sabato 18 settembre 2021

Ritorno al calcagno - Day 1

 

Ad un giorno dall’intervento mi trovo in modalità “perché l’ho fatto”. A dire il vero, il dubbio è affiorato abitualmente in questi mesi d’attesa: che senso ha rischiare nuovamente, dopo i precedenti fallimenti? Ormai, non sarebbe più saggio accontentarsi di ciò che sono in grado di fare? Qualche passeggiata, allenamenti con i pesi a casa, un giretto in bici ogni tanto: vita attiva per un’anziana signora. Invece no. La vecchietta non riesce a rassegnarsi: non è in grado di accettare che dopo sedute di buoni allenamenti, con la prospettiva di una discreta mezza maratona, si ritrovi di nuovo a zoppicare. Il piede versa ancora in condizioni disastrose: due interventi non sono serviti ad altro che a peggiorare la situazione. Persino camminare diventa un’impresa, ad ogni passo tocca stringere i denti per il dolore. Di tornare da chi mi ha fresato il calcagno, non se ne parla proprio: avrà pure sistemato brillantemente fior di atleti, ma io preferisco censurare la mia opinione sul soggetto. Non disponendo di conoscenze, né di possibilità economiche, opto per l’istituto ortopedico più accreditato della città, che vanta un reparto specializzato sul piede. Mi visita un dottore giovane, dal curriculum decisamente accattivante, che reputa utile aprire quel tallone per perfezionare ciò che non è stato sufficientemente ripulito. Mi metto dunque in lista, conscia che l’attesa sarà lunga. Avrebbe potuto persino non esserlo tanto, se l’interessata non fosse perseguitata dalla sfiga. Prima il Covid, che agisce su due fronti: inizialmente comporta il blocco degli interventi poi, superata l’emergenza, capita che la data proposta per l’operazione coincida con quella della seconda dose di vaccino, improrogabile. La chiamata successiva andrebbe invece a sovrapporsi all’appuntamento fissato per la firma del contratto d’affitto. Sì, perché i teneri padroni di casa ci hanno chiesto gentilmente di levarci di torno il prima possibile. Giusto, no, che a possidenti milionari siano concessi contributi economici per ristrutturare i loro immobili, alla faccia di chi ha rimpinguato per anni le loro casse, senza sostegno alcuno. Tocca così trovare in fretta una soluzione, la meno dolorosa possibile. Il trasloco è comunque un evento traumatico e adattarsi al nuovo ambiente lo è ancora di più: tra me e Cleopatra, non so chi si ambienterà prima. E mentre agosto trascorre tra pulizie e scatoloni, arriva la telefonata dell’ospedale, stavolta non si scappa.

L’organizzazione lascia alquanto a desiderare: mi avevano chiesto disponibilità per il 16 settembre, ma quando mi chiamano per definire i dettagli è diventato il 15. In realtà il tutto inizia lunedì 13, con gli esami di preparazione. E martedì 14 vengo ricoverata, nel primo pomeriggio. A che pro? Che senso ha occupare inutilmente una stanza per un giorno intero? Non passa mai, nemmeno sanno dirmi a che ora entrerò in sala operatoria, l’indomani. Solo nella tarda mattinata del fatidico giorno mi avvisano che sono l’ultima della lista. Ho quasi un mancamento. L’attesa termina quando mancano pochi minuti alle due di pomeriggio. E dopo un paio d’ore sono di nuovo in camera. Come sia andata lo scoprirò solo in futuro. Nell’immediato, spero solo che le gambe si risveglino in fretta e che possa finalmente dissetarmi.

Ingessata fin sotto il ginocchio, non potrò appoggiare il piede per le prossime quattro settimane. È questa la parte più difficile: la mancanza di autonomia. Spostarsi con le stampelle è ovviamente un disagio: quando la casa è su due piani diventa un delirio. Diciannove gradini per raggiungere la stanza da letto e il bagno più grande: sapevo che salire sarebbe stato impegnativo, ma non immaginavo lo fosse così tanto. Non riuscire a lavarsi, a prepararsi i pasti, a spostare le cose. Sempre con la paura di sbilanciarsi, di cadere, di procurarsi ulteriori danni. Sempre con la sensazione di sentirsi un peso, di rompere le scatole, di porsi in modo sbagliato. Se non altro, il dolore è più che sopportabile. Almeno quello. I nervi, invece, sono prossimi al punto di rottura. Perché, ovviamente, tutto sembra remare contro. Il medico di famiglia è in ferie, la farmacista si rifiuta di consegnarmi i medicinali prescritti sul documento di dimissione, la visita di controllo è fissata nel giorno in cui Jader sarà lontano. Insomma, vorrei sbattere le stampelle in testa al mondo e maledico il giorno in cui ho accettato di sottopormi a questa prova. E sono solo all’inizio.



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