domenica 8 maggio 2016

Bibione Half Marathon

“Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”

Tacciano i pensieri assordanti, cessino gli assilli insistenti, svaniscano le immagini inquietanti. Devo correre. Per respirare e per restare senza fiato. Per annullarmi e ritrovarmi. Per fuggire e per ritornare. Ho bisogno di spazi aperti, di orizzonti infiniti, di ambienti sconosciuti. 

Perché Bibione? Perché nessuno ne ha mai parlato: è qualcosa di nuovo, di diverso, di lontano. Cambiare aria, ogni tanto, fa bene. Percorso sconosciuto, facce sconosciute, io stessa sconosciuta a chiunque: la condizione migliore per dare il massimo dall'inizio alla fine, sfidando soltanto me stessa. Certo, occorre tenere conto di alcuni punti critici: lo stress del viaggio, le difficoltà nel gestire l’alimentazione, la possibilità di trascorrere una notte in bianco (chissà se esistono al mondo alberghi silenziosi). Dettagli. Sulla linea di partenza la carica è sempre a mille.  

Inevitabile guardarsi attorno, cercando di individuare i soggetti “pericolosi”. Naturalmente, a me sembrano tutte più tirate, aggressive e potenti di me. Senza contare il fatto che spesso sono quelle apparentemente più innocue a farmi mangiare la polvere. Corri con la testa. Parti prudente. Che me lo dite a fare? Io mi impegno, giuro che lo faccio, ma cosa accadrà dopo lo sparo lo scoprirai solo strada facendo. E la strada, dopo nemmeno tre chilometri, diventa sterrata. Evviva! Lo sapevo, sono preparata. Mi avevano assicurato trattarsi di terra battuta, e in effetti così è. Non avverto particolari difficoltà, ma il grip è precario e l’andatura ne risente. O forse sono io che mi sto già spegnendo. Eh no, siamo solo al sesto! Quando accidenti usciremo da questo bosco? Ecco che il verde si dirada, e ci troviamo su un fantastico sentiero di ghiaia fine e compatta, di quella in cui il piede slitta che è un piacere. Riprendo comunque ritmo, tanto da riacciuffare una ragazza che mi aveva superata nel mio tratto più lento. Finalmente torniamo sull'asfalto, qualche ondulazione per far vibrare bene le gambe, e ci si approssima nuovamente al piazzale di partenza. C’è un bel tifo. E c’è il mio tifoso più grande: lo vedo e mi vede, il sorriso che regalo è quello che mi porto dentro. 

Non sono neppure a metà, eppure oggi sento che l’energia è quella giusta. Avanzo guadagnando posizioni, sensazione di euforia pura. Riesco persino a non inveire quando il percorso devia verso la spiaggia, portandoci su una sorta di passerella di legno sulla sabbia. Panorama estremamente suggestivo, non c’è che dire, ma correre lì sopra… Eppure non cedo, anzi, continuo a superare. Addirittura, sorpasso per due volte la stessa atleta: la prima volta nel tratto di andata, la seconda al ritorno, dopo il giro di boa. Gli effetti speciali di questo sport non smettono mai di stupirmi. Salutata la spiaggia, cominciamo a zigzagare tra le vie del paese. Ormai sono agli sgoccioli, ma ho ancora qualche preda da agguantare. Peccato per il vento contrario, proprio negli ultimi chilometri. E peccato anche per i pietrini della pista ciclabile sul lungomare. Il traguardo è vicino, lo sai che devi soffrire fino all'ultimo istante. Vuoi proprio non riuscire a prendere quella a pochi metri da te? È lì, a un soffio, a un secondo. Quel secondo che resterà tra lei e me, in classifica. Pazienza. Ho dato veramente tutto, non ho nulla di cui rammaricarmi. È vero, contavo in un piazzamento migliore  - va bene, lo ammetto, anche in un crono un pochino più basso: si è mai visto che sia soddisfatta al cento per cento? Però, tiriamo le somme: disagi della trasferta, percorso bizzarro, vento e caldo. Risultato: il migliore dal 2013. Quasi quasi mi illudo che sia un punto di partenza. Alla mia veneranda età, lasciatemi sognare.


PS: una gara dall'organizzazione impeccabile non può scivolare su uno degli aspetti più rilevanti: le premiazioni. Forse mi è sfuggito qualche cavillo, ma se lo speaker annuncia che “da regolamento Fidal” saranno premiati i primi dieci classificati, “esclusi gli stranieri e le Run Card”, mi chiedo che cosa ci facciano sul palco tanti africani. Quanto ai premi di categoria, capisco che non debbano attenersi a nessuna normativa, ma basterebbe un minimo di buon senso - o di buon gusto - per evitare che alle donne siano assegnati riconoscimenti ridicoli rispetto a quelli offerti ai pari grado di sesso maschile.

lunedì 11 gennaio 2016

My Hero

And the clock waits so patiently on your song...
A tredici anni ero già alquanto irrequieta. Un’età difficile, si sa: i genitori diventano ingombranti, i fratelli maggiori si allontanano e vorresti inseguirli, il mondo offre infiniti orizzonti da esplorare. Tanti amici, tutti con qualche anno in più: i motorini, le fughe dal paese, la discoteca. Ciò che non è consentito si fa di nascosto: oppure ci si accontenta di quello che si ha a disposizione. Per esempio, una sala ARCI. E un gruppo di attivisti che prende a cuore la causa dei “giovani” e chiama due DJ per animare le loro domeniche pomeriggio. Fu lì che accadde: la folgorazione. Certi accadimenti non hanno una spiegazione, impossibile razionalizzare un colpo di fulmine: succede e basta, e resti segnato per sempre. Quella canzone… Mai sentita prima, nonostante fosse già datata: forse troppo, per me, chissà. Chissà quali corde mi fece vibrare, chissà come rivoluzionò il mio sentire. Fatto sta che con Heroes il mio senso per la musica fu sconvolto per sempre. Un amore senza mezzi termini: ti prende totalmente, come una malattia. Di lui non sai nulla, e ora vuoi conoscere tutto: e tutto ti sembra straordinario.
Mi chiudo in camera, appoggio l’LP sul piatto, la puntina sull’LP, e parto. Il mio primo acquisto importante, il mio primo disco di David Bowie. Ma la musica non mi basta: devo leggere la biografia, imparare i testi, ammirare le foto – che ovviamente hanno già tappezzato le pareti, in fondo sono un’adolescente. Inizia così il rito: una volta assimilato l’intero album, ne acquisto un altro, e così via, fino a completare la collezione. Comprese le rarità, le raccolte, i live. Non mi sfugge nulla. Nemmeno la notizia del suo concerto in Italia. Non mi pongo neppure il problema se mi sia permesso o meno: il 9 giugno 1987, alle sette di mattina, sono davanti allo stadio di Firenze. Inutile descrivere un’esperienza che è scontato definire unica: una ragazzina sotto al palco, incantata di fronte al suo idolo. Ho detto tutto.
Gli anni passano, i gusti cambiano, la vita presenta difficoltà sempre crescenti. Ma nulla ha incrinato quella passione: quella ragazzina resta viva in me. È la stessa che ha assistito a tutti i suoi concerti in Italia (a volte anche in più date del medesimo tour), immancabilmente in prima fila: dopo Firenze, Torino, Milano, Modena, Bologna, Pistoia, Lucca… Capisco che è sciocco, so di apparire stupida, ma tutt’ora mi è sufficiente una sua nota, o una sua immagine, per paralizzarmi. Nessun altro artista, per quanto apprezzato, ha mai avuto su di me un simile effetto. Non me lo so spiegare. Forse perché tutto è nato in un momento particolare della mia vita, l’età in cui si è alla ricerca di punti di riferimento e si recepisce con enfasi ogni stimolo; forse per l’estrema grandezza del personaggio – estremo e grande in tutti i sensi, e in tutti gli ambiti artistici in cui si è espresso. O forse perché la passione si vive e basta. Nulla la definisce, e nulla la spegne. Nemmeno la morte.
Di quest’ultima non riesco ancora a parlare senza che mi si appanni la vista. So di non essere l’unica. So che non me ne farò mai una ragione. So anche che non smetterò mai di ascoltarlo, e che nessuna altra musica saprà mai toccarmi come la sua.
Stars are never sleeping. Dead ones and the living.

 

 

 

 

 

 

 

 

  

sabato 7 novembre 2015

TCS New York City Marathon 2015

Quando il cervello va in vacanza, si possono prendere decisioni azzardate come, per esempio, quella di partecipare alla maratona di New York. È vero che questo è (e sempre sarà) un mio punto debole: è sufficiente una parola, un minimo cenno che riguardi la città, perché si riaccenda in me l’emozione di correre lungo quelle strade. Potete tessermi le lodi di tutte le maratone del mondo, ma fatico a credere che ne esista un’altra paragonabile a questa: per l’intensità del coinvolgimento, per la partecipazione totale e totalizzante, per il senso di grandezza, di enormità, di unicità.

D’accordo, tutto bellissimo, ma prima di buttarsi bisogna valutare attentamente i rischi: se poi si finisce col tuffarsi alla cieca, non ci si deve stupire delle conseguenze.
Non credo al destino, alla sfiga un po’ si, ma di fatto vedo tutto in mano al caso – o al caos. Un caos è stato il mio avvicinamento alla grande maratona, con una preparazione condizionata da mille fattori: primo tra tutti, l’infortunio che mi perseguita da anni. La situazione sembrava sotto controllo finché,  ad un paio di mesi dall’evento, quando si doveva incominciare a fare sul serio, il dolore si risveglia, arzillo più che mai. Dai, sarà questione di un attimo, vedrai che passa subito. Un accidente. Se ne sta lì, l’infame, a ricordarmi che quella gamba non può spingere:  puoi ostinarti a correre, ma non andrai lontano. Me lo ricorda ad ogni passo, costringendomi a fermarmi in continuazione, non riesco a completare decentemente nessun tipo di allenamento. Ma sono testarda, devo fare un lungo, almeno uno oltre i 30km: stringo i denti, arrivo a 32. A passo di bradipo, ma sempre 32 sono. Due giorni per riprendermi, spuntano acciacchi nuovi. Ma si riparte, con convinzione e con sensazioni via via rassicuranti. Proviamo 35? Ci provo. Ma getto la spugna dopo il decimo: un piede indolenzito, non vado avanti. Mancano due settimane.  La domenica prima di partire sono determinata a completare i 20 km della camminata di Calderara, ma cedo al primo giro: ne ho corsi (male) appena 10, vietato illudersi di riuscire a completare una maratona. I giorni successivi il dolore è insopportabile, sono sempre ferma. Come se non bastasse, arriva un bel raffreddore con tanto di tosse. Posso stare a casa? No, non si può. Che almeno sfrutti l’occasione di Podisti.net, vivendo l’esperienza dalla parte della stampa.

New York ci accoglie sotto il diluvio, ma il mattino successivo il clima è spettacolare, come spettacolari sono i colori di Central Park in questo periodo dell’anno. Lo splendore di questo parco non finirà mai di incantarmi. Corro piano, insieme al gruppo; il dolore è sempre lì, imperturbabile. Provo a non ascoltarlo, a questa andatura è abbastanza sopportabile, magari distraendomi smetto di avvertirlo. Tutti a chiedermi quale sia il mio obiettivo, quando io non ho ancora deciso se partire o meno. Venerdì mattina altra corsetta, identiche sensazioni. Stato d’animo anomalo, il mio. Da un lato, il fascino della città non cessa di colpirmi. Dall’altro, non vorrei (e non dovrei) essere qui. Mi sento un ibrido, né turista né atleta. Indifferente a ciò che mi passa sotto gli occhi, noncurante di ciò che mi circonda; disinteressata a ciò che mangio (e a ciò che non mangio), e a quanto riposo (o non riposo). Assente. Sabato è il giorno più lungo, urge scrollarsi di dosso l’apatia e prendere una decisone salda e inossidabile: correrò questa maratona. Devo dare un senso a questo viaggio: lo devo a me stessa e a chi condivide con me dolori e speranze. Del resto, per me New York e la maratona sono sempre stati una cosa sola: non avrei mai conosciuto questa città se non fosse stato per correrla, e non ci sarei mai tornata se non per la stessa ragione. La ragione per cui sono nuovamente qui, dopo sette anni dall’ultima volta. Adesso non sono preparata, pazienza. La determinazione compenserà le carenze fisiche: per la prima volta nella mia vita, dovrò correre con la testa e col cuore, non potendo contare sulle gambe. Sarà una bella sfida.

Temperatura gradevole già alle cinque di mattina. Non ci speravo, non potrei chiedere di più. Provo una strana commozione, devo continuamente ingoiare le lacrime pur senza una precisa ragione. Non è tristezza, solo un misto di emozioni difficili da controllare. Arriva il momento di entrare in griglia, quindi il trasferimento sul ponte: l’inno americano e il cannone. Sto correndo la mia settima maratona di New York (contando anche quella non terminata). I primi chilometri scorrono fluidi, sorrido ad ogni “Go Vale!”. L’incitazione del pubblico amplifica quella che mi rimbomba dentro: un mantra tutto mio, energia pura che mi sospinge ad ogni passo. Dieci chilometri sono andati, ed è già tanto. La gamba vuole avvertirmi che non sta tanto bene, ma io mi concentro sul pubblico e sul mio dialogo interiore. Non guardo mai il Garmin, butto un occhio al cronometro solo ai riferimenti chilometrici (cioè ogni cinque). Quindi, ecco il quindicesimo: sto andando benissimo. Al prossimo saremo quasi a metà, non ci posso credere. Passo alla mezza in stato di grazia, ora mi mangerò il Queensboro Bridge e mi farò trascinare dalla folla lungo la First Avenue. Il passaggio al trentesimo mi illude: vuoi vedere che realizzo un tempo strabiliante? Non avevo tenuto conto che è qui che iniziano i giochi. Le ondulazioni del percorso mi segano le gambe, la mancanza di preparazione fa il resto: comincio a faticare parecchio. Di che ti meravigli? Fino ad una settimana fa non riuscivi a completare un chilometro senza fermarti, ora ne hai percorsi quasi trentacinque ininterrottamente. Il tratto sulla Quinta è devastante, ma il prossimo riferimento sarà quello dei 40km, ancora qualche sospiro e sarà fatta. Ecco il Columbus, si entra in Central Park, l’arrivo è lì, dietro l’angolo. Tra un po’ lo scorgerò, e forse troverò anche la forza di accennare uno sprint fino al traguardo. Sono raggiante, nemmeno le mie prestazioni migliori mi hanno vista così entusiasta. L’ho finita, ed è incredibile. In 3:39:30, ed è un miracolo. Certo, in termini assoluti questo tempo è ridicolo. Ma, nelle mie condizioni, non avrei scommesso né di riuscire a finirla, né di chiuderla sotto le quattro ore. La magia di New York – e del mio potentissimo mantra.

 

domenica 22 febbraio 2015

Circuito di Castenaso

Da quanto tempo non correvo un diecimila? Considerando che l’anno scorso ero ferma (sì, anche l’anno scorso), devo sfogliare i diari del 2013 per trovare tracce delle mie performance su tale distanza. E che performance! Quella di oggi, poi, spettacolare.

Piove da ieri sera. Quella bella pioggia che ti farebbe restare sotto le coperte a oltranza. Non lamentarti, che potrebbe essere neve. Non mi lamento: perlomeno, la mia controprestazione avrà un’attenuante. Se poi aggiungiamo la faticosa ripresa dopo il lungo (ennesimo) stop, la tosse devastante che mi ha ridotta a una larva per una settimana, il periodo dell’anno che, come tutti gli orsi che si rispettino, dovrei trascorrere in letargo, direi che la schifezza possa essere tranquillamente annunciata.

Peccato, però. Avrei ambito ad un ingresso più dignitoso nella nuova società. Già, perché quest’anno ho finalmente compiuto il grande passo. Quando una situazione ti crea disagio, ti fa sentire fuori posto, ti provoca insofferenza, perché assecondarla? Un po’ per pigrizia e un po’ per vigliaccheria, ho tergiversato troppo a lungo. Ma ora eccomi qui: dentro una tenda con nuove compagne, ad indossare la canotta biancoverde.

Il problema, ora, è uscire da questa tenda. La temperatura sarebbe anche accettabile, ma l’umidità ha già penetrato le mie ossa e sto battendo i denti. E continua a diluviare. Dai, sono solo 10 km, passano in fretta…

Sono subito imbottigliata, e già inveisco; per avanzare affondo in una pozzanghera, e impreco; dopo il terzo chilometro inizia l’acquitrino della ciclabile: manca poco che bestemmi.  Lo dicevo che oggi non era giornata. Provo a pormi l’obiettivo di agganciare un paio di ragazze davanti a me, ma il distacco non accenna a diminuire. Meglio non pensare a dove saranno quelle che conosco, meglio anche non ispezionare troppo il Garmin: sono le gambe che devo controllare, gambe che si stanno facendo pericolosamente pesanti. Se non altro, riesco a guadagnare un paio di posizioni, e se riuscissi ad agguantarne un’altra, particolarmente succulenta, potrei dirmi quasi soddisfatta. Ma sul fango non ho alcuna possibilità e un mezzo giro di pista, nel finale, non sarà sufficiente per lanciare uno sprint. Persino il crono infierisce. Un minuto in meno, non chiedevo tanto: e sarebbe stata comunque una prova scarsissima. Così, invece, è proprio disastrosa.

C’è persino chi mi fa i complimenti, chi osa addirittura un “bravissima”: un’accoglienza così quasi mi imbarazza. Atmosfera rilassata, amichevole, un clima a cui non ero abituata. Ho fatto la scelta giusta. E forse la svolta è stata imboccata nel momento più opportuno: quando necessitavo di una scossa, di nuove motivazioni, di uno stimolo per continuare ad allenarmi con metodo e, soprattutto, con passione. Saranno buoni frutti, crediamoci.




domenica 14 settembre 2014

14° Giro podistico a tappe delle Isole Eolie

Come giocarsi una posizione da sogno con un errore da principiante.

Con i quasi due minuti di vantaggio, si doveva semplicemente controllare: partire molto prudenti, senza attaccare, gestendo il margine con oculatezza. Era fondamentale non spremersi nella prima parte, tutta saliscendi, per affrontare con buone energie gli ultimi due chilometri di micidiali tornanti: stringere i denti fino al decimo, sapendo che i cinque successivi sarebbero stati tutti in discesa. Invece… Invece ho il terrore di vedermi scappare subito l’avversaria, così parto come una forsennata, illudendomi che i tratti più agili siano sufficienti a farmi guadagnare metri. Così mi sfianco, quasi senza rendermene conto. E l’avversaria, più saggia, mi lascia fare. Fino, appunto, al punto più duro: quando io boccheggio, e lei mi saluta. Qui, una con gli attributi avrebbe raschiato il fondo delle risorse per non perdere troppo terreno. La schiappa, invece, barcolla e molla. Non riesco più neppure a correre, la salita sembra interminabile e sono superata persino dalla quarta donna. Provo a recuperare in discesa, ma lo spirito della perdente ha la meglio. Colpita e affondata, specie dopo le bastonate di Jader – mai visto così infuriato per una mia controprestazione: aveva dato per inossidabile la seconda posizione, e sulla carta lo era. Ma, ormai, l’abbiamo appurato: le gare a tappe riservano sorprese fino all’ultimo giorno. E abbiamo constatato anche che non fanno per me. La gestione di cinque giorni ad alta tensione richiede una mente fredda, calcolatrice, aggressiva. Un’altra testa, insomma, che sappia elaborare le giuste strategie. Ciò che vale per una competizione singola risulta ovviamente amplificato in una prova prolungata: sbagliare una mossa pregiudica, ovviamente, l’intera partita.

E adesso, come affronto il seguito della competizione? Sarà sufficiente il giorno di riposo per ritrovare forza e coraggio? Se non altro, quest’anno la stagione aiuta – almeno qui: dovevamo proprio venire alle Eolie per goderci l’estate.  La notte (tutte le notti) dormo male, ma la giornata di sole è un’ottima ricarica. Un giro in barca per spezzare la monotonia della spiaggia: per lasciarci cullare dall’unico mare che ci sembra irresistibile, per perderci ancora una volta in quel sogno che ci pungola costantemente…

Il circuito di Lipari, la tappa più antipatica: è qui che l’anno scorso sono caduta dal podio, è qui che quest’anno devo difenderlo con tutta me stessa – corpo e, soprattutto, testa. Sto bene, non c’è nulla da temere – se non le mie cretinate. Eccoci: seconda, terza e quarta tutte lì, per un paio di giri. Poi la seconda allunga, io la lascio andare e mi incollo alla quarta. Un vampiro. Mi sta odiando, lo so, ma è una questione di sopravvivenza. Sul finale accenno uno scatto per superarla, ma lei reagisce e io non insisto: oggi va bene così.

L’ultima tappa è una novità. Giro unico, e questo mi piace. Partenza in discesa: questo mi piace ancora di più. Le strade le conosco, so dove sarà più dura e dove potrò spingere a tutta. Potrei comportarmi come ieri, cioè controllare senza spremermi, ma oggi voglio dare il massimo. Peccato per quella rampa, in dirittura d’arrivo: perdo la seconda posizione per un soffio. Ma è la classifica generale che conta. Resta il mistero su quell’incredibile vantaggio dei primi due giorni: possibile che ci sia davvero chi passeggia all’inizio, con la certezza di avere la meglio alla fine? Mi sembra impossibile, per di più con un simile scarto. Perché congetturare? Io sono questa: ogni giorno è “il giorno”, a volte ingrana e altre no, ma non potrei mai studiare le tattiche a tavolino.


Per le premiazioni è stata scelta una sede di gran lusso. Dalla piscina affacciata sul mare, già penso al prossimo anno. È così che funziona: si aspetta l’aliscafo per il ritorno con un groppo alla gola, non c’è partenza più triste. Perché dobbiamo andarcene? Perché non riusciamo a trovare il modo per vivere per sempre su quest’isola? E neppure sappiamo se potremo tornare... I primi giorni, a casa, non si fa che rimuginare su “cosa starei facendo là a quest’ora”, quelli successivi non si fa che rievocare i momenti vissuti; finché non si comincia a curiosare sul web, alla ricerca delle combinazioni di viaggio più convenienti. In sintesi: si vive tutto l’anno in funzione del Giro delle Eolie. E magari si rinuncia a mille altre cose, pur di esserci ancora. È sempre un azzardo, contro ogni logica, oltre qualsiasi senso della ragione. Colpa di Vulcano, della sua anima diabolica: o ti respinge o ti rapisce - una volta e per sempre.


lunedì 5 maggio 2014

Placentia Half Marathon: un tentativo

Dovessi esprimere un giudizio sulle città in cui ho gareggiato, me la caverei con poche parole: E chi l’ha vista? Il monumento più maestoso, il centro storico più elegante, l’architettura più singolare: tutto scorre indifferente ai miei occhi di podista. Davvero la maratona di Londra si conclude al cospetto di Buckingham Palace? E quella di Firenze transita in Piazza della Signoria? A Venezia si attraversano tanti ponti, questo lo so. Ma non mi si chieda che aspetto abbia la piazza principale di Piacenza.
Quando la si attraversa ad inizio gara, si è ancora troppo ammucchiati: l’attenzione è concentrata su tutti quei piedi da cui tenersi alla larga. Mentre alla fine dei 21,097 km si è troppo storditi per notare alcunché – e io stordita lo ero un bel po’.
Cosa potevo aspettarmi dopo appena tre settimane di allenamento? Il 2 febbraio mi ero dovuta arrendere all’evidenza: sei un rottame, lascia perdere; pedala, fai ginnastica, leggi un libro, ma a correre no, non provarci neppure. A metà marzo, forse, se ne potrà riparlare: partendo da zero, per l’ennesima volta. Come una principiante, come non avessi mai corso in vita mia, come un’estranea a questo sport. Demoralizzata. Pensavo fosse questione di giorni, invece passano le settimane e ancora arranco: riuscirò mai più a correre senza dovermi continuamente fermare per prendere fiato? Serve uno stimolo forte, una valida motivazione, un obiettivo preciso: la gara. Approfittiamo di un’occasione e fissiamo la data: il 4 maggio si va a Piacenza. I chilometri cominciano a scorrere un po’ più agili, muscoli e articolazioni iniziano a rispondere senza troppe lamentele, l’idea di allenarsi smette di spaventare. Certo, età e fisico sono quello che sono e rispondono come meglio possono, ma ricominciare a godere della fatica è già una gran conquista.
A dire il vero, a Piacenza non godo poi tanto. Comincio a soffrire proprio nel tratto che maggiormente apprezzo, l’argine del Po. Qui il panorama si apre, il paesaggio mi è familiare, ma il vento contrario mi infastidisce e un dolore al fianco destro inizia ad insidiare la mia andatura. Davanti a me i palloncini dell’ora e 35 minuti: stai qui fino al dodicesimo, quindicesimo al massimo, poi prendi e vai. Questo l’intento, che si fa via via più nebuloso. Continuo ad esserci, magari un po’ ad elastico, ma sempre a ruota. Figure e rumori annunciano che ci stiamo approssimando al cuore della città: quegli ultimi chilometri che dovevo aggredire di slancio vedono invece il mio progressivo spegnimento. Se non altro, non ho subito nessun sorpasso, anzi, ho superato diverse atlete lungo il percorso. Magra consolazione. Più soddisfatto Jader, che si aspettava almeno tre minuti in più. Io invece contavo su due o tre in meno. Ci ho provato. Ci riproverò.
PS: per un resoconto più tecnico, vedi qui.

domenica 1 dicembre 2013

Maratona di Latina


È bellissima!
Glielo dovevo dire: perché sapesse che sto bene, che mi sto divertendo, che dopo 18 km sono ancora abbastanza fresca. Certo, di strada ne manca tanta, ma un simile entusiasmo non prorompe facilmente. Lo speaker si chiede chi sia la sconosciuta che sta correndo in terza posizione, Jader mi avverte che la seconda è a circa un minuto: sarà vero? E la quarta quanto dista? Meglio non pensarci. Nulla all’orizzonte, dietro chissà: proseguo la mia gara, ben concentrata.
Pericolosissima quella partenza in leggera discesa: il ritmo diventa incontrollabile, si corre più forte del dovuto senza rendersene conto, col rischio di pagare più tardi il conto di tanta brillantezza. Spero insomma di non avere speso troppo. Il passaggio alla mezza è abbastanza soddisfacente, adesso però si è alzato un po’ di vento – alquanto prevedibile sul lungomare. Il mare d’inverno… Decisamente arrabbiato, come del resto il cielo, che non ci risparmia una pioggia leggera ma insistente. Se non altro, la temperatura è mite. Soffro invece l’ondulazione di questo rettilineo che sembra infinito: proprio quelli che piacciono a me, si inserisce il pilota automatico e si entra in trance, favoriti da un paesaggio sublime. Morbide dune e ricchi arbusti, spiagge così non ne avevo mai viste, se non al cinema: scommetto che in un’affollata giornata estiva non mostrerebbero lo stesso fascino. Sulla scia dei miei pensieri, mi aggrego disinvolta ad un gruppetto che sembra gradire la mia compagnia. Il ritmo è un po’ calato a causa delle condizioni non proprio favorevoli: devo stare tranquilla, e cercare di conservare energie per un bel finale. Al trentesimo cerco di sondarmi: sì, sono un po’ stanca, e l’idea dei 12 km mancanti è alquanto fastidiosa ma, tutto sommato, le gambe girano ancora bene e le mie capacità di reazione non sembrano essersi esaurite. Finché la svolta a destra non ci immette nel tanto temuto tratto sterrato. Ero preparata.  Soprattutto, ero determinata a non dargliela vinta: non oggi, non qui. Questo deve essere il mio giorno, comunque vada dovrò essere orgogliosa della mia condotta. Certo, sarebbe eccessivo pretendere che mi riveli di punto in bianco un’esperta del fango, ma almeno riuscire a non piantarmi…
Appoggio traballante, si scivola che è un piacere, ma non mi blocco: rallento ma non cedo. Sollevo un attimo lo sguardo e incrocio quello delle bufale che ci osservano curiose: che spettacolo! Questo luogo è di una bellezza struggente e selvaggia: percorso impegnativo, ma tra i più suggestivi che abbia mai affrontato. Il crono che avevo in testa è ormai sfumato, tornata sull’asfalto non riesco a riprendere il giusto ritmo, anche perché ora i saliscendi si fanno sentire in maggior misura. Ho perso per strada i compagni di viaggio, ne recupero alcuni in evidente crisi. Io no, ho rallentato ma non ho desistito. Verso il 39° si prende un po’ fiato, al ristoro successivo gli addetti mi incitano: Sei terza! Ed ecco che, poco oltre, individuo una figura che mi rizza le antenne: sembrerebbe una donna. No, non può essere, si tratta senz’altro di un’illusione. Mi avvicino ancora e non ho più dubbi: è una donna. Beh, sarà una che fa jogging su questa strada, o che sfrutta la maratona come allenamento per altri obiettivi.  Una cosa è certa: chiunque essa sia, devo andarla a prendere. Gli ultimi due chilometri divengono la corsa della vita. Le sono ormai alle spalle, capisco che è lei la seconda donna. Ergo: era. Adesso come reagirà? Magari si era un attimo rilassata, paga della sua posizione, e ora darà fondo a risorse sovrumane per riappropriarsene. Qui c’è poco da esaminare: bisogna solo correre. Più forte che si può, alla faccia dei 40 km che soffocano le gambe; ne mancano solo due, una sciocchezza. Ricordi i duemila di qualche giorno fa? Hai volato: fai lo stesso ora. Ai lati della strada mi gridano Sei seconda! Apro bene le orecchie per carpire eventuali incitamenti a chi mi segue: non avverto nulla, ma non mi do pace.  Grido a me stessa, mi incoraggio, mi sprono. Spingo come poche volte ho saputo fare, sto per morire ma godo di questa immane sofferenza: perché sono fiera di me stessa (e già questa è una notizia), perché sto conducendo un finale memorabile (e questo è un altro evento). Ecco l’arco, a tutta fino alla fine: è fatta!
Promossa a pieni voti proprio no: il tempo realizzato è tutt’altro che soddisfacente. Però, quanto ho gioito! Gli ultimi dieci minuti di gara resteranno nella teca dei ricordi più gratificanti. Ma, va detto, tutta la maratona mi rimarrà nel cuore. Percorso eccezionale: sì, nonostante il tratto sterrato. Certo, niente affatto veloce, improponibile a chi ama la città e la gente a bordo strada: qui al massimo puoi incontrare aironi, scoiattoli, volatili vari – oltre alle suddette bufale. Per la sottoscritta, niente di più spettacolare. Felice di avere scelto questo evento, grazie agli amici di Latina che tanto me lo declamarono (in quel di Vulcano, sigh…), e che oggi mi hanno festeggiata come una vera campionessa. Finalmente una giornata da incorniciare, in un periodo dominato da infinita tristezza.
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