domenica 1 aprile 2012

S. Agata col botto

Un evento straordinario. Non era mai successo, e ancora mi chiedo come sia potuto accadere. Sul rettilineo finale mi sentivo ormai al sicuro – sciocco errore di valutazione, frequente per chi non si guarda mai alle spalle. Invece, ecco una fantastica Maggie che sfreccia agguerrita: giusto che sia così, la ragazza ha ormai preso il volo e presto scomparirà dal mio orizzonte. Sono più morta che viva, ma riesco ad emettere un flebile “Brava Maggie”. Dunque, ho ancora una minima riserva di fiato, devo proprio stare a guardare? Aspetta che ci provo. L’arco è lì, a uno sputo, giusto lo spazio sufficiente per una lotta all’ultima goccia di sudore. Uno scatto d’orgoglio, e riaggancio la quinta posizione che avevo appena perso. Il pubblico incita, sono tre i nomi che avverto: c’è quindi un’ulteriore minaccia in avanzamento. Spingere alla morte, nessuna tregua è ammessa, non ora. Resisti, resisti, resisti. È fatta! Mai traguardo è stato più combattuto, l’arrivo in volata è un’emozione che non avevo ancora provato. Maggie mi scuserà ma, si sa, la gara… Lei, poi, chissà quante soddisfazioni potrà ancora togliersi: questa vecchietta, invece, deve giocarsi al meglio le poche cartucce che ormai le sono rimaste. Non che abbia perso mordente, sia chiaro, ma è inevitabile fare i conti con margini sempre più ristretti. L’esperienza di oggi, però, è di quelle che lasciano il segno, e per questo devo ringraziare chi ha fatto scattare in me una forza che non credevo mi appartenesse: devo fare mia questa reazione, e conservare in uno scrigno le sue belle parole del dopo gara.

Gara sulla quale non avrei giocato un centesimo e che, tutto considerato, privata di questo evento (personalmente, storico), potrebbe essere archiviata senza lasciare traccia. Perché correre alle cinque di pomeriggio è già di per sé un atto di violenza. È vero, sì, che questa è l’ora in cui solitamente mi alleno, quindi il mio metabolismo dovrebbe essere ben rodato, ma un conto è svolgere un compito quotidiano, altra storia è affrontare una competizione: un’intera giornata in cui non puoi né fare né pensare ad altro. Con l’aggravante di un raffreddore e martello in testa da due giorni. Devo proprio esserci? Certo che sì! Uff, non se ne può più di queste gare, tutti gli anni le stesse. Ma che lo dico a fare? Il menu non offre altro, e migrare verso altri lidi è un sogno irrealizzabile. Perciò, eccoci qui, anche oggi. Entusiasmo zero, forma fisica più o meno uguale, perciò vale sempre la medesima regola: dare il massimo, qualunque esso sia. Brillante nei primi cinque km, fase calante nella seconda metà. Solita gestione da principiante. E imprevedibile chiusura col botto - come si è già detto.

È arrivata la primavera, speriamo di uscire definitivamente dal letargo.

domenica 25 marzo 2012

Eclissi


Anche le parole si ingolfano. Non trovano una via d’uscita. Il flusso di pensieri, anziché prendere forma di espressione, si riavvolge su se stesso. Perché nel buio è impossibile dare una consistenza alle idee – idee che tornano a martellare, sempre loro, sempre le stesse. Da quanto tempo? Troppo. Troppo per essere tollerato, per concedere spazio ad un respiro, per far credere che finirà. E non mi si venga a dire che bisogna essere positivi, che basta la salute, che c’è chi sta peggio: potrei reagire violentemente. Sarà anche vero che il mondo pullula di disgrazie, ma sono troppo distanti da me per potermici confrontare direttamente. E i discorsi che mi circondano mi rendono sempre più aliena da tutto e da tutti. A forza di non posso la gabbia si restringe – e le energie si affievoliscono.

Sarà per questo che non sono riuscita a sopravvivere all’inverno?  Sarà un caso che sia crollata alla prima nevicata? Febbre a trentanove, influenza con tanto di svenimento: non mi accadeva da almeno quindici anni. Una settimana in catalessi quindi, per favorire la riabilitazione, altra neve. Uscire a correre potrebbe essere la soluzione definitiva: suicidio assicurato. Non mi sento però ancora pronta. Mi sbatto allora sulla cyclette, e mi industrio a tagliare e cucire qua e là per concedermi qualche ingresso in palestra: il tapis roulant è un inferno, ma è l’ultima spiaggia prima della rinuncia definitiva. Sì, perché in testa ho una maratona. Bella idea davvero! Preparare una maratona in inverno, ma come mi è venuto in mente? Non mi sono bastati i tentativi precedenti, tutti falliti miseramente? Sono proprio irrecuperabile… E la neve non da tregua. Riesco a rullare come un criceto fino a due ore, almeno fosse l’ultima volta. Basterebbero qualche grado in più e strade accessibili, giusto per riprendere confidenza con la corsa – quella vera. E’ come ricominciare tutto da capo, come uscire dal letargo, come (effettivamente è) rimettersi in moto dopo la convalescenza. E pretendere che la macchina possa essere perfettamente allineata alla tabella di marcia. La carriola invece scricchiola: i primi giorni si limita ad annaspare, poi ti dice che vuole fermarsi. Ancora!? Ebbene sì, il muscolo duole, decisamente troppo per andare avanti. Trenta chilometri? Ma non scherziamo! È già tanto riuscire a camminare. Ciao ciao maratona… Ciao ciao anche alla prima gara dell’anno. Beh, non che perdere Castenaso sia una gran disdetta. Ma, si sa, la società, il campionato, il trofeo… la solita barba, è vero, ma dire di no in fondo dispiace sempre.  Mani miracolose sostengono che la gamba sia in ordine (o quasi): per lo meno, idonea ad affrontare una prova di 10 km. Proviamoci pure. E realizziamo il peggior tempo che la nostra memoria abbia registrato: dopo un mese atrofizzato, aver tagliato il traguardo è già un miracolo. Rimettersi in sesto è un’ardua impresa. Acciacchi in ogni dove, proprio come un principiante della corsa. Due settimane per poter affrontare una mezza. Cosa aspettarsi? Naturalmente, sempre troppo. Infatti, un minuto in più dell’anno precedente ha il sapore di una sconfitta devastante. Tutto il mondo avanza e io resto indietro. Certo, lo so che non è così, ma questa è la percezione – e probabilmente lo sarebbe anche se avessi realizzato un risultato migliore. C’è un baco nel sistema, ormai è appurato. Quindi, perché non prendere un’altra bastonata. Ma sì, andiamo a correre anche a Imola, hai visto mai? Hai visto mai che, con questo ridicolo allenamento e questa penosa condizione di forma, tu non riesca a peggiorare ulteriormente?…

Colpo incassato. Passa oltre. Cerca di concentrarti sul qui e ora, perché non è possibile che in pochi mesi si sia sgonfiato tutto. Con la mente oppressa e il morale a terra la fatica è amplificata, ma non è una novità: è solo l’ennesima prova, una tra le tante. E tu non vuoi dargliela vinta, vero?








domenica 4 marzo 2012

domenica 8 gennaio 2012

Meglio stare a letto?

Contare i tornanti non è una buona idea, se si sa quanti sono quelli che portano alla vetta. Ci mancava solo la tosse, un attacco e sono ferma. Perché l’hai fatto, accidenti a te. Lo sai che se ti blocchi una volta rovini tutto, poi magari lo farai anche una seconda e l’allenamento va a rotoli. Certo che lo so, ma quando connetto è troppo tardi. Colpa di quella frazione di secondo in cui il cervello va in apnea e non comunica più con le gambe: il black out di un momento, per il quale mi maledico ogni volta e ogni volta mi ripeto che non dovrà più succedere. Fino alla successiva. Oggi, però, ho una misera giustificazione: la tosse non è una scusa, né uno scherzo. E quel martello che mi picchiava in testa, stamattina, avrebbe dovuto dissuadermi dall’affrontare percorsi collinari. Tesoro, come potrai sopportarmi oggi, se non corro? È vero che tra il riposo assoluto e 18 chilometri spaccacuore ci sarebbero infinite variazioni, ma perché stravolgere il programma per un banale raffreddore? Fatico a respirare e rantolo un po’, robetta. E sprecare una così bella giornata sarebbe un delitto. Cieli così limpidi, in questa stagione, sono una rarità. I colli si mostrano in tutto il loro splendore: denudati dalla vegetazione che cela anfratti segreti, si aprono in panorami nudi e fieri della loro ricchezza. Io ne colgo solo qualche spicchio, si sa che quando corro non ci sono per nessuno. Entro comunque nell’atmosfera – o forse è l’atmosfera che entra in me: deve essere questa la ragione che mi ha spinto fino a qui, alla faccia del mio stato di salute.
I tornanti sono finiti, non li ho contati. Ora posso prendere fiato, ma il peggio deve ancora venire. Jader, in bici, mi raggiunge non appena mi immetto su via dei Colli – evidentemente sto andando come un bradipo, visto che l’ultima volta mi prese al Cavaioni. Figurati, sono io che mi sono buttato in discesa come mai prima. Sarà. Certo è che lo strappo in curva, in prossimità di quell’incredibile villa bianca, mi stronca definitivamente. Dai, alla fine di tutto sarai guarita. Sempre che ci arrivi viva, alla fine. Forza, il percorso spiana e le gambe riprendono a girare. Il muro dopo il parco è poco più di una sfida mentale: il segreto è affrontarlo a testa bassa, senza alzare lo sguardo. Se controlli quando manca sei fregata, lo sconforto ti blocca. Se invece procedi passettino passettino, ti ritrovi in cima quasi senza accorgertene – quasi, ho detto. Anche questa è fatta, e i tre podisti che si intravedono là davanti sono una bella sfida. Che ci posso fare? È una molla che scatta anche in allenamento, e quando capita è un bell’aiuto, perché magicamente scompare la fatica. Oddio, il rischio è di ritrovarsi più avanti svuotati di energie, ma perché negarsi una piccola soddisfazione? Siamo sul tratto per me più critico: non è infinito come quello iniziale a tornanti, né ripido come quello del parco Cavaioni, ma è l’ultimo prima della discesona ed è un gran bastardo, perché ti frega nascondendosi dietro ad una curva. Quello dei tre che prova ad attaccarsi si arrende disperato, urlando come in preda ad un terribile dolore. Mah… Io spero di riprendermi, ora che potrei semplicemente lasciarmi andare, ma anziché sciogliermi mi irrigidisco ulteriormente. Sarà l’idea che ormai è finita, o la prospettiva dei diversi chilometri che ancora mancano, di fatto mi sembra di non poterne più. Avverto una fastidiosa tensione a braccia e spalle, le scuoto ma non passa, sensazione orrenda. Il viavai di podisti mi distrae, altri da raggiungere davanti a me: fortunatamente la zona oggi è molto trafficata. Ritrovo il giusto slancio per affrontare il finale. Via Saragozza tira un po’, ma dopo si vola. Certo, qui occorre fare attenzione alle auto – e stavolta anche ai tifosi che si approssimano allo stadio (a quest’ora?!), ma la Certosa è lì: sei arrivata.

17,1 km, anziché i 18 programmati. Proseguire oltre il parcheggio? E chi ne ha voglia? Uff, così non va bene, e non va bene nemmeno questa media. Sei malata, oggi dovevi stare a letto. Già, forse sarebbe stato meglio. O forse no.

domenica 1 gennaio 2012

Di anno in anno...

Difficile stabilire se il 2011 sia stato migliore o peggiore del 2010. Se analizzo solo la mia principale passione, dovrei considerare  quello appena terminato un anno decisamente significativo: ho conquistato diversi podi, di cui uno di carattere “internazionale” (per quanto passato del tutto inosservato); ho realizzato tempi che non sfioravo da secoli; ho quindi acquistato fiducia e alimentato nuove motivazioni.
Questi piccoli successi hanno quasi del miracoloso, se si osserva il contesto in cui si sono compiuti. Ho lasciato scadere la ricetta medica per un antidepressivo, non volendo innestare un meccanismo di dipendenza alquanto rischioso. Ma sedare le notti insonni solo con le proprie forze è risultato tutt’altro che facile, non intravedendo alcuna luce in fondo al tunnel: alle cause conosciute era impossibile porre rimedio, e gli eventi senza spiegazione non potevano che approfondire il baratro. Perché di fronte a fattori ambientali, o quantomeno tangibili, puoi cercare di costruirti una sorta di difesa: puoi, se non altro, imbastirvi attorno una rete di ragionamenti; puoi elaborare qualche strategia di sopravvivenza; puoi, insomma, confidare in una soluzione – forse lontana, ma non impossibile. Di fronte all’opportunismo, all’indifferenza e alla meschinità, invece, sei completamente indifeso. Specie quando non te l’aspetti, quando il terreno sotto ai piedi ti manca all’improvviso, proprio quando cominciavi a credere che la base potesse acquistare solidità. Dicono che, toccato il fondo, si possa solo risalire. Stringi i denti, sei abituata alle prove di resistenza, no? Ecco, anche con l’acqua alla gola, a cosa vado a pensare? Quasi mi sento in colpa, nello sfascio totale mi preoccupo di riuscire a correre: come rifiutassi di soffermarmi sui problemi reali. Ma, del resto, se mi fermo cosa risolvo? Un’incazzatura in più, e nulla di concluso. E allora corri, e cerca di farlo meglio che puoi. Non sarà quel paio d’ore in cui stacchi il cervello da casa, lavoro e spese a peggiorare la situazione. Ricordi? Si può solo risalire…
Può succedere che una porta si apra, un piccolo spiraglio, ma meglio di niente. Può accadere che qualcuno ti sorrida, nonostante il tuo brutto muso. Può realizzarsi un sogno che credevi impensabile. C’è qualcosa da ricordare, in questo 2011. Tutto è ancora molto precario, è vero, ma la salita è un po’ meno affannosa.
A proposito di salite, ovviamente ho iniziato il nuovo anno correndo. Non che mi interessasse celebrare l’evento, trattandosi di un qualsiasi giorno festivo – utile, in quanto tale, a dimenticare la sveglia e allenarmi nelle ore che preferisco. E cosa potevo scegliere se non il Giro dei Colli? Appuntamento fisso da diverse settimane: mi sto ubriacando di saliscendi, speriamo producano gli effetti sperati. “Podisticamente” parlando, obiettivi ambiziosi per questo 2012 (devo averlo già detto…). Di altri versanti preferisco tacere: meglio mettere a tacere il mio pessimismo cosmico e non azzardare visioni future – tanto, a breve finirà il mondo, no?

lunedì 26 dicembre 2011

Mr Gwyn: Baricco è tornato

Non ricordo se mi sono innamorata prima del Baricco scrittore o del Baricco affabulatore. Certo è che a quei tempi – i tempi di Oceano Mare e Seta, di Pickwik e Totem – qualsiasi cosa scrivesse o pronunciasse mi ammaliava. Alzavo gli occhi dalle pagine e fissavo il vuoto, come ipnotizzata, per poi chiedermi come fosse possibile che frasi tutto sommato così semplici sapessero evocare immagini di assoluta suggestione. Con una leggerezza e una facilità quasi irritanti: ma come fa, accidenti a lui? E come riesce a rendere attraente qualsiasi libro passi tra le sue mani? Ricordo che un commesso di Feltrinelli disse che i romanzi che Baricco citava avevano immediatamente un picco di vendite. Ci sono cascata anch’io, peccato che il più delle volte quei testi su di me non abbiano prodotto lo stesso effetto: la qualità della divulgazione aveva superato la qualità del prodotto originale.
Non si è mai distinto per particolare simpatia, lo riconosco. Ma, come si dice, nessuno è perfetto. Il suo piglio un po’ snob non sarebbe stato un difetto, se non avessi riscontrato uno scadimento nella sua produzione: come se la fama, l’ammissione a personaggio da copertina, il proliferare di attività collaterali avesse affievolito la vena creativa del romanziere. Il processo parrebbe quasi scontato: troppo preso dalla promozione di sé e del suo sapere, resta ben poco con cui riempire le pagine. Dopo Seta, non ho rilevato nulla degno di nota. Fatico persino a ricordare il titolo dei successivi romanzi. 
Così, anche questo Mr Gwyn ha rigirato tra le mie mani con molta circospezione. Non ho saputo resistergli, era ovvio. Ma nutrivo un certo timore nell’approcciarlo: troppi condizionamenti rischiavano di inficiare il mio giudizio. L’amore dei tempi passati e la delusione delle prove più recenti si alternavano, stridendo: quale avrebbe prevalso in corso di lettura? Sarei riuscita a mettere a tacere entrambe, affrontando il nuovo romanzo con una semplice, sana e ingenua curiosità? È quanto ho tentato di fare. Sono bastate poche pagine: per alzare gli occhi dal libro, fissare il vuoto ed esclamare E’ tornato!
Quelle asserzioni abbaglianti buttate lì come nulla fosse; quella pennellate che danno colore ai sentimenti, senza mai nominarli; quei personaggi tanto assurdi quanto straordinari. Storie piccole, che evocano altre storie, eppure spiccano per la loro singolarità. Questo è il Baricco che amavo: il Baricco che amo, simpatico o antipatico che sia.

domenica 18 dicembre 2011

Castelmaggiore - Maratonina del Progresso

Perdere la quinta posizione ad un paio di chilometri dall’arrivo è un duro colpo, considerando che saranno premiate le prime cinque. Chissà, magari con un po’ di grinta in più, o con qualche incitamento, avrei potuto riagguantare il margine perduto. Ma tant’è, oggi è andata così. E mi dicono che dovrei essere contenta, perché il tempo realizzato è di tutto rispetto. Due minuti in meno dell’anno scorso non significano nulla? Sì, però allora la strada era ghiacciata. Allora, tutti i lavori, in salita vuoi che non ti siano rimasti nelle gambe. Certo, avrei dovuto fare almeno un po’ di scarico questa settimana. Insomma, va bene tutto, ma io contavo di rientrare nella cinquina, quindi non posso dirmi soddisfatta. Non è una novità? Vero anche questo. Significa che sono perennemente stimolata a fare meglio, no? Se questa testa fosse solo meno bacata… Innanzitutto, dovrei smetterla di farmi condizionare dalle performance più o meno sorprendenti delle mie avversarie: partendo dall’ovvio presupposto che dovrò sempre vedermela con questa o con quella (se no che gara sarebbe?), se credessi maggiormente in me e nelle mie possibilità eviterei di rimuginare ogni volta sui bicchieri mezzi vuoti. A quel mezzo pieno vogliamo buttarci un occhio, una volta ogni tanto?
Ci sarà tempo per le riflessioni. Il bilancio di fine anno dovrà tenere conto di svariati fattori. La corsa mi ha salvato dal baratro e, nella bufera, certi progressi hanno del miracoloso. Avrò modo di approfondire. Ciò che invece non può aspettare è l’accantonamento della lieve delusione odierna. Basta gare, almeno per un mese e mezzo. Che i frutti maturino nella giusta stagione.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...