Ad un giorno dall’intervento mi trovo in modalità “perché
l’ho fatto”. A dire il vero, il dubbio è affiorato abitualmente in questi mesi
d’attesa: che senso ha rischiare nuovamente, dopo i precedenti fallimenti?
Ormai, non sarebbe più saggio accontentarsi di ciò che sono in grado di fare?
Qualche passeggiata, allenamenti con i pesi a casa, un giretto in bici ogni
tanto: vita attiva per un’anziana signora. Invece no. La vecchietta non riesce
a rassegnarsi: non è in grado di accettare che dopo sedute di buoni
allenamenti, con la prospettiva di una discreta mezza maratona, si ritrovi di
nuovo a zoppicare. Il piede versa ancora in condizioni disastrose: due
interventi non sono serviti ad altro che a peggiorare la situazione. Persino
camminare diventa un’impresa, ad ogni passo tocca stringere i denti per il
dolore. Di tornare da chi mi ha fresato il calcagno, non se ne parla proprio:
avrà pure sistemato brillantemente fior di atleti, ma io preferisco censurare
la mia opinione sul soggetto. Non disponendo di conoscenze, né di possibilità
economiche, opto per l’istituto ortopedico più accreditato della città, che vanta
un reparto specializzato sul piede. Mi visita un dottore giovane, dal
curriculum decisamente accattivante, che reputa utile aprire quel tallone per perfezionare
ciò che non è stato sufficientemente ripulito. Mi metto dunque in lista,
conscia che l’attesa sarà lunga. Avrebbe potuto persino non esserlo tanto, se l’interessata
non fosse perseguitata dalla sfiga. Prima il Covid, che agisce su due fronti:
inizialmente comporta il blocco degli interventi poi, superata l’emergenza,
capita che la data proposta per l’operazione coincida con quella della seconda
dose di vaccino, improrogabile. La chiamata successiva andrebbe invece a
sovrapporsi all’appuntamento fissato per la firma del contratto d’affitto. Sì, perché
i teneri padroni di casa ci hanno chiesto gentilmente di levarci di torno il
prima possibile. Giusto, no, che a possidenti milionari siano concessi
contributi economici per ristrutturare i loro immobili, alla faccia di chi ha rimpinguato
per anni le loro casse, senza sostegno alcuno. Tocca così trovare in fretta una
soluzione, la meno dolorosa possibile. Il trasloco è comunque un evento
traumatico e adattarsi al nuovo ambiente lo è ancora di più: tra me e
Cleopatra, non so chi si ambienterà prima. E mentre agosto trascorre tra
pulizie e scatoloni, arriva la telefonata dell’ospedale, stavolta non si
scappa.
L’organizzazione lascia alquanto a desiderare: mi avevano
chiesto disponibilità per il 16 settembre, ma quando mi chiamano per definire i
dettagli è diventato il 15. In realtà il tutto inizia lunedì 13, con gli esami
di preparazione. E martedì 14 vengo ricoverata, nel primo pomeriggio. A che
pro? Che senso ha occupare inutilmente una stanza per un giorno intero? Non passa
mai, nemmeno sanno dirmi a che ora entrerò in sala operatoria, l’indomani. Solo
nella tarda mattinata del fatidico giorno mi avvisano che sono l’ultima della
lista. Ho quasi un mancamento. L’attesa termina quando mancano pochi minuti
alle due di pomeriggio. E dopo un paio d’ore sono di nuovo in camera. Come sia
andata lo scoprirò solo in futuro. Nell’immediato, spero solo che le gambe si
risveglino in fretta e che possa finalmente dissetarmi.
Ingessata fin sotto il ginocchio, non potrò appoggiare il
piede per le prossime quattro settimane. È questa la parte più difficile: la
mancanza di autonomia. Spostarsi con le stampelle è ovviamente un disagio:
quando la casa è su due piani diventa un delirio. Diciannove gradini per
raggiungere la stanza da letto e il bagno più grande: sapevo che salire sarebbe
stato impegnativo, ma non immaginavo lo fosse così tanto. Non riuscire a
lavarsi, a prepararsi i pasti, a spostare le cose. Sempre con la paura di
sbilanciarsi, di cadere, di procurarsi ulteriori danni. Sempre con la
sensazione di sentirsi un peso, di rompere le scatole, di porsi in modo
sbagliato. Se non altro, il dolore è più che sopportabile. Almeno quello. I nervi,
invece, sono prossimi al punto di rottura. Perché, ovviamente, tutto sembra
remare contro. Il medico di famiglia è in ferie, la farmacista si rifiuta di
consegnarmi i medicinali prescritti sul documento di dimissione, la visita di
controllo è fissata nel giorno in cui Jader sarà lontano. Insomma, vorrei
sbattere le stampelle in testa al mondo e maledico il giorno in cui ho
accettato di sottopormi a questa prova. E sono solo all’inizio.
