venerdì 30 ottobre 2020

Tutti giù per terra

 

Cleopatra è già saltata su e giù dal letto diverse volte quando suona la sveglia. Le prova tutte per farmi alzare, così da poter conquistare un cantuccio caldo in cui accoccolarsi. E io le ho provate tutte per farle perdere questa pessima abitudine. Invano. Due anime irrequiete, già dalle prime ore della mattina. Con la differenza che lei scalpita per tornare al più presto a ronfare, io invece mi dimeno alla ricerca del sistema meno traumatico per rimettermi in piedi. Mi stiracchio, sgranchisco le gambe, e ascolto. Cosa dirà stamattina? Sarà sempre un grido insopportabile? Tutti i giorni lo stesso assillo. Da quanto tempo? Troppo. Ormai dovrei essermene fatta una ragione, ma assuefarsi al dolore non è così facile: non quando ti accompagna ad ogni passo, e rende allucinante persino lo spostamento dalla sedia al divano. Provo a fare finta di niente, a condurre una vita “normale”: cosa vuoi che sia, con tutte le disgrazie che infestano questo mondo? Peccato che fingere mi riesca malissimo – e questo mondo, fondamentalmente, mi faccia abbastanza schifo. E pensare che mi ero illusa. Avevo creduto di avere ancore delle speranze. Non di tornare quella che ero, ovvio. Ma riprendere la buona strada sì, questo lo avevo ritenuto possibile. Perché il quadro che si era definito dalla disanima del mio caso era ineccepibile, e le prospettive si delineavano severe ma convincenti. Stabilito il metodo, si trattava di sperimentarlo: sondandone gli effetti e aggiustando il tiro se necessario, procedendo con tanta cautela ma con altrettanta convinzione. Percorso complesso. Perché il ricordo del dolore è esso stesso dolore, e pare impossibile liberarsene: quanto sia il reale e quanto il percepito è difficile da comprendere. Nella consapevolezza che non mi abbandonerà mai, devo riuscire a tenerlo sotto controllo: gestirlo e dominarlo. Un gioco di incastri, un puzzle sempre alla ricerca della tessera adeguata, un mosaico scheggiato nei dettagli ma armonico nell’insieme. Questione di prospettive. E di equilibrio: avanzare su di un filo sottile con lo sguardo fisso all’orizzonte, a dispetto della paura di cadere.

Ma la corda si è spezzata. Quando il piano sembrava procedere alla perfezione. Succede sempre così, no? Sul più bello crolla tutto. Possibile che in un attimo si frantumi quanto era stato costruito con tanta dedizione? Non potrebbe essere solo un disagio passeggero? Qualche giorno di riposo poi si riparte. Facciamo una settimana. Anzi due. Che diventano tre, quattro, e… Segni di miglioramento? Zero. Anzi, va sempre peggio, peggio che mai. Diagnosi e prognosi, cause ed effetti, tesi e antitesi: un film già visto. Il ritorno di un incubo. Dove ho sbagliato? Cosa dovrei riconsiderare – o ritentare? Proprio nel più nefasto dei periodi, con la pandemia che dilaga e i soldi che ormai non bastano neppure per mangiare, mi ritrovo inerme e sfiduciata. Completamente spenta, Mi ostino a sfiancarmi con attività alternative, pur chiedendomi a che scopo, tanto non correrò più. Temo il giorno in cui la stanchezza, ora solo mentale, si abbatterà anche sul mio fisico, così da ridurmi ad un’ameba. Il tanto vituperato 2020 sta per finire. Al 2021 non voglio neppure pensare.  

 




                                                                                                                                                   

mercoledì 5 agosto 2020

Diecimiglia (anzi, tre) del Garda

Si può correre senza allenarsi? Ci si può allenare senza un obiettivo? La motivazione può essere alimentata semplicemente dalla sfida con se stessi? Tecnici ed esperti hanno materia su cui sbizzarrirsi, un dibattito aperto ad ogni sorta di interpretazione. Onestamente, non mi sono interrogata tanto sulla questione: anzi, non mi sono affatto posta il problema. Troppo concentrata sulla tenuta del mio fisico per potermi lamentare dell’assenza di gare. Anzi, a ben pensarci, lasciare lontani gli appuntamenti importanti può essermi di giovamento: più tempo per ritrovarmi, per ricostruire i gesti, per reimpostare gli schemi. Il grande evento è sfumato? Pazienza. Io continuo ad impegnarmi “come se”, seguendo le amate tabelle, annotandomi progressi e delusioni. In funzione della mia soddisfazione e, soprattutto, del mio equilibrio psicofisico – e scusate se è poco.

Capita poi, inaspettata, l’occasione di appuntarsi un pettorale. Così, all’improvviso, senza quasi avere il tempo per pensarci né, tanto meno, per programmarsi. Cinque chilometri scarsi, il breve ma intenso che non ho mai saputo gestire. Percorso sconosciuto, località sconosciuta, sconosciuti i partecipanti. Perfetto. Sono allenata? Abbastanza. In questi mesi mi sono impegnata, determinata e concentrata nonostante tutto: posso dire di non aver perso un colpo. Sono preparata? No. Nel senso che gareggiare non era affatto nei mei pensieri. Meglio così. Improvvisiamo e divertiamoci.

Già, divertiamoci. Cosa ci vuole? Basta alleggerire la testa, liberandola dai soliti, nefasti pensieri. Come si comporterà il piede? Sopporterò l’affanno? Saranno adatte le scarpe? E se sorgesse qualche nuovo acciacco? Notte tormentata, tra l’ansia per la sveglia in orario assurdo e il temporale che infierisce con sadica violenza. Il viaggio è lungo, iniziato con acqua a secchiate e proseguito attraverso squarci di sereno. Il lago, finalmente. Le emozioni si affastellano tra l’orizzonte e la memoria: quel capodanno romantico, un secolo fa; la gita di Pasqua, qualche mese più tardi, attrezzati per affrontare la ferrata dell’amicizia. Un’altra escursione all’Altissimo di Nago. Quindi le corse. Un’allegra competizione organizzata dalle radio italiane, a Riva del Garda. Poi, anni dopo, i campionati italiani di mezza maratona a Polpenazze dove, formichina tra i giganti, conquistai persino un premio di categoria. L’album dei ricordi è ancora aperto, tante devono essere le pagine da valorizzare e oggi aggiungeremo una nuova figurina.

La strada si inerpica, cambia il paesaggio e anche la temperatura: quasi uno shock termico, dopo i quaranta gradi sopportati fino a poche ore fa. Navazzo si presenta silenzioso e tranquillo, ancora addormentato. Una strada e, sul cucuzzolo, una chiesa. È lassù che si concentra tutta la vivacità del borgo: là pulsa il cuore della gara. Diversi operatori si occupano della consegna dei pettorali, così da non creare code né assembramenti. Ovviamente si accede con mascherina, previo controllo della temperatura. Ricevo la busta e il pacco gara (acqua, birra, brioche, borraccia e maglia tecnica). Ho tutto l’occorrente, non mi resta che correre. Sì, ma non con quella faccia! Va bene, si tratta sostanzialmente di un cross, ma ne hai fatti tanti e te li sei persino goduti. Avevi le chiodate? Dettagli. Qui il percorso è vario, bello mosso, diciamo allegro. Allegramente accedo allora all’area di riscaldamento (un piccolo campo da calcio), dopo l’appello dell’organizzazione e un ulteriore controllo della temperatura. Partenze individuali, a chiamata, con venti secondi di distacco tra un atleta e l’altro. Iniziano subito le difficoltà: discesa a tornanti, condita con tappeto di foglie bagnate. Mi sento subito ridicola. E il bello deve ancora venire. Subito dietro l’angolo, al termine della rampa, curva secca a destra e via sul prato. Morbido, un bel manto erboso, tutto sommato abbastanza compatto. Ma è pur sempre campagna. Ed è tutto un su e giù. Scendi di là, risali da quella parte, poi di nuovo indietro, zigzag qua e là, per poi arrampicarsi alla riconquista dell’asfalto. Nemmeno il tempo per riassestarmi, che mi ritrovo di nuovo coi piedi sull’erba. Sono piantata. Sarà normale tutta questa fatica? Riuscirò ad arrivare viva? Ho già subìto due sorpassi, mi sento un’ameba. Quelle che ho superato io non fanno testo – tranne una, che ha cercato di tagliarmi la strada per non farmi passare: vederla schiattare è una goduria. Quando finalmente si abbandona il campo, resta circa un chilometro di sofferenza. Ancora qualche gimcana, poi l’attacco alla rupe. La salita mi sfianca, come non ne avessi mai affrontate in vita mia. C’è gente che incita, dai che è finita! Uno scatto di orgoglio, per racimolare le ultime energie sopravvissute. Che pena, però, su quei tornanti. Accenno uno sprint negli ultimi metri, ma ormai la figuraccia è fatta. 


Pessima prestazione. Ma chi se ne frega! Ho riassaporato il gusto delle giornate più belle. Un ritorno. Una ripresa. Una promessa.


sabato 25 aprile 2020

Bella ciao!

Da quanto tempo non parli di corsa? Silenzio confuso e imbarazzato. Scaramantico. Temi di riferirti a qualcosa che non ti riguarda più: evocare il passato ti deprime, auspicare al futuro ti incupisce. Fluttui in un limbo di paradossi e contraddizioni: tra la smania di ripartire e il terrore di muovere un passo; da un’esplosione di energia a una ricaduta nel dolore; tra i “vorrei e non vorrei” e i “dovrei ma se poi”. Difficile crederci, dopo che la chirurgia ha peggiorato anziché risolvere, dopo aver visto affondare tutti i tentativi, dopo aver perso anche il piacere di una semplice passeggiata. Fino a quando le risposte paiono finalmente trasmettere il sapore della concretezza. Non sai se la svolta sia generata dentro o fuori di te, e forse poco importa. Fatto sta che sul finire del 2019  hai azzardato alcuni passi di corsa – dopo tre mesi di stop totale, preceduti da tre anni tormentati. Un minuto alla volta, ed è già una grande impresa. Che ansia! Ritrovare un gesto perduto è oltremodo complicato, quello che dovrebbe essere naturale risulta goffo e scoordinato. Sei sicura di essere ancora in grado di correre? Ecco, questo è il tarlo. La paura di volare: il terrore di cadere che ti impedisce di goderti lo spettacolo. L’ansia di ripiombare nell’incubo. Perché il dolore è ancora lì che preme, dovrai rassegnarti a conviverci: dovrai essere tu a dominarlo. Non lasciare che condizioni i tuoi pensieri, che influisca sulle tue azioni, che smorzi la tua vitalità. Prenditi cura di te, coccolati e vivi. Belle lezioni. Più difficile metterle in pratica. Ma non c’è fretta. L’inverno e il freddo non giocano a tuo favore, ma hai imparato ad affrontare le avversità. Riesci ad apprezzare i minimi progressi e a reprimere i sintomi negativi. Frulli entusiasta tra palestra, piscina e corsa. Quasi come un’atleta vera. L’obiettivo punta avanti, verso l’estate e oltre. Ogni giorno un nuovo tassello, fino a completare il puzzle.
Succede poi che, all’affacciarsi della bella stagione, quando i sensi e le sensazioni sono effervescenti e il gusto ha sfacciatamente surclassato la fatica, si presenti un bislacco intruso. Misterioso e infimo. Bastardo. Sparge ovunque morte e angoscia, impossibile non sentirsi minacciati. Tu, poi, che appena senti parlare di una malattia ne avverti subito tutti i sintomi… Proprio quando stavi ricostruendo il tuo percorso con determinazione e continuità, ti trovi a dover fronteggiare nuove ansie. Proprio quando il dolore sembrava non ricordarsi tanto bene di te, ti costringono a fermarti. Perché questo virus, oltre i polmoni, infetta anche le menti. Un delirio collettivo, un diffondersi repentino di astio e prepotenza, una caccia irrazionale al colpevole, al trasgressore: al capro espiatorio. Le istituzioni spargono a oltranza ordinanze e decreti raffazzonati e ambigui, alimentando lo sbando totale dell’opinione pubblica. Correre diventa un atto criminale. Come se il tuo passo solitario e il tuo respiro, lontano da tutto e da tutti, potessero danneggiare chicchessia. Come se la tua passione, dettata da amore per il corpo, per la mente, per la salute, fosse un vizio oltraggioso e irresponsabile. Certo, molto meglio schiamazzare sui balconi, cucinare e ingozzarsi all’inverosimile, accalcarsi al supermercato. Molto meglio dar sfogo alla violenza repressa, vomitando sui social accuse e aggressioni - ma sempre con l’hashtag adeguato.
A te, che di social hai decisamente poco (per non dire nulla), questa quarantena disturba relativamente. Evitare l’ufficio, anzi, è un toccasana. Quanto a frequentazioni, incontri, aggregazioni: non partecipavi neppure prima. Ma rinunciare alla corsa sì, questo ti pesa. Non perché avessi chissà quali ambizioni, nemmeno perché stavi giusto cominciando ad ingranare. Semplicemente perché non ha alcun senso. Hai trascorso anni cercando di comprendere la ragione che ti impediva di risolvere il tuo problema, ora che hai trovato un bandolo non puoi tollerare limitazioni dettate da assurdità. Quindi, allacciati le scarpe e vai. Attorno a casa, d’accordo, nel raggio di quella ridicola prossimità che hanno imposto, avanti e indietro come una scheggia impazzita. Per non impazzire. Nell’attesa di una normalità che in fondo non è mai esistita. Del resto, al futuro incerto sei abituata.


domenica 13 ottobre 2019

01:59:40


Ho accolto la notizia con scetticismo, per non dire indifferenza. Un altro circo come quello allestito due anni fa a Monza, giusto per aumentare le vendite di quelle fantascientifiche scarpe – che fanno credere anche all’ultimo dei tapascioni di poter battere tutti i record. Poi comincio a dare un’occhiata a qualcuno dei video che promossi da Ineos. Un’operazione di marketing di tutto rispetto, al fine di rendere l’evento un’esperienza a cui è impossibile sottrarsi. Al centro di tutto c’è l’uomo, prima che il campione: più che i primati, le vittorie, le prestazioni straordinarie, ne viene mostrata l’umiltà, la dedizione, la vita spartana. Una rosa nel deserto. Concentrarsi su un obiettivo e vivere in funzione di esso, senza fronzoli e senza distrazioni, lavorando sulle proprie capacità e fondando su di esse una sicurezza inossidabile.

Sveglia alle 7.30, per essere in perfetto orario davanti alla TV. Non so cosa aspettarmi, non riesco a farmi un’idea circa il risultato, né so cosa mi soddisferebbe: un fallimento, per poter credere che il futuro sia ancora là da venire e tanta strada sia ancora da percorrere, o un successo, per dare una scossa all’intero panorama atletico e far sognare un po’ noi piccoli esseri. Di sicuro io, che sono nata nell’anno del primo uomo sulla Luna, ora sto per assistere a qualcosa di simile.

Le immagini che precedono la partenza assomigliano a quelle di qualsiasi grande maratona: un manipolo di africani che scalpitano sulla linea di partenza. Lo sparo apre le danze: con una coreografia perfetta prende forma lo schieramento che scorta il predestinato verso l’impresa. Sette uomini in posizioni strategiche scandiscono e riparano un ritmo che sfiora l’impossibile. Tutto all’interno di una corsia ben tracciata, seguendo un raggio verde proiettato dall’auto che determina l’andatura. Terminato un giro, con sapienti pennellate sfumano le prime lepri e si innesta il secondo gruppo: la stessa geometria, la medesima figura costruita ad arte. Sì, quello che stanno realizzando questi 41 uomini è un’opera d’arte. Qui non viene sublimata solo la prestanza fisica: quello che è stato pianificato in mesi di studio è un vero inno alla bellezza del gesto atletico. Sono incantata dalla perfezione con cui questi corpi si muovono: e non si tratta solo  della tensione dei muscoli o dell’equilibrio dell’incedere, elementi che si possono ammirare in qualsiasi manifestazione di alto livello. Ciò che rende unico questo spettacolo è la costruzione armonica dei gesti. In una sincronia impeccabile, persino le espressioni sembrano rivelare un ruolo ben preciso: più tesi i volti degli atleti in posizione laterale, più rilassato quello del capitano che precede Kipchoge. Lui, appunto, il fulcro di tutta l’operazione. Non lascia trasparire nulla. Cosa starà pensando? Che cosa passa nella testa di un uomo che sta correndo verso la storia? Impassibile, quasi  come non respirasse neppure. È umano costui? Poi lo vedi sbuffare e capisci che, forse, un po’ di fatica la stia provando. Però, nell’ultimo giro, quando ormai il miracolo ha preso forma, lo vedi attento alle inquadrature: si accorge di essere inquadrato e sorride. Dico: dopo quasi 40 chilometri ad un ritmo forsennato, quest’uomo riesce a sorridere! E il sorriso si allarga a mano a mano che si avvicina al traguardo. Una gioia serena, sicura, intensa. Di chi sa quanto vale e non ha bisogno di ostentarlo. Alza le braccia e si batte il petto verso la linea di un nuovo mondo. Il raggio verde si è spento già da un chilometro, gli angeli custodi sono arretrati: ormai non ha più bisogno di nulla, ormai ha tutto.

Tutto ciò che c’era di costruito, artificioso, commerciale dietro a questo evento, cade in secondo piano. Io ho visto solo uno spettacolo di ineguagliabile bellezza, il capolavoro di un uomo straordinario che ha saputo coinvolgere ed emozionare. Fino alle lacrime.

lunedì 29 luglio 2019

Magiche staffette


Adesso che sono finite, cosa faccio? Mi fermo, di nuovo ai box, guarda caso. Sembra fatto apposta: se ho zigzagato tra gli acciacchi dalla prima all’ultima staffetta, riuscendo ad impegnarmi al massimo ad ogni appuntamento, ora sono sul punto di arrendermi. Il calcagno è insopportabile, non mi concede nessuna tregua. E il mio incedere claudicante destabilizza l’intero organismo. Muscoli e articolazioni in rivolta, mi sto piano piano decomponendo.

Eppure, sembrava che tutto procedesse più che dignitosamente, sono persino riuscita a correre a velocità vicine a quelle dei tempi migliori. Certo, l’esordio non è stato dei più brillanti. Ma in quella fredda sera di inizio primavera potevo avvalermi di diverse attenuanti: totale assenza di allenamento, raffreddore in incubazione, orario, clima e percorso imbarazzanti. Per non parlare dell’inesperienza verso questa tipologia di gara. Di staffette ne avrò corse tre o quattro in tutta la mia vita, in un passato ormai troppo lontano. Non so come si interpretano, né come si gestiscono. So solo che bisogna correre forte. Ecco, qui casca l’asino. Il mio “forte” è all’incirca quello che per i miei compagni di squadra corrisponde al ritmo di riscaldamento. Ho detto compagni, e non si tratta di un refuso. L’idea era quella di ricostruire il fantastico trio del giro delle Eolie 2017, ma il mio entusiasmo coinvolge solo Pez. Il terzo uomo, Daniel, lo conosciamo la sera stessa, e la sua carica sarà determinante. Freddo, pioggerella, buio pesto: condizioni perfette per una pessima figura., Nonostante tutto (soprattutto, nonostante me), non arriviamo ultimi. Una fatica colossale, come una lunga ripetuta - chi se le ricorda più? Scattante ed esplosiva non lo sono mai stata, né potrò mai esserlo, ma se nei prossimi giorni riuscissi ad attivare la modalità “allenamento” qualcosa si potrebbe migliorare. Una certezza comunque l’ho acquisita: quella della staffetta mista è stata un’idea geniale. Non facciamo classifica, non abbiamo nulla da vincere né da perdere: gareggiare senza ansia da prestazione, spremersi al massimo per quei pochi minuti, tra l’incitazione dei compagni. Che, insieme al testimone, ti passano anche la loro foga. Gli avversari non ti considerano, tanto non sei una minaccia: e tu ricambi la cortesia, non curandoti affatto della posizione di chicchessia (e nemmeno della tua). Adrenalina senza stress, è quello che mi serve.

La seconda prova si presenta dopo un mese. Un’altra serata gelida, l’inverno quest’anno non ha fine. E anche questa gara è interminabile: inizia tardi, dura il doppio e termina a notte fonda. Mi tocca correre all’ora in cui di solito abbraccio il cuscino. Mi sarò scaldata abbastanza? Sopporterò le scarpe nuove? Reggerò due frazioni senza cadere a pezzi? Una staffetta moltiplicata per due è una vera agonia. Arrivo in ginocchio, dolorante in ogni cellula. Ma quando leggo la mia prestazione sul Garmin rinasco. Vedi, basta poco. Ci vorrebbe solo un po’ di continuità, tornare alle buone abitudini, riappacificarsi col corpo e con la mente.

L’illusione di un attimo. Provo a riprendere la routine degli allenamenti e alla mia seduta preferita, le salitelle, il polpaccio dice stop. Non avevo mai sofferto in quest’area, e non mi spiego perché da qualche mese a questa parte sia diventato il mio (nuovo) punto debole. Destro e sinistro a fasi alterne. Si deve essere rotto qualche altro ingranaggio: la postura, l’appoggio, la struttura. Sta di fatto che arrivo alla terza prova al culmine dell’incertezza. E stavolta si tratta di un cross, da affrontare con le chiodate: l’ideale per un tallone e un polpaccio andati a male. Mi angoscia l’idea di cedere sul più bello, quando i miei compagni mi aspettano al varco. Invece… Saranno state le scarpette fiammanti, o l’erba fresca, oppure l’energia di un pettorale e di voci incitanti. In quel terreno accidentato, tra quei zigzag, ho volato. Il polpaccio? Chi ci pensa più. 


Castenaso, di nuovo erba, e per finire un po’ di pista. Questo campionato permette di sperimentare ogni sorta di terreno, mi dovrò adeguare. La nostra squadra, del resto, deve adeguarsi alla defezione di Pez, che preferisce solcare altre strade. Peggio per lui, fortunatamente non mancano degni sostituti. Fabio prima, Ladislao oggi. La parola d’ordine è divertirsi. E poco importa che quello che ho stampato sul volto assomigli più ad un ghigno che ad un sorriso. Ogni volta credo di morire, ma ogni volta mi sento al settimo cielo.

Arriva giugno, e la mia staffetta preferita. Non chiedetemi perché. Obiettivamente di bello non ha proprio nulla: strade anonime in una zona squallida. Forse perché è stata la mia prima staffetta, nei miei anni migliori; forse perché qui mi sono espressa degnamente anche in tempi non troppo remoti. Insomma, per gli arcani misteri del cuore, al Pioppeto sono affezionata e sono oltremodo contenta di poterla affrontare. Spingo al massimo nei rettilinei, cerco di non rovinare tutto nelle curve, e realizzo un tempo per me stratosferico. Sono talmente entusiasta da lasciarmi convincere a partecipare al diecimila della domenica successiva: le colline del Secchia. Bella corsa, per quel po’ che ricordo: poteva essere il 2003 o il 2004, correvo per il Ghinelli e andammo in rappresentanza della Uisp per contenderci non so quale trofeo. Diluviava, e un’avversaria di stazza mastodontica cercò di farmi fuori con una spallata – non mi è ancora andata giù. Me la ritrovo sulla linea di partenza anche stavolta. La domino per un po’, fino al risveglio del tallone maledetto. Se al dolore aggiungiamo la scarsa condizione generale, ne esce una gara penosa.

Una decina di giorni per rimettermi in piedi: si gioca in casa, vietato mancare. Manca invece Daniel, anche lui acciaccato: e io che pensavo di avere l’esclusiva dei malanni.  Fabio e Ladislao sono i miei fidi scudieri. Il drago da infilzare consiste in un perimetro rettangolare di un chilometro scarso, ostacolato da fittoni e tratti bui, da ripetere due volte. Esatto, un’altra staffetta “doppia”. No, questa formula non trova alcun consenso, ma vediamo di farcela piacere. Come sempre, temo di fallire, di crollare anzitempo. Invece, denti stretti e cuore in gola, mi spremo fino all’ultimo metro.

Percorso bizzarro quello di Casalecchio. Un po’ di asfalto, un po’ di erba e un po’ di bossoli. Siamo in un campo di tiro a volo, e meno male che non siamo noi i bersagli. Troppe curve, secche, a gomito; troppi cambi di direzione e di terreno. Fatico a spingere, non trovo passo né ritmo. Stavolta non mi sono piaciuta, e il calcagno riprende a disturbare troppo.

Una settimana difficile quella che precede la staffetta di Ca’ de Fabbri. Il dolore è di nuovo al centro della mia attenzione, ancora a disturbare il mio quotidiano. Rincorro una sorta di condizione atletica che continua a sfuggirmi, e la sconfitta è sempre più concreta. Devi insistere, convincerti che è solo una questione di resistenza: di riabituare il tuo piede e il tuo organismo al gesto della corsa. Puoi riuscirci solo correndo. Già, ma come? Con un coltello conficcato nel calcagno, con muscoli, tendini e ossa tesi e disarticolati come in un burattino impazzito? Non è meglio rassegnarsi all’evidenza? No, non ci riesco. E porterò a termine anche la penultima prova. Impegnativa come tutte, come tutte tirata al massimo. Ridicola in termini assoluti, importantissima per me. 
 

Affossare l’entusiasmo è questione di un attimo. Basta avvertire di nuovo una scossa al polpaccio, e tornare sui tuoi passi con la coda tra le gambe. Dai, che non è nulla. Un bel massaggio, qualche giorno di riposo, e sarai pronta per l’ultima staffetta. Forse. Intanto, di riprendere ad allenarsi non se ne parla proprio. Riesci giusto a sgambettere attorno a casa, come nemmeno l’ultimo dei tapascioni. Quasi speri che la prova della Ca’ Bura venga annullata. Con questo diluvio, tra tuoni e fulmini, sarebbe legittimo: ne va dell’incolumità dei podisti. Invece no, bisogna rendere onore al gran finale. Così non resta che confidare nell’effetto del Voltaren – e in quello del pettorale. Quando Daniel mi passa il testimone, do sfogo a tutta la grinta e la rabbia che ho in corpo. Cerco di non farmi intimidire dalla salita scivolosa, e di minimizzare i danni in discesa. Ora dovrei sprintare fino al traguardo, ma fatico a tenere alto il ritmo. Potevo chiudere meglio, non mi è riuscito. Scarsa di rendimento, di condizione, di tutto. 


Adesso che sono finite, cosa faccio? Manca un mese all’evento più importante dell’anno e io sono lontana anni luce dall’essere pronta. Contavo nella ripresa, ma qui si continua ad affondare. Peggio dell’anno scorso. Con le ambizioni azzerate, anche le speranze si riducono al lumicino – e l’idea di mollare definitivamente tutto si fa sempre più assordante. Non vedo appigli, e il naufragare in questo mare non mi è affatto dolce. Mi aggrappo a chi ancora crede in me. Dobbiamo essere più forti del dolore. Ricordamelo ogni giorno, ogni istante.


martedì 23 aprile 2019

Da Lovoleto a Soragna, attraverso la Romagna: la sfida è iniziata


A ogni incontro con la primavera
non so star quieta – sorge il desiderio
antico, un’ansia mista ad un’attesa,
una promessa di bellezza
e una gara di tutto il mio essere
con qualcosa che in essa si nasconde.
Quando la primavera svanisce
v’è il rimorso di non averla guardata abbastanza.
(Emily Dickinson)

Rassegnarsi o perseverare? Ammettere l’ineluttabile o confidare in altri orizzonti? In termini concreti: accontentarsi di quattro passi in compagnia o impegnarsi per nuove sfide? Credendoci ancora. Che sia questo l’errore? Credere nell’impossibile. Come se le favole avessero un fondamento, come se a tutto potesse porsi rimedio. Non essere così negativa, ti dicono. Già, perché mai dovrei esserlo? Perché abbattersi se dopo due anni, due interventi chirurgici, infiniti farmaci e terapie d’ogni sorta l’unico risultato è il nulla? Proviamo pure a non pensarci e corriamoci sopra. Che magari, così come è arrivato, quel dolore se ne andrà, hai visto mai. Dimenticati di lui, come se non esistesse: anzi, come se non fosse mai esistito. Cancellalo dai tuoi pensieri, dal tuo vissuto: rimuovilo da tutti i ricordi, da ogni pagina della tua storia. È altro da te. Tu non sei quel dolore: tu sei GoValeGo! Che non significa piangere sulla beata gioventù che non può tornare: significa concederti la possibilità di gioire ancora. Qui e ora. Gioire della sofferenza: quella bella, data dai polmoni che esplodono, dalle gambe di piombo, dalla vista che si annebbia nel fissare il miraggio del traguardo. Questa è l’agonia che ti rende viva. Vuoi proprio che uno stupido calcagno infiammato, un noioso muscolo contratto, una banale influenza ti sottraggano la tua linfa vitale? Probabilmente nella tua vita precedente eri un orribile criminale, e ora stai scontando tutte le tue pene. Ma verrà il giorno del riscatto, e dovrai essere pronta. Non importa se ora ti senti un gambero (per tre passi avanti, due sono a ritroso); non ti curar del male che un giorno sembra dormire e il giorno dopo scalcia come un indiavolato; non contare i troppi secondi che appesantiscono la tua media al chilometro. Concentrati su quel chilometro in più, su quel sorpasso che non speravi di compiere, sulla meraviglia di ciò che stai realizzando. Stai correndo. Non come vorresti, non quanto vorresti. I risultati non ti soddisfano, le incertezze ti destabilizzano, il supplizio è una costante. Ma tu non abbassi la testa. Anche a costo di sfiorare il ridicolo. Perché buttarsi in una staffetta composta da soli uomini, rischiando l’ultimissimo piazzamento, richiede un grande coraggio. Così come inanellare quattro gare in tre settimane, senza nessun allenamento, sfidando acciacchi cronici, contratture nuove, tosse, febbre e… Cosa manca? Forse un giorno troverai un bravo esorcista. Nel frattempo, si sappia che GoValeGo è viva e lotta insieme a voi. Antipatica come sempre, scontrosa e intrattabile come solo lei sa essere. Ma smaniosa di buttarsi a capofitto su di una tosta tabella di allenamento, verso allettanti obiettivi. Che ad aggiustare il tiro c’è sempre tempo.

Per la cronaca, queste sono le recenti competizioni sulle quali ho lasciato un’insignificante traccia:
  • 31 marzo – 5mila di Lovoleto (non ultima, ma quasi)
  • 7 aprile – 10mila di Alfonsine (non correvo 10 km da novembre)
  • 12 aprile – Staffetta della Montagnola (1km di agonia, più piano di così si cammina, ma che ridere!)
  • 14 aprile – 5mila di Russi (la miglior media dell’ultimo anno di corsa)
  • 22 aprile – 9,8 km, Criterium degli Assi a Soragna (tosse, febbre, antibiotici: cosa aspettarsi?)

What’s next? Difficile dirlo. Sogno il giorno in cui potrò affermare con determinazione i miei progetti immediati e futuri. Per ora so che oggi mi alienerò sui rulli: l’inverno è duro a morire, ma io lo sono di più.



venerdì 1 marzo 2019

Trofeo Otto Comuni - Finale


Mi si nota di più se vado e non mi piazzo, o se resto a casa e realizzo che avrei potuto piazzarmi? Sì, ma quante possibilità ho? Il calcolo delle probabilità è a mio sfavore, e l’idea di guidare un’ora per correre 6 chilometri non alletta molto. Però, qual è l’alternativa? Tentare una corsa solitaria, col rischio di fermarmi a ripetizione per il dolore, oppure partecipare alla camminata domenicale, col sorriso di circostanza di fronte ai tanti come stai. Domenica rovinata in entrambi i casi. Certo che, anche andare fino là per un pugno di mosche… Insomma, mai una volta che prendi una decisione senza se e senza ma. Vai a quella cacchio di gara, somara! Ne avessi corsa almeno un’altra, il podio del trofeo sarebbe assicurato. Così invece puoi solo sperare in magico incrocio di evenienze: un numero al lotto, perché la tua condizione non ti concede nessuna certezza. Nemmeno quella di riuscire a completarli, quei miseri sei chilometri. Puoi solo fare affidamento sulla santa adrenalina, grazie alla quale dolori e affanni vengono ridimensionati – mentre nei pochi e maldestri allenamenti danni fisici e turbe mentali incombono come mannaie, aggravando ogni minuto di corsa. Esasperante.

Due giri, non mi piace: non amo tornare sui miei passi, preferisco l’andata e ritorno, vedere l’arrivo solo alla fine. Partenza imbottigliata, strade strette, curve e ricurve. Scalpito. E mi innervosisco. Il primo chilometro è decisamente lento, e le mie avversarie sono tremendamente lontane. Che poi, quali sono le mie avversarie? Non so proprio con chi mi stia giocando il terzo posto e, onestamente, preferisco non saperlo. Ho risorse limitate, che gestisco a fatica. Questa distanza, poi, per me è un’assoluta incognita. Non così corta da permetterti di sparare tutto e subito, né così lunga da consentirti giochi tattici. Senza contare il fatto che io, quanto a tattica, sono sempre stata una schiappa. Domenica scorsa sono partita come un razzo, per poi pagarla nel finale. Oggi, con l’intasamento, ho da subito tirato i freni, ma poi? L’aria è decisamente fredda, troppo per i  miei gusti. Rispetto ad una settimana fa, mi sento più impacciata. Cerco di curare l’andatura - piedi gambe braccia, controlla! Sarebbe bello sciogliere le briglie nel secondo giro, è così che si dovrebbe fare. Se solo avessi più chilometri nei miei muscoli, se solo avessi potuto allenarmi decentemente…succederà mai? Non è il momento, nessun dubbio è ammesso ora: ora l’imperativo è spingere al massimo fino all’ultimo metro. Insomma, più o meno. Impegnarsi, dai: che non si dica potevi fare meglio.   

Sarebbe bello se, a giochi conclusi, si potessero consultare le classifiche. Invece no, tocca assistere alla premiazione di tutte le categorie, dai neonati agli anziani. Naturalmente, le vecchie sono le ultime ad essere considerate. A teatro ormai svuotato, apprendo che potevo tornarmene a casa subito. Pazienza. Ci ho provato, no? Vado a sfogarmi un po’ sulla cyclette, meditando sul da farsi nei giorni a venire. Senza un obiettivo mi manca la motivazione; senza uno stimolo mi manca la forza di sfidare il dolore. Rischio di spegnarmi proprio quando la stagione va accendendosi. Reagisci!



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