martedì 15 marzo 2011

Feccia

Il percorso è sempre quello. Una volta segnavo i chilometri con la vernice, adesso mi affido al Garmin, così posso introdurre qualche variazione – invertendo il senso di marcia, deviando verso altre strade, aggiungendo giri intermedi.

Oggi corsa blanda, in scioltezza: la mezza di domenica, per quanto sembri smaltita, è senz’altro ancora nelle gambe. E se ne voglio affrontare un’altra tra pochi giorni, meglio concedersi un po’ di respiro. Tanto più che è una giornataccia, la pioggia non tarderà e il vento…beh, al vento mi devo purtroppo rassegnare – giuro, non è una scusa per giustificare le scarse prestazioni!
Sono ormai a metà strada, dopo la villa e il ponticello sul canale, proseguirò dritto anziché svoltare a sinistra verso casa, così da allungre di un paio di chilometri. Oggi c’è meno traffico del solito, ma un podista l’ho già incrociato. L’individuo sbuca dalla curva non ha però nulla a che vedere con la corsa: mi aveva appena superato su uno scooter, ora si esibisce in piedi a braghe calate. Un attimo e sparisce, sul suo ronzino. E adesso? Corro fino al cancello della villa, si è appena chiuso e c’è qualcuno sul sentiero. Chiamo, ho bisogno di aiuto. Sento lo scooter riavvicinarsi, ma evidentemente nota il movimento e si dirige proprio nella stessa direzione che avevo intenzione di percorrere. Intanto è arrivato, in auto, uno degli uomini che avevo allertato. Gli espongo la situazione, mi chiede se voglio un passaggio. Posso fidarmi? Vorrei solo accertarmi che l’idiota non torni indietro. Si è fermato poco in là, non ha quindi intenzione di arrendersi, il bastardo. Finalmente riparte e sparisce dalla visuale. Ringrazio per l’assistenza e decido di riprendere la corsa, rinunciando però al mio programma: mi affretterò sulla via del ritorno, sperando di non avere altri guai.

Dieci chilometri scarsi, peraltro interrotti. Nera di rabbia. Non è il primo episodio del genere, ma era passato tanto tempo e non ci pensavo più. Del resto, è pomeriggio inoltrato, orario in cui le strade su cui corro sono solitamente abbastanza frequentate. Eppure, quel breve tratto senza case, leggermente in curva, ha qualcosa di malefico. Con quale coraggio tornerò ad allenarmi sul mio percorso abituale? Com’è possibile che la nostra libertà debba ancora essere limitata da trogloditi che vorrei si estinguessero tra mille sofferenze? Sembra che capiti solo a me, non ho mai sentito altre ragazze lamentarsi per fatti del genere. Possibile? Non so davvero come reagire, ho il terrore che il fetente si apposti ad aspettarmi. Cambiare zona, ma dove? Ho sempre ritenuto una fortuna vivere ad un passo dalla campagna, poter uscire di casa ed iniziare a correre senza dovermi spostare in auto. L’ideale sarebbe che l’orso trovasse compagnia, ma abbiamo tutti programmi, orari e zone difficilmente conciliabili. Non ho soluzioni, oggi ho solo una grande amarezza. L’idea che gente da galera possa condizionare i miei movimenti mi è intollerabile. Questo mondo mi fa schifo.

domenica 13 marzo 2011

Pieve di Cento - Maratonina delle Quattro Porte

Incredibile, alle 12,30 siamo già diretti verso casa. Che sia merito della pioggia? Oppure gli organizzatori si sono resi conto che terminare le premiazioni quando in piazza sono rimasti solo i piccioni non ha molto senso? Comunque sia, ciò che conta è avere in saccoccia un risultato per certi versi sorprendente. Il che non significa soddisfacente al 100% (quando mai?), ma quantomeno piuttosto interessante. Specie in questa gara, che mi ha sempre bistrattata. Ingrata! Io che l’ho ammirata, apprezzata, quasi anelata, ne sono uscita tutti gli anni piegata a metà. Eppure si svolge sul mio percorso ideale: rettilinei infiniti persi nella campagna, orizzonti malinconici interrotti solo da argini o casolari, borghi anonimi e silenti che appena ci notano. Peccato che questo periodo dell’anno la nostra pianura patteggi una sorta di gemellaggio con la Patagonia: il vento non da tregua. Chi vive in città a malapena lo nota, le costruzioni riparano e smorzano le folate, ma appena fuori dai centri abitati occorre armarsi di forza e pazienza per affrontare certi allenamenti. E io, che già esco alquanto malconcia dall’inverno, arrivo all’appuntamento con Pieve ricca di buoni propositi ma povera di energie.

Oggi, però, qualcosa ha girato per il verso giusto. Che cosa, non saprei dire. Voglio pensare che la preparazione stia dando i suoi frutti, cos’altro, se no?
Mi approssimo verso la linea di partenza abbastanza serena. Del resto, qui c’è poco da giocarsi: sarebbe già tanto riuscire a piazzarsi tra le prime venti, al massimo si può ambire ad un premio di categoria. La mia più diretta avversaria è proprio accanto a me, intenta a scherzare con i podisti che ci circondano. L’orso, invece, sta come sempre sulle sue. Non colgo facce familiari, vorrei solo che partissimo presto perché comincio a sentire freddo. Oggi devo spezzare l’incantesimo: rivolgere la gara, questa gara, a mio favore. Che non si dica, anche stavolta, che a Pieve faccio sempre schifo.

Nei primi chilometri mi mantengo a distanza di sicurezza, troppa ressa attorno a lei. È vero che nel gruppo si sta riparati, ma è noto che io non riesco a correre tra tanti piedi. Il ritmo è buono, ma stranamente prudente: avrei scommesso in uno slancio maggiore, se non altro per acquisire margini di sicurezza. Mi sto avvicinando, non posso farne a meno. Mi nota e alza l’andatura. Bene, io sto qui. Già immagino una lotta all’ultimo metro, come un mese fa. Dopo il decimo chilometro, al riparo dell’argine, cambio marcia. Senza chiedermi se sia opportuno o meno, rompo gli indugi e me ne vado. Mi aspetto una reazione, sarò sicuramente subito riagguantata. Invece no, procedo sorpassando a destra e a manca. Incosciente? Forse, ma accendo nella mente il film della Stralugano e cerco di riviverlo. Che prestazione, fu quella! Un spalla a spalla snervante, finché non decisi di dare una sferzata, proprio quando mancavano una decina di chilometri all’arrivo. Perché non dovrebbe riuscirmi anche oggi? Mi concentro sulle mie forze, ne ho ancora e devo averne fino alla fine. Non mi guardo indietro, mai. Tutto si proietta davanti a me. Nell’ultima manciata di chilometri il vento mi mette alla prova: non è particolarmente forte, ma in questa fase basta un alito di troppo a farmi penare. Sto rallentando, eppure non avverto i classici segnali di crisi che ammosciano le gambe, riducendoci a strisciare sulla linea del traguardo. Manca un chilometro. Dai che è finita, mi sprona un ragazzo, invitandomi a seguirlo. Ci provo, e ci riesco. Riesco a spingere ancora, a tirare un finale in apnea: schiatterò, pazienza…

Marescalchi mi scorge da lontano, il mio nome risuona là dove sto per arrivare. Il cronometro mi infligge una punta di delusione. Dettagli. Di poco spessore, rispetto alle due principali soddisfazioni della giornata. La seconda di queste: ho realizzato il mio miglior tempo in questa gara, corsa oggi per la sesta volta. Un altro tassello del mio puzzle: quasi quasi comincio a credere che riuscirò a completarlo.


domenica 27 febbraio 2011

Camminata di Castenaso

Come sempre mi indigno, e come sempre mi accorgo di essere l’unica a farlo: finendo così, per l’ennesima volta, col chiudere un occhio, cercando di non dare ascolto al mio senso di colpa. Perché, se fossi coerente, non parteciperei a tutte queste gare così spudoratamente fuori regola. Nello specifico, articolo 15.2 delle Norme FIDAL per l’organizzazione delle manifestazioni: "I premi previsti per ciascuna posizione di classifica devono essere i medesimi sia per le categorie femminili che maschili."
Le manifestazioni che si attengono a questa norma sono una rarità. Se la Federazione è la prima a fregarsene, figuriamoci le società o, addirittura, i podisti. Nessuno sembra farci caso, neppure le dirette interessate. Eppure il tema non dovrebbe riguardare solo le poche che arrivano ad aggiudicarsi un premio, e nemmeno dovrebbe ritenersi una mera questione di principio: qui si parla di normative totalmente ignorate, nell’indifferenza totale. Occorrerebbe forse un boicottaggio di massa, chissà. Di fatto, vuoi per disinteresse, vuoi per comodità, vuoi anche per esigenze di squadra, tutto procede come niente fosse – e io stessa, con la mia partecipazione, contribuisco a far sì che la prassi si mantenga inalterata. Il mio resta dunque un semplice ed inutile sfogo.

Sfogo di altra natura, e di diverso contenuto, è quello che vorrei indirizzare a chi, pochi giorni fa, aveva cominciato a lamentarsi per il caldo eccessivo…
In fila sotto la neve per ritirare il premio di categoria, si può? L’unico aspetto positivo di questa corsa era che tutte le pratiche del dopo gara (ristoro, ritiro pacchi, premiazioni), si svolgevano al riparo di un comodo porticato, in modo piuttosto agile. Perché mantenere un meccanismo funzionante? Meglio cambiare tutto, no? Allora facciamo che il ristoro rimane al solito posto, mentre i pacchi gara li facciamo distribuire da un camion parcheggiato in prossimità dell’arrivo, le premiazioni ufficiali le celebriamo all’interno della palestra mentre i premi di categoria li consegniamo in un angolo del campo sportivo: giusto per ravvivare un po’ il movimento podistico. Naturalmente, facciamo il possibile per pasticciare con l’ordine di arrivo, così da vivacizzare ulteriormente il viavai dei podisti affaticati e disorientati.
Comincio a perdere lucidità, mi rendo conto di essere ormai priva di reazioni: stringo il mio pacco come fosse un peluche, quasi riuscisse a riscaldarmi. Al ristoro non ci arrivo, non ce la faccio: voglio solo buttarmi in auto ed essere a casa il prima possibile. A malapena riesco a ripensare alla mia gara. Come è stata? Il Brava Vale! di Jader gridato al mio arrivo farebbe pensare ad una prestazione rilevante. Io, naturalmente, avrei molto da ridire. Certo, considerata la voglia (zero) che avevo stamattina, la tentazione di concludere prima ancora di iniziare, il rattrappimento totale in prossimità del via, potrei affermare che ho chiuso alla grande. Ovviamente non è così, devo però ammettere che non ho avuto cedimenti né vistosi cali di ritmo. Anzi, mi sono sentita in spinta dall’inizio alla fine. Con fatica, sia chiaro, tanta fatica: gestita però con tenacia e sopportazione. Sarà che avevo puntato ad una preda succulenta: quasi un miraggio, tanto risultava inaspettata. Pensavo davvero di poterla agguantare, ci ho creduto fino all’ultimo chilometro. Ma crederci non è stato sufficiente. Se almeno il crono potesse darmi qualche indicazione – ergo, se avessi pigiato sul tasto stop anziché sul lap. Tocca invece attendere l’uscita delle classifiche ufficiali per conoscere il responso. Sospendiamo dunque il giudizio, troppo freddo per ragionare.
Questo periodo dell’anno per me è sempre molto critico, l’inverno mi distrugge e l’idea che lo dovrò sopportare per troppo tempo ancora mi sfinisce ulteriormente. Rischio così di andare in riserva, ritrovandomi priva delle energie necessarie per godere della bella stagione – quando arriverà. Non posso permettermelo. L’ultimo chilometro è sempre il più sofferto, ma subito dopo già pensi alla prossima volta: si tratta solo di stringere i denti, le soddisfazioni arriveranno.

domenica 13 febbraio 2011

Camminata di Viadagola

Diciamolo: che barba ogni anno le stesse gare! Un colpo di vita ogni tanto, è chiedere troppo? Evidentemente sì. Quindi, non potendo girovagare a piacere alla scoperta di nuovi orizzonti, non mi resta che attenermi al solito, immutabile, fisso calendario sociale, che si ripresenta ogni volta come la fotocopia del precedente. Cerchiamo allora di interpretarlo al meglio, iniziando per esempio col ricordare le passate edizioni della gara odierna: come mi piazzai, con quale tempo, chi mi precedette e chi invece riuscii a battere. Scontato il proposito: fare progressi – se non in tutti gli elementi elencati, almeno in qualcuno di essi. Vediamo i principali:

• Piazzamento - L’anno scorso arrivai nona. Quest’anno dovremmo avere al via i quattro fenomeni della mia squadra, la sorpresa dell’anno, l’extraterrestre del Marocco, la mia bestia nera: sono già scivolata in ottava posizione, senza contare le varie ed eventuali. Mi sa che questo aspetto non sarà migliorato.

• Tempo - Nel 2010 un’assoluta schifezza, il peggio non va neppure contemplato.

Temperatura mite, per il periodo, ma la fastidiosa pioggerellina che impregna l’aria di umidità fa rabbrividire: occorre scaldarsi bene, queste distanze richiedono cure attente. Mi aspetta una faticaccia, tre giri infernali, con quella curva a U che spezza il ritmo e che, sul finale, piega le gambe. Già immagino che partirò a scheggia, riuscirò a mantenermi brillante o mi spegnerò come un cerino consumato? Soprattutto: saprò restare incollata a chi conta o la vedrò sfrecciare lontano come spesso (troppo spesso) accade? Mah, intanto sembra abbia smesso di piovere. Stanotte ho sognato qualcosa che ha a che fare con la corsa, ma non ricordo esattamente che cosa. Segno comunque che, sotto la calma apparente, un po’ di agitazione c’è. Eppure non mi pare di avvertire particolare tensione, nemmeno quando siamo tutti schierati in attesa dello sparo – ergo, del momento più critico: la liberazione dei bipedi selvaggi, scatenati nella caccia al posto migliore, disposti a tutto pur di non restare indietro. Non riesco a trovare la “mia” corsa finché mi sento attanagliata dalla massa. Credo, anzi, di essere alquanto ridicola in fase iniziale: una papera spaventata che starnazza per farsi spazio, col terrore di essere arpionata da bestie feroci. Ecco infatti chi approfitta della mia cautela: cosa fanno tutte là davanti? No no, non va per niente bene, qui bisogna impegnarsi. Fuori una, fuori due, fuori tre. Ma quest’ultima non ci sta, me la ritrovo innanzi, attaccata alla mia bestia nera. Tutte e due lì ad un passo. E io? Io mi sento già alquanto impiccata, potrei spremermi ancora? Non è forse prematuro? Queste elucubrazioni mi tolgono energia, a che serve scervellarsi? Qui ci si deve giocare tutto in dieci chilometri, non c’è tempo per giocare con le tattiche. Un altro giro è andato, posizioni immutate. Se non che, come un’apparizione, noto uno scollamento tra le due. Pronta all’assalto, guadagno una posizione – e con essa una boccata di fiducia: chissà che non riesca addirittura il colpaccio. Intanto, vediamo di mantenere questo vantaggio. Anche perché chi mi scodinzola davanti non pare avere nessuna voglia di cedere, anzi, il distacco va aumentando. E’ lei che accelera o io che rallento? Forse entrambe le cose. Di fatto, dopo l’ennesima frenata per la curva a U (finalmente l’ultima), arranco a fatica. L’ultimo paio di chilometri, quelli che dovrebbero mettere le ali, sono interminabili. Se non altro, ho avuto modo di sbirciare alle mie spalle, senza scorgere pericoli di sorta. Questo non significa che possa mollare la presa, sia mai! Cos’è, ormai, un chilometro? Una ripetuta media, come fossi sul mio rettilineo: si vede la fine, non te ne sei accorta? Già la fine: la visualizzo, la sento, la godo quasi. Ma ancora non la scorgo. Curva secca a destra, ormai ci siamo. Qualcuno mi incita, qualcun altro indica dove devo girare, con un altro ancora quasi mi scontro. Caos totale, che mi fa perdere la direzione. Vedo un arco e mi ci fiondo: peccato non sia quello giusto. Un addetto mi sbarra la strada: Dall’altra parte! Mi blocco contro le transenne, arretro quindi imbocco la retta via: altra curva a destra e volata fino al traguardo. Fortunatamente la posizione non era a rischio, ho perso solo diversi secondi. Ma, dico, si può strutturare un arrivo con doppia curva a gomito? Lasciamo perdere. Consideriamo invece gli elementi messi inizialmente in discussione:

• Piazzamento – Quinta: nemmeno nelle più rosee aspettative

• Tempo – Nonostante il crono “inquinato”, un minuto in meno dell’anno scorso

Sono quasi contenta – sottolineo, quasi.





martedì 8 febbraio 2011

Zola Predosa - Trofeo Lolli Auto

L’ho fatto arrabbiare. Eppure, cosa avrò mai detto di male? Dovevo forse bullarmi con un Oggi me le fumo tutte quando, considerata la forza delle avversarie e la mia attuale fase di preparazione, sappiamo bene che mi dovrò accontentare? È vero: mi manca quella sicurezza che, probabilmente, inciderebbe positivamente sui risultati. Ma è anche vero che c’è una bella differenza tra ciò che esprimo a voce e ciò che celo in me: difficilmente rivelerò cosa chiedo a me stessa, preferisco trincerarmi dietro una modesta scaramanzia. Del resto, esibire le mie ambizioni non mi ha mai portato bene. E non mi pare che tu apprezzi chi lo fa: proprio sulla linea di partenza mi hai pregato di incollarmi a colei che si è già dichiarata facile vincitrice (“tanto non c’è nessuno…”). Sarà fatto: oggi l’obiettivo non è il cronometro, ma il piazzamento, e lotterò fino allo stremo per non lasciare nulla di intentato.

Siamo tre, in un gruppetto che procede a passo svelto. Forse un po’ troppo svelto: comprendo che il ritmo è azzardato, ma se lo è per me lo è anche per loro. Vorrà dire che scoppieremo tutte quante, adesso non posso lasciarle andare via: servirebbe solo a demoralizzarmi. È già sufficiente il colpo che accuso alla notizia che non siamo noi in testa: davanti, molto davanti, c’è la sorpresa dell’anno. Volto noto, spesso presente, discreta atleta ma non temibile come avversaria: fino, appunto, ad ora. Ha stravinto il 10mila del 6 gennaio e oggi ci precede di un paio di minuti: niente male come exploit per una MF40. Brava lei… Sta di fatto che, appurato ciò, la sfida si fa ancora più avvincente: se prima si lottava per il gradino migliore del podio, ora in gioco c’è il podio stesso – e nessuna vuole accontentarsi del quarto posto. Cerco di stare coperta, sto bene, mi sembra anzi che potrei spingere un po’ di più, ma meglio non rischiare. Avverto segnali di difficoltà da parte di chi ha ormai perso la certezza della vittoria. Mi faccio avanti, approfittando della discesa dal cavalcavia. Non voglio però essere io a tirare, perciò assesto il mio passo lasciandomi superare nuovamente. L’altra è sempre incollata come un’ombra. Ho un’ulteriore occasione di sorpasso, non resisto e vado. L’ombra sempre lì. Qualcuna, invece, resta indietro: un’assistente di gara ci avverte che è distanziata di 300metri, pare abbia ceduto. Siamo circa al tredicesimo chilometro, la gara è ancora lunga, non illudiamoci. Intanto, chi mi tallona cerca di eliminarmi: già avevo notato una sua presa di posizione alquanto prepotente, della serie "fatti in là che passo io", se poi passiamo allo sgambetto mi infurio. Ehi, vuoi farmi fuori?! Si scusa e passa davanti, col proposito di essere lei a tagliare l’aria. Io invece non sono capace di stare a ruota, non quando si procede alla medesima andatura. È dunque un testa a testa che mette alla prova resistenza fisica e mentale. Il rimto non è più brillante come nella prima metà di gara, temo un black out improvviso, per quanto tutto mi sembri sotto controllo. La mia speranza è che accada come anni fa a Lovoleto, quando fu lei a cedere, ad una manciata di chilometri dall’arrivo. Ma, per ora, non pare avere affatto questa intenzione. Anzi, procede spedita ad un passo da me. Va bene così, non sto forzando, posso quindi ipotizzare uno scatto sul finale. Forse. A dire il vero, non è che abbia chissà quali risorse da cui attingere, sono decisamente al limite delle mie possibilità. Anche lei ha rallentato, manca ormai un chilometro e bisogna rompere gli indugi. Mi affianco, ma lei reagisce: è un tira e molla continuo, nel quale vince la potenza. Cioè lei. Sei secondi di differenza, da mangiarsi le mani. Ma, del resto, nessuna recriminazione: ho dato tutto ciò che avevo. Sul podio, almeno, ci sono arrivata. Un minuto in meno dell’anno scorso, anche questo è un buon segnale. Il Garmin, poi, indica 21,4 km: non voglio mettere in discussione la misurazione ufficiale, ma la media al km che riporta lo strumento è incoraggiante, specie in questa fase, ancora carica dei lavori di potenziamento. Insomma, la stagione è iniziata con ottimi auspici. Ora so che i prossimi risultati non saranno altrettanto gratificanti, dato che la concorrenza sarà maggiore. L’importante è avere ben chiaro l’obiettivo principale: tutto il resto è contorno.

domenica 16 gennaio 2011

Compleanno

Il modo migliore per festeggiare il compleanno è correre una bella gara. Già, peccato che in questo periodo dell’anno la materia prima scarseggi. Com’è possibile che io sia nata nella stagione che più detesto? Chi mi sopportò nella sua pancia per nove mesi dice che, stando ai suoi calcoli, avrei dovuto farmi viva in dicembre: evidentemente non ne volevo sapere di mettere fuori la testa, col freddo che c’era. Fosse stato possibile, avrei volentieri temporeggiato per un bel po’ di tempo ancora, aspettando il disgelo, come un orso in letargo.

Consoliamoci col fatto che la ricorrenza cade di domenica, posso dunque far festa anche in assenza di appropriate celebrazioni – che, visto il momento, sono rigorosamente bandite.
Una gara, si diceva. Dunque, ci sarebbe la Classica della Madonnina, qualcosa in più di 12 km in circuito, molto partecipata e combattuta: non mi ispira affatto. Oppure, a San Bartolomeo in Bosco, la Maratonina d’inverno: corsa nel lontano 2005 col mio pacer preferito. Peccato che dell’evento ricordi solo un gran freddo: lande desolate perse nella nebbia, frustate da venti gelidi che spirano da ogni lato. Certo, la distanza si accorderebbe al mio attuale programma di allenamento. Basta però un’occhiata al volantino della gara per farmi decidere: le premiazioni discriminano la categoria femminile in modo vergognoso. A prescindere da ambizioni e/o reali possibilità di piazzamento, è una questione di principio: continuo ad indignarmi per simili scelte che, sia ben chiaro, si beffano del regolamento Fidal – e mi chiedo per quale ragione quest’ultima conceda l’omologazione a manifestazioni che non rispettano le norme da essa stessa emanate.
Escluse quindi le uniche gare abbordabili, non resta che attenersi alla tabella: un fartlek di 24km su percorso ondulato. La Val di Zena chiama, e io corro! Stavolta non da sola. Questo sì che è un evento. L’ultimo ad accompagnarmi su questo percorso fu Maurizio, qualche secolo fa. Oggi invece siamo in tanti. Troppi. Sì, perché un orso resta orso anche quando accetta di allenarsi in compagnia: in due può essere piacevole, in tre può risultare interessante: oltre è un casino. Specie quando non ci si può appropriare dell’intera carreggiata: il fondovalle è suggestivo e panoramico, ma è pur sempre una strada provinciale sulla quale è necessario procedere in fila indiana. Sembra invece che si preferisca l’ammucchiata. Da dietro mi toccano un piede, facendomi barcollare. Partiamo malissimo! Già la mattina era iniziata nel peggiore dei modi, col morale mandato nel fango da quei sporchi individui che non mi danno pace neppure la domenica: sto davvero rasentando l’esaurimento nervoso. Qualche centinaia di metri e di nuovo, stavolta quasi finisco a terra. Stai davanti tu, per favore! Dentro ribollo, ma che diamine! Già non tollero simili comportamenti in gara, come possono accadere mentre ci si sta semplicemente allenando? Alla terza volta esplodo: non inveisco perché sono tra amici, ma mi fermo di colpo e li lascio andare. La tensione accumulata sta per esplodere in pianto: cerco di ingoiare il magone, come si può correre e piangere allo stesso tempo? Dove voglio andare, in queste condizioni? Torno indietro, che è meglio. Proprio oggi che corre anche Jader… Al diavolo! Cosa ci eravamo detti? Oggi devi svolgere il tuo allenamento, senza guardare in faccia a nessuno: così deve essere. Gli altri sono più lenti, o forse si stanno risparmiando per un allegro finale. Non mi importa. Faccio un po’ di variazioni. E parto. Tre minuti a perdifiato, annaspo ma non cedo. Mi aspetto di essere raggiunta nel tratto di recupero. Invece no, sono ancora sola. E sto da dio! Ho superato anche la crisi emotiva e mi sento più carica del solito: due settimane fa, stesso luogo e medesimo allenamento, ho mollato la presa in più di un’occasione. Oggi, invece, vado via liscia, tanto da sorprendere un anziano ciclista che, incuriosito dal soggetto, decide di scortarmi. Stai facendo i 16, esclama. Bene, rispondo – Figuriamoci, dico tra me. Mi chiede dove sia il traguardo, pensa forse che stia gareggiando? Al dodicesimo, rispondo. Mi avvisa che gli altri sono a cento metri, boh… Ho detto 16, ma erano quasi 17. Sì, come no, su questo percorso, poi! E adesso stai recuperando. Buffo avere un tifoso mentre ci si allena. Dopo ogni commento si allontana, proseguendo per la sua strada, suppongo. Lo ritrovo invece di lì a poco, fermo ad aspettarmi, per un nuovo incitamento. Ancora due chilometri. La notizia che da lì tornerò indietro lo spiazza e mi fa guadagnare ulteriori punti. Eccomi dunque al punto critico, il temibile strappo del dodicesimo chilometro. Nulla di drammatico, si tratta solo della salita più dura del percorso, tutto sommato abbastanza corta. Si fa comunque sentire – e la massima soddisfazione, in questo tratto, è sorpassare qualche ciclista che sta schiattando sui pedali. Il ciclista che sta invece superando me, ora, è un ambasciatore dei miei compagni di allenamento: Scusami, mi hanno detto di informarti che sono tornati indietro. Chissà perché, la notizia mi dà un’ulteriore spinta. Trovo il fiato per ringraziarlo e per allungare a testa bassa fino alla cima: dove mi aspetta il mio fan, che si complimenta e mi saluta – stavolta definitivamente.
Già a metà o solo a metà? Non saprei dire. Ho perso il conto delle variazioni, ma ho ancora energie per affrontarne altre. Dodici chilometri sono un’inezia, poi stanno aspettando solo me quindi devo sbrigarmi. Soprattutto, devo arrivare in splendide condizioni e sentire l’applauso. D’accordo, non esageriamo. Ma questa insolita fiducia nelle mie forze non può passare inosservata. Specie considerando che stavo per mandare tutto all’aria (per non dire tutti a quel paese), dopo neanche cinque chilometri di corsa. Mai come oggi è valso il motto “meglio soli”… Sono un asociale, lo so. Ma se voglio trotterellare in allegria, vado ad una tapasciata qualsiasi, dove il bello è proprio chiacchierare a destra e a manca senza curarsi del cronometro. Sugli allenamenti “veri”, invece, non transigo: devo attenermi al mio schema e non ammetto interferenze. Proprio così. Io, la donna più scombinata di questa terra, che non riesce a mantenere l’ordine nemmeno sul comodino, per quanto riguarda la corsa ho bisogno di seguire binari ben delineati. In fondo, non è poi così contraddittorio. Sono troppo ingarbugliata e, soprattutto, insicura per potermi gestire in scioltezza: necessito di linee guida. Magari da contestare, eventualmente da modificare, addirittura da stravolgere se necessario. Ma guai a chi mi tocca la tabella. Per non parlare di chi mi tocca i piedi!
Ecco il chilometro 3. Ormai è fatta. Gli ultimi due sono ondulati quanto basta da spezzare le gambe, che a questo punto hanno accumulato un discreto carico di stanchezza. Ma il cartello che segnala la fine dell’allenamento non è più un miraggio, e l’idea è sufficiente a fare emergere le ultime risorse – ed è quasi come tagliare il traguardo di una gara.

Bene, è andata molto bene. Siamo tutti soddisfatti, meglio di così?!...
So che mi aspetta una giornata triste, e che non mancheranno altre crisi di pianto. Per quasi due ore, però, sono stata padrona di me stessa e al comando della situazione. Lampi di vitalità che illuminano un periodo nero: vedere la luce mi fa sperare che il buio si possa presto dissolvere. Una volta per tutte.

martedì 11 gennaio 2011

Maledetto forno

Quanto può durare una notte? Il frastuono ha trapassato i tappi di lattice, attraversato i timpani e schiantato il cuore, facendolo sobbalzare. Era già successo, ma subito il sonno aveva preso il sopravvento: isolare le orecchie nel loro ronzio era servito. Fino ad ora. Fino a quando quel tarlo non ha deciso di esplodere. E non c’è protezione che tenga. Non so da quanto tempo stia dormendo, forse non ho neppure superato la fase di dormiveglia quando, d’improvviso, emergo dall’assopimento, come avessi appena appoggiato la testa sul cuscino: un segnale di avvertimento, un campanello d’allarme, sta per accadere qualcosa. Stomp! Tremano i muri. Le pulsazioni vanno alle stelle: d’ora in avanti non c’è tappo che tenga. Il rombare di quelle macchine infernali, lanciate a pieno regime, rimescola le mie viscere e i miei pensieri. Provo ad isolarmi, concentrandomi sul respiro, tentando di ascoltare solo il sibilo naturale che mi scorre in testa. Ma ormai il diavolo mi ha posseduto, e stanotte non avrò più pace. Sono in trappola. Non posso gridare a nessuno la mia rabbia, chi mi ascolterebbe? Quel vecchio ignorante che tutto possiede è sensibile ad un solo rumore, quello dei soldi. Jader, beato lui, in qualche modo riesce a dormire - almeno finché non sarò io stessa ad esasperarlo. Cerco di immobilizzarmi, rannicchiata nel mio angolino, inseguendo disperatamente pensieri tranquillizzanti. Ma presto sopraggiungono i brividi: ho freddo, troppo freddo. Devo andare in bagno, devo trovare qualcosa per scaldarmi, devo prendere fiato ché mi manca persino l’aria. Arrotolata nel plaid, mi accuccio sul divano stringendomi ad una tazza fumante: i nervi cedono, liberando lacrime che non incontrano argine. La pareti rimbombano, la stanza buia e fredda mi opprime, la casa intera sta per schiacciarmi. Non ho scampo. Sopportare la schiavitù ai tappi per le orecchie non è bastato, ora non c’è più nulla che possa fare. Non riuscirò più a dormire, non riuscirò più a correre, finirò col non riuscire nemmeno più a connettere. Nevrotica. Ecco come mi ridurrò: una pazza nevrotica insofferente al mondo intero. Mi faccio tutt’uno col divano, sperando di cedere allo sfinimento. Di anullarmi. Vorrei interrompere il flusso malefico di pensieri catastrofici, aggrapparmi ai bei ricordi e convincermi che altri potranno aggiungersi all’elenco: vorrei guarire da questo male a cui non so dare un nome ma che mi sta logorando. E finirà per logorare anche lui, che ovviamente si è svegliato e mi osserva silenzioso: impotente, più forte di me ma come me disarmato, inevitabilmente contagiato dalla mia disperazione. Ti prego, vieni a letto. Certo, tanto è tutto inutile. Qui o là non fa differenza. A questo punto neppure il silenzio fa la differenza: perché il rumore si è insinuato dentro di me, esaurendo le mie difese. Stringo la tua mano e lascio trascorrere le ore: la notte non è ancora finita, ma ho già paura di quella che verrà domani.

Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull'anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte
Riversa un giorno nero più triste dell notti;


Quando la terra cambia in un'umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;


Quando la pioggia stende le sue immense strisce
Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;
Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso,
Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.


- E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera.

Charles Baudelaire
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