sabato 9 aprile 2011

S.Agata Bolognese - Camminata di Terre d'Acqua

In teoria l’orario dovrebbe essermi favorevole, essendo lo stesso in cui solitamente mi alleno. Ma una gara è tutt’altra storia: comporta pensieri, apprensioni, rituali che non possono protrarsi troppo a lungo. Non per me - specie in questo periodo, già sufficientemente carico di tensioni. Le perplessità iniziano già dalla sera prima: cosa faccio domattina? Punto la sveglia per una piccola sgambata o dormo finché ne ho? Poi, cosa mangio? E quando? Se solo potessi dire due paroline a chi ha fissato alle 16,45 l’orario di partenza… Di buono ci sarà che forse mi abbronzerò un po’ – vale a dire, fisserò ulteriormente il segno dei calzini, già bello definito. Del resto, senza giardino e senza spiaggia, il look zebrato è inevitabile. Poco importa, ormai ci sono abituata. Non ho invece ancora fatto l’abitudine a questa insolita temperatura: talmente insolita che quasi stento a crederci. Trenta gradi ai primi di aprile, possibile? Possibile che sia già sudata ancora prima di iniziare il riscaldamento? E pensare che fino a qualche giorno fa mi preoccupavo perché avevo perso uno dei guanti che utilizzo in gara. È ovvio, sarà un fenomeno transitorio, succederà anzi che ci ritroveremo a battere i denti quando il calendario segnerà l’inizio dell’estate. Sarà…ma oggi come la mettiamo? Insomma, orario assurdo, temperatura assurda, aggiungiamoci pure il vento – che, purtroppo, assurdo non è: incrociamo le dita e spremiamo ciò che abbiamo. Cioè, ben poco.

Tre chilometri scorrono veloci, poi sarei già a posto. Nel senso che sono già impiccata e mi chiedo come possa percorrerne altri sette. Devo trovare qualche ragione valida per non ritirarmi, almeno una. Potrei fissarmi su chi mi precede, ponendomi l’obiettivo di guadagnare terreno: sfida dura, ma non impossibile. L’errore sarebbe, anzi, considerarmi già vinta. L’imperativo, oggi, è resistere. Resistere perché, comunque vada, questo è un ottimo allenamento che mi sarà utile prossimamente; resistere perché un ritiro mi renderebbe insopportabile (agli altri e a me stessa); resistere perché c’è in gioco anche il trofeo provinciale, perciò è necessario arrivare. Possibilmente vivi. Mai vista una simile strage su così breve distanza. Crollano a manciate, come birilli. Io mi sto trascinando, meglio non sapere a quale andatura, ma c’è chi sta molto peggio. Nell’ultimo chilometro riesco persino a riagguantare un’avversaria che mi aveva superata all’inizio del mio tracollo, peccato però che non riesca a mantenere il vantaggio - se non altro, nessun’altra riesce ad approfittare della mia crisi.

Chi ha finito in ambulanza, chi ha finito camminando, chi non ha finito proprio. Una vera gara di sopravvivenza, grazie anche al prezioso contributo dell’organizzazione: un solo ristoro, al sesto chilometro, quasi nascosto nei campi. Oggi essere in classifica equivale ad avere vinto, a prescindere dalla posizione.






domenica 20 marzo 2011

Maratonina di Imola

Me ne sono capitate tante, nella mia vita “podistica”, ma questa mi mancava. Non mi era infatti mai successo che un’avversaria mi si parasse davanti, tagliandomi la strada, per impedirmi di sorpassarla, zigzagando in modo isterico fino ad averla vinta. Avrebbe comunque avuto la meglio, essendo poi riuscita a staccarmi di una trentina di secondi, ma è anche vero che quell’atto inconsulto mi ha tarpato le ali: proprio da lì, infatti, ho cominciato ad arrancare. Gli ultimi chilometri sono stati un vero calvario, l’incredibile forza con la quale avevo affrontato la bora nella seconda parte di gara sembrava avermi abbandonato all’improvviso. Evidentemente stavo raschiando il fondo, ed è bastato un vuoto di concentrazione per farmi crollare. Peccato. Ciò non toglie che, all’arrivo, mi sia comunque detta Brava!
Sì, perché un crono simile non me l’aspettavo, non in una simile giornata. Quando mi sono ritrovata a spingere contro un vento che piegava, ho smesso di controllare i passaggi. Credevo che, finita la salita, avrei potuto prendere il largo, invece il cambio di direzione è equivalso ad un muro improvviso. Mettercela tutta, solo questo dovevo fare, traendo energie dal progressivo approssimarsi della concorrente che mi precedeva: schiacciata sull’obiettivo, non si dice così? Meno di una manciata di chilometri all’arrivo, ce la posso fare. Invece…
Certo che gli esempi di eccelsa sportività non mancano, neppure nel nostro umile sport. Mi è appunto saltato in mente il racconto di Ilaria, a proposito di quanto le accadde sulla linea del traguardo della Strasimeno: la sua reazione, sì, fu encomiabile. Tanto di cappello, Ilaria. E perdonami se oggi non ti ho riconosciuta, sono davvero irrecuperabile…

Tornando alla mia gara, visto che non era in programma, rappresentava quindi poco più di un allenamento; visto che la settimana è stata tutt'altro che riposante; soprattutto, vista la forza di Eolo, quasi quasi me lo dico ancora: Brava! (Sottovoce, però, che non mi senta nessuno...)

arrivooooo!!!


martedì 15 marzo 2011

Feccia

Il percorso è sempre quello. Una volta segnavo i chilometri con la vernice, adesso mi affido al Garmin, così posso introdurre qualche variazione – invertendo il senso di marcia, deviando verso altre strade, aggiungendo giri intermedi.

Oggi corsa blanda, in scioltezza: la mezza di domenica, per quanto sembri smaltita, è senz’altro ancora nelle gambe. E se ne voglio affrontare un’altra tra pochi giorni, meglio concedersi un po’ di respiro. Tanto più che è una giornataccia, la pioggia non tarderà e il vento…beh, al vento mi devo purtroppo rassegnare – giuro, non è una scusa per giustificare le scarse prestazioni!
Sono ormai a metà strada, dopo la villa e il ponticello sul canale, proseguirò dritto anziché svoltare a sinistra verso casa, così da allungre di un paio di chilometri. Oggi c’è meno traffico del solito, ma un podista l’ho già incrociato. L’individuo sbuca dalla curva non ha però nulla a che vedere con la corsa: mi aveva appena superato su uno scooter, ora si esibisce in piedi a braghe calate. Un attimo e sparisce, sul suo ronzino. E adesso? Corro fino al cancello della villa, si è appena chiuso e c’è qualcuno sul sentiero. Chiamo, ho bisogno di aiuto. Sento lo scooter riavvicinarsi, ma evidentemente nota il movimento e si dirige proprio nella stessa direzione che avevo intenzione di percorrere. Intanto è arrivato, in auto, uno degli uomini che avevo allertato. Gli espongo la situazione, mi chiede se voglio un passaggio. Posso fidarmi? Vorrei solo accertarmi che l’idiota non torni indietro. Si è fermato poco in là, non ha quindi intenzione di arrendersi, il bastardo. Finalmente riparte e sparisce dalla visuale. Ringrazio per l’assistenza e decido di riprendere la corsa, rinunciando però al mio programma: mi affretterò sulla via del ritorno, sperando di non avere altri guai.

Dieci chilometri scarsi, peraltro interrotti. Nera di rabbia. Non è il primo episodio del genere, ma era passato tanto tempo e non ci pensavo più. Del resto, è pomeriggio inoltrato, orario in cui le strade su cui corro sono solitamente abbastanza frequentate. Eppure, quel breve tratto senza case, leggermente in curva, ha qualcosa di malefico. Con quale coraggio tornerò ad allenarmi sul mio percorso abituale? Com’è possibile che la nostra libertà debba ancora essere limitata da trogloditi che vorrei si estinguessero tra mille sofferenze? Sembra che capiti solo a me, non ho mai sentito altre ragazze lamentarsi per fatti del genere. Possibile? Non so davvero come reagire, ho il terrore che il fetente si apposti ad aspettarmi. Cambiare zona, ma dove? Ho sempre ritenuto una fortuna vivere ad un passo dalla campagna, poter uscire di casa ed iniziare a correre senza dovermi spostare in auto. L’ideale sarebbe che l’orso trovasse compagnia, ma abbiamo tutti programmi, orari e zone difficilmente conciliabili. Non ho soluzioni, oggi ho solo una grande amarezza. L’idea che gente da galera possa condizionare i miei movimenti mi è intollerabile. Questo mondo mi fa schifo.

domenica 13 marzo 2011

Pieve di Cento - Maratonina delle Quattro Porte

Incredibile, alle 12,30 siamo già diretti verso casa. Che sia merito della pioggia? Oppure gli organizzatori si sono resi conto che terminare le premiazioni quando in piazza sono rimasti solo i piccioni non ha molto senso? Comunque sia, ciò che conta è avere in saccoccia un risultato per certi versi sorprendente. Il che non significa soddisfacente al 100% (quando mai?), ma quantomeno piuttosto interessante. Specie in questa gara, che mi ha sempre bistrattata. Ingrata! Io che l’ho ammirata, apprezzata, quasi anelata, ne sono uscita tutti gli anni piegata a metà. Eppure si svolge sul mio percorso ideale: rettilinei infiniti persi nella campagna, orizzonti malinconici interrotti solo da argini o casolari, borghi anonimi e silenti che appena ci notano. Peccato che questo periodo dell’anno la nostra pianura patteggi una sorta di gemellaggio con la Patagonia: il vento non da tregua. Chi vive in città a malapena lo nota, le costruzioni riparano e smorzano le folate, ma appena fuori dai centri abitati occorre armarsi di forza e pazienza per affrontare certi allenamenti. E io, che già esco alquanto malconcia dall’inverno, arrivo all’appuntamento con Pieve ricca di buoni propositi ma povera di energie.

Oggi, però, qualcosa ha girato per il verso giusto. Che cosa, non saprei dire. Voglio pensare che la preparazione stia dando i suoi frutti, cos’altro, se no?
Mi approssimo verso la linea di partenza abbastanza serena. Del resto, qui c’è poco da giocarsi: sarebbe già tanto riuscire a piazzarsi tra le prime venti, al massimo si può ambire ad un premio di categoria. La mia più diretta avversaria è proprio accanto a me, intenta a scherzare con i podisti che ci circondano. L’orso, invece, sta come sempre sulle sue. Non colgo facce familiari, vorrei solo che partissimo presto perché comincio a sentire freddo. Oggi devo spezzare l’incantesimo: rivolgere la gara, questa gara, a mio favore. Che non si dica, anche stavolta, che a Pieve faccio sempre schifo.

Nei primi chilometri mi mantengo a distanza di sicurezza, troppa ressa attorno a lei. È vero che nel gruppo si sta riparati, ma è noto che io non riesco a correre tra tanti piedi. Il ritmo è buono, ma stranamente prudente: avrei scommesso in uno slancio maggiore, se non altro per acquisire margini di sicurezza. Mi sto avvicinando, non posso farne a meno. Mi nota e alza l’andatura. Bene, io sto qui. Già immagino una lotta all’ultimo metro, come un mese fa. Dopo il decimo chilometro, al riparo dell’argine, cambio marcia. Senza chiedermi se sia opportuno o meno, rompo gli indugi e me ne vado. Mi aspetto una reazione, sarò sicuramente subito riagguantata. Invece no, procedo sorpassando a destra e a manca. Incosciente? Forse, ma accendo nella mente il film della Stralugano e cerco di riviverlo. Che prestazione, fu quella! Un spalla a spalla snervante, finché non decisi di dare una sferzata, proprio quando mancavano una decina di chilometri all’arrivo. Perché non dovrebbe riuscirmi anche oggi? Mi concentro sulle mie forze, ne ho ancora e devo averne fino alla fine. Non mi guardo indietro, mai. Tutto si proietta davanti a me. Nell’ultima manciata di chilometri il vento mi mette alla prova: non è particolarmente forte, ma in questa fase basta un alito di troppo a farmi penare. Sto rallentando, eppure non avverto i classici segnali di crisi che ammosciano le gambe, riducendoci a strisciare sulla linea del traguardo. Manca un chilometro. Dai che è finita, mi sprona un ragazzo, invitandomi a seguirlo. Ci provo, e ci riesco. Riesco a spingere ancora, a tirare un finale in apnea: schiatterò, pazienza…

Marescalchi mi scorge da lontano, il mio nome risuona là dove sto per arrivare. Il cronometro mi infligge una punta di delusione. Dettagli. Di poco spessore, rispetto alle due principali soddisfazioni della giornata. La seconda di queste: ho realizzato il mio miglior tempo in questa gara, corsa oggi per la sesta volta. Un altro tassello del mio puzzle: quasi quasi comincio a credere che riuscirò a completarlo.


domenica 27 febbraio 2011

Camminata di Castenaso

Come sempre mi indigno, e come sempre mi accorgo di essere l’unica a farlo: finendo così, per l’ennesima volta, col chiudere un occhio, cercando di non dare ascolto al mio senso di colpa. Perché, se fossi coerente, non parteciperei a tutte queste gare così spudoratamente fuori regola. Nello specifico, articolo 15.2 delle Norme FIDAL per l’organizzazione delle manifestazioni: "I premi previsti per ciascuna posizione di classifica devono essere i medesimi sia per le categorie femminili che maschili."
Le manifestazioni che si attengono a questa norma sono una rarità. Se la Federazione è la prima a fregarsene, figuriamoci le società o, addirittura, i podisti. Nessuno sembra farci caso, neppure le dirette interessate. Eppure il tema non dovrebbe riguardare solo le poche che arrivano ad aggiudicarsi un premio, e nemmeno dovrebbe ritenersi una mera questione di principio: qui si parla di normative totalmente ignorate, nell’indifferenza totale. Occorrerebbe forse un boicottaggio di massa, chissà. Di fatto, vuoi per disinteresse, vuoi per comodità, vuoi anche per esigenze di squadra, tutto procede come niente fosse – e io stessa, con la mia partecipazione, contribuisco a far sì che la prassi si mantenga inalterata. Il mio resta dunque un semplice ed inutile sfogo.

Sfogo di altra natura, e di diverso contenuto, è quello che vorrei indirizzare a chi, pochi giorni fa, aveva cominciato a lamentarsi per il caldo eccessivo…
In fila sotto la neve per ritirare il premio di categoria, si può? L’unico aspetto positivo di questa corsa era che tutte le pratiche del dopo gara (ristoro, ritiro pacchi, premiazioni), si svolgevano al riparo di un comodo porticato, in modo piuttosto agile. Perché mantenere un meccanismo funzionante? Meglio cambiare tutto, no? Allora facciamo che il ristoro rimane al solito posto, mentre i pacchi gara li facciamo distribuire da un camion parcheggiato in prossimità dell’arrivo, le premiazioni ufficiali le celebriamo all’interno della palestra mentre i premi di categoria li consegniamo in un angolo del campo sportivo: giusto per ravvivare un po’ il movimento podistico. Naturalmente, facciamo il possibile per pasticciare con l’ordine di arrivo, così da vivacizzare ulteriormente il viavai dei podisti affaticati e disorientati.
Comincio a perdere lucidità, mi rendo conto di essere ormai priva di reazioni: stringo il mio pacco come fosse un peluche, quasi riuscisse a riscaldarmi. Al ristoro non ci arrivo, non ce la faccio: voglio solo buttarmi in auto ed essere a casa il prima possibile. A malapena riesco a ripensare alla mia gara. Come è stata? Il Brava Vale! di Jader gridato al mio arrivo farebbe pensare ad una prestazione rilevante. Io, naturalmente, avrei molto da ridire. Certo, considerata la voglia (zero) che avevo stamattina, la tentazione di concludere prima ancora di iniziare, il rattrappimento totale in prossimità del via, potrei affermare che ho chiuso alla grande. Ovviamente non è così, devo però ammettere che non ho avuto cedimenti né vistosi cali di ritmo. Anzi, mi sono sentita in spinta dall’inizio alla fine. Con fatica, sia chiaro, tanta fatica: gestita però con tenacia e sopportazione. Sarà che avevo puntato ad una preda succulenta: quasi un miraggio, tanto risultava inaspettata. Pensavo davvero di poterla agguantare, ci ho creduto fino all’ultimo chilometro. Ma crederci non è stato sufficiente. Se almeno il crono potesse darmi qualche indicazione – ergo, se avessi pigiato sul tasto stop anziché sul lap. Tocca invece attendere l’uscita delle classifiche ufficiali per conoscere il responso. Sospendiamo dunque il giudizio, troppo freddo per ragionare.
Questo periodo dell’anno per me è sempre molto critico, l’inverno mi distrugge e l’idea che lo dovrò sopportare per troppo tempo ancora mi sfinisce ulteriormente. Rischio così di andare in riserva, ritrovandomi priva delle energie necessarie per godere della bella stagione – quando arriverà. Non posso permettermelo. L’ultimo chilometro è sempre il più sofferto, ma subito dopo già pensi alla prossima volta: si tratta solo di stringere i denti, le soddisfazioni arriveranno.

domenica 13 febbraio 2011

Camminata di Viadagola

Diciamolo: che barba ogni anno le stesse gare! Un colpo di vita ogni tanto, è chiedere troppo? Evidentemente sì. Quindi, non potendo girovagare a piacere alla scoperta di nuovi orizzonti, non mi resta che attenermi al solito, immutabile, fisso calendario sociale, che si ripresenta ogni volta come la fotocopia del precedente. Cerchiamo allora di interpretarlo al meglio, iniziando per esempio col ricordare le passate edizioni della gara odierna: come mi piazzai, con quale tempo, chi mi precedette e chi invece riuscii a battere. Scontato il proposito: fare progressi – se non in tutti gli elementi elencati, almeno in qualcuno di essi. Vediamo i principali:

• Piazzamento - L’anno scorso arrivai nona. Quest’anno dovremmo avere al via i quattro fenomeni della mia squadra, la sorpresa dell’anno, l’extraterrestre del Marocco, la mia bestia nera: sono già scivolata in ottava posizione, senza contare le varie ed eventuali. Mi sa che questo aspetto non sarà migliorato.

• Tempo - Nel 2010 un’assoluta schifezza, il peggio non va neppure contemplato.

Temperatura mite, per il periodo, ma la fastidiosa pioggerellina che impregna l’aria di umidità fa rabbrividire: occorre scaldarsi bene, queste distanze richiedono cure attente. Mi aspetta una faticaccia, tre giri infernali, con quella curva a U che spezza il ritmo e che, sul finale, piega le gambe. Già immagino che partirò a scheggia, riuscirò a mantenermi brillante o mi spegnerò come un cerino consumato? Soprattutto: saprò restare incollata a chi conta o la vedrò sfrecciare lontano come spesso (troppo spesso) accade? Mah, intanto sembra abbia smesso di piovere. Stanotte ho sognato qualcosa che ha a che fare con la corsa, ma non ricordo esattamente che cosa. Segno comunque che, sotto la calma apparente, un po’ di agitazione c’è. Eppure non mi pare di avvertire particolare tensione, nemmeno quando siamo tutti schierati in attesa dello sparo – ergo, del momento più critico: la liberazione dei bipedi selvaggi, scatenati nella caccia al posto migliore, disposti a tutto pur di non restare indietro. Non riesco a trovare la “mia” corsa finché mi sento attanagliata dalla massa. Credo, anzi, di essere alquanto ridicola in fase iniziale: una papera spaventata che starnazza per farsi spazio, col terrore di essere arpionata da bestie feroci. Ecco infatti chi approfitta della mia cautela: cosa fanno tutte là davanti? No no, non va per niente bene, qui bisogna impegnarsi. Fuori una, fuori due, fuori tre. Ma quest’ultima non ci sta, me la ritrovo innanzi, attaccata alla mia bestia nera. Tutte e due lì ad un passo. E io? Io mi sento già alquanto impiccata, potrei spremermi ancora? Non è forse prematuro? Queste elucubrazioni mi tolgono energia, a che serve scervellarsi? Qui ci si deve giocare tutto in dieci chilometri, non c’è tempo per giocare con le tattiche. Un altro giro è andato, posizioni immutate. Se non che, come un’apparizione, noto uno scollamento tra le due. Pronta all’assalto, guadagno una posizione – e con essa una boccata di fiducia: chissà che non riesca addirittura il colpaccio. Intanto, vediamo di mantenere questo vantaggio. Anche perché chi mi scodinzola davanti non pare avere nessuna voglia di cedere, anzi, il distacco va aumentando. E’ lei che accelera o io che rallento? Forse entrambe le cose. Di fatto, dopo l’ennesima frenata per la curva a U (finalmente l’ultima), arranco a fatica. L’ultimo paio di chilometri, quelli che dovrebbero mettere le ali, sono interminabili. Se non altro, ho avuto modo di sbirciare alle mie spalle, senza scorgere pericoli di sorta. Questo non significa che possa mollare la presa, sia mai! Cos’è, ormai, un chilometro? Una ripetuta media, come fossi sul mio rettilineo: si vede la fine, non te ne sei accorta? Già la fine: la visualizzo, la sento, la godo quasi. Ma ancora non la scorgo. Curva secca a destra, ormai ci siamo. Qualcuno mi incita, qualcun altro indica dove devo girare, con un altro ancora quasi mi scontro. Caos totale, che mi fa perdere la direzione. Vedo un arco e mi ci fiondo: peccato non sia quello giusto. Un addetto mi sbarra la strada: Dall’altra parte! Mi blocco contro le transenne, arretro quindi imbocco la retta via: altra curva a destra e volata fino al traguardo. Fortunatamente la posizione non era a rischio, ho perso solo diversi secondi. Ma, dico, si può strutturare un arrivo con doppia curva a gomito? Lasciamo perdere. Consideriamo invece gli elementi messi inizialmente in discussione:

• Piazzamento – Quinta: nemmeno nelle più rosee aspettative

• Tempo – Nonostante il crono “inquinato”, un minuto in meno dell’anno scorso

Sono quasi contenta – sottolineo, quasi.





martedì 8 febbraio 2011

Zola Predosa - Trofeo Lolli Auto

L’ho fatto arrabbiare. Eppure, cosa avrò mai detto di male? Dovevo forse bullarmi con un Oggi me le fumo tutte quando, considerata la forza delle avversarie e la mia attuale fase di preparazione, sappiamo bene che mi dovrò accontentare? È vero: mi manca quella sicurezza che, probabilmente, inciderebbe positivamente sui risultati. Ma è anche vero che c’è una bella differenza tra ciò che esprimo a voce e ciò che celo in me: difficilmente rivelerò cosa chiedo a me stessa, preferisco trincerarmi dietro una modesta scaramanzia. Del resto, esibire le mie ambizioni non mi ha mai portato bene. E non mi pare che tu apprezzi chi lo fa: proprio sulla linea di partenza mi hai pregato di incollarmi a colei che si è già dichiarata facile vincitrice (“tanto non c’è nessuno…”). Sarà fatto: oggi l’obiettivo non è il cronometro, ma il piazzamento, e lotterò fino allo stremo per non lasciare nulla di intentato.

Siamo tre, in un gruppetto che procede a passo svelto. Forse un po’ troppo svelto: comprendo che il ritmo è azzardato, ma se lo è per me lo è anche per loro. Vorrà dire che scoppieremo tutte quante, adesso non posso lasciarle andare via: servirebbe solo a demoralizzarmi. È già sufficiente il colpo che accuso alla notizia che non siamo noi in testa: davanti, molto davanti, c’è la sorpresa dell’anno. Volto noto, spesso presente, discreta atleta ma non temibile come avversaria: fino, appunto, ad ora. Ha stravinto il 10mila del 6 gennaio e oggi ci precede di un paio di minuti: niente male come exploit per una MF40. Brava lei… Sta di fatto che, appurato ciò, la sfida si fa ancora più avvincente: se prima si lottava per il gradino migliore del podio, ora in gioco c’è il podio stesso – e nessuna vuole accontentarsi del quarto posto. Cerco di stare coperta, sto bene, mi sembra anzi che potrei spingere un po’ di più, ma meglio non rischiare. Avverto segnali di difficoltà da parte di chi ha ormai perso la certezza della vittoria. Mi faccio avanti, approfittando della discesa dal cavalcavia. Non voglio però essere io a tirare, perciò assesto il mio passo lasciandomi superare nuovamente. L’altra è sempre incollata come un’ombra. Ho un’ulteriore occasione di sorpasso, non resisto e vado. L’ombra sempre lì. Qualcuna, invece, resta indietro: un’assistente di gara ci avverte che è distanziata di 300metri, pare abbia ceduto. Siamo circa al tredicesimo chilometro, la gara è ancora lunga, non illudiamoci. Intanto, chi mi tallona cerca di eliminarmi: già avevo notato una sua presa di posizione alquanto prepotente, della serie "fatti in là che passo io", se poi passiamo allo sgambetto mi infurio. Ehi, vuoi farmi fuori?! Si scusa e passa davanti, col proposito di essere lei a tagliare l’aria. Io invece non sono capace di stare a ruota, non quando si procede alla medesima andatura. È dunque un testa a testa che mette alla prova resistenza fisica e mentale. Il rimto non è più brillante come nella prima metà di gara, temo un black out improvviso, per quanto tutto mi sembri sotto controllo. La mia speranza è che accada come anni fa a Lovoleto, quando fu lei a cedere, ad una manciata di chilometri dall’arrivo. Ma, per ora, non pare avere affatto questa intenzione. Anzi, procede spedita ad un passo da me. Va bene così, non sto forzando, posso quindi ipotizzare uno scatto sul finale. Forse. A dire il vero, non è che abbia chissà quali risorse da cui attingere, sono decisamente al limite delle mie possibilità. Anche lei ha rallentato, manca ormai un chilometro e bisogna rompere gli indugi. Mi affianco, ma lei reagisce: è un tira e molla continuo, nel quale vince la potenza. Cioè lei. Sei secondi di differenza, da mangiarsi le mani. Ma, del resto, nessuna recriminazione: ho dato tutto ciò che avevo. Sul podio, almeno, ci sono arrivata. Un minuto in meno dell’anno scorso, anche questo è un buon segnale. Il Garmin, poi, indica 21,4 km: non voglio mettere in discussione la misurazione ufficiale, ma la media al km che riporta lo strumento è incoraggiante, specie in questa fase, ancora carica dei lavori di potenziamento. Insomma, la stagione è iniziata con ottimi auspici. Ora so che i prossimi risultati non saranno altrettanto gratificanti, dato che la concorrenza sarà maggiore. L’importante è avere ben chiaro l’obiettivo principale: tutto il resto è contorno.

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