sabato 5 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 3


Di restare a letto non se ne parla proprio. Oggi è Jader il responsabile della levataccia: stamattina parte per Trieste, dove domani fotograferà la mezza maratona per Fotosportnew (la ragione della partenza alle 8:30 di sabato la ignoriamo sia io che lui). Resterò quindi sola per due giornate intere, sola e invalida. Panico! Meno male che non sono completamente inferma, anzi: ho addirittura azzardato qualche passo senza stampelle. Senza pensarci, mi è venuto quasi spontaneo. Del resto, già da ieri gli attrezzi mi servivano da sostegno, ma il piede lo appoggiavo già. Non esagerare, però. Capirai, dove vuoi che vada? Dalla sedia al divano, dalla cucina al bagno, andata e ritorno. Mi sento già floscia e pesante, questa inattività mi logora e l’idea di aumentare anche solo di un etto mi disgusta. Eppure mi sono imposta di starmene buona, almeno fino al prossimo controllo: niente esercizi di nessun genere, scordati le sedute infinite di core stability, concesso solo l’allenamento mentale. Allora leggiamo pure il giornale, le mail e gli aggiornamenti nei social. È proprio su questi ultimi che, in certe situazioni, si rivelano fatti sorprendenti: scopri che persone che a malapena conosci si preoccupano per te, altre che credevi affini non ti considerano minimamente. Io sono notoriamente un orso, perciò non mi prodigo in ammiccamenti o effusioni, mentirei però se affermassi di essere indifferente alle espressioni di vicinanza – o di lontananza. Ad ogni modo, poiché non voglio logorarmi davanti ad uno schermo, sfrutto il tempo e il silenzio per tuffarmi nel libro che ho deciso di affrontare: un tomo di 1094 pagine del quale avevo letto recensioni interessanti e che non avrei mai osato sfidare se non l’avessi visto in biblioteca. Non amo prendere libri in prestito, desidero possederli, farli miei: voglio poterli sottolineare, scarabocchiare, contrassegnare. Per una volta, però, causa prezzo e mole, ho preferito una soluzione meno impegnativa. Dubito però che, nonostante tutto, sarò in grado di terminarlo nei tempi prestabiliti – con vergogna, mi toccherà chiedere una proroga. 
Qui

Proprio mentre sono immersa nella lettura (che, confesso, non è affatto agile: e mi è difficile capire se la causa sia il testo o la mia mente tutt’altro che fresca), ricevo un SMS da Easycoop. Ho infatti deciso di approfittare della promozione rivolta ai nuovi clienti per testare questo servizio - anche perché nelle mie condizioni fare la spesa è una faticaccia. Posso dirmi pienamente soddisfatta. Avevo fatto l’ordine giovedì. Il sito è di facile consultazione, e con un PC migliore del mio le procedure sono agili. Purtroppo non era disponibile la consegna il giorno seguente, così ho optato per sabato (oggi): a seconda della fascia oraria prescelta, variano le spese di spedizione. Essendo murata in casa, ho potuto tranquillamente selezionare l’orario più conveniente. Si può anche pagare alla consegna, con carta o bancomat, senza costi aggiuntivi. L’SMS ti avvisa che la tua spesa è in viaggio, fornendoti un link per seguire i movimenti in tempo reale: nome del corriere e minuti mancanti all’arrivo. Zompettando sulle stampelle, mi avvicino al cancello che, ovviamente, non ne vuole sapere di aprirsi: proprio nel momento in cui transita un furgone a bassa velocità. Il conducente mi vede: lui capisce che sto aspettando qualcuno, io capisco che sta cercando qualcuno. Torno in casa per attivare l’unico interruttore funzionante (troppo complicato per i padroni di casa aggiustare tutti i collegamenti), mi scuso per il disagio, ma il ragazzo non pare affatto contrariato. Scarica i contenitori, li dispone su un carrello e mi segue verso l’ingresso, chiedendomi dove voglia che siano appoggiate le sporte. Mi domanda persino che cosa mi sia successo. Pago, ringrazio e saluto. Simpatia e cortesia sorprendenti: qualità oltremodo rare.

Torno sul libro, prefiggendomi di continuare fino all’inizio del Giro d’Italia – così anche il pomeriggio è programmato. Disapprovo totalmente la scelta di fare esordire la gara in uno Stato criminale, ma non so resistere al fascino di questo evento, reso maggiormente interessante dalla partecipazione di Froome. Ebbene si, tifo per lui. Non sono animata da nessuno spirito patriottico, non riesco a parteggiare per un individuo o per una squadra solo perché italiani, non sono orgogliosa di essere italiana – né emiliana, o ferrarese o bolognese. Non ho legami né radici sul territorio, se potessi passerei la vita a girare il mondo: un mese qua, un altro là, a sensazione. Così come a sensazione prendo a simpatia un atleta piuttosto che un altro. Tra i ciclisti, Nibali mi è antipatico, Aru mi fa tenerezza, Froome mi affascina. Forse perché sembra un alieno, forse perché gli invidio la paurosa magrezza associata ad una forza sovrumana, forse perché ho un debole per l’english style. Fatto sta che mi auguro si risolva nel migliore dei modi la vicenda salbutamolo, e nel frattempo lascio correre il mio stupore tra le varie tappe, sempre chiedendomi come sia possibile gestire un simile sforzo. Tra qualche settimana potrò tornare in bici: fondamentalmente la detesto, ma ormai è diventato un rapporto di odio/amore. È il cavallo che devo domare: mi sfinisce, ma mi procura qualche soddisfazione – per quanto ogni volta mi auguri che sia l’ultima, perché correre per me è solo una questione di piedi per terra.
È buio, è una sera triste. Voglio evitare l’antidolorifico, non ne sento il bisogno. Continuerò invece con le iniezioni sulla pancia (che impressione!): pare che possa sospenderle se inizio a camminare, ma fare due passi tra una stanza e l’altra può definirsi “camminare”? Nel dubbio, proseguo ancora per qualche giorno. Ora torniamo al tomo: sono a pagina 200, la strada è ancora lunga.

venerdì 4 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 2



Notte tranquilla. L’antidolorifico, assunto più per tranquillità che per effettiva necessità, ha sicuramente apportato il suo contributo. Quindi, dopo una serata rilassante davanti alla tv (adoro “La mafia uccide solo d’estate”), sono beatamente crollata. In sogno ho visto la nuova cucciolata delle randagine: una reale premonizione, poiché l’evento è quanto mai prossimo. A scrollarmi ci ha pensato ovviamente Cleopatra, che però ha dovuto aspettare che suonasse la sveglia per ottenere ciò che voleva. Sveglia che è suonata presto anche stamattina, mi aspettano appuntamenti importanti. La burocrazia, innanzitutto: devo trasmettere all’ufficio i certificati attestanti le mie disgrazie. A mezzo fax. Credo che quella in cui lavoro sia l’unica azienda al mondo a richiedere simili procedure: no telefono, no e-mail, ammessi solo fax o raccomandate. Se l’intento è disincentivare l’assenteismo, non è di alcuna efficacia: gli “ammalati” cronici imparano il giochino e se la spassano tranquillamente. Se stai male davvero e hai oggettive difficoltà a capire ed eseguire quanto richiesto, peggio per te.

Dopo il dovere, il “piacere”: la visita ambulatoriale, per liberare la ferita dai tubini di drenaggio. Il chirurgo mi assicura che stavolta non ci saranno conseguenze spiacevoli. Ci devo credere? Sì, ci devo credere. Io ci voglio credere, davvero. Ci sto provando con tutta me stessa: a convincermi che quest’estate tornerò a correre, a vedermi già col pettorale spillato, ad immaginarmi allenamenti sfiancanti. Come mi mancano le tabelle, il calendario scandito dai lavori programmati, il tracciato sul Garmin che non mi soddisfa mai appieno. La fatica, mi manca “quella” fatica.
Guarda che lo puoi appoggiare il piede. Cioè, a suo dire, potrei già abbandonare le stampelle. No no, adesso no. Mi hanno squarciato un piede da appena un giorno, fa ancora male: non malissimo, ma male. Lo appoggio, sì, ma senza carico. Fino a quando non so, ho una fifa nera. Paura di avvertire sempre dolore, paura che nulla cambi, paura che sia stato tutto inutile. Ecco, gli incubi non mi danno tregua. Ci vorrebbe un allarme, una voce che urlasse BASTA ogni qualvolta avvertisse l’avvicinarsi delle nubi. Un lavaggio del cervello.

Torno a casa e mi butto sotto la doccia (ovviamente con il piede incellophanato), non mi ero ancora levata di dosso i residui dell’ospedale. Potessi lavare via anche tutte le negatività…




giovedì 3 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 1


Il chirurgo non ammetterà mai di avere sbagliato qualcosa, mai constaterà che l’intervento non sia stato svolto alla perfezione: in difetto è sempre il paziente, col suo fisico inetto. Colpa del mio calcagno anomalo, dei miei macrofagi oziosi, dei miei tessuti smunti se il dolore, anziché attenuarsi, è andato via via crescendo – tanto da impedirmi non solo di correre, ma anche di camminare decentemente. Un dolore diverso da quello che mi tormentava da mesi, in una diversa posizione; un giorno lancinante, il giorno dopo affievolito, poi di nuovo acuto. Che strano, mai vista una cosa così, non ci era mai capitato…
Serviva dunque un’eccezione che confermasse la regola? Eccomi qui, a sentirmi dire che l’unica soluzione è ripetere l’operazione: un buchino qui, uno là, in dieci minuti sarà tutto risolto. Ma tutto cosa? Dopo la prima esperienza, come potete pensare che abbia voglia di intraprendere un altro calvario, col terrore che risulti ancora una volta inutile o che, addirittura, possa ulteriormente peggiorare? Perché reagisco così? Perché mi avevano assicurato che nel giro di due o tre mesi sarei tornata a correre, invece mi ritrovo zoppa; perché se ero fiduciosa prima, ora sono indignata; perché se devo dire addio alla corsa, meglio mi risparmi altre sofferenze.
Poi ovviamente finisce che ti lasci convincere: non può andare sempre male, vale la pena provarci.

Appuntamento alle 7,30 per gli esami pre-operatori, stavolta si fa tutto in giornata. Una calca di gente invade il corridoio, al cospetto di una scrivania occupata dall’addetta allo smistamento degli appuntamenti. Tutto in ordine sparso, cioè in totale anarchia: l’erogatore automatico dei numeri ha smesso di funzionare, così si perde qualsiasi senso delle priorità. C’è chi deve essere ricoverato in giornata e chi no, ma quella che effettua i prelievi non segue alcun criterio: la giovane ragazza sembra anzi sull’orlo di una crisi di panico. Finalmente, la signora in camice verde che da almeno un’ora sta lambiccando con lo strumento che pare abbia generato il caos, si rende conto che la situazione è ormai prossima al collasso, quindi decide di rendersi utile. Un colpo di genio! Stabilito che i pazienti più prossimi al ricovero debbano avere la precedenza, inizia anche lei a riempire fialette di sangue. Così, dopo circa un’ora e mezza in piedi davanti ad una porta, posso passare all’altro ambulatorio per la visita cardiologica – almeno questa risolta in un baleno. Scendo quindi al primo piano: altra sala d’aspetto, altra attesa infinita. Quando finalmente arriva qualcuno che mi mostra la mia stanza e il mio giaciglio, vengo anche informata che mio marito potrà entrare solo dopo l’intervento, per quale ragione non si sa, è la regola. Stando così le cose, torno a sedermi accanto a lui, non posso proprio pensare di mettermi a letto a guardare il soffitto fino a chissà quando – tanto più che la compare di stanza non è proprio una compagnia allettante: coperta come una mummia, non ho capito se aspettasse l’operazione o la rianimazione. Cerco di distrarmi con le parole crociate. Ho freddo, ho paura, ho tanta sete. Si presenta una dottoressa che mi sottopone al solito interrogatorio: età, peso, altezza, allergie, malattie, bla bla bla. Posso tornare ai cruciverba. Mi chiamano dall’altra corsia, stavolta è l’anestesista: stesse domande e, finalmente, una risoluzione: sarò la prossima, posso andare a prepararmi.
Camice, cuffia e mi infilo nel letto che sarà spinto fino all’ingresso della sala operatoria. Tremo all’idea dell’ago che mi infileranno nella schiena per addormentarmi dal bacino in giù, e mi stupisce che stavolta mi posizionino subito prona sul lettino, collegata ai macchinari che registrano le mie funzioni vitali. Incredibilmente, mi assopisco, ed è la voce del chirurgo a rendermi nuovamente vigile: realizzo che stanno già lavorando sul mio calcagno. Ma come, senza anestesia?! Figurati, saresti saltata come una mina. L’abbiamo fatta locale. Questa è una notizia meravigliosa! Non ricordo sensazione più sgradevole delle gambe paralizzate per ore, dei muscoli che non rispondono ai comandi. Riposti i ferri, il chirurgo mi regala una “foto” del mio tallone. Di calcagni ne abbiamo visti a centinaia, ma mai uno così. Sarà. Diciamo che avrei preferito un apprezzamento diverso. 
Ma ora devo concentrarmi su di me, sulle mie (scarse) certezze, sulle (tante) paure da sopprimere. Mi riportano in stanza, posso finalmente bere e farmi coccolare. Sono da poco passate le 14, mi aspettano una sera e una notte lunghissime. Per quanto mi sia attrezzata con tappi auricolari e mascherina per gli occhi, so bene che sarà difficilissimo dormire. Il piede si risveglierà e comincerà a dolere, la flebo attaccata al braccio condizionerà la posizione, i nervi tesi amplificheranno rumori, luci e, soprattutto, pensieri. L’ambiente non aiuta. Dalle altre camere arrivano i volumi assordanti dei televisori, mi chiedo come questo sia permesso in un ospedale. Lo faccio presente ad un’infemiera, ma poco cambia. L’unica difesa è chiudere la porta, ma i miei nervi sono ormai a fior di pelle. Tesa, stanca e debole. Meno male che si cena presto. E che cena! Mi sono spesso domandata chi componga i pasti per i degenti, dove abbiano studiato certi nutrizionisti (ammesso che di nutrizionisti si tratti). Per una vegetariana, poi, non c’è scampo: solo carboidrati, ovviamente raffinati. Stasera il menu offre riso in bianco, patate e spinaci, pane bianco e una banana. Dopo un giorno intero a digiuno, mangio le verdure e poco riso, mentre la banana la tengo per colazione (quando la scelta sarà tra fette biscottate con marmellata e biscotti,100% zuccheri). Sopporto, è solo un giorno. Riesco persino a dormicchiare. La mattina è veloce, il chirurgo arriva di buon ora a togliermi le bende insanguinate, sostituendole con nuove garze e nuova fasciatura. Restano i tubini di drenaggio, fino a domani, quando dovrò tornare qui a farmi medicare e a sentirmi dire non voglio vederti più – che mi sia già stato ribadito diverse volte è solo un dettaglio.
Il foglio di dimissioni parla di “carico consentito”, quindi potrei già camminare. Ma non ci provo nemmeno, decisamente troppo presto. Le stampelle sono con me. Poi si vedrà.


martedì 6 marzo 2018

Se un giorno d'inverno...


Erano sempre pronti in cantina, recuperarli era ogni volta un’emozione. I doposcì. La versione povera di quelli costosissimi, ovviamente, ma che importava? Grandi, morbidi, caldi: indispensabili per scorrazzare nei campi e sulle strade innevate. Perché mica c’era bisogno di andare in montagna per trovarsi sommersi dalla neve, a quei tempi era normale che l’inverno si colorasse di bianco anche nella “bassa”. Qualche volta mancava la corrente, e ci si attrezzava con le stufette a gas, senza invocare allarmi o emergenze. 

Mi piaceva la neve, come piace a tutti i bambini. Raggiungere la scuola, bardata come Davy Crockett, aveva qualcosa di eroico: scarpinavo per quasi due chilometri, con i miei piedoni imbottiti, per unirmi agli altri piccoli eschimesi che riempivano le aule. Nessuno pensava che le lezioni potessero interrompersi, nessuno lo pretendeva. La via del ritorno risultava un po’ più lunga, ma solo in termini di tempo: impossibile resistere alla tentazione di lanciare una pallata a chi ti camminava davanti, o rispondere a chi ti aveva colpito alle spalle. Così arrivavo a casa già fradicia, ma a che pro asciugarsi? Là fuori c’era tutto un mondo ad aspettarmi: affondare nella neve, sdraiarsi sulla neve, mangiare la neve. La fortuna di avere la campagna sotto casa: un mare candido, infinito, in cui tuffarsi senza limiti. Per poi ritrovarmi febbricitante di lì a breve, e subito all'ospedale. Ormai lo sapevo: arrivava il dottore, auscultava il mio torace, e sentenziava. Questa bambina dovrebbe restare sotto una campana di vetro. Pochi anticorpi, dicevano. Nessun rimedio, se non aspettare: con lo sviluppo si risolverà. Così avevo familiarizzato con medici e infermieri, un po’ meno con le suore, che ogni mattina si mettevano ad urlare come forsennate le loro preghiere. Quanto tempo ho perso in quelle stanze? Difficile quantificarlo, così come è difficile dare un ordine ai ricordi, che pure sono ancora vivi: la flebo attaccata al braccio, la disposizione dei letti, i compagni di sventura; la busta di stoffa con le posate portate da casa, i biscotti pregiati del bambino grassoccio, le iniezioni indolori dell’infermiere Gianni. E poi, una volta dimessa, ricominciare, tutto da capo. Passare dagli antibiotici ai ricostituenti: lo sciroppo dolcissimo, che l’avresti scolato tutto in un sorso, o le fialette scure da inghiottire tappandosi il naso, tanto erano disgustose - un sapore che ho riconosciuto da adulta, assumendo il ginseng puro (quello vero, nulla a che vedere con la bevanda tutta zucchero ora tanto di moda, che del ginseng contiene a malapena l’odore). Le energie ritrovate le sfogavo sui miei bambolotti, poveri pazienti che infilzavo con terribili siringhe, per esorcizzare il trauma dei tanti forotti subiti. Il rientro a scuola, giusto un po’ frastornato, ché tanto alle elementari è difficile rimanere indietro. Per quanto un passo indietro io dovevo sempre restarci: non correre fuori al freddo, non correre se no sudi, non correre che sei ancora debole. Che abbia avuto un senso tutto ciò? Di certo, i vari luminari avevano visto bene: superata l’infanzia, avrei superato anche l’incubo delle broncopolmoniti. E, da adolescente che si rispetti, cominciai ad andare in giro indossando il minimo indispensabile, nonostante gli inverni non avessero allentato le loro tenaglie. Maglie leggere sulla pelle nuda, cappottini strizzati più per bellezza che per protezione, un paio di guanti e via, ad aspettare l’autobus che ci portava a ballare. Si facevano i turni alla fermata: una fuori in vedetta, le altre dentro al portone del palazzo antistante, per patire un po’ meno. Anche nel gennaio del 1985, quando i cumuli di neve superavano le nostre altezze. Avevo appena festeggiato il mio compleanno, tante cose stavano cambiando. Nuova scuola, in città, nuove amicizie e nuovi ritmi. Gli orizzonti si ampliavano e io mi restringevo. Teen-ager ribelle a momenti, secchiona introversa molto più spesso. Mai contenta, mai soddisfatta, mai sicura. In conflitto col mondo e con me stessa. Perdersi, nascondersi, scappare. Correre. È così che cominciai. Per ossigenarmi, per ritrovarmi, per uscire dal guscio senza perdere la corazza. Cominciai e nessun inverno riuscì a fermarmi. Nemmeno quando, con l’avanzare dell’età, il freddo divenne un incubo. Incubo sì, ma non così terribile come smettere di correre.

mercoledì 10 gennaio 2018

Il calcagno (non) è un'opinione

Basterebbe ricevere il consiglio giusto al momento giusto. Ovviamente, il consiglio giusto è quello che risponde alle nostre aspettative, ma il momento giusto qual è? Se mi avessero proposto allora quanto mi è stato prospettato venti giorni fa, avrei reagito con la stessa prontezza? È vero, con i “se” non si va da nessuna parte: infatti sono qui, pressoché immobile, in fremente attesa di rimettermi alla prova.

Quel fastidio al lato esterno del tallone sinistro cominciò ad infastidirmi quando ero alle prese con tutt'altro dolore, tanto recidivo quanto irrisolto: nessuna evidenza scientifica riusciva a spiegare la sua perseveranza, ma in quell'area difficilmente localizzabile sotto il gluteo c’era senza dubbio qualcosa che non andava, visto che non riuscivo né a correre né a stare seduta. Come metterla con la maratona di New York? Proviamo intanto a zittire il piede molesto: l’ecografia vede un tendine intatto, ma qualche calcificazione qua e là. Una bombardata di onde d’urto e passa la paura. Baciata dal dio Maratona, arrivai tutta intera al traguardo in Central Park (qui i dettagli), ma il giorno dopo zoppicavo. Poco male, era già stato messo in preventivo almeno un mese di riposo. Si riprende quindi piano piano: natica così così, tallone non pervenuto.

Il 2016 parte con le migliori intenzioni. Sopravvissuta all'inverno, chiudo discretamente la primavera e cavalco la mia stagione preferita inseguendo sogni di gloria. Fino a quando il gluteo destro, forse geloso delle troppe attenzioni rivolte al suo compagno, comincia a lamentarsi alla stessa maniera. Perdo così la corona alle Eolie (qui la triste novella), e naufraga in quel mare il sogno di un’altra maratona. Naturalmente, visite, esami e contro analisi non rivelano alcunché. Tra i tanti referti, spicca quello dello specialista che se ne esce con “Ha presente Carla Fracci? Ecco, lei ha quel fisico”: considerando l’espressione da triglia, presumo fosse un elogio all'arte e alla perfezione – o si riferiva invece al logorio della veneranda età? Fatto sta che, a forza di sentirmi dire che non ho nulla, dovrei riuscire a convincermi. È tutto nella tua testa! Allora sono a posto.

Un altro inverno, eterno come tutti gli inverni. Un’altra (ri)partenza, faticosa come tutte le (ri)partenze. Sogni di gloria che assomigliano a miraggi ma, come si dice, la speranza… Con le antenne sempre orientate sui miei hamstring, avevo completamente dimenticato di quel tempo della mia vita mortale in cui soffrii di uno strano dolore accanto al tallone. Proprio quella sgradevole sensazione che si stava ripresentando a ridosso della gara sulla quale avevo concentrato tutta la preparazione stagionale. Stessi sintomi equivale a stessa diagnosi: bombardiamo e radiamo al suolo il nemico. Peccato che stavolta le armi non siano efficaci. La radiografia mi è simpatica, non trova alcuna anomalia. Perfetto, il fastidio sparirà così come è arrivato – ovvio, no? Mica tanto. Un giorno scompare, un altro giorno riappare; una volta parto bene e finisco male, un’altra volta parto male e finisco alla grande. È una prova di nervi, ma non desisto: correrò quella mezza meglio dell’anno scorso, poi potrò riposarmi un po’. Le ultime parole famose. Risultato vergognoso, condizione fisica pietosa. Dai, qualche giorno poi passa… Quando riprovo a correre è l’inferno. Un altro mese ai box. A metà giugno bisogna riprendere, Vulcano sta già borbottando. Duole ancora, ma ci può stare, bisogna solo ingranare. Forse. Forse bisogna riflettere sul fatto che fatico persino a camminare, e che sul tallone sembra essere cresciuta una palla da tennis. Urge vederci chiaro. L’ecografia è indisponente: mi sbatte in faccia una tendinopatia cronica e altre robacce come edema e reazione sinoviale, e meno male che non rintraccia calcificazioni. E adesso? L’ecografo, con far leggero, mi consola includendomi nella massa di podisti che convivono beatamente con problemi analoghi, e mi suggerisce di rivolgermi ad un bravo osteopata. Il bravo osteopata mi tira di qua e di là, confessandomi che più di tanto non si può fare e invitandomi a riprovare a correre quando fossi riuscita a camminare senza problemi. Arriva quindi il medico sportivo, quello che dovrebbe limitarsi a verificare che il motore sia in grado di reggere un altro anno di atletica. Ho la malsana idea di esporgli ciò che sta boicottando i miei allenamenti così che lui, mentre suggella il certificato di idoneità, mi infligge il colpo di grazia: non c’è rimedio, bisogna fermarsi. Almeno un anno. Questo il 18 agosto 2017, tra due settimane si parte. Alle Eolie un mio ologramma compie un miracolo (qui raccontato). Magari, si potesse evitare di tornare a casa… Due mesi, dai: un paio di mesi poi si ricomincia. Non importa che la bici mi faccia schifo, che non sappia più quali esercizi inventarmi, che in piscina rischio l’assideramento: se non mi muovo impazzisco. Già così mi sento un’ameba, bolsa e flaccida, ormai nevrotica. In novembre riallaccio le scarpe e mi butto nella mischia: mi lascio trascinare dall'entusiasmo, dalla voglia, dalla convinzione. Tutto bello, ma non basta: la situazione è immutata, sono rimandata alla prossima sessione. Dicembre? Non basta. Gennaio forse? O forse è meglio chiedere ancora aiuto? All'appello manca l’ortopedico. Ospedale di Bentivoglio, equipe del Rizzoli, dottore giovanile e sorridente: può essere d’aiuto una talloniera e, perché no, un ciclo di terapie. Intervento? Macchè, non è proprio il caso. Ci vuole solo tanta pazienza. Ha detto pazienza? Quel termine astratto conosciuto forse in una vita precedente, ma difficilmente concretizzabile allo stato attuale degli eventi? Va bene, tentiamo di approcciarlo: indossiamo i rialzi, lasciamo perdere le terapie (avrei già dato), e aspettiamo. Cosa? L’anno nuovo, la bella stagione, l’eternità? Mi sento già decrepita. Il mondo della corsa mi circonda, ma io ne faccio sempre meno parte. Finché non  incontro un elemento di spicco: a lui si sono rivolti in tanti, dagli atleti di fama ai semplici tapasci. Io no, non sono mai entrata in quella cerchia, per nessuna ragione precisa, solo giochi di strade. Strade che un giorno, per caso, si sono incrociate. Potresti dare un’occhiata al mio tendine? Un’occhiata, appunto, è sufficiente a formulare la diagnosi: apofisite calcaneare, l’unica soluzione è l’intervento chirurgico. L’ortopedico di sua fiducia ne dà conferma. Quello trascorso fino ad ora è stato tutto tempo perso. Già, ma nessuno fino ad ora me l’aveva proposto. Perché nessuno di loro corre. Era questo che volevo sentirmi dire? Può essere. Tanto lo temevo quanto lo speravo: di fatto, ora mi sembra una liberazione. Facciamola, questa operazione, il più presto possibile. Due buchini, una fresatura, una notte all'ospedale. Dolore? Un po’, ma passa in fretta. Difficoltà? Qualcuna: familiarizzare con le stampelle, superare gli ostacoli domestici, lavarsi senza danneggiare la fasciatura. Piccolezze. Pur di rimettersi in piedi. Pur di tornare a correre. La bestia scalpita.





lunedì 18 settembre 2017

Giro Podistico Eolie 2017 - Capitolo 3: ancora Lipari, sempre Vulcano

Da qui si vedono tutte, sette perle placcate dall'ambra del sole che digrada. Persino Alicudi, la più lontana, la più selvaggia. Chissà se ospita ancora quel bizzarro pittore francese che ci incantò con la sua immagine bohémien tanti anni fa. Quanto tempo è passato? Da quanto tempo non osservavamo da questa prospettiva il panorama dei nostri sogni? La salita al cratere è una passeggiata eppure, per una ragione o per l’altra, quella bocca rovente continuava a sfuggirci. Stavolta no, a costo di salire con una gamba sola. Che, in effetti era quello che temevo: più che di dover rinunciare a gareggiare, avevo paura che, costringendomi a farlo, avrei finito col ritrovarmi nell'impossibilità persino di camminare. Ho invece conquistato la mia montagna e ora la respiro, quasi a farla mia, nella disperata speranza di non lasciarla più. 


Siamo a metà dell’opera. Mancano “solo” due prove, anticipate da un giorno di riposo – tanto meritato quanto sofferto. Di rilassarsi non si parla proprio: il fotoreporter parte all'alba a caccia di scenari suggestivi, l’atleta si agita nel sonno col terrore di morire dal dolore alzandosi dal letto. Sopravvivo, ma la situazione è decisamente preoccupante. C’era da aspettarselo. Anzi, sono già andata oltre le più ottimistiche previsioni. Eppure, l’idea che la strada si possa interrompere non mi scuote affatto. Duole sempre ai primi passi, poi si stabilizza e quasi passa in sordina: è stato così nei giorni scorsi, lo sarà anche nei prossimi. Dovrò vedermela con la tappa più antipatica, quella che l’anno scorso ha sancito il mio ritiro: una sfida tra me e lei, e vincerò io. Non ho dubbi. Sto sfidando la logica, la fisica, la ragione. E mi sto divertendo un sacco. Difficile capire dove finisca la mia caparbietà, e dove inizi il desiderio di stupire chi è in ansia per me: la disperata voglia di correre si fonde con l’estrema necessità di non deludere. Troppi errori su queste strade, è ora di finirla.

Cinque giri di un chilometro abbondante, su e giù per il centro di Lipari. Ciottolati, curve secche e turisti distratti: un incubo. Se mi lasciassi trascinare dalla foga degli sprinter sarei spacciata – ovvero, impiccata già al primo muro. Ritmo da crociera anche oggi, è l’unica strategia per restare a galla. Con calma mi avvicino alle due ragazze in più diretta competizione, nella discesa sono leggermente avanti quando, in prossimità del ristoro, un piede si aggancia al mio e trovo l’inferno. In una manciata di secondi vedo scorrere le immagini più catastrofiche: schiantata sui pietrini, paralizzata dalla rabbia e dal dolore. Eh no, stavolta no! Barcollo come un clown, gambe e braccia all'aria, rifiutando di cedere alla forza di gravità. Signori e signore, oggi comiche. E per la gioia di tutti voi, Ridolini resta in piedi. Anzi: più cattivo di prima, parte alla rincorsa di chi gli ha fatto lo sgambetto. Si tratta solo di aspettare il rettilineo più scorrevole e il sorpasso è fatto. Ancora un paio di giri, può ancora accadere di tutto, ma sento che lo scoglio è superato: sto già assaporando lo sguardo stupefatto di chi mi aspetta trepidante, più incerto di me sulle mie reali possibilità.

Potrò dire di avercela fatta solo al traguardo di Vulcano, sabato mattina. Mi piacerebbe, almeno in questa occasione, attivare la modalità “gara”. Perché fino ad ora non l’ho innescata: non mi sono spremuta, non ho tirato alla morte, non ho patito la competizione. Mi sono impegnata il minimo indispensabile, esclusivamente per il piacere di partecipare. Certo giorno dopo giorno, risultato dopo risultato, l’euforia aumentava: anche il confronto con le passate edizioni si faceva sempre meno avvilente. Ovvio che il cavallo cominciasse a scalpitare. Insomma: non intendo lanciarmi come un kamikaze contro il gruppo di testa, vorrei però vivere l’agone fino in fondo. Galeotta è la discesa: come faccio a trattenermi se si parte in picchiata? Lo so che al ritorno questo tratto mi spezzerà le gambe, ma adesso è impensabile non slegarle. Che almeno mi diverta un po’, perché sul piano sono già piantata: qui emerge tutto ciò che mi manca. Senza allenamento, senza attitudine al ritmo, senza prove di velocità non si improvvisa niente: il motore non gira. Per quanto si provi a spingere, sembra di non avanzare affatto. Così arrivo già in affanno sul falsopiano – che vivo come una salita allucinante. Mi sorpassano a frotte, sono una palla sgonfia. Mi concentro sulle mie forze, sull'andatura, attendendo come un miraggio il giro di boa. Peccato che la discesa non sia proprio di quelle che piacciono a me: ti lascia prendere fiato, sì, ma non ti consente di volare. Se non altro, è sufficiente a guadagnare alcune posizioni. Devo sfruttare al massimo questo tratto, per poi sputare sangue sul finale. Un dosso diabolico, poi di nuovo sul piano. Ancora una volta, fianco a fianco con Francesca. Ovviamente lei ne ha più di me, ma è grazie alla sua forza che riesco ad affrontare l’ultima salita con una grinta insperata. Sto morendo, ma è così che vorrei morire: scoppiando di gioia.

Ho vinto. E non parlo della posizione, né del premio di categoria: parlo della mia battaglia.  A tutti quei discorsi su cosa si possa ottenere solo con la forza di volontà non avevo mai creduto. Invece… Non so dove abbia trovato le risorse, né come abbia potuto vincere il dolore: non so quando guarirò, né quando tornerò a correre. Ho però una nuova certezza: posso farcela, possiamo farcela. Non esistono ostacoli insormontabili, solo montagne da conquistare. Come Vulcano. La sua energia non si esaurisce. Ed è in noi.




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