sabato 19 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 17


Serata trascorsa in compagnia di Philip Roth, fino all’ora di andare a letto. Mi sveglia il rientro di Jader, fatico un po’ a riaddormentarmi, nonostante provi a cullarmi con rosei pensieri. Mi ha sempre affascinato l’andamento della perdita di coscienza: quel momento in cui ti rendi conto che la tua mente sta divagando, percepisci l’assurdità dei tuoi ragionamenti e capisci che sei in procinto di addormentarti. Terrificante è quella scossa che ti riporta brutalmente alla realtà, come se la tua coscienza rifiutasse di assopirsi e lottasse per mantenerti in uno stato vigile. Niente di grave se si tratta di un episodio sporadico, angosciante se si protrae per tutta la notte, per diverse notti di seguito. Non voglio pensarci,quel periodo non deve tornare.

La crisi si affronta e si supera, quali che siano le avversità. Mi sto impegnando, e giorno dopo giorno acquisisco un pizzico di fiducia in più. Importante: sento di non essere sola. Questo mi inonda di gratitudine e di responsabilità: guarirò per me stessa e per chi crede che possa farcela. Dimostrerò che ho ancora qualcosa da dire – e da fare.

A proposito di “fare”: oggi mezz’ora in più sulla cyclette (i primi 60 minuti tranquilli, poi variazioni di 1 e 2 minuti), poi solita oretta di core. Quindi, concentrata sul Giro: finalmente una soddisfazione. Visto? Anche Froome mi dice che dopo una caduta si può ancora vincere. D’accordo, il confronto è spietato, ma a qualcosa bisogna pure aggrapparsi.



venerdì 18 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 16


Andata a dormire con un fermo proposito: domani starò bene. Proposito che risuonava nella testa, quando l’ho appoggiata sul cuscino. Ma che, dopo qualche minuto sotto le coperte, ha cominciato a deviare verso altri intendimenti. Ecco ripresentarsi la reazione nervosa che ha reso insonni troppe notti, costringendomi a ricorrere a pericolosi farmaci. No Valentina, no! Hai detto che domani starai bene: stampati un sorriso su quella faccia da funerale, respira profondamente e mettiti subito a dormire.

Stesso fermo proposito al risveglio. Non ascoltarlo, quel male. Lo sai, appena alzata è normale, poi si affievolisce. Oggi starai meglio, vedrai. Non benissimo, ovvio. Ma a ieri non penserai più, e sarai soddisfatta dei tuoi progressi. Scegli un’attività che ti distragga, spezza la routine degli ultimi giorni e dedicati a ciò che ti impegna maggiormente: inizia a pedalare. Senza esagerare, ché sei a riposo da troppo tempo. Un’oretta di cycette può bastare, giusto per ricominciare. Magari, dopo esserti assestata, inserisci qualche variazione, alternando di minuto in minuto le gambe impegnate, la pedalata svelta e quella rilassata. Finalmente un po’ di affanno e di sudore. La fatica, ti mancava, vero? D’accordo, non è esattamente il genere di sforzo che sognavi, ma un giorno tutto questo ti sarà utile. Nei prossimi giorni sarebbe bello trovare il modo di inforcare la bici, chissà. Intanto, per non battere la fiacca, sparati un’altra ora di core stability. Così si inizia a ragionare: adesso la colazione te la sei guadagnata.

Il venerdì scorre sempre abbastanza rapido - per quanto, da convalescente, le giornate si assomiglino tutte. Diversa è però l’atmosfera, la cognizione del tempo è probabilmente condizionata dalle abitudini, dallo stile di vita: il fine settimana mantiene la sua peculiarità, anche quando non si lavora. Leggo il giornale, lavoro al computer, alla tv il Giro d’Italia - sempre più noioso. Alle mie disgrazie penso poco. Incredibile, sono riuscita davvero a sospendere il giudizio sul mio stato di salute. Non ho camminato, è vero, se non per uscire un attimo in cortile. Ma quel poco, quei pochi passi da una stanza all’altra, li ho mossi senza ascoltare ossessivamente quel dannato calcagno e, soprattutto, senza la solita andatura da storpia. È un piccolo successo.

giovedì 17 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 15


C’è bisogno del supporto del mondo intero: oggi è un brutto giorno. Il barlume di miglioramento che avevo intravisto ieri, è svanito nel nulla. Ho avanzato pochissimi passi, ma nessuno senza dolore. Che il trattamento del fisioterapista possa essere parte in causa? Dà sollievo pensarlo, ma più facile è scavare sempre più a fondo nello sconforto.

Cammina il minimo indispensabile, se vuoi fare attività aerobica, pedala. L’acqua non ti piace? Sarebbero utili alcuni esercizi in piscina.
Ecco quindi che stanotte ho fatto visita alla struttura a pochi chilometri da qui. L’acqua era calda, una vera coccola, c’era però troppa gente per i miei gusti. Discutevo con non so chi a proposito di non so cosa, procrastinando il momento di nuotare. Dovrò invece decidermi a farlo, e non solo in sogno: già sento i brividi. Pare che là la temperatura sia gradevole, ma chi diffonde simili voci non è a conoscenza della percezione termica della sottoscritta, che ha sfiorato l’assideramento lo scorso agosto. D’accordo, era un’altra piscina, nota per essere particolarmente fredda. Ma l’esperienza di restare accucciata nello spogliatoio per un tempo indefinito, tremando come una foglia, preferirei non ripeterla. La prossima settimana ci proverò, ma mi guarderò bene dal sottoscrivere un abbonamento prima di essermi bagnata. In confronto, pedalare sarà una delizia. Anche su questo sono però titubante, temo che la scarpa possa comprimere il tallone, compromettendo la guarigione. Quanti patemi, che stanchezza… Per rilassarmi, mi schianto di fitball. Vorrei riuscire a sfiancarmi davvero, ad arrivare al punto di non poterne più. Invece smetto per noia, perché dopo 90 minuti non so più cosa fare, considerando che certi esercizi mi sono vietati – naturalmente quelli più gratificanti.

La stagione si intona al mio umore, da alcuni giorni vento e temporali si aggirano minacciosi. L’aria funesta richiama eventi sgraditi (e c’è ancora chi non crede alla sfiga perenne): lo scooter è ko. Anch'esso presenta strane anomalie, incomprensibili persino al meccanico. Come dire? Ognuno ha i mezzi che si merita. 
Aggiungiamo che il Giro prosegue nella noia mortale, e possiamo chiudere i battenti. Oggi non trovo pace. Meno male che stasera c’è Pif – ebbene sì, mi accontento di poco.

Giusto per evitare il totale flagellamento, leggo e rileggo le parole confortanti di un amico:
Quanto al recupero, non ho dubbi: non sarà certo un arrogante calcagnucolo in vena di temporanei protagonismi a scrivere il "game over" per Go Vale Go.
Non ho dubbi.

mercoledì 16 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 14


A due settimane dall'intervento, sarebbe opportuno stilare una sorta di bilancio. Peccato che i rendiconti non siano mai stati il mio forte, finisco sempre col fornire giudizi drastici, il più delle volte negativi, senza troppe sfumature. Raramente concedo delle attenuanti e altrettanto raramente oso tornare sui miei passi. Quindi? Quindi sono entrata nella fase più pericolosa. Se fino ad ora potevo considerarmi reduce dall'operazione, giustificando così ogni forma di sofferenza, adesso mi trovo in una zona ambigua: ho superato l’ambito ospedaliero e mi affaccio alla soglia del recupero. Ma non sono né di qua né di là. O forse sono sia di qua che di là. Insomma, nel caos. Tra chi dice che sia normale avvertire ancora dolore, e chi ritiene che dovrei già essermene librata. Io ovviamente parteggio per la seconda fazione, perciò impreco ogni volta che mi alzo in piedi e inizio a muovermi. 

L’incubo dei primi passi. Che si dissolve mantenendosi in cammino. Attraversando la piazza ho persino pensato che oggi sto quasi bene. È vero, ho percorso un breve tragitto quasi incolume: dalla strada alla biblioteca. Saranno 200 metri? Andata e ritorno, un successo! Mi sono recata a restituire Haruf, sperando di trovare il primo libro della sua trilogia. Non c’era, l'ho prenotato. Ma, mentre ero lì, mi è caduto l’occhio su un volume esposto sullo scaffale: “Ho sposato un comunista”, di Philip Roth. Potevo resistere? Finalmente ottempero al mio proponimento di leggere altre opere di questo immenso autore, dopo l’entusiasmo per “La macchia umana” e la delusione per “Pastorale americana”. Sono fiduciosa. Quantomeno, sono certa di avere tra le mani qualcosa di possente. 


Vorrei avere la stessa fiducia riguardo alla sorte del mio calcagno – cioè alla mia.
-       Tornerò a correre?
-       Lo spero. Io mi sto impegnando per quello.
Avrei preferito un Ma certo, prima di quanto immagini! Mi devo accontentare. Devo soprattutto ascoltare chi mi chiede di non lasciarmi andare, chi patisce per la mia pena, chi tollera la mia infermità persino meno di quanto la tolleri io. Lo devo a me stessa: per la mia salute psicofisica, per il mio benessere mentale e per la cura della mia persona. Lo devo a noi: per l’equilibrio del nostro quotidiano e per i tasselli del nostro domani. Per non avere paura di addormentarmi, per svegliarmi senza paura.

martedì 15 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 13


Troppo impressionabile, troppo ansiosa. E, da ultimo, anche ipocondriaca. Vedo un amico che mi racconta di essersi precipitato al pronto soccorso a causa di un dolore toracico, dovuto semplicemente ad un’accumulo di tensione (come accaduto a me, almeno due volte nell’ultimo anno), e in sogno mi fa visita il medico sportivo che esita nel rilasciarmi il certificato di idoneità. Ci manca solo che si ripresentino le crisi notturne, e siamo a posto!

Voglio che entri anche Jader in ambulatorio. Io non ho il coraggio di guardare il tallone, che almeno lo veda lui: mi sorride e alza il pollice.
Sì, mi fa male. Ottimo, mi meraviglierei del contrario. Sempre spiritoso, il che da un lato è un bene, ma dall’altro mi rende perplessa: lo fa per sdrammatizzare, perché non sa come affrontare la situazione, o è davvero sicuro che tutto proceda come deve procedere? Mi toglie i punti: dolore, ma almeno stavolta non ci sono dubbi sul fatto che mi abbiano ricucita. Allora, quali sono i prossimi programmi? Che programmi? Non so, la maratona di New York, o chissà dove? Eh, correrà mai più questo piede? Iniziare a fare bagni caldi tra due o tre giorni, quindi riprendere con calma la vita normale. Come faccio a crederci, considerato quanto dolga ancora e, soprattutto, ciò che accadde appena qualche mese fa? Eppure, crederci è fondamentale. È arcinoto il ruolo della testa in ogni processo di crescita personale, quale che sia la sfida di affrontare: sportiva, lavorativa oppure di guarigione. Non riesco a liberarmi dal terrore di restare per sempre invalida, mi raffiguro gli scenari più catastrofici. Cosa potrei fare se il danno risultasse irreparabile? A chi potrei rivolgermi? In miseria come sono, non avrei nemmeno la possibilità di cercare altri specialisti, di tentare diverse strade. Autoflagellarmi, sempre e comunque. È questo che mi rovina. Un fisico fragile con una testa bacata, dove voglio andare?

Comunque, oggi ho camminato e ho guidato l’auto. Non ho svolto esercizi, infatti mi sento già a disagio. Recupererò domattina – solite cose, le stesse eseguite nei giorni addietro. In realtà vorrei mettermi a pedalare: ho bisogno di sudare, di sentirmi in affanno. Ma aspetto la prognosi del fisioterapista: di lui mi voglio fidare, a lui voglio affidarmi. Mi rimetterà in piedi: mi rimetterà in pista.



lunedì 14 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 12


Alla fine, rompere le scatole paga sempre. Basterebbe imparare ad essere più sprezzanti, a farsi meno scrupoli, a mettere nero su bianco: insomma, ad essere più stronzi. In senso buono, sia chiaro. Cioè: se quello che compri è una ciofeca, perché non dichiararlo? Con le dovute maniere, ovvio. Vale a dire: se ti chiedono una recensione, esprimi esattamente ciò che pensi. Io ho sempre tentennato a fornire giudizi negativi, temendo di offendere o di urtare qualsiasi sensibilità. Ma stavolta non mi sono trattenuta: quei pantaloncini di Decathlon sono una schifezza. L’ho scritto. E loro, non solo l’hanno pubblicato, ma mi hanno anche contattata offrendomi la possibilità di restituirli, pur senza scontrino ed etichetta. Così ci hanno guadagnato in considerazione – ed io ho un paio di short nuovi, decisamente migliori. Di sicuro, d’ora in poi non acquisterò più nulla senza averlo prima provato.

Sono dunque pronta per la prossima uscita in bici. Devo solo attendere la sentenza. Tutto sommato, la giornata è trascorsa abbastanza liscia. Indubbiamente la ginnastica aiuta. Stamane un’ora e un quarto di fitball – ho trovato un video con un’interessante serie di esercizi, abbastanza lunga, impegnativa il giusto. Certo, preferirei qualcosa di più massacrante, ma mi adeguo, facendo appello alle briciole di pazienza che restano sparpagliate qua e là. Intanto ho fatto passare la mattinata. Parto quindi per l’incursione, appunto, da Decathlon, dove un giretto si fa sempre volentieri. Nello specifico, equivale anche a camminare al di fuori delle quattro mura, indossando un paio di scarpe anziché di ciabatte. Poco è variato negli ultimi giorni, a volte mi pare di sentirmi meglio, altre mi sembra di essere sempre allo stesso punto. A questo punto, si tratta solo di fare passare la notte.

Nell’attesa, sono in vena di cazzeggio. Anche oggi il computer mi annoia, e non c’è nemmeno il Giro da guardare. Ottimo. Nessuna scusa: è il momento di leggere. Confesso mestamente che ho restituito il tomo infinito dopo “appena” trecento pagine, e ho ceduto al richiamo di un altro libro di cui si dice un gran bene: Le nostreanime di notte di Kent Haruf. In un paio d’ore te la cavi, e ne vale veramente la pena. Delicatissimo. L’incontro di due solitudini narrato attraverso i dettagli di una quotidianità semplice, forse piatta, ma nella quale ogni gesto esprime l’essenza di una vita intera: di ciò che è stata e di ciò a cui ancora aspira. Ora, come spesso accade uscendo soddisfatti dal primo incontro con un autore, vorrei leggere anche altre sue opere. Cercherò la prima della Trilogia della pianura, poi si vedrà.

Domani è un altro giorno.

domenica 13 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 11


Un’ora e mezza stesa a terra, a far lavorare addominali e glutei, per finire con qualche serie di leg extension (la panca c’è, perché non sfruttarla?). Eppure, mi sembra di non aver fatto nulla, non mi viene nemmeno fame. Jader si è buttato sul triathlon (ovviamente con la Nikon), aspetto che torni per mangiare – colazione o pranzo, non fa differenza. 
La domenica mattina, dopo l’allenamento, mi piace stare a tavola col giornale: sempre partendo dall’ultima pagina, gustandomi a fondo l’inserto culturale poi scorrendo velocemente gli articoli iniziali.



Oggi non mi va di stare tanto al computer. Preferisco svaccarmi sul divano e perdermi nel Giro (Froome quest’anno mi fa penare, temo verrà licenziato). Sarà stato quel po’ di attività fisica, ma oggi mi sento più leggera. Nella testa, intendo. Che non equivale ad allegria o spensieratezza: è come uno stato di sospensione, un’attesa degli eventi senza pensare troppo agli eventi stessi.

C’è molto vento fuori. Raccolgo le lenzuola stese, prima che si attorciglino: letto disfatto e rifatto nel giro di poche ore. Stasera salmone al forno. Già che ci sono faccio anche una teglia di maccheroni per Jader: lui sì che oggi è indaffarato. È una gioia vederlo così coinvolto. Finalmente. Sembra quasi che i ruoli si stiano invertendo: prima ero l’unica ad essere totalmente rapita da una passione, ora è lui ad essere animato da un fuoco vitale – mentre io, per forza di cose, mi sto spegnendo. Eppure, sogno ancora di partecipare alle gare che lo vedranno impegnato come fotografo. Quanto ancora sognerò?

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