venerdì 4 giugno 2010

Maratonina Polpenazze del Garda



Pazienza se sarò sola, se la mia presenza sarà ininfluente, se per la mia società rappresento solo un numero. Sto preparando questa gara da un mese, in un mese ho cambiato programmi, metodi e obiettivi per tentare di riscattare il fallimento di Padova. Quelle che contano hanno dato forfait? Peggio per loro. Io il 30 maggio sarò a Polpenazze del Garda, sulla linea di partenza.
O almeno spero. Strada facendo tutto viene di nuovo messo in discussione, stavolta per la distrazione del nostro capofila, che non sembra avere ben chiara la collocazione geografica del luogo. Manca poco più di mezz’ora al via quando arriviamo: forse è meglio così, meno tempo per accumulare tensione. Del resto, cosa dovrebbe innervosirmi? Nessuno da sfidare se non la mia capacità di mantenere ritmo, lucidità, determinazione. Semplice, no?... L’avevo già constatato: cambiare aria, ogni tanto, è decisamente salutare. Correre lontano dai consueti percorsi, dalle solite avversarie, dai reiterati campionati alleggerisce le aspettative. Competere contro tutti e nessuno, impegnandosi esclusivamente a dare il massimo. Devo ammetterlo, essere soltanto un numero a volte è un vantaggio.
Partenza fluida, priva di eccessive pressioni o imbottigliamenti: ottimo inizio. L’ondulazione del percorso si fa sentire da subito: gestibile, certo, ma sufficiente a togliere affidabilità ai rilevamenti intermedi – ammesso che le segnalazioni chilometriche siano posizionate correttamente. Il passaggio al decimo km è soddisfacente. Non avverto però belle sensazioni, occorre allontanare immediatamente l’ombra della crisi. Ci pensa la salita a rimettermi in riga. L’incremento delle pendenze, infatti, mi è stranamente d’aiuto. Chissà, forse quando la sfida si fa dura divento più cattiva. Se poi mi capita di essere superata, comincio a vedere rosso. Punto l’avversaria e non mi do per vinta. Colgo il suo affanno, non sta certo meglio di me. Approfitto di un passaggio favorevole e allungo: segno che ho ancora energie da spendere. Ho appena guadagnato terreno quando un’altra ragazza mi sfila davanti. Brava, ha saputo gestirsi nella prima parte per dare tutto sul finale. È anche molto più giovane di me – sigh. Passato il sedicesimo chilometro, ormai dovremo scollinare. E io ne approfitto. Proprio io, che ho sempre aborrito le discese, che più volte mi sono piantata dopo avere scalato rampe impressionanti; io, quella dalle lunghe leve, inadatte ad articolarsi nei declivi, ho improvvisamente imparato a buttarmi in picchiata. Accadde all’improvviso, in quella che resta la mia gara più magica – la prima edizione della Stralugano. Dovevo liberarmi dell’avversaria che mi stava tallonando dal primo metro e cominciava ad irritarmi seriamente. Così, superata la mezza maratona, in prossimità di una bella discesa, decisi di salutarla. Gli ultimi dieci chilometri a tutta, lasciando che le gambe assecondassero la strada: persino io stentavo a crederci, mi sembrava quasi di vedermi correre, come non fossi io quella che stava volando verso il traguardo. Fu una prestazione storica che, ahimè, non ebbe repliche. Conservai però quella capacità di affrontare le discese (sempre che non fossero eccessivamente ripide e/o sterrate), capacità che tuttora mi permette di guadagnare diverse posizioni. E così è stato anche a Polpenazze.

Mi aspettavo di essere nuovamente superata da un momento all’altro, i volontari sul percorso incitavano la ragazza ora alle mie spalle (evidentemente appartenente ad una società coinvolta nell’organizzazione). Particolarmente a rischio l’ultimo chilometro, nuovamente in salita. Non mi volto, non lo faccio mai. Riesco ancora a spingere, a trovare grinta per un arrivo dignitoso. Pessima idea quell’arco e quella riga sull’asfalto quasi in angolo, a nascondere il vero traguardo 97 metri oltre: verrebbe da fermarsi lì, e sicuramente qualcuno l’ha fatto, rischiando di restare fregato in volata. Fortunatamente sono abbastanza lanciata: mi fermo solo per accogliere la medaglia al collo.
Il crono è solo un dettaglio, questo percorso non concedeva nulla. Conta aver ritrovato carica e decisione. Se poi vogliamo approfondire l’analisi, va considerato che questa è la mia migliore prestazione cronometrica degli ultimi due anni. Felice di essere qui. Felice di ricevere il premio per la quinta classificata di categoria. Felice di avere acquistato un pizzico di fiducia in me stessa. Non oso affermare che sto ritornando, un pochino però comincio a crederci.

10 commenti:

Doc ha detto...

...hai le palle, ragazza... ;-)
Fede
http://runemotion.blogspot.com/

Valentina ha detto...

Detto da te, è un onore!

nino ha detto...

brava.

Gianluca ha detto...

Evvai!

Doc ha detto...

... figurati!!!
Per me leggerti è sempre un grande piacere.. ;-)
http://runemotion.blogspot.com/

Filippo ha detto...

Complimenti per la grinta e per il racconto!
Lunghe corse, Filippo

IVAN ha detto...

Brava Vale .Bel racconto e grande determinazione!

Daniele ha detto...

Prima che si riaccenda il forno: qui c'ero anch'io, un 1.25 e rotti senza strafare ma non senza sudare, col pensiero fisso alla gara sociale di 2 giorni dopo, quindi posso affermare con cognizione di causa che il tuo 1.31, su un simile percorso, era un Signor risultato.
La mezza + dura del campionato bresciano.

Chapeau.

Valentina ha detto...

Grazie ancora a tutti.
@ Daniele, che dire del tuo tempo, con una gara da disputare subito dopo?... Comunque, mi piacerebbe rifarla.

Daniele ha detto...

Giusto per concludere: ho sentito che quest'anno non la faranno, forse hanno guadagnato abbastanza col campionato nazionale assoluto.
Sulle stesse strade, letteralmente, trovi quella di Bedizzole e quella di Padenghe, entrambe belle, panoramiche e nervose (non da PB quindi).
Hanno parlato bene anche del percorso della mezza di Gardaland, ma, per il resto, é per gli appassionati del genere Giostrine.

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