti avverto profumo di pini, peccato non riuscire ad apprezzare il panorama. Qualcuno dirà di avere avvistato due caprioli. Io, quando corro, a malapena mi rendo conto di chi ho accanto. Avverto infastidita dei passi alle mie spalle, decisamente troppo vicini. Odio essere tallonata, la mia irritazione è palpabile, mi è infatti sufficiente girare la testa per far sì che il podista si faccia di lato. Guarda un po’, è un mio compagno di società. Ogni volta ne individuo uno nuovo, ma in quanti siamo?

Si procede in veloce discesa, già oltre metà gara. Un tratto sterrato mi fa imprecare: il volantino parlava di percorso interamente asfaltato! Poche decine di metri, ma sufficienti a fare emergere l’imbranata che è in me e a lasciarmi scavalcare da alcuni podisti (fortunatamente, solo uomini). Ritrovato l’asfalto, recupero slancio e cerco di non mettere mano al freno nelle parti più ripide. Scorgo la sconosciuta che mi aveva superato diversi chilometri fa: devo raggiungerla! Provo a cambiare marcia, ma i tornanti e le pendenze spezzano il ritmo e mi impediscono di puntare dritto all’obiettivo. Quando la strada si appiana e si individuano le distanze, manca appena mezzo chilometro all’arrivo: troppo poco per recuperare una posizione.

Mi classifico sesta: risultato anonimo e prestazione insignificante. Cerco di incamerare gli aspetti positivi di una gara senza luci né ombre: che almeno frutti come allenamento.

venerdì 16 luglio 2010

mental training

Finché non sopprimerò quel tarlo che svilisce la fiducia in me stessa, fino a quando non smetterò di ritenere insormontabili certi muri, fino al momento in cui non crederò veramente nelle mie possibilità, continuerò a percepire una nota di amaro nei mie risultati.
Lo so, ci sto lavorando, ma la scorza è dura da scalfire. Che razza di agonista sono se, anziché approfittare dei segnali di cedimento dell’avversaria, mi accomodo sui miei passi, sentendomi giustificata a rallentare anch’io? Quasi avessi timore di superarla. È indubbio, lei è più forte, ma ultimamente le distanze si sono notevolmente ridotte, sarebbe quindi il caso che la smettessi di considerarla irraggiungibile. Può essere che effettivamente lo sia ma, accidenti a me, cambiamo registro! Eliminiamo dal vocabolario la parola “non”.
Go, Vale, go! Credici! Non hai mai sentito cosa affermano i vincitori? Ci ho creduto... Chi sei, tu, per non poterlo fare? Devi arrivare al traguardo con la convinzione di avere dato fondo a tutte le tue possibilità, senza lasciare spazio a recriminazioni: il “se solo avessi” deve sparire. Lo vuoi capire o no?!

martedì 29 giugno 2010

Il Resto Del Carlino - Bologna - Sport - PODISMO, I RISULTATI DELLA CRONOSCALATA A SAN LUCA


Il Resto Del Carlino - Bologna - Sport - PODISMO, I RISULTATI DELLA CRONOSCALATA A SAN LUCA


I miei polpacci ricordano bene i primi 400 metri di questa salita: la serie di ripetute svolte in quel tratto li aveva compromessi per diverse settimane. Ora però si tratta di proseguire oltre: due chilometri a perdifiato, pendenza media del 10,8% e massima intorno al 18%. Pendenza che mi umiliò lo scorso settembre, alla mia prima esperienza nella Casaglia – San Luca. Gara storica, quest’ultima, un tempo animata da atleti di livello internazionale applauditi da appassionati e curiosi. Negli anni la partecipazione, sia di podisti che di pubblico, è andata scemando, ma nel 2009 a fare numero c’ero anch’io. Bisogna provarla almeno una volta, mi dicevano. Sarà, ma io non trovo nulla di affascinante nel correre al buio, senza vedere dove si mettono i piedi. Non parliamo poi della discesa. Già, proprio quella che sto adesso affrontando in senso inverso. Quella sera, arrivata alla curva delle orfanelle, avrei voluto potermi aggrappare a qualcosa. Non riuscivo né a correre né a frenare: panico! Mi sentivo tanto Willy il Coyote, in prossimità del burrone. Letteralmente piantata, provai a recuperare qualcosa nel tratto finale, ma la figura della papera imbranata ormai era fatta.


In salita è tutta un’altra storia. Le orfanelle non perdonano neanche in questo versante e, onestamente, correre o camminare qui fa poca differenza. Ma, come si dice, chi si ferma è perduto. È una questione puramente mentale: se solo azzardassi un cedimento e interrompessi la mia pur arrancata andatura, faticherei doppiamente a rimettermi in moto. La podista davanti a me (partita 30 secondi prima) continua a correre: se non si ferma lei, non mi posso di certo fermare io. O schiatto o… provo a prenderla. A meno che non stia cominciando a sentire le voci, colgo grida incitanti: ovviamente non vedo nessuno, ma è bello sapere che, in questo torrido sabato pomeriggio di fine giugno, c’è qualcuno che si entusiasma ad assistere a dei poveri pazzi che rischiano il cuore in una cronoscalata.


Per una manciata di metri manco il sorpasso. E per due manciate di secondi mi sfugge la seconda posizione. Ma che importa? È la mia prima esperienza del genere, va bene così! Un’altra novità, un’altra soddisfazione: che sia un buon segno?

giovedì 17 giugno 2010

L'orso in staffetta


Un orso resta tale anche in compagnia. Se ne starà sempre un po’ sulle sue, dilungandosi brevemente in chiacchiere e concedendo timidi sorrisi: finendo perlopiù con l’apparire altezzoso e scostante. Dentro di sé, però, per quanto debba imporsi di accettare qualche invito, deve ammettere di trarre godimento dalle occasioni di aggregazione alle quali si è sforzato di partecipare.

La staffetta no! Speravo non se ne facesse nulla. Non se n’era più parlato, e ormai mancano solo due giorni. Mi ero già programmata tutto per benino: martedì progressivo, mercoledì tapasciata, giovedì ripetute… Cosa accidenti me ne faccio di una staffetta?
Uffa, quanto rompi…Vai e divertiti, non puoi negarti continuamente!
Beh, come darti torto? La mia prima esperienza in una gara del genere, circa un mese fa, mi è sembrato un evento tanto strano che quasi stentavo a riconoscermi. Come mi vedessi dall’esterno: in fremente attesa del tocco della compagna, poi tuffata sull’altra per darle il cambio, rabbiosa nel tentativo (ahimè fallito) di difendere la posizione. Io, con Silvia e Samanta, ad alternarci su un giro infernale di 400mt, per cinque volte. Un massacro. Sconfitte dalle velociste del CUS – e la più forte sfidava proprio me, potevo non sentirmi responsabile del risultato? Nessuna delusione invece sui volti altrui, anzi. Ci siamo divertite e abbiamo fatto un bell’allenamento, non è vero? Proprio così. Quando mai capita di correre una serie di ripetute con l’incitazione dei compagni? E di spremersi con doppia motivazione – prova personale e risultato della squadra? Il tutto in un contesto allegro e, per quanto competitivo, spensierato.
Allora perché defilarsi da un’ulteriore opportunità? Inutile, l’orso resta orso… Meno male che c’è un altro orso a bacchettarlo quando serve, mandandolo fuori a calci se necessario.

Così eccomi pronta per una nuova staffetta. Nonostante stavolta non possa neppure considerarla un utile allenamento: solo 1 km e 50 metri, unica tirata in apnea. Insieme a me, Monica, Silvia e Francesca. In più, il nostro presidente ad assistere. Che onore! Lui considera già vincenti le ragazze del CUS. Staremo a vedere. In verità, non avverto nessuna tensione agonistica. Sono tranquillissima. Mi sfiora appena il timore di essere io a determinare un’eventuale sconfitta, ma è solo un’ombra passeggera. Per il resto, chiacchiero e scherzo serena fino al momento della partenza. Monica si lancia e in un attimo è già sul rettilineo d’arrivo, totalmente indisturbata. Silvia prende il testimone già notevolmente avvantaggiata. Per me, gli ultimi allunghi prima di posizionarmi nell’area di cambio, insieme all’avversaria del CUS. Noi siamo ancora in testa, non devo farmi agguantare! Un tratto con vento contrario, ma le gambe girano, eccome! La curva a U blocca la spinta, vedo però che ho un buon margine. Mi lancio a tutta, fin quasi a perdere il controllo: non sono decisamente abile nel coordinare la velocità. Ma ecco Francesca, è fatta! Per lei nessuna difficoltà, pochi minuti e la vittoria è nostra.
Si sprecano i complimenti sulla mia prestazione: evidentemente stupisce vedermi alla prova in simili occasioni. Sapete cosa vi dico? Che d’ora in poi quest’orso lo vedrete più spesso. E non finirà di stupirvi.

sabato 12 giugno 2010

memorie

- Le senti le endorfine?
- No, non sento niente, e non parlo mentre corro.
- Uffa, allora tanto vale correre da soli.
Ecco, appunto. È quello che ho sempre fatto e che avrei volentieri continuato a fare, se tu non avessi supplicato compagnia. Non sono riuscita a dire di no. Sembravi talmente angosciato dall’idea di allenarti da solo, che quasi mi sono sentita io quella strana. Io, che amo la solitudine, che non sopporto le intrusioni, che amo ascoltare il calpestio delle mie scarpe, percepire gli afflati del mio respiro, inseguire il vortice dei miei pensieri. Avrei scelto un altro sport se amassi il gioco di squadra. Tu invece temi di entrare in crisi dopo una manciata di chilometri se non hai qualcuno accanto. Eppure, non è proprio questo il bello delle lunghe distanze? Si parte rilassati, per poi entrare in una sorta di trance, finché la fatica tenta di prendere il sopravvento: è qui che la sfida si fa avvincente. L’ultimo chilometro spinto al limite, per ritrovarsi stremati e appagati. Insieme si fa meno fatica? Sarà…
Non parlo, te l’ho detto. E se stessi un po’ più zitto anche tu te ne sarei grata. Mi trovi troppo lenta? Prego, la strada è libera. Questa andatura per me è perfetta, ma tu sei più veloce e faresti bene a procedere per tuo conto. Io risparmio fiato, e mi lascio scivolare addosso le tue disquisizioni: ti pare questo il momento per confrontare i dati dei tuoi allenamenti, o di discutere su quale ritmo dovremmo tenere oggi per assicurarci una grande performance in maratona? Già, la maratona. Se tu usassi meglio la testa riusciresti a terminarla in molto meno di tre ore, ma non vuoi darmi ascolto. Quindi taccio. Se lo vuoi capire…
La salita è dura, per mia fortuna c’è qualcosa che riesce a chiuderti la bocca. Forza, respira, che non siamo neppure a metà. Inutile fare il fenomeno adesso, poi la pagherai tutta. I chilometri che precedono il giro di boa sono micidiali, stai accusando anche tu, non negarlo. Ora hai smesso di lamentarti per l’andatura troppo blanda, chissà, forse hai capito che non serve tirarsi il collo in questo genere di allenamenti.
Ecco il sedicesimo chilometro: dietro front! Inizia il tratto più scorrevole, e già ti sei dimenticato la fatica appena consumata. Certo, ora le gambe girano bene e la strada scivola veloce, ma che bisogno c’è di fare tutta questa sceneggiata? Non credere di poter volare fino al punto di arrivo, forse hai dimenticato che i pendii superati all’andata si ripresenteranno anche al ritorno. Niente da fare, ormai ti ho perso: preso dall’euforia, ti allontani salutando con la mano. Ciao ciao. Finalmente prendi l’iniziativa. Visto? Si può correre benissimo anche da soli, anzi, sembra che ti riesca persino meglio. Perché non ci hai pensato prima? Io mi godo il ritrovato silenzio, sempre concentrata sul mio ritmo. Il peggio deve ancora venire, sono gli ultimi dieci chilometri che presentano il conto, i cinque finali in particolare. Ti vedo in distanza che scali la rampa, poi sparisci dietro la curva. Sarai lì che inneggi alle tue endorfine, fortuna che nessuno deve sopportarti. Procedo regolare, ormai completamente sola. Fa decisamente caldo, sento le gocce di sudore scivolarmi sulle gambe, le dita delle mani sono raggrinzite come fossi appena uscita da un bagno. Ho saputo controllare l’andatura, perciò non dovrei incappare in sorprese. In fondo, non manca poi tanto. L’ultimo chilometro invita alla volata: degrada un po’ per poi impennarsi, sfidando le forze che ancora animano gli arti. Cinquecento metri in apnea. È fatta. Anche per te, che ancora stai boccheggiando. Per poco non ti riacchiappavo. Hai voluto strafare e adesso sei in coma. Non era qui che dovevi dare prova di velocità, se solo lo volessi capire. Come? Domenica prossima un altro lungo? Se proprio ci tieni…
Un anno dopo. Stessa strada, medesimo programma. Anche il clima è invariato: identico caldo torrido. Diversa è invece la compagnia. O meglio: stavolta, nessuna compagnia. Maurizio se n’è andato. Sembrava scherzasse. Mollo tutto, mi trasferisco in Sardegna. Così è sparito. Assicurandomi che, una volta sistemato, mi avrebbe chiamato e che, comunque, avrebbe presto trovato l’occasione per tornare a correre insieme. Sto ancora aspettando. Ancora sto aspettando una risposta, un cenno, una traccia. E’ vero: quando mi imponevi la tua presenza ti avrei mandato a quel paese, ma ora che non ci sei, mi manchi. Che ne è stato della tua sviscerata passione per la corsa, della tua accanita ricerca della prestazione, del tuo tendere costantemente ad un migliore risultato? Tutto azzerato. Non per me, che continuo a percorrere queste strade con immutato entusiasmo. E ancora sorrido immaginando le tue endorfine.

venerdì 4 giugno 2010

Maratonina Polpenazze del Garda



Pazienza se sarò sola, se la mia presenza sarà ininfluente, se per la mia società rappresento solo un numero. Sto preparando questa gara da un mese, in un mese ho cambiato programmi, metodi e obiettivi per tentare di riscattare il fallimento di Padova. Quelle che contano hanno dato forfait? Peggio per loro. Io il 30 maggio sarò a Polpenazze del Garda, sulla linea di partenza.
O almeno spero. Strada facendo tutto viene di nuovo messo in discussione, stavolta per la distrazione del nostro capofila, che non sembra avere ben chiara la collocazione geografica del luogo. Manca poco più di mezz’ora al via quando arriviamo: forse è meglio così, meno tempo per accumulare tensione. Del resto, cosa dovrebbe innervosirmi? Nessuno da sfidare se non la mia capacità di mantenere ritmo, lucidità, determinazione. Semplice, no?... L’avevo già constatato: cambiare aria, ogni tanto, è decisamente salutare. Correre lontano dai consueti percorsi, dalle solite avversarie, dai reiterati campionati alleggerisce le aspettative. Competere contro tutti e nessuno, impegnandosi esclusivamente a dare il massimo. Devo ammetterlo, essere soltanto un numero a volte è un vantaggio.
Partenza fluida, priva di eccessive pressioni o imbottigliamenti: ottimo inizio. L’ondulazione del percorso si fa sentire da subito: gestibile, certo, ma sufficiente a togliere affidabilità ai rilevamenti intermedi – ammesso che le segnalazioni chilometriche siano posizionate correttamente. Il passaggio al decimo km è soddisfacente. Non avverto però belle sensazioni, occorre allontanare immediatamente l’ombra della crisi. Ci pensa la salita a rimettermi in riga. L’incremento delle pendenze, infatti, mi è stranamente d’aiuto. Chissà, forse quando la sfida si fa dura divento più cattiva. Se poi mi capita di essere superata, comincio a vedere rosso. Punto l’avversaria e non mi do per vinta. Colgo il suo affanno, non sta certo meglio di me. Approfitto di un passaggio favorevole e allungo: segno che ho ancora energie da spendere. Ho appena guadagnato terreno quando un’altra ragazza mi sfila davanti. Brava, ha saputo gestirsi nella prima parte per dare tutto sul finale. È anche molto più giovane di me – sigh. Passato il sedicesimo chilometro, ormai dovremo scollinare. E io ne approfitto. Proprio io, che ho sempre aborrito le discese, che più volte mi sono piantata dopo avere scalato rampe impressionanti; io, quella dalle lunghe leve, inadatte ad articolarsi nei declivi, ho improvvisamente imparato a buttarmi in picchiata. Accadde all’improvviso, in quella che resta la mia gara più magica – la prima edizione della Stralugano. Dovevo liberarmi dell’avversaria che mi stava tallonando dal primo metro e cominciava ad irritarmi seriamente. Così, superata la mezza maratona, in prossimità di una bella discesa, decisi di salutarla. Gli ultimi dieci chilometri a tutta, lasciando che le gambe assecondassero la strada: persino io stentavo a crederci, mi sembrava quasi di vedermi correre, come non fossi io quella che stava volando verso il traguardo. Fu una prestazione storica che, ahimè, non ebbe repliche. Conservai però quella capacità di affrontare le discese (sempre che non fossero eccessivamente ripide e/o sterrate), capacità che tuttora mi permette di guadagnare diverse posizioni. E così è stato anche a Polpenazze.

Mi aspettavo di essere nuovamente superata da un momento all’altro, i volontari sul percorso incitavano la ragazza ora alle mie spalle (evidentemente appartenente ad una società coinvolta nell’organizzazione). Particolarmente a rischio l’ultimo chilometro, nuovamente in salita. Non mi volto, non lo faccio mai. Riesco ancora a spingere, a trovare grinta per un arrivo dignitoso. Pessima idea quell’arco e quella riga sull’asfalto quasi in angolo, a nascondere il vero traguardo 97 metri oltre: verrebbe da fermarsi lì, e sicuramente qualcuno l’ha fatto, rischiando di restare fregato in volata. Fortunatamente sono abbastanza lanciata: mi fermo solo per accogliere la medaglia al collo.
Il crono è solo un dettaglio, questo percorso non concedeva nulla. Conta aver ritrovato carica e decisione. Se poi vogliamo approfondire l’analisi, va considerato che questa è la mia migliore prestazione cronometrica degli ultimi due anni. Felice di essere qui. Felice di ricevere il premio per la quinta classificata di categoria. Felice di avere acquistato un pizzico di fiducia in me stessa. Non oso affermare che sto ritornando, un pochino però comincio a crederci.

giovedì 6 maggio 2010

La macchia umana di Philip Roth


Fatto stranissimo, in ufficio, incontrare un collega con un libro in mano. Non resistendo alla curiosità, sbircio spudoratamente per individuare il titolo: La macchia umana di Philip Roth.
- Lo vuoi? Io non riesco a leggerlo.
Non ho nessuna confidenza con il tipo, resto alquanto interdetta. Non accetto libri in prestito, preciso, ho la necessità di “possedere” ciò che leggo.
- Te lo regalo.
Ma come? Scherzi? Vabbè…se insisti. Un libro non si può proprio rifiutare.
Questo romanzo, poi, era nell’elenco delle dieci migliori opere dell’ultimo decennio, recentemente pubblicato da Repubblica. E da tempo si trovava nella mia lista dei desideri: da quando, cioè, vidi il film che ne fu tratto, interpretato dai magnifici Anthony Hopkins e Nicole Kidman.
Già dalla prima pagina mi rendo conto di essere al cospetto di un mostro di scrittura, e mi chiedo perché abbia aspettato tanto per approcciare questo autore. Le parole che delineano i profili di ambienti e soggetti danno vita a descrizioni che brillano per limpidezza e originalità. E’ vero che ho un debole per le frasi costruite ad arte, ma sono rari i casi in cui rimango letteralmente incantata dallo stile di scrittura: questo è uno di quei casi. Quando poi, oltre alla bella pagina, colgo riflessioni di sconcertante profondità espresse con toni sottili, che venano di sarcasmo drammi sociali ed individuali, il mio rapimento diventa totale. Personaggi complessi, di fatto imperscrutabili eppure scavati spietatamente nel groviglio della loro personalità: psicologie intricate, che non concedono spazio alla banalità. Nulla è scontato, nessun evento è prevedibile, se non ciò che espressamente anticipa l’autore. È un mondo cupo, quello narrato da Roth: non per niente, è proprio sull’ambiguità del colore che si intrecciano le vicende di personaggi che, per intenzione o per disgrazia, escono dagli schemi e sfregiano le convenzioni.
Il film, che comunque vorrò rivedere, non trasmette tutta la ricchezza di contenuti di questo superlativo romanzo, che pongo al vertice della mia personale classifica. Evidentemente, il mio è un giudizio del tutto soggettivo, visto che qualcuno non ha esitato a liberarsi del libro: mi spiace per lui, ma io ci ho guadagnato tantissimo.

lunedì 3 maggio 2010

Padova - Maratona di S. Antonio

A posteriori, una volta placato lo stato di alterazione, tutto viene inquadrato in una diversa prospettiva. Così, ciò che era appena stato vissuto come un interminabile calvario, assume presto il valore di un dissennato fallimento. E, per farsi ulteriormente del male, basta dare un’occhiata alla classifica: giusto per constatare che, stringendo un po’ i denti, magari ci si poteva aggiudicare un piccolo premio.
Il fatto è che quando la mente decide di interrompere le connessioni con il resto del corpo, raccomandazioni, progetti e ambizioni cambiano registro: si distaccano da noi e si convertono in una sorta di linguaggio sconosciuto. Cominciamo ad oscillare tra uno stato di lucidità, certi di poter dare fondo a tutte le nostre riserve di energia, ed un annebbiamento totale che genera dolori e incubi. I più determinati sanno gestire il demone, stimolati da forza e motivazione. Ma se solo uno di questi fattori langue, non c’è santo che tenga. Nemmeno S. Antonio.
Bisogna ammetterlo: quello di Padova è stato un disastro annunciato. Non mi era mai capitato di vivere con tanta pesantezza la preparazione di una maratona, mai avevo provato una simile indolenza: io, che non sapevo cosa significasse correre controvoglia, ultimamente dovevo schiaffeggiarmi per convincere me stessa ad allacciare le scarpette e uscire di casa. Nessun problema fisico, metabolico o strutturale. Solo una mole di preoccupazioni che non pensavo avrebbero potuto investirmi con tanta forza. Parlare della crisi economica è ormai un luogo comune. Viverla sulla propria pelle è decisamente un’altra storia. La paura fa brutti scherzi, il senso di impotenza azzera gli entusiasmi, l’ansia accorcia il fiato.
Una grande passione, però, non può smorzarsi di colpo. Cascasse il mondo. Quando l’impulso della corsa fluisce nelle vene e alimenta i palpiti vitali, rinunciare a correre è come rinunciare a respirare.
Così ho tenuto fede al mio programma. O meglio: le gambe hanno seguito il percorso tracciato, mentre la testa è rimasta leggermente più indietro. La logica, lo stato delle cose, la cruda razionalità mi suggerivano di rinunciare; coscienza, sentimento, e testardaggine mi spronavano ad andare fino in fondo. Del resto, perché vanificare tanti allenamenti sfiancanti? Tutte le sedute svolte al limite della sopportazione fisica tra neve, gelo e bufere: solo fatica sprecata? Sapevo che non dovevo azzardarmi nell’avventura di una maratona primaverile, ma ormai avevo dato tutto: era quindi necessario riconoscere un senso a tanto impegno. Comunque potesse andare.
Bizzarra coincidenza: la domenica della maratona cadeva proprio nel giorno dedicato alla ricorrenza della Liberazione. Era così che percepivo l’evento: tanto avevo penato, che volevo solo liberarmi dal pensiero. Consapevole che non potevo aspettarmi nulla, coltivavo in realtà nel mio profondo la speranza che proprio questo senso di distacco avrebbe potuto risultare favorevole: priva di obiettivi precisi, affrancata da qualsiasi ansia da prestazione, senza un risultato a cui ambire, sarei magari riuscita a correre più serenamente del solito e, chissà, sorprendermi della mia prestazione. Le solite intermittenze del cuore: una parte di me si apprestava a correre per senso del dovere, l’altra sognava di essere rapita dalla trance agonistica.
Arriva così il 25 aprile. Come mi sento? Non lo so. Normale, si può dire? E’ una bella giornata, l’area di partenza è sufficientemente confortevole, nessun intoppo o imprevisto. Perfetto, no?
Evidentemente no. Il primo boicottaggio lo ricevo dal mio crono: al primo km, nel rilevare l’intertempo, mi accorgo che allo sparo non l’ avevo avviato correttamente. Poco male, certo, ma sempre una scocciatura. Fortunatamente riesco ad unirmi ad un paio di podisti che viaggiano ad un ritmo a me consono, sono in ottima compagnia e questo mi aiuta. Supero la mezza maratona e comincio a pensare che ne manca altrettanta: l’idea mi infastidisce, inizio ad avvertire come un senso di noia. Non si tratta di stanchezza fisica, non è un calo energetico bensì un vuoto di motivazione. Mi vedo dal di fuori e mi chiedo dove abbia intenzione di andare. Terribile. Così come terribile diventa la sete. Non ricordo di avere mai sofferto tanta arsura in gara, io che solitamente devo sforzarmi per bere almeno un sorso d’acqua ai ristori. Stavolta, invece, mi sono addirittura fermata per scolarmi una bottiglietta intera. Sono al 25° chilometro: da qui ha inizio il mio calvario. So bene che, una volta interrotto il flusso della corsa, riprenderlo è pressoché impossibile. Ci provo, voglio crederci, la crisi di un attimo poi si riparte alla grande. Certo. Per un altro chilometro o poco più. Finché anche mille metri diventano una distanza impossibile. Ecco che si presentano doloretti vari: l’allacciatura della scarpa fastidiosa, la fitta al fianco, la rigidità della solita gamba. L’arrivo è lontano anni luce, vorrei chiudere gli occhi e svegliarmi quando tutto sarà finito. Tagliare il traguardo strisciando, che senso ha? È vero che non avevo ambizioni, contavo però di giungere al termine correndo, non barcollando. Continuo a procedere ad elastico, qualche passo di corsa e tanti di cammino. Corricchio e cammino, e come me un’infinità di altri podisti. Una vera strage. Così arrancando, sono ormai al 37°. Quasi arrivata. Peccato per quel “quasi”. La maratona per me è già finita almeno 10 chilometri fa, sto procedendo per inerzia solo perché non posso fare diversamente. Ma mi sento ormai abbattuta, finita, rassegnata. Tanto che il pullman scopa che transita lentamente mi appare come un’oasi nel deserto: non so resistere, ci salto sopra senza esitazione.
Lo sguardo di Jader, che stava aspettando da troppo tempo e non mi ha visto arrivare, mi trafigge. In realtà esprime solo estrema preoccupazione, allarmato dall’incessante viavai di ambulanze che rievoca brutti ricordi. Io però vi leggo delusione, per non dire rabbia: la mia percezione è distorta, a causa dell’avvilimento e del rammarico che già mi assale. Sono trascorsi appena pochi minuti, e già mi mangio le mani. Non ho saputo gestire la sofferenza, non ho mostrato grinta né tenacia. Non mi sono comportata da maratoneta. Ora lo posso dire, e potrei continuare ad infierire ancora e ancora.
Ma quando le gambe tentavano disperatamente di condurmi a Padova, la testa vagava in tutt’altra direzione. Questo è quanto. Il capitolo e chiuso e ora si volta pagina.
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