lunedì 1 novembre 2010

Maratonina di Calderara di Reno

Tranquilla, la gara è ancora lunga.
È vero, ed è altrettanto vero che sono partita come una novellina sconsiderata, quasi non sapessi come sia fondamentale saper dosare le energie. Mi sono attaccata alla sconosciuta in testa, convinta di poter stare lì e controllare. Già, controllare: avessi fatto più attenzione a quanto rilevava il Garmin, mi sarei resa conto che quel ritmo non poteva essere alla mia portata. Ma stavo bene, non avvertivo neppure lo sforzo; la pioggia, poi, bagnava lo schermo del crono, così coglievo malamente quanto in esso riportato.

A metà gara, però, mi ritrovo già affogata. E l’avversaria che, nel superarmi, mi taglia la strada per servirsi al ristoro, costringendomi ad una brusca frenata, è una vera maledizione. Grazie a Gaetano, che oggi ha deciso di correre con me, riesco a non abbattermi. Tranquilla, la gara è ancora lunga. In effetti, dovevo aspettarmi questo smacco, nonostante, confesso, speravo che il margine guadagnato in quei dieci chilometri forsennati potesse mettermi sufficientemente al riparo. Gravissimo errore! Ora devo stringere i denti e cercare di limitare al massimo i danni. Va detto che avere accanto qualcuno che ti tiene il passo e ti incita se avverte segnali di cedimento è ossigeno puro. Certo, gambe e fiato sono i tuoi, ma una presenza amica sa darti quella forza e quella sicurezza che, nei momenti di difficoltà, crollano repentinamente rendendo vano qualsiasi impegno. Bastano poche parole, spesso anche solo un gesto, per scacciare i diavoli malefici che portano all’esaurimento delle energie. Mi sento come fossi alimentata da un generatore di corrente: quando sto per spegnermi, una ricarica improvvisa mi ravviva, impedendomi di perdere terreno. Va bene così, sono a distanza di sicurezza, tutto può ancora succedere.
Dai, attaccati che la prendiamo. È la voce di un compagno di società (che vergogna, non conosco neppure il suo nome…), oggi siamo in pochi e fa piacere trovare un alleato. Cerco di seguirlo, riuscire a stare in scia sarebbe perfetto, ora che il vento è fastidiosamente contrario. Ma il suo passo è al di sopra delle mie attuali possibilità.
Tranquilla, attacchiamo all’ultimo chilometro. Il mio angelo custode non mi abbandona, pur essendo decisamente più forte di me. Lui ci crede, e ci credo anch’io. Sono ormai pochi i metri che ci distanziano, ora è il momento. Sento già di averla agguantata, quando il suo compagno si volge indietro, avvertendo il pericolo. È ciò che temevo. Lei, ovviamente, reagisce. Gaetano mi sprona a non mollare ma, a circa 300 metri dall’arrivo, capisco che non sono in grado di sferzare la zampata vincente. Taglia il traguardo pochi passi prima di me. Anche oggi, la risposta a chi mi chieda se sia soddisfatta è la solita smorfia.

Brava, hai fatto una bellissima gara. Grazie, Gaetano, è anche merito tuo. Sono assolutamente convinta che da sola non avrei ottenuto questo risultato. Probabilmente mi sarei piazzata comunque al terzo posto, ma con un distacco ben più ampio – quindi, con un crono decisamente deludente. Non che abbia chiuso con chissà quale tempo, ma è comunque il migliore degli ultimi due anni: segno che la strada è quella buona. E dovrò proseguire sulle mie gambe, perché non sempre si ha accanto qualcuno che ti mette le ali. Di certo, conserverò il fervore di Gaetano come il ricordo più prezioso di questa giornata, affinché mi sia di aiuto anche nelle prossime.


martedì 26 ottobre 2010

Castel di Casio: Circuito della Torre

La doccia calda dopo una gara è un bene raro. Siamo talmente abituati ad industriarci in acrobatiche operazioni di asciugatura e cambio tra le nostre auto parcheggiate, che spesso non prendiamo neppure in considerazione la disponibilità di comodi spogliatoi. Eppure, quale goduria maggiore dell’arrivare a casa già pronti per le pantofole? La voce dello speaker, al piano di sotto, segnala che sono iniziate le premiazioni, meglio sbrigarsi per non farsi richiamare.
Sì, sarò premiata in maniera ufficiale: dovrei quindi essere estremamente soddisfatta. Eppure, neanche stavolta riesco ad sentirmi pienamente appagata dalla mia prestazione. Il mio presidente, indaffarato nell’organizzazione, mi chiede se sia arrivata terza. No, rispondo, seconda. Seconda?! Allora cos’è quella faccia?! Già, cos’è questa faccia? Cosa volevo? Cosa avrei potuto ottenere di più?
Lungi da me l’idea di poter vincere, questo è territorio delle forti podiste toscane dalle quali non si sa mai cosa potersi aspettare. Oggi la partecipazione è piuttosto scarsa, ma non manca la nostra atleta di punta che, seppure infortunata, non può esimersi dal guadagnarsi il ricco (?) premio per la vincitrice. Insomma, il primo posto è già assegnato.
Appena partiti, mi trovo alle calcagna una ragazza che non conosco, avrà vent’anni meno di me e riceve forti incitamenti nei due passaggi nel centro del paese. Mi impongo di non cedere alla sfida. È qui che entrano in gioco le mie debolezze. Non devo permettere che insicurezza e scarsa fiducia in me stessa abbiano la meglio. Dopo i primi due chilometri di tira e molla, la strada volge in una bella discesa: saluto tutti e vado. Vado a più non posso, sperando che duri il più a lungo possibile, affinché il margine guadagnato mi protegga nella parte più dura – che, ci hanno già annunciato, inizierà dal quinto chilometro. Eccolo lì, dietro la curva a sinistra, il muro. Le gambe che sin qui hanno volato, ora si trovano costrette a spingere su ben altre marce. Circa un chilometro, dicevano. Devo resistere, accidenti. Accidenti a me, non ce la faccio. Il podista che mi precede smette di correre, e io faccio lo stesso. Ma che diamine? Da quando in qua ho tanti problemi in salita? Tre o quattro passi camminando, poi di nuovo di corsa. Stop and go, stop and go… Avanti di questo passo, ciao seconda posizione. Beh, in fondo il terzo posto non è così malvagio. Ehi, cosa dico? Non sarò mica l’unica a faticare? Ho superato difficoltà ben più pesanti, perché dovrei sottomettermi ad un ulteriore smacco. Mi guardo alle spalle. Eccola! Immagino la sua soddisfazione nel vedermi in difficoltà. Ma dovrà passare sul mio cadavere! Il suo compagno la incita: dai, adesso! Esatto, proprio adesso: adesso che c’è un leggero scollinamento, e io ne posso approfittare per ritrovare la giusta spinta. Le gambe girano ancora, in fondo manca poco, è il momento di dare tutto e anche di più. Un po’ di curve, tracciato mosso ma stimolante. Ottavo chilometro, ci siamo quasi. Le ultime centinaia di metri mozzano il fiato. Mi sento incollata al terreno, non oso girarmi. Dai, sei già arrivata! Tranquilla, non c’è nessuno dietro. Possibile? Non verifico e continuo a spingere con quelle poche forze che mi restano, a denti stretti, fino al traguardo.

Al suo arrivo, la ragazzina mi fa i complimenti: anche se per poco, non è riuscita a riprendermi. Jader invece mi rimprovera quando scopre che ho camminato a tratti. Ed è la critica che faccio a me stessa. Ecco perché ho questa faccia. Ho saputo difendere la posizione, è vero, ma non ho corso come avrei dovuto/potuto. Insomma, c’è sempre qualcosa che non va per il verso giusto. Ovvero, ci sono molte cose da perfezionare. Vediamola così: ho discreti margini di miglioramento. A dispetto di tutto e di tutti, continuo a crederci.

lunedì 20 settembre 2010

Porretta Terme - Lizzano in Belvedere

Cosa ci faccio io tra queste due atlete fortissime? Sto forse azzardando troppo? Eppure non mi sembra di spingere più del dovuto, anzi: siamo in leggera discesa, le gambe vanno agili e mi limito ad assecondarle senza forzare. Chissà, magari loro sono dirette verso il traguardo più lontano, in questa fase stanno quindi semplicemente passeggiando.
Beh, quale che sia il loro obiettivo, all’attacco della salita le vedo allontanarsi – e io comincio ad arrancare. Ora si tratta, per me, di impostare il giusto passo che mi consenta di sopravvivere per i restanti chilometri – cioè per la maggior parte della gara. Non posso permettermi di farmi prendere dall’affanno, non ora: il percorso non concede nulla, è necessario dosare le energie. Già, quali energie? La settimana alle Eolie mi è restata a lungo nelle gambe: i tracciati nervosi, le pendenze importanti, i ritmi sostenuti hanno irrigidito i miei poveri muscoli e, per quanto mi sia adoperata per smaltire tutto, non posso dire di essere tornata in piena efficienza. Anche perché, negli ultimi giorni, mi sono limitata a corsette spensierate, senza assilli di tempi o prestazioni, e ho provato sensazioni decisamente insolite. I primi passi di corsa erano, come preventivato, completamente scoordinati, quasi da principiante del podismo. In breve, però, trovavo una fluidità ed una leggerezza inaspettate, come quando si corre col vento alle spalle. Cercavo di non farmi prendere dalla foga, onde evitare crolli improvvisi; mi imponevo di procedere cautamente almeno fino a due terzi del percorso, per poi magari tentare una progressione o degli allunghi. Ed, effettivamente, ai cambi di ritmo la stanchezza pregressa si faceva sentire: riaffioravano irrigidimenti e fiatone, non ero quindi in grado di tirare più di tanto. Le difficoltà, però, regredivano giorno dopo giorno e, non fossi stata infastidita da un accenno di vescica (vendetta delle vecchie scarpe, consapevoli di essere prossime alla rottamazione), giovedì scorso sarei riuscita a svolgere un bel fartlek
Insomma, sono arrivata a questa gara senza entusiasmi né aspettative. Ovvio che, strada facendo, si cerchi di difendere la posizione. Ora, davanti a me c’è un’atleta che non dovrebbe essere lì. Accidenti, però, come corre bene! Pare non faccia alcuna fatica, procede in salita con una scioltezza invidiabile. Io cerco di stare attenta a correggere il difetto che, dicono, limita il mio incedere: pare infatti che affronti i pendii con passo saltellante, quasi correndo sul posto. Evidente che resti indietro! Non vedendomi, fatico a rendermi conto di tale limite. Mi sforzo comunque di mantenermi proiettata in avanti, sfiorando l’asfalto, nella speranza di migliorare un po’. Se non altro, non sto perdendo terreno. Anzi, ho l’impressione di essere in leggero recupero, la distanza si sta infatti accorciando. Appena scorgo un tratto di falsopiano, attacco. Supero l’avversaria prima che la strada spiani, poi tento di approfittare della pendenza a me favorevole. Lei, però, non cede: ha quello scatto di orgoglio che a me ancora manca. So che in discesa è più debole, ciò nonostante mi resta attaccata. E, proprio qui, la mia gamba “gigia” mi tradisce. Sì, perché capita spesso che, a ritmi sostenuti, il muscolo che anni fa si strappò cada in una sorta di torpore che investe l’intero arto: questo non risponde degnamente ai comandi, perde forza e tenuta. Così non riesco a spingere come dovrei. Perdo anche concentrazione, compromettendo decisamente la sfida che poteva essere decisiva. La discesa, del resto, è di breve respiro, insufficiente per il necessario slancio. E la salita si fa sempre più ripida. Gli ultimi chilometri: i più duri. Smarriti smalto e determinazione, non cerco neppure conforto dai miei riferimenti mentali, segno che anche la motivazione è scemata. È questo che continua a non funzionare: smettere di crederci, non lottare fino alla fine. Come se non sapessi che, dopo, sarò oltremodo delusa e insoddisfatta; come se non ne avessi abbastanza di schiaffeggiarmi per quello che avrei dovuto tentare e non ho fatto; come se tutte le gare disputate fino ad oggi non mi avessero insegnato nulla. Niente da fare. Ci deve sempre essere qualcosa per cui martoriarsi. A circa un chilometro dall’arrivo c’è chi prova a darmi una mano: vedendomi in difficoltà, un podista decide di stare al mio fianco incitandomi. All’ultimo tornante mi invita a tagliare la curva prendendo il marciapiede, non considerando che così facendo si transita nel tratto più ripido. Quasi stramazzo. Solo il miraggio del traguardo mi tiene in piedi. Vorrei guardarmi alle spalle, capire se rischio un sorpasso sul filo di lana o se, almeno su questo, posso stare tranquilla. Non lo faccio. Ecco la piazza. E’ finita.
Sono quarta. Desideravo un piazzamento migliore? Sinceramente no. Non sapevo chi potesse essere in gara, oggi, e nemmeno mi sono preoccupata del livello delle avversarie sulla linea di partenza. Speravo però in un crono migliore, questo si. Soprattutto, confidavo in un risultato senza sorprese. Ancora una volta, devo fare i conti con quei limiti mentali che mi impediscono di terminare una gara con la consapevolezza di avere dato tutto. Volgo in positivo questa constatazione: ho ancora dei margini di miglioramento.

sabato 11 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Quinta tappa

VULCANO - 7,3 km
Va bene che non sono un tipo da spiaggia, ma tre giorni di pioggia su sei sono troppi anche per me. E pensare che quest’anno avevamo fatto scorta di creme solari, memori della passata esperienza, quando le condizioni meteo eccezionali ci costrinsero ad un acquisto supplementare.
Anche oggi un leggero chiarore ci fa ben sperare. È l’ultima fatica, per i più poco significativa: ormai i giochi sono fatti, pochi sono quelli che si giocheranno la posizione fino al traguardo. Qui conta l’abilità nel correre in discesa. Perciò sono tranquilla: ho un buon margine. L’unico neo è la pioggia, ma sull’asfalto non dovrebbero esserci eccessive difficoltà. Occorre però gestire con accortezza la partenza: il primo chilometro è in leggera salita, non posso permettermi di lasciarmi fregare in tale frangente, perché poi recuperare in discesa, se anche le altre si buttano, risulterebbe arduo.
Oggi niente barca, ci spostiamo in pullman verso la start line. I primi due si riempiono subito. Aspetto il terzo, che però ci congiunge al resto dei concorrenti con notevole ritardo: mancano solo 15 minuti alla partenza, anche stavolta anticipata. E piove. Calma, oggi è l’ultimo giorno e deve essere un gran giorno: nel senso che devo partire e arrivare bella carica, dando il meglio di me. Questo è il mio percorso, lanciati e vola fino alla fine.
Le due avversarie che mi seguono in classifica tentano da subito il sorpasso, ma non le lascio passare. La più diretta avanza di qualche passo, sono impiccata ma tengo duro: ecco la discesa, ora tocca a me. Dimentico i freni e vado. I tornanti mi costringono a spezzare il ritmo, ma non mi lascio intimidire. Vedo addirittura la ragazza che mi precede sempre più vicina, chissà… I chilometri scivolano veloci, siamo ormai a cinque. Sono stanca, di fatto sto spingendo parecchio, pur col favore della pendenza. Supero la settima classificata, che però mi riagguanta di lì a poco: la discesa è infatti terminata, ora siamo su un falsopiano che mi sega le gambe. Lo ricordavo bene questo passaggio, anche due anni fa la stessa piccola impennata mi sembrò una montagna insormontabile. L’altra invece riesce persino ad incitarmi e ad invitarmi ad attaccarmi a lei. Fosse facile. Ma devo provarci, non posso certo permettermi un’umiliazione proprio sul finale. Non oso guardarmi alle spalle, non lo faccio mai, a meno che la conformazione del percorso non permetta di avvistare gli inseguitori. Manca davvero poco, ed è su questo dato confortante che mi concentro. Cerco addirittura di sprintare sul rettilineo finale. È finita!
Le ambizioni che avevo messo in valigia si sono squagliate al primo sole: sono stata abbattuta già dai pronostici del pre-gara. Mi sono caricata di tensioni assurde. Esserne consapevoli è già un passo avanti, occorre però intervenire su questo aspetto, onde evitare di compromettere l’intero contesto. Perché, ora che è tutto è passato, è proprio la situazione nel suo complesso che mi manca. Non ricordo di avere provato un simile senso di svuotamento, due anni fa. Ora cerco di non lasciarmi angosciare da ciò che mi aspetta, ma gli incubi disturbano il mio sonno già da diverse notti, e le ombre hanno ormai oscurato il mio viso. Ci sono elementi su cui posso sforzarmi di intervenire, altri però sono al di fuori della mia capacità di controllo, ed è proprio tale senso di impotenza a farmi sentire una nullità. Ma questo è un altro discorso.Nonostante tutto, già penso al prossimo anno. Se non altro, non ho perso la capacità di sogna

giovedì 9 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Quarta tappa


LIPARI (circuito) - 7 km


La giornata di riposo è lunga da far passare quando c’è il sole: se piove, diventa eterna. Acqua a non finire, dall’alba al tramonto. Allenamento bagnato, passeggiata bagnata, previsioni altrettanto bagnate. Ci svegliamo, infatti, il venerdì, ancora sotto la pioggia. E la cosa mi urta alquanto: tappa cittadina, nel centro di Lipari, saliscendi su fondo lastricato: panico! Uno spiraglio di luce vuole illuderci, desideriamo credere che il tempo volga al bello. Oltre il vulcano, però, incombono nubi minacciose, così come minaccioso si presenta il mare – se non altro, l’attraversata è di breve durata.
Si corrono tre batterie: prima tutte le donne, poi gli uomini classificatisi oltre il quarantaduesimo posto, quindi i primi quarantadue; sei giri, per un totale di circa 7 km. Sul percorso, due strappi, di cui uno decisamente impegnativo. Faccio una perlustrazione come riscaldamento: strada decisamente bagnata e scivolosa. Non bastasse questo a rendermi nervosa, scopro che la partenza è stata anticipata di 15 minuti, così ho appena il tempo per qualche allungo. Mi rendo conto che non sono nelle migliori condizioni, la tensione che credevo di avere smaltito si è ripresentata con ulteriori aggravanti. Eccomi dunque ad arrancare per mantenere la mia ottava posizione. Nei primi due giri tengo un buon passo, ma già nel terzo sono cotta: infatti sulla rampa mi sorpassano agilmente le due avversarie che mi avevano battuta nella seconda tappa. Non riesco ad approfittare della discesa, gli appoggi insicuri mi impediscono di lanciarmi. Il fiato, poi, è quello che è. Siamo appena a metà, non arriverò alla fine. Stringo i denti, dovrei scavare alla ricerca di qualche risorsa nascosta, ma la fatica mi sta annebbiando oltre misura. Forza, cerca almeno di non lasciare loro troppo margine. Sono lì, apparentemente a portata di mano, magari basterebbe osare un po’ di più. La marcia giusta però non ingrana. Anche oggi mi devo accontentare. Magari, avessi avuto un po’ più di tifo… Certo, non avrei guadagnato chissà cosa, mi sarei però risparmiata lo sconforto di sentire acclamare solo le mie avversarie, proprio nei momenti di maggiore difficoltà. Sarà stupido, ma su di me gli incitamenti hanno un effetto decisamente euforizzante.
Se non altro, nulla è variato nella classifica generale. Resta il fatto che su questa sofferenza eccessiva occorre lavorare.

mercoledì 8 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Terza tappa

SALINA - S.M. Salina - Rinella (km 15)

È arrivato lo scirocco: cielo minaccioso e caldo afoso. Non saremo bruciati dal sole, ma il clima è tutt’altro che ideale per una tappa tanto impegnativa. Per forza di cose, le mie prospettive sono mutate: perduto l’obiettivo della classifica, ora si tratta di correre al meglio, cercando di ritrovare quella brillantezza che ha caratterizzato diverse mie recenti prestazioni. Ho dato prova di tenacia e determinazione, raggiungendo risultati inaspettati: non può essere tutto svanito all’improvviso. Due anni fa, i continui tornanti in salita mi misero in discreta difficoltà. Ricordo di essermi fermata più di una volta. Quest’anno le difficoltà le ho trovate prima del previsto. Sono capitoli diversi, inutile qualsiasi raffronto. Pensiamo a nient’altro che al qui e ora.
Le due avversarie che ieri hanno amplificato la mia crisi si piazzano subito davanti. L’imperativo, oggi, è non forzare in partenza: se mi sfianco all’inizio, chi ci arriva in cima? Ci mettiamo comunque alle spalle la ragazza in verde; l’altra mi precede a vista, non mi impensierisco, la strada è ancora lunga. Questo percorso sembra fatto per me: salita quanto basta per farti concentrare sullo sforzo, poi un po’ di discesa per farti recuperare. Il fiato c’è, le gambe girano bene. Guadagno terreno. E riprendo la mia posizione. Che devo assolutamente mantenere, specie quando la pendenza si farà più impegnativa. Avanzo sicura. Restano ormai un paio di chilometri di sofferenza, quelli più duri. Chissà in quale punto mi fermai, nel 2008. Oggi non se ne parla proprio. All’arrivo voglio godermi una bella granita al caffè: me la devo guadagnare. Al minimo accenno di crisi, vedo la granita che mi aspetta. E così procedo imperterrita. È nell’ultimo chilometro di salita che mi supera la sesta in classifica, che io credevo di avere davanti. Accidenti, evidentemente oggi per lei non è una gran giornata. Se riuscissi a riagguantarla… Siamo davvero a pochi passi, ma la discesa aiuta entrambe. Si tratterebbe forse di forzare un po’, di riuscire a osare più del solito. È però già tanto, per me, lanciarmi in picchiata senza frenare. Certo, si trattasse di giocarsi una posizione significativa il discorso sarebbe diverso, ma di fatto per me cambia poco. Restiamo così, ad una decina di metri l’una dall’altra, per tutti i cinque chilometri finali. Arrivo in spinta, apparentemente affatto provata. E sorrido - questo sì che è un evento. Non ho vinto nulla, ma ho corso bene e ho ritrovato me stessa: non è poco.




martedì 7 settembre 2010

Giro podistico delle Isole Eolie - Seconda tappa

LIPARI - Acquacalda - Canneto (km 6,5)

Saranno state le eccessive aspettative, la delusione, la tensione; sarà che sto dormendo poco e male; sarà, forse, che qualcosa nel meccanismo si è (da tempo) inceppato. Fatto sta che peggio di così non poteva andare. E non è tanto per l’ulteriore retrocessione in classifica. O almeno, non è questa l’unica ragione. È che le sensazioni sono state pessime sin dall’inizio.
Durante il riscaldamento mi sembrava che le gambe girassero bene, tutto sommato mi sentivo abbastanza tranquilla. Temperatura alta, aria pesante, un po’ di vento: condizioni non ottimali, ma contavo sulle mie possibilità. Certo, una tappa corta e, presumibilmente, veloce come quella che ci attendeva non si intonava tanto alle mie corde, ma in fondo si trattava di attaccare con la massima grinta i primi chilometri di salita, per poi buttarsi in picchiata nella seconda parte, giù fino al mare.
Partenza subito su di giri. Sono fianco a fianco delle mie immediate avversarie, nel primo tornante quasi ci scontriamo. Due di loro si defilano, restiamo in due. Per poco. Sono già in affanno. Provo a far mente locale, ragionando sul fatto che in fondo il tratto duro non è eccessivamente lungo. Ma mi manca il fiato. Ansimo e perdo terreno. Cosa mi sta succedendo? La parte più impegnativa è andata, ma c’è ancora un po’ di falsopiano prima della discesa, ed è proprio qui che sono raggiunta e superata da due ragazze: questo proprio non l’avevo messo in conto. I miei calcoli si basavano solo su chi avevo davanti, le retrovie non erano state prese in considerazione. Eccole lì, invece, a farsi beffa di me. Bum, ferma. Col fantasma del ritiro ad offuscare la mia mente. Risvegliata da un impeto di orgoglio, punto chi mi precede, confidando nello slancio fornito dalla discesa. Ma quest’ultima non mi viene in aiuto, sono talmente esaurita che neppure adesso riesco a ritrovare spinta. Gambe di piombo, piedi incollati a terra, respiro da moribonda. La ragazza in verde sparisce, in compenso avvisto la prima che mi aveva superata. Pare in difficoltà, se solo riuscissi a sciogliermi… Niente da fare, siamo ormai in dirittura di arrivo, striscio boccheggiando sotto il traguardo.
Infranti tutti i sogni di classifica, mi interrogo sulle cause di questo disastro. Ho sofferto troppo, non sono riuscita a correre decentemente neppure un chilometro, mi sono addirittura fermata: nella tappa considerata più veloce ho dato il peggio di me. Come mi riprendo da questo smacco? Il mio coach è irraggiungibile, è in me che devo trovare le risorse per affrontare il resto della gara. Fortunatamente, il contesto mi è di sostegno: innanzitutto, Jader ha capito come prendermi e sa trovare parole e toni giusti per incoraggiarmi; poi c’è Fausto che riesce a distrarmi e a risollevarmi il morale; inoltre, c’è l’isola. I luoghi hanno un’anima, esprimono sensi e significati: più forti sono le pulsioni che una terra trasmette, più è difficile restarne indifferenti. Vulcano è forza per definizione. Energia pura: palpabile, incombente, quasi minacciosa. È questo che ti strega e ti cattura. Il cratere che respira, l’odore che trafigge, i colori che mutano nei toni e nelle sfumature. Non è un posto come un altro. Così come questa non è una semplice vacanza. Del resto, la vacanza “pura” non è nella mia indole: non cerco il riposo, ma l’emozione. Qualcosa da scoprire, da conoscere, da conquistare.
Ora, nello specifico, tutto è concentrato sulla gara. Ma, trattandosi di una gara particolare in un luogo altrettanto particolare, mi lascio rapire dal complesso di elementi e guardo avanti.
















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