sabato 12 giugno 2010

memorie

- Le senti le endorfine?
- No, non sento niente, e non parlo mentre corro.
- Uffa, allora tanto vale correre da soli.
Ecco, appunto. È quello che ho sempre fatto e che avrei volentieri continuato a fare, se tu non avessi supplicato compagnia. Non sono riuscita a dire di no. Sembravi talmente angosciato dall’idea di allenarti da solo, che quasi mi sono sentita io quella strana. Io, che amo la solitudine, che non sopporto le intrusioni, che amo ascoltare il calpestio delle mie scarpe, percepire gli afflati del mio respiro, inseguire il vortice dei miei pensieri. Avrei scelto un altro sport se amassi il gioco di squadra. Tu invece temi di entrare in crisi dopo una manciata di chilometri se non hai qualcuno accanto. Eppure, non è proprio questo il bello delle lunghe distanze? Si parte rilassati, per poi entrare in una sorta di trance, finché la fatica tenta di prendere il sopravvento: è qui che la sfida si fa avvincente. L’ultimo chilometro spinto al limite, per ritrovarsi stremati e appagati. Insieme si fa meno fatica? Sarà…
Non parlo, te l’ho detto. E se stessi un po’ più zitto anche tu te ne sarei grata. Mi trovi troppo lenta? Prego, la strada è libera. Questa andatura per me è perfetta, ma tu sei più veloce e faresti bene a procedere per tuo conto. Io risparmio fiato, e mi lascio scivolare addosso le tue disquisizioni: ti pare questo il momento per confrontare i dati dei tuoi allenamenti, o di discutere su quale ritmo dovremmo tenere oggi per assicurarci una grande performance in maratona? Già, la maratona. Se tu usassi meglio la testa riusciresti a terminarla in molto meno di tre ore, ma non vuoi darmi ascolto. Quindi taccio. Se lo vuoi capire…
La salita è dura, per mia fortuna c’è qualcosa che riesce a chiuderti la bocca. Forza, respira, che non siamo neppure a metà. Inutile fare il fenomeno adesso, poi la pagherai tutta. I chilometri che precedono il giro di boa sono micidiali, stai accusando anche tu, non negarlo. Ora hai smesso di lamentarti per l’andatura troppo blanda, chissà, forse hai capito che non serve tirarsi il collo in questo genere di allenamenti.
Ecco il sedicesimo chilometro: dietro front! Inizia il tratto più scorrevole, e già ti sei dimenticato la fatica appena consumata. Certo, ora le gambe girano bene e la strada scivola veloce, ma che bisogno c’è di fare tutta questa sceneggiata? Non credere di poter volare fino al punto di arrivo, forse hai dimenticato che i pendii superati all’andata si ripresenteranno anche al ritorno. Niente da fare, ormai ti ho perso: preso dall’euforia, ti allontani salutando con la mano. Ciao ciao. Finalmente prendi l’iniziativa. Visto? Si può correre benissimo anche da soli, anzi, sembra che ti riesca persino meglio. Perché non ci hai pensato prima? Io mi godo il ritrovato silenzio, sempre concentrata sul mio ritmo. Il peggio deve ancora venire, sono gli ultimi dieci chilometri che presentano il conto, i cinque finali in particolare. Ti vedo in distanza che scali la rampa, poi sparisci dietro la curva. Sarai lì che inneggi alle tue endorfine, fortuna che nessuno deve sopportarti. Procedo regolare, ormai completamente sola. Fa decisamente caldo, sento le gocce di sudore scivolarmi sulle gambe, le dita delle mani sono raggrinzite come fossi appena uscita da un bagno. Ho saputo controllare l’andatura, perciò non dovrei incappare in sorprese. In fondo, non manca poi tanto. L’ultimo chilometro invita alla volata: degrada un po’ per poi impennarsi, sfidando le forze che ancora animano gli arti. Cinquecento metri in apnea. È fatta. Anche per te, che ancora stai boccheggiando. Per poco non ti riacchiappavo. Hai voluto strafare e adesso sei in coma. Non era qui che dovevi dare prova di velocità, se solo lo volessi capire. Come? Domenica prossima un altro lungo? Se proprio ci tieni…
Un anno dopo. Stessa strada, medesimo programma. Anche il clima è invariato: identico caldo torrido. Diversa è invece la compagnia. O meglio: stavolta, nessuna compagnia. Maurizio se n’è andato. Sembrava scherzasse. Mollo tutto, mi trasferisco in Sardegna. Così è sparito. Assicurandomi che, una volta sistemato, mi avrebbe chiamato e che, comunque, avrebbe presto trovato l’occasione per tornare a correre insieme. Sto ancora aspettando. Ancora sto aspettando una risposta, un cenno, una traccia. E’ vero: quando mi imponevi la tua presenza ti avrei mandato a quel paese, ma ora che non ci sei, mi manchi. Che ne è stato della tua sviscerata passione per la corsa, della tua accanita ricerca della prestazione, del tuo tendere costantemente ad un migliore risultato? Tutto azzerato. Non per me, che continuo a percorrere queste strade con immutato entusiasmo. E ancora sorrido immaginando le tue endorfine.

venerdì 4 giugno 2010

Maratonina Polpenazze del Garda



Pazienza se sarò sola, se la mia presenza sarà ininfluente, se per la mia società rappresento solo un numero. Sto preparando questa gara da un mese, in un mese ho cambiato programmi, metodi e obiettivi per tentare di riscattare il fallimento di Padova. Quelle che contano hanno dato forfait? Peggio per loro. Io il 30 maggio sarò a Polpenazze del Garda, sulla linea di partenza.
O almeno spero. Strada facendo tutto viene di nuovo messo in discussione, stavolta per la distrazione del nostro capofila, che non sembra avere ben chiara la collocazione geografica del luogo. Manca poco più di mezz’ora al via quando arriviamo: forse è meglio così, meno tempo per accumulare tensione. Del resto, cosa dovrebbe innervosirmi? Nessuno da sfidare se non la mia capacità di mantenere ritmo, lucidità, determinazione. Semplice, no?... L’avevo già constatato: cambiare aria, ogni tanto, è decisamente salutare. Correre lontano dai consueti percorsi, dalle solite avversarie, dai reiterati campionati alleggerisce le aspettative. Competere contro tutti e nessuno, impegnandosi esclusivamente a dare il massimo. Devo ammetterlo, essere soltanto un numero a volte è un vantaggio.
Partenza fluida, priva di eccessive pressioni o imbottigliamenti: ottimo inizio. L’ondulazione del percorso si fa sentire da subito: gestibile, certo, ma sufficiente a togliere affidabilità ai rilevamenti intermedi – ammesso che le segnalazioni chilometriche siano posizionate correttamente. Il passaggio al decimo km è soddisfacente. Non avverto però belle sensazioni, occorre allontanare immediatamente l’ombra della crisi. Ci pensa la salita a rimettermi in riga. L’incremento delle pendenze, infatti, mi è stranamente d’aiuto. Chissà, forse quando la sfida si fa dura divento più cattiva. Se poi mi capita di essere superata, comincio a vedere rosso. Punto l’avversaria e non mi do per vinta. Colgo il suo affanno, non sta certo meglio di me. Approfitto di un passaggio favorevole e allungo: segno che ho ancora energie da spendere. Ho appena guadagnato terreno quando un’altra ragazza mi sfila davanti. Brava, ha saputo gestirsi nella prima parte per dare tutto sul finale. È anche molto più giovane di me – sigh. Passato il sedicesimo chilometro, ormai dovremo scollinare. E io ne approfitto. Proprio io, che ho sempre aborrito le discese, che più volte mi sono piantata dopo avere scalato rampe impressionanti; io, quella dalle lunghe leve, inadatte ad articolarsi nei declivi, ho improvvisamente imparato a buttarmi in picchiata. Accadde all’improvviso, in quella che resta la mia gara più magica – la prima edizione della Stralugano. Dovevo liberarmi dell’avversaria che mi stava tallonando dal primo metro e cominciava ad irritarmi seriamente. Così, superata la mezza maratona, in prossimità di una bella discesa, decisi di salutarla. Gli ultimi dieci chilometri a tutta, lasciando che le gambe assecondassero la strada: persino io stentavo a crederci, mi sembrava quasi di vedermi correre, come non fossi io quella che stava volando verso il traguardo. Fu una prestazione storica che, ahimè, non ebbe repliche. Conservai però quella capacità di affrontare le discese (sempre che non fossero eccessivamente ripide e/o sterrate), capacità che tuttora mi permette di guadagnare diverse posizioni. E così è stato anche a Polpenazze.

Mi aspettavo di essere nuovamente superata da un momento all’altro, i volontari sul percorso incitavano la ragazza ora alle mie spalle (evidentemente appartenente ad una società coinvolta nell’organizzazione). Particolarmente a rischio l’ultimo chilometro, nuovamente in salita. Non mi volto, non lo faccio mai. Riesco ancora a spingere, a trovare grinta per un arrivo dignitoso. Pessima idea quell’arco e quella riga sull’asfalto quasi in angolo, a nascondere il vero traguardo 97 metri oltre: verrebbe da fermarsi lì, e sicuramente qualcuno l’ha fatto, rischiando di restare fregato in volata. Fortunatamente sono abbastanza lanciata: mi fermo solo per accogliere la medaglia al collo.
Il crono è solo un dettaglio, questo percorso non concedeva nulla. Conta aver ritrovato carica e decisione. Se poi vogliamo approfondire l’analisi, va considerato che questa è la mia migliore prestazione cronometrica degli ultimi due anni. Felice di essere qui. Felice di ricevere il premio per la quinta classificata di categoria. Felice di avere acquistato un pizzico di fiducia in me stessa. Non oso affermare che sto ritornando, un pochino però comincio a crederci.

giovedì 6 maggio 2010

La macchia umana di Philip Roth


Fatto stranissimo, in ufficio, incontrare un collega con un libro in mano. Non resistendo alla curiosità, sbircio spudoratamente per individuare il titolo: La macchia umana di Philip Roth.
- Lo vuoi? Io non riesco a leggerlo.
Non ho nessuna confidenza con il tipo, resto alquanto interdetta. Non accetto libri in prestito, preciso, ho la necessità di “possedere” ciò che leggo.
- Te lo regalo.
Ma come? Scherzi? Vabbè…se insisti. Un libro non si può proprio rifiutare.
Questo romanzo, poi, era nell’elenco delle dieci migliori opere dell’ultimo decennio, recentemente pubblicato da Repubblica. E da tempo si trovava nella mia lista dei desideri: da quando, cioè, vidi il film che ne fu tratto, interpretato dai magnifici Anthony Hopkins e Nicole Kidman.
Già dalla prima pagina mi rendo conto di essere al cospetto di un mostro di scrittura, e mi chiedo perché abbia aspettato tanto per approcciare questo autore. Le parole che delineano i profili di ambienti e soggetti danno vita a descrizioni che brillano per limpidezza e originalità. E’ vero che ho un debole per le frasi costruite ad arte, ma sono rari i casi in cui rimango letteralmente incantata dallo stile di scrittura: questo è uno di quei casi. Quando poi, oltre alla bella pagina, colgo riflessioni di sconcertante profondità espresse con toni sottili, che venano di sarcasmo drammi sociali ed individuali, il mio rapimento diventa totale. Personaggi complessi, di fatto imperscrutabili eppure scavati spietatamente nel groviglio della loro personalità: psicologie intricate, che non concedono spazio alla banalità. Nulla è scontato, nessun evento è prevedibile, se non ciò che espressamente anticipa l’autore. È un mondo cupo, quello narrato da Roth: non per niente, è proprio sull’ambiguità del colore che si intrecciano le vicende di personaggi che, per intenzione o per disgrazia, escono dagli schemi e sfregiano le convenzioni.
Il film, che comunque vorrò rivedere, non trasmette tutta la ricchezza di contenuti di questo superlativo romanzo, che pongo al vertice della mia personale classifica. Evidentemente, il mio è un giudizio del tutto soggettivo, visto che qualcuno non ha esitato a liberarsi del libro: mi spiace per lui, ma io ci ho guadagnato tantissimo.

lunedì 3 maggio 2010

Padova - Maratona di S. Antonio

A posteriori, una volta placato lo stato di alterazione, tutto viene inquadrato in una diversa prospettiva. Così, ciò che era appena stato vissuto come un interminabile calvario, assume presto il valore di un dissennato fallimento. E, per farsi ulteriormente del male, basta dare un’occhiata alla classifica: giusto per constatare che, stringendo un po’ i denti, magari ci si poteva aggiudicare un piccolo premio.
Il fatto è che quando la mente decide di interrompere le connessioni con il resto del corpo, raccomandazioni, progetti e ambizioni cambiano registro: si distaccano da noi e si convertono in una sorta di linguaggio sconosciuto. Cominciamo ad oscillare tra uno stato di lucidità, certi di poter dare fondo a tutte le nostre riserve di energia, ed un annebbiamento totale che genera dolori e incubi. I più determinati sanno gestire il demone, stimolati da forza e motivazione. Ma se solo uno di questi fattori langue, non c’è santo che tenga. Nemmeno S. Antonio.
Bisogna ammetterlo: quello di Padova è stato un disastro annunciato. Non mi era mai capitato di vivere con tanta pesantezza la preparazione di una maratona, mai avevo provato una simile indolenza: io, che non sapevo cosa significasse correre controvoglia, ultimamente dovevo schiaffeggiarmi per convincere me stessa ad allacciare le scarpette e uscire di casa. Nessun problema fisico, metabolico o strutturale. Solo una mole di preoccupazioni che non pensavo avrebbero potuto investirmi con tanta forza. Parlare della crisi economica è ormai un luogo comune. Viverla sulla propria pelle è decisamente un’altra storia. La paura fa brutti scherzi, il senso di impotenza azzera gli entusiasmi, l’ansia accorcia il fiato.
Una grande passione, però, non può smorzarsi di colpo. Cascasse il mondo. Quando l’impulso della corsa fluisce nelle vene e alimenta i palpiti vitali, rinunciare a correre è come rinunciare a respirare.
Così ho tenuto fede al mio programma. O meglio: le gambe hanno seguito il percorso tracciato, mentre la testa è rimasta leggermente più indietro. La logica, lo stato delle cose, la cruda razionalità mi suggerivano di rinunciare; coscienza, sentimento, e testardaggine mi spronavano ad andare fino in fondo. Del resto, perché vanificare tanti allenamenti sfiancanti? Tutte le sedute svolte al limite della sopportazione fisica tra neve, gelo e bufere: solo fatica sprecata? Sapevo che non dovevo azzardarmi nell’avventura di una maratona primaverile, ma ormai avevo dato tutto: era quindi necessario riconoscere un senso a tanto impegno. Comunque potesse andare.
Bizzarra coincidenza: la domenica della maratona cadeva proprio nel giorno dedicato alla ricorrenza della Liberazione. Era così che percepivo l’evento: tanto avevo penato, che volevo solo liberarmi dal pensiero. Consapevole che non potevo aspettarmi nulla, coltivavo in realtà nel mio profondo la speranza che proprio questo senso di distacco avrebbe potuto risultare favorevole: priva di obiettivi precisi, affrancata da qualsiasi ansia da prestazione, senza un risultato a cui ambire, sarei magari riuscita a correre più serenamente del solito e, chissà, sorprendermi della mia prestazione. Le solite intermittenze del cuore: una parte di me si apprestava a correre per senso del dovere, l’altra sognava di essere rapita dalla trance agonistica.
Arriva così il 25 aprile. Come mi sento? Non lo so. Normale, si può dire? E’ una bella giornata, l’area di partenza è sufficientemente confortevole, nessun intoppo o imprevisto. Perfetto, no?
Evidentemente no. Il primo boicottaggio lo ricevo dal mio crono: al primo km, nel rilevare l’intertempo, mi accorgo che allo sparo non l’ avevo avviato correttamente. Poco male, certo, ma sempre una scocciatura. Fortunatamente riesco ad unirmi ad un paio di podisti che viaggiano ad un ritmo a me consono, sono in ottima compagnia e questo mi aiuta. Supero la mezza maratona e comincio a pensare che ne manca altrettanta: l’idea mi infastidisce, inizio ad avvertire come un senso di noia. Non si tratta di stanchezza fisica, non è un calo energetico bensì un vuoto di motivazione. Mi vedo dal di fuori e mi chiedo dove abbia intenzione di andare. Terribile. Così come terribile diventa la sete. Non ricordo di avere mai sofferto tanta arsura in gara, io che solitamente devo sforzarmi per bere almeno un sorso d’acqua ai ristori. Stavolta, invece, mi sono addirittura fermata per scolarmi una bottiglietta intera. Sono al 25° chilometro: da qui ha inizio il mio calvario. So bene che, una volta interrotto il flusso della corsa, riprenderlo è pressoché impossibile. Ci provo, voglio crederci, la crisi di un attimo poi si riparte alla grande. Certo. Per un altro chilometro o poco più. Finché anche mille metri diventano una distanza impossibile. Ecco che si presentano doloretti vari: l’allacciatura della scarpa fastidiosa, la fitta al fianco, la rigidità della solita gamba. L’arrivo è lontano anni luce, vorrei chiudere gli occhi e svegliarmi quando tutto sarà finito. Tagliare il traguardo strisciando, che senso ha? È vero che non avevo ambizioni, contavo però di giungere al termine correndo, non barcollando. Continuo a procedere ad elastico, qualche passo di corsa e tanti di cammino. Corricchio e cammino, e come me un’infinità di altri podisti. Una vera strage. Così arrancando, sono ormai al 37°. Quasi arrivata. Peccato per quel “quasi”. La maratona per me è già finita almeno 10 chilometri fa, sto procedendo per inerzia solo perché non posso fare diversamente. Ma mi sento ormai abbattuta, finita, rassegnata. Tanto che il pullman scopa che transita lentamente mi appare come un’oasi nel deserto: non so resistere, ci salto sopra senza esitazione.
Lo sguardo di Jader, che stava aspettando da troppo tempo e non mi ha visto arrivare, mi trafigge. In realtà esprime solo estrema preoccupazione, allarmato dall’incessante viavai di ambulanze che rievoca brutti ricordi. Io però vi leggo delusione, per non dire rabbia: la mia percezione è distorta, a causa dell’avvilimento e del rammarico che già mi assale. Sono trascorsi appena pochi minuti, e già mi mangio le mani. Non ho saputo gestire la sofferenza, non ho mostrato grinta né tenacia. Non mi sono comportata da maratoneta. Ora lo posso dire, e potrei continuare ad infierire ancora e ancora.
Ma quando le gambe tentavano disperatamente di condurmi a Padova, la testa vagava in tutt’altra direzione. Questo è quanto. Il capitolo e chiuso e ora si volta pagina.

lunedì 29 marzo 2010

A New York. Contro la SLA

Correre n. 306 - Aprile 2010

Parma, 12 settembre 2004. I più assidui frequentatori della community di Podisti.net hanno colto l’occasione della Cariparma Marathon per (ri)conoscersi: finalmente potranno assegnare un volto a nomi e soprannomi confrontatisi finora solo virtualmente. Molti correranno la maratona, io mi misurerò sulla mezza, altri si fermeranno a 10km. Francesco, invece, non è in tenuta da running: è passato solo per un saluto. Come saprò in seguito, da un po’ non è in gran forma: avverte un’insolita stanchezza, di tanto in tanto riscontra difficoltà nei movimenti, e nota svariati sintomi indecifrabili.
Nel tempo gli appuntamenti sul web si fanno via via più radi, il gruppo si frastaglia e gli incontri diventano prevalentemente casuali. Non ho più saputo nulla di Francesco. Fino a pochi mesi fa, quando, scorrendo sul sito tramite il quale l’avevo conosciuto, leggo: “Francesco Canali ha un sogno: correre a New York spinto da 4 amici per combattere la SLA”. L’onda di ricordi che segue la scossa gelida mi porta a riallacciare quei contatti ormai lontani.
Eccolo dunque davanti a me, Francesco, sorridente e radioso come solo una persona dotata di vitalità straordinaria può mostrarsi. Non c’è traccia di sofferenza sul suo volto, né toni di abbattimento nella sua voce: affronta il dramma con leggerezza e dignità, e riferisce il suo calvario con l’orgoglio di chi, anche nel baratro, non si lascia sfuggire nessuna opportunità.
Quando mi diagnosticarono la malattia, nell’aprile del 2005, restai per un giorno e mezzo a fissare il muro della mia camera. Avevo due opzioni: aprire la finestra e buttarmi sotto, oppure reagire.
Francesco ha cesellato la reazione al male giorno dopo giorno, nei lunghi anni scanditi da visite, analisi e controanalisi senza esito. Anni durante i quali si documenta, acquisendo consapevolezza della sua sorte. Eppure, impegna ogni forza per non rinunciare a ciò che più lo entusiasma.
Dopo 25 anni di basket- racconta - decisi di dedicarmi alla corsa. Come tutti, iniziai con pochi chilometri. Poi mi appassionai, aumentai le distanze e mi posi degli obiettivi. Ma già nel 2001 colsi i primi segnali: mi stancavo troppo presto, non era da me. Riuscii comunque a portare a termine due mezze maratone: la prima nel 2003, proprio a Parma. Altre due l’anno successivo, e già in testa avevo il sogno di tanti podisti: New York. Ma il progredire della malattia soffocò le mie ambizioni. Gli ultimi passi di corsa li ho mossi nel 2005, in febbraio: 6 km terminati in condizioni pietose.
Nonostante tutto, Francesco non demorde. Una vita nello sport gli ha donato tenacia e determinazione.
Non sono uno che si arrende, non lo sono mai stato. La partita si combatte fino alla fine, guai darsi per vinti. Ho bluffato finché ho potuto, per non gravare sui miei cari. Ora sono forte anche per merito loro. Paradossalmente, grazie a questa malattia ho ricevuto dimostrazioni di affetto e solidarietà che diversamente non avrei conosciuto.
Come replicare? Un uomo su una sedia a rotelle ringrazia un destino infausto per le nuove opportunità che esso gli ha offerto. Quando si dice: voglia di vivere. Voglia di mettersi ancora in gioco e sostenere altre sfide. E New York torna a profilarsi all’orizzonte.
L’ho lanciata come battuta, ad un amico: perché non ti alleni per spingermi alla maratona di New York? Beh, mi ha preso sul serio!
Il progetto diviene dunque ufficiale, con il patrocinio dell’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), il sostegno di diversi enti e associazioni e, soprattutto, il coinvolgimento di quattro amici: Gianfranco Beltrami, Andrea Fanfoni, Gianluca Manghi e Claudio Rinaldi. Da sempre uniti dalla passione per la corsa, ora pronti ad affrontare una nuova avventura, non certo fine a se stessa.
Voglio lanciare un messaggio di speranza ai tanti malati e, soprattutto, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni affinché incrementino la ricerca su questa malattia, ancora troppo oscura.
Non fosse perché lo vedi su una sedia a rotelle, non si direbbe mai che Francesco sia malato: ciò che trasmette è energia pura, frizzante, briosa. Unica.


Per sostenere il progetto: AISLA ONLUS - MARATONA NEW YORK 2010c/c 57369480 iban IT43N0623012708000057369480, info su www.vincilasla.it

lunedì 30 novembre 2009

Maratona di Firenze


9 giugno 1987, ore 7.30 (circa). Esco dalla stazione di Santa Maria Novella e mi guardo attorno, alquanto disorientata. Individuo il punto informazioni del servizio di autotrasporti e chiedo come poter raggiungere lo stadio. Sguardo stranito: a quest’ora?!?! Certo, a quest’ora. Proprio a quest’ora mi appresto a guadagnare una posizione strategica davanti all’ingresso, per poter scattare come un fulmine sotto il palco, non appena si apriranno i cancelli. Dovrò aspettare ore, è vero, ma per David questo e altro: il primo concerto di Bowie in Italia, e io sarò lì, in adorazione del mio idolo.


29 novembre 2009, ore 7.30 (circa). David domina su Piazzale Michelangelo. Un altro David, ovviamente, così come ben altra è la ragione che mi ha portato, oggi, a Firenze. La follia di allora, però, non è tanto lontana da quella attuale: c’è sempre una dose di irrazionalità nelle passioni, quella che porta a compiere gesti che gli estranei considerano assurdi. Stamattina, su questo balcone che offre una delle viste più spettacolari del mondo, di “pazzi” ce ne sono davvero tanti. Oltre diecimila, pare. Troppi. Il numero mi spaventa. Gli anni addietro, guardando la maratona in tv, mi chiedevo cosa sarebbe successo quando quelle stradine strette lungo le quali stavano correndo una decina di atleti (poiché la diretta RAI, ovviamente, inquadra solo i primi), sarebbero stata invase dalla massa di podisti. Non è una gara per me, mi dicevo. Perché mi sono iscritta, allora? Già, perché? Una questione di data, fondamentalmente. Poi, ammettiamolo, un evento di grande richiamo desta sempre un certo interesse. Beh, ora che ho soddisfatto la mia curiosità posso affermare che, per quanto mi riguarda, una volta basta e avanza.


Già dal primo chilometro mi domando chi me l’abbia fatto fare. Impossibile correre in una simile calca. Le mie migliori intenzioni vanno lentamente sgretolandosi. Tutti i bei pensieri che avrebbero dovuto accompagnare la mia corsa non riescono a raggiungere la mente, tesa invece in un costante stato di allerta: anziché concentrarmi su ritmo e sensazioni, cerco di proteggere la mia incolumità, non risparmiando insulti a chi non riesce ad evitare di toccarmi i piedi (la maratona di Carpi, finita al pronto soccorso, ha lasciato il segno). Tutta la prima metà della gara è un frenare, riprendere, scartare , accelerare. Mi auguro che il tempo perso all’inizio possa fruttare in seguito. Peccato che le gambe non rispondano. La brillantezza che auspicavo non accenna a presentarsi, procedo sempre più a rilento. Quando poi avverto alle mie spalle un plotone in minaccioso avvicinamento, crollo definitivamente. Travolta dal drappello delle 3h15, mi domando se abbia senso continuare a soffrire. Uno scatto d’orgoglio mi rimette in riga, magari ce la posso ancora fare: prendo un attimo fiato poi li riprendo e li saluto. Certo, come no!...


Dal trentesimo in poi mi fermo più volte – stavolta non c’era nessuno ad impedirmelo. Ritirarsi è comunque più complicato che trascinarsi fino all’arrivo, senza contare quanto sia insopportabile solo l’idea di dover annunciare a Jader che ho rinunciato. Già immagino la sua ansia, vedendo il cronometro procedere ben oltre il tempo che avrebbe dovuto segnare al mio arrivo. Intanto mi sembra che tutto il mondo corra davanti a me, mi sta superando l’intero universo femminile. E io che credevo di poter valere ancora qualcosa…


Ho chiuso la mia tredicesima maratona realizzando la peggior prestazione di tutti i tempi. Sulle cause dovrò indagare. Forse dovrei semplicemente rassegnarmi, ma non ne ho voglia. Non ancora.

mercoledì 18 novembre 2009

Sul mito di New York


Anche quest’anno attorno alla maratona di New York si è scatenato un proliferare di polemiche, incentrate soprattutto sul rilievo che è stato dato a tale evento dai media, giudicato da molti eccessivo. Da parte mia vorrei esprimere alcune considerazioni sulle ragioni di tanta risonanza. Sottolineo che si tratta di riflessioni del tutto personali: certamente opinabili, ma sicuramente condivisibili da tanti podisti che, come me, hanno vissuto l’esperienza di quella maratona.
Innanzitutto, una precisazione: trovo New York decisamente brutta. E’ questa la prima impressione che ho avuto della città. Il mio senso estetico non riceve alcuno stimolo dalla giungla grigioacciaio che svetta all’infinito. Certo, le luci, i contrasti, l’imponenza non possono che colpire. Effettivamente, dopo diversi anni ho cominciato anch’io ad apprezzare questi aspetti. Si tratta però del fascino dell’esagerato, dell’iperbolico, del grottesco: la bellezza è un’altra cosa. Questa premessa solo per chiarire che la città in sé non ha alcuna influenza sul mio giudizio riguardo la maratona.
Il mio approdo a New York fu del tutto casuale. A quel tempo non potevo neppure definirmi una podista: corricchiavo, sì, ma senza nessuna cognizione di causa. Non possedevo né cronografo, né abbigliamento consono; non avevo mai sentito parlare di soglia aerobica, fondo medio, ripetute ecc. Correvo e basta, tutti i giorni, per un numero indefinito di chilometri. Il gruppo podistico del mio paese aveva cercato più volte di coinvolgermi, ma io niente: non mi piace la competizione, dicevo. Finché il mio sguardo non cadde su una locandina pubblicitaria: New York City Marathon Tune- Up, gara podistica di 25 km. L’idea mi stuzzicò, non certo per la gara in sè, quanto per provare se fossi in grado di correre quella distanza, io che non avevo mai misurato i percorsi sui quali abitualmente scarpinavo.
L’incontro con il gruppo organizzatore fu folgorante. La visione di foto, manifesti e medaglie di maratone internazionali fece scattare in me qualcosa di nuovo e sconosciuto, e quel ragazzo che, stimolato dalla mia curiosità, cominciò a raccontarmi la sua maratona di New York (e sottolineo, sua: la sua esperienza, la sua emozione, il suo vissuto), mi aprì un mondo. Insomma, entrata per avere informazioni sulla Tune-Up, uscii con l’iscrizione a New York. Io che avevo sempre manifestato la mia diffidenza verso gli USA in generale, che rifuggivo da qualsiasi luogo affollato, che rabbrividivo solo all’idea di dover trascorrere più di qualche minuto al freddo… Quando si dice “un colpo di vita”.
Senza nessun allenamento specifico, mi trovai sul luogo di partenza, sperimentando tutti i disagi connessi. La giornata era gelida, impossibile trovare riparo, scontato assiderarsi. Mi chiesi, ovviamente, chi me l’avesse fatto fare, giurando che mai più… Eppure, una volta sul ponte di Verrazzano, mi stupii della mia commozione. Sarà stato che non avevo mai partecipato ad un evento così grande, ma l’intensità di quei momenti ha lasciato in me una traccia indelebile. E lo stesso dicasi per i successivi 42 km, corsi tra l’incitazione di una città che sembra essere lì solo per te. Analoga sensazione all’arrivo: mentre a stento trattieni le lacrime, ognuno dei volontari dislocati in Central Park ti fa sentire un campione.
Entrata a far parte del gruppo organizzatore, ho avuto l’opportunità di tornare a New York anche negli anni successivi. Credevo che l’emozione della prima volta non avrebbe potuto ripetersi. Falso. Nel tempo sono cambiati il mio approccio alla gara, la mia preparazione, il mio grado di aspettativa: immutato è però lo stato d’animo con cui vivo l’evento “Maratona di New York”.
Si è totalmente immersi nell’atmosfera della maratona durante tutta la settimana di permanenza. Questo perché l’intera città lo è. L’insegna della NYCM è ovunque: sui lampioni, sulle vetrine, sugli autobus. Nello specifico, poi, non c’è un addetto alla gara (da quello che dirige il traffico all’interno dell’expo a quello che ti consegna la tua sacca alla fine della gara) che non abbia un sorriso, una gesto di calore, una parola di incoraggiamento per te. In quali altri luoghi succede?
I partecipanti italiani sono i più numerosi, è vero, ma basta guardarsi attorno per accorgersi che è tutto un mondo quello che ci circonda. Gironzolando perlopiù da sola, ho colto la molteplicità di colori, stili, linguaggi che pullulano tra strade, negozi e locali – e mi riferisco ai soli maratoneti, facilmente individuabili. Questa globalità mi esalta, mi esalta sentirmi un puntino tra un’infinità di altri puntini. Uniformità nella diversità, un senso di infinito e di indefinito. Spiazzante ed eccitante.
Le persone che accompagni, quelle che ti accompagnano, quelle che incontri o che vorresti incontrare condividono con te ansie e preoccupazioni, ma anche curiosità e aspettative. Si parla la stessa lingua, magari con accenti e inflessioni diverse, comunque sulla medesima lunghezza d’onda. C’è voglia di complicità, di condivisione, di approvazione: come quando, la sera dopo la gara, tutti i medagliati si sorridono l’un l’altro, incrociandosi per strada.
Ognuno, poi, vorrà raccontare la propria maratona, poiché ognuno avrà qualcosa di unico e irripetibile da ricordare. Si cerca quindi il confronto, tentando di mantenere il contatto con un’emozione che si vorrebbe prolungare il più possibile – magari già pensando alla prossima volta. Perché è vero che si attraversano disagi difficilmente sopportabili, ma è altrettanto vero che questi vengono messi in secondo piano da un contesto nel suo complesso entusiasmante.
Qualsiasi cosa succeda, ne vale la pena. E’ questa la conclusione che trassi al termine della trasferta dell’anno scorso (http://valerunner.blogspot.com/2008/11/new-york-2008.html). Ed è anche l’amara constatazione che ha ripetutamente attraversato la mia mente in queste ultime settimane, trascorse a casa: sarà banale, ma è effettivamente quando qualcosa ti viene a mancare che realizzi quanto fosse importante per te.
E’ ovvio che attorno alla NYCM ruoti un grande business, ma dove non accade? Anch’io mi irrito quando colleghi o conoscenti mi chiedono se ho mai corso la maratona di New York, convinti che sia l’unica maratona al mondo (ovviamente, se rispondi loro che hai corso quella di Venezia, ti domandano quanto sia lunga). Non possiamo però negare che il mito della maratona di New York sia nell’immaginario di ogni podista: magari anche con accezioni negative, ma sempre con una peculiarità tutta sua. Una ragione ci sarà, e va cercata nelle sue caratteristiche, nel suo contesto, nella sua storia. A mio avviso, affermare che si tratti solo di business è un po’ cadere nel luogo comune secondo il quale tutte le grandi ricorrenze, Natale compreso, sono ormai pure occasioni commerciali. Eppure tutti, ognuno a modo suo, le celebrano. Sta a noi, alla nostra sensibilità, attribuire ad esse il significato che riteniamo più consono al nostro sentire.


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