domenica 14 settembre 2014

14° Giro podistico a tappe delle Isole Eolie

Come giocarsi una posizione da sogno con un errore da principiante.

Con i quasi due minuti di vantaggio, si doveva semplicemente controllare: partire molto prudenti, senza attaccare, gestendo il margine con oculatezza. Era fondamentale non spremersi nella prima parte, tutta saliscendi, per affrontare con buone energie gli ultimi due chilometri di micidiali tornanti: stringere i denti fino al decimo, sapendo che i cinque successivi sarebbero stati tutti in discesa. Invece… Invece ho il terrore di vedermi scappare subito l’avversaria, così parto come una forsennata, illudendomi che i tratti più agili siano sufficienti a farmi guadagnare metri. Così mi sfianco, quasi senza rendermene conto. E l’avversaria, più saggia, mi lascia fare. Fino, appunto, al punto più duro: quando io boccheggio, e lei mi saluta. Qui, una con gli attributi avrebbe raschiato il fondo delle risorse per non perdere troppo terreno. La schiappa, invece, barcolla e molla. Non riesco più neppure a correre, la salita sembra interminabile e sono superata persino dalla quarta donna. Provo a recuperare in discesa, ma lo spirito della perdente ha la meglio. Colpita e affondata, specie dopo le bastonate di Jader – mai visto così infuriato per una mia controprestazione: aveva dato per inossidabile la seconda posizione, e sulla carta lo era. Ma, ormai, l’abbiamo appurato: le gare a tappe riservano sorprese fino all’ultimo giorno. E abbiamo constatato anche che non fanno per me. La gestione di cinque giorni ad alta tensione richiede una mente fredda, calcolatrice, aggressiva. Un’altra testa, insomma, che sappia elaborare le giuste strategie. Ciò che vale per una competizione singola risulta ovviamente amplificato in una prova prolungata: sbagliare una mossa pregiudica, ovviamente, l’intera partita.

E adesso, come affronto il seguito della competizione? Sarà sufficiente il giorno di riposo per ritrovare forza e coraggio? Se non altro, quest’anno la stagione aiuta – almeno qui: dovevamo proprio venire alle Eolie per goderci l’estate.  La notte (tutte le notti) dormo male, ma la giornata di sole è un’ottima ricarica. Un giro in barca per spezzare la monotonia della spiaggia: per lasciarci cullare dall’unico mare che ci sembra irresistibile, per perderci ancora una volta in quel sogno che ci pungola costantemente…

Il circuito di Lipari, la tappa più antipatica: è qui che l’anno scorso sono caduta dal podio, è qui che quest’anno devo difenderlo con tutta me stessa – corpo e, soprattutto, testa. Sto bene, non c’è nulla da temere – se non le mie cretinate. Eccoci: seconda, terza e quarta tutte lì, per un paio di giri. Poi la seconda allunga, io la lascio andare e mi incollo alla quarta. Un vampiro. Mi sta odiando, lo so, ma è una questione di sopravvivenza. Sul finale accenno uno scatto per superarla, ma lei reagisce e io non insisto: oggi va bene così.

L’ultima tappa è una novità. Giro unico, e questo mi piace. Partenza in discesa: questo mi piace ancora di più. Le strade le conosco, so dove sarà più dura e dove potrò spingere a tutta. Potrei comportarmi come ieri, cioè controllare senza spremermi, ma oggi voglio dare il massimo. Peccato per quella rampa, in dirittura d’arrivo: perdo la seconda posizione per un soffio. Ma è la classifica generale che conta. Resta il mistero su quell’incredibile vantaggio dei primi due giorni: possibile che ci sia davvero chi passeggia all’inizio, con la certezza di avere la meglio alla fine? Mi sembra impossibile, per di più con un simile scarto. Perché congetturare? Io sono questa: ogni giorno è “il giorno”, a volte ingrana e altre no, ma non potrei mai studiare le tattiche a tavolino.


Per le premiazioni è stata scelta una sede di gran lusso. Dalla piscina affacciata sul mare, già penso al prossimo anno. È così che funziona: si aspetta l’aliscafo per il ritorno con un groppo alla gola, non c’è partenza più triste. Perché dobbiamo andarcene? Perché non riusciamo a trovare il modo per vivere per sempre su quest’isola? E neppure sappiamo se potremo tornare... I primi giorni, a casa, non si fa che rimuginare su “cosa starei facendo là a quest’ora”, quelli successivi non si fa che rievocare i momenti vissuti; finché non si comincia a curiosare sul web, alla ricerca delle combinazioni di viaggio più convenienti. In sintesi: si vive tutto l’anno in funzione del Giro delle Eolie. E magari si rinuncia a mille altre cose, pur di esserci ancora. È sempre un azzardo, contro ogni logica, oltre qualsiasi senso della ragione. Colpa di Vulcano, della sua anima diabolica: o ti respinge o ti rapisce - una volta e per sempre.


lunedì 5 maggio 2014

Placentia Half Marathon: un tentativo

Dovessi esprimere un giudizio sulle città in cui ho gareggiato, me la caverei con poche parole: E chi l’ha vista? Il monumento più maestoso, il centro storico più elegante, l’architettura più singolare: tutto scorre indifferente ai miei occhi di podista. Davvero la maratona di Londra si conclude al cospetto di Buckingham Palace? E quella di Firenze transita in Piazza della Signoria? A Venezia si attraversano tanti ponti, questo lo so. Ma non mi si chieda che aspetto abbia la piazza principale di Piacenza.
Quando la si attraversa ad inizio gara, si è ancora troppo ammucchiati: l’attenzione è concentrata su tutti quei piedi da cui tenersi alla larga. Mentre alla fine dei 21,097 km si è troppo storditi per notare alcunché – e io stordita lo ero un bel po’.
Cosa potevo aspettarmi dopo appena tre settimane di allenamento? Il 2 febbraio mi ero dovuta arrendere all’evidenza: sei un rottame, lascia perdere; pedala, fai ginnastica, leggi un libro, ma a correre no, non provarci neppure. A metà marzo, forse, se ne potrà riparlare: partendo da zero, per l’ennesima volta. Come una principiante, come non avessi mai corso in vita mia, come un’estranea a questo sport. Demoralizzata. Pensavo fosse questione di giorni, invece passano le settimane e ancora arranco: riuscirò mai più a correre senza dovermi continuamente fermare per prendere fiato? Serve uno stimolo forte, una valida motivazione, un obiettivo preciso: la gara. Approfittiamo di un’occasione e fissiamo la data: il 4 maggio si va a Piacenza. I chilometri cominciano a scorrere un po’ più agili, muscoli e articolazioni iniziano a rispondere senza troppe lamentele, l’idea di allenarsi smette di spaventare. Certo, età e fisico sono quello che sono e rispondono come meglio possono, ma ricominciare a godere della fatica è già una gran conquista.
A dire il vero, a Piacenza non godo poi tanto. Comincio a soffrire proprio nel tratto che maggiormente apprezzo, l’argine del Po. Qui il panorama si apre, il paesaggio mi è familiare, ma il vento contrario mi infastidisce e un dolore al fianco destro inizia ad insidiare la mia andatura. Davanti a me i palloncini dell’ora e 35 minuti: stai qui fino al dodicesimo, quindicesimo al massimo, poi prendi e vai. Questo l’intento, che si fa via via più nebuloso. Continuo ad esserci, magari un po’ ad elastico, ma sempre a ruota. Figure e rumori annunciano che ci stiamo approssimando al cuore della città: quegli ultimi chilometri che dovevo aggredire di slancio vedono invece il mio progressivo spegnimento. Se non altro, non ho subito nessun sorpasso, anzi, ho superato diverse atlete lungo il percorso. Magra consolazione. Più soddisfatto Jader, che si aspettava almeno tre minuti in più. Io invece contavo su due o tre in meno. Ci ho provato. Ci riproverò.
PS: per un resoconto più tecnico, vedi qui.

domenica 1 dicembre 2013

Maratona di Latina


È bellissima!
Glielo dovevo dire: perché sapesse che sto bene, che mi sto divertendo, che dopo 18 km sono ancora abbastanza fresca. Certo, di strada ne manca tanta, ma un simile entusiasmo non prorompe facilmente. Lo speaker si chiede chi sia la sconosciuta che sta correndo in terza posizione, Jader mi avverte che la seconda è a circa un minuto: sarà vero? E la quarta quanto dista? Meglio non pensarci. Nulla all’orizzonte, dietro chissà: proseguo la mia gara, ben concentrata.
Pericolosissima quella partenza in leggera discesa: il ritmo diventa incontrollabile, si corre più forte del dovuto senza rendersene conto, col rischio di pagare più tardi il conto di tanta brillantezza. Spero insomma di non avere speso troppo. Il passaggio alla mezza è abbastanza soddisfacente, adesso però si è alzato un po’ di vento – alquanto prevedibile sul lungomare. Il mare d’inverno… Decisamente arrabbiato, come del resto il cielo, che non ci risparmia una pioggia leggera ma insistente. Se non altro, la temperatura è mite. Soffro invece l’ondulazione di questo rettilineo che sembra infinito: proprio quelli che piacciono a me, si inserisce il pilota automatico e si entra in trance, favoriti da un paesaggio sublime. Morbide dune e ricchi arbusti, spiagge così non ne avevo mai viste, se non al cinema: scommetto che in un’affollata giornata estiva non mostrerebbero lo stesso fascino. Sulla scia dei miei pensieri, mi aggrego disinvolta ad un gruppetto che sembra gradire la mia compagnia. Il ritmo è un po’ calato a causa delle condizioni non proprio favorevoli: devo stare tranquilla, e cercare di conservare energie per un bel finale. Al trentesimo cerco di sondarmi: sì, sono un po’ stanca, e l’idea dei 12 km mancanti è alquanto fastidiosa ma, tutto sommato, le gambe girano ancora bene e le mie capacità di reazione non sembrano essersi esaurite. Finché la svolta a destra non ci immette nel tanto temuto tratto sterrato. Ero preparata.  Soprattutto, ero determinata a non dargliela vinta: non oggi, non qui. Questo deve essere il mio giorno, comunque vada dovrò essere orgogliosa della mia condotta. Certo, sarebbe eccessivo pretendere che mi riveli di punto in bianco un’esperta del fango, ma almeno riuscire a non piantarmi…
Appoggio traballante, si scivola che è un piacere, ma non mi blocco: rallento ma non cedo. Sollevo un attimo lo sguardo e incrocio quello delle bufale che ci osservano curiose: che spettacolo! Questo luogo è di una bellezza struggente e selvaggia: percorso impegnativo, ma tra i più suggestivi che abbia mai affrontato. Il crono che avevo in testa è ormai sfumato, tornata sull’asfalto non riesco a riprendere il giusto ritmo, anche perché ora i saliscendi si fanno sentire in maggior misura. Ho perso per strada i compagni di viaggio, ne recupero alcuni in evidente crisi. Io no, ho rallentato ma non ho desistito. Verso il 39° si prende un po’ fiato, al ristoro successivo gli addetti mi incitano: Sei terza! Ed ecco che, poco oltre, individuo una figura che mi rizza le antenne: sembrerebbe una donna. No, non può essere, si tratta senz’altro di un’illusione. Mi avvicino ancora e non ho più dubbi: è una donna. Beh, sarà una che fa jogging su questa strada, o che sfrutta la maratona come allenamento per altri obiettivi.  Una cosa è certa: chiunque essa sia, devo andarla a prendere. Gli ultimi due chilometri divengono la corsa della vita. Le sono ormai alle spalle, capisco che è lei la seconda donna. Ergo: era. Adesso come reagirà? Magari si era un attimo rilassata, paga della sua posizione, e ora darà fondo a risorse sovrumane per riappropriarsene. Qui c’è poco da esaminare: bisogna solo correre. Più forte che si può, alla faccia dei 40 km che soffocano le gambe; ne mancano solo due, una sciocchezza. Ricordi i duemila di qualche giorno fa? Hai volato: fai lo stesso ora. Ai lati della strada mi gridano Sei seconda! Apro bene le orecchie per carpire eventuali incitamenti a chi mi segue: non avverto nulla, ma non mi do pace.  Grido a me stessa, mi incoraggio, mi sprono. Spingo come poche volte ho saputo fare, sto per morire ma godo di questa immane sofferenza: perché sono fiera di me stessa (e già questa è una notizia), perché sto conducendo un finale memorabile (e questo è un altro evento). Ecco l’arco, a tutta fino alla fine: è fatta!
Promossa a pieni voti proprio no: il tempo realizzato è tutt’altro che soddisfacente. Però, quanto ho gioito! Gli ultimi dieci minuti di gara resteranno nella teca dei ricordi più gratificanti. Ma, va detto, tutta la maratona mi rimarrà nel cuore. Percorso eccezionale: sì, nonostante il tratto sterrato. Certo, niente affatto veloce, improponibile a chi ama la città e la gente a bordo strada: qui al massimo puoi incontrare aironi, scoiattoli, volatili vari – oltre alle suddette bufale. Per la sottoscritta, niente di più spettacolare. Felice di avere scelto questo evento, grazie agli amici di Latina che tanto me lo declamarono (in quel di Vulcano, sigh…), e che oggi mi hanno festeggiata come una vera campionessa. Finalmente una giornata da incorniciare, in un periodo dominato da infinita tristezza.

domenica 13 ottobre 2013

SPAR BUDAPEST INTERNATIONAL MARATHON - Coca Cola Body Awakening 30 km

Ecco a voi l’inviata speciale alla scoperta dei segreti di Budapest!
D’accordo, mi sono fatta un po’ prendere la mano, ma l’esperienza di corrispondente per Podisti.Net alla maratona della capitale ungherese mi ha proprio entusiasmata. La città, bellissima, merita di essere visitata con calma: in due giorni ne ho avuto solo un assaggio, e mi è rimasto un certo languore.
Ma veniamo alla ragione principale del viaggio. Ho descritto l’evento nell’articolo sul sito: lì, ovviamente, non mi sono dilungata sulla mia prestazione. Prestazione che è stata indubbiamente condizionata da un pre-gara non proprio ortodosso – specie per una sempre attenta ai dettagli, soprattutto alimentari. Sorvoliamo sui pasti del venerdì e del sabato: non so se sia stato peggio quello che ho mangiato o quello che non ho mangiato. I sensi di colpa non mi hanno comunque impedito di dormire come un sasso: ho completamente ignorato il fragoroso temporale che, mi hanno riferito, ha rinfrescato il sabato notte. Mi aspettavo una mattinata tiepida e luminosa, invece mi sono trovata ad attendere l’orario della partenza avvolta da un madido nebbione.
Raggomitolata su una panchina, al riparo di un sottile cornicione, cerco di concentrarmi nella lettura, sperando che il tempo scorra in fretta. Così però accumulo umidità e freddo, meglio muoversi un po’: sgranchire le gambe, guardarsi un po’ in giro, cercare di capire quando sia opportuno posizionarsi sullo start. L’atmosfera è quella di una tapasciata paesana, meglio così. Mi svesto, deposito lo zaino, e inizio a scaldarmi.
Valentina! Dice a me? Non ci posso credere, guarda dove devo andare per rivedere il mio primo allenatore… che festa! Momenti elettrizzanti, che mi siano di aiuto. Intanto, mi approssimo alla griglia di partenza, tranquilla tranquilla. Si aggiungono altri podisti, tutti molto rilassati: temevo una calca furiosa, nello stretto corridoio a noi riservato, invece sembra quasi che la gara sia altrove. Eccola, quella “vera”: la maratona. La testa della corsa sta transitando, tra un po’ li seguiremo. 5, 4, 3, 2, 1… via: adesso tocca a me. Imposto un’andatura agile, non dovrei trovare difficoltà. Ma, al primo giro di boa, mi rendo conto che stavo correndo col vento a favore: ora, che è contrario, la musica cambia. E sarà così per tutto il percorso: un po’ si respira, un po’ ci si affanna, e non solo per il vento – ponti, ponticelli, curve a gomito. Tengo bene per 25 km, poi tutte le condizioni sfavorevoli si concentrano e il mio ritmo cade a picco. Tagliato il traguardo in ginocchio, mi annunciano che sarò premiata sul palco: ignoro la mia posizione, ma la notizia mi rallegra. Peccato che non potrò essere presente, dovendo scappare in albergo per liberare la camera: devo immediatamente recuperare il mio zaino, i tempi sono strettissimi. Già, il mio zaino: dov’è? Scusate, dove si recuperano le sacche consegnate alla partenza? Facce stranite, cosa avrò mai chiesto… Vago disperata, ormai in preda ad una crisi di panico. Credevo di trovare il camion subito dopo l’arrivo, ma non ce n’è traccia, e nessuno sembra sapere dove sia. Sono allucinata, sfinita e allucinata. Finalmente una buon anima con le idee abbastanza chiare mi invita a seguirla: ci si inoltra in un parco, si attraversa il percorso di gara, poi un sentiero…. Aiuto! Dove stiamo andando? E’ qui, non ti ricordi? Non posso ricordarmelo, non sono partita da qui, io!!! Mi riapproprio dei miei beni, levo il top, infilo la felpa e fuggo verso l’uscita. In 40 minuti dovrei rientrare in albergo (distante poco meno di 3 km), fare la doccia, completare la valigia e fare il check out. Bisogna correre, ancora!
Mi hanno concesso un margine sufficiente, squisito il personale di questo hotel. Finalmente posso rilassarmi. Potrei uscire e gustarmi qualcosa in quell’elegantissimo caffè qui vicino, ma non ne ho le forze: nemmeno per mangiare. Un senso di nausea mi accompagnerà per tutto il viaggio, che sarà alquanto travagliato. Ma quante cose avrò da raccontare…

domenica 22 settembre 2013

Maratonina del Parco del Delta del Po

Perché ho voluto partecipare a questa gara? Bella domanda! Per diverse ragioni, che messe insieme non compongono una motivazione solida: ma non è che tutto debba per forza rispondere ad un progetto strutturato. Intanto, erano anni che mi incuriosiva, più che altro per la localizzazione: un’isola sul delta del Po ispira immagini suggestive – ampi orizzonti, abbracci tra cielo e mare, disegni eleganti di voli leggeri. Però è lontana, e in quella data ci sono spesso altri appuntamenti quasi obbligati: la gara sociale, appunto. Bruttissima - per usare un eufemismo. Vado solo perché devo: ma devo proprio?...
Noi domenica andiamo ad Albarella. Fantastico, vengo anch’io! Sì, avevo bisogno di un pretesto, e non me lo sono lasciato sfuggire. Del resto, è necessario che inizi a mettere un po’ di chilometri nelle gambe, e quale occasione migliore?
Tutta quest’acqua mi inquieta: il sublime dell’imponenza. Ne sento la forza, avverto la mia inconsistenza di fronte ad una natura smisurata e imprevedibile. Sopra di noi, uno stormo di uccelli dall’aspetto curioso: osserviamo meglio e ne cogliamo le sfumature rosate. Fenicotteri. Ma allora ci sono davvero! Ecco, ci sono cose che ti riconciliano col mondo: chissenefrega della levataccia, dell’autovelox, della fatica che mi aspetta? Abbiamo assistito ad uno spettacolo straordinario, la giornata potrebbe anche chiudersi adesso.
foto di www.mattiabianchi.it
 
Invece no, sono venuta qui per correre, meglio che cominci a sintonizzarmi sulle giuste frequenze. Aspettative zero. Tra quello che mi piacerebbe ottenere e quello che, obiettivamente, posso realizzare c’è un abisso: quindi, profilo basso e mente leggera. Si parte cauti, poi ci si assetta su un ritmo navigabile, infine si prova a chiudere in spinta. Facile, no? Sì, facile fino al sesto chilometro, quando il cambio di direzione e di fondo stradale – ergo, vento contrario e sentiero sterrato – decretano la morte della mia gara. Mi rivedo alla maratona di Trieste, quando provai a tenere testa alla bora per una ventina di chilometri, per poi desistere alla sua prepotenza. Oggi, tra il vento che mi frusta e i piedi che scivolano sulla ghiaia, il mio ritmo regredisce progressivamente. Spero ancora di potermi riprendere, confidando in un successivo tratto più favorevole, ma guadagno troppo poco per ritrovare sufficiente slancio. E gli ultimi cinque chilometri, quelli in cui avrei dovuto dare il massimo, sono un vero calvario: completamente esaurita, mi fermo una, due tre volte. Il parco, le ville, il mare: tutto molto bello, magari però in un'altra occasione. Insomma: contenta di essere venuta qui ma, se mai tornerò, non sarà per la maratonina – sulla quale non ho nulla da eccepire, sono io che sulla ghiaia non sono proprio in grado di correre.

mercoledì 18 settembre 2013

Giro podistico a tappe delle Isole Eolie

La sicurezza è una caratteristica che non mi appartiene: posso nutrire delle speranze, ma non ostenterò mai alcuna certezza. D’Annunzio mi incanta, ma è Leopardi a toccare le mie corde più profonde: potessi naufragare dolcemente in questo mare…
Ho sfiorato qualcosa più grande di me, per quattro giorni ho goduto l’ebbrezza di un traguardo che avevo sempre ritenuto irraggiungibile. Poi, come un birillo, sono caduta da quel gradino, per una concomitanza di fattori è accaduto ciò che sembrava matematicamente impossibile. E tutti, dopo la prima controprestazione, a chiedermi cosa mi fosse successo. Vorrei tanto saperlo: vorrei individuare la causa di quell’affanno, di quell’incapacità di reagire, di quello spegnimento progressivo, giro dopo giro. Peggio dell’anno scorso, quando ero infortunata. Staccata di un minuto, in nemmeno 6 km: colpita e affondata. Partenza troppo brillante (al primo giro avevo un bel vantaggio), paura del lastricato bagnato, energie in calo (le mie), energie in crescita (quelle dell’avversaria)? Ci sta tutto, anche quel mal di pancia che mi tormentava da mercoledì.
Tappa avvincente quella di mercoledì: la più lunga, la più temuta, la più aspettata. La mia preferita. Non che mi abbia mai regalato nulla, né mi ha mai vista particolarmente aggressiva: sarà solo questione di affinità. Ora si tratta di gestire il vantaggio accumulato nelle due tappe precedenti, quando ho saputo staccare brillantemente chi reputavo inavvicinabile. I cinque chilometri di tornanti mozzafiato mi preoccupano, è una questione di resistenza e di gestione delle risorse, per non trovarsi svuotati quando si potrebbe cominciare a volare. Mi trovo alle sue spalle, lei sale che è un piacere e io dietro arranco per non perderla di vista. Sono “solo” cinque chilometri, dopo potrai recuperare: gestisci la distanza senza esagerare, dai che manca poco! Certo, cosa vuoi che sia? Si traballa un po’, una volta giunti al vertice, quindi si ritrova la padronanza delle gambe e si cambia marcia: giù a tutta! Eccola, sempre più vicina, sento il suo respiro, forse anche la sua voce: poi solo l’aria calda, e il rumore dei miei passi. Fosse così fino alla fine... Invece il brutto deve ancora venire, perché dopo quella fantastica discesa inizia una serie di saliscendi che possono stravolgere gli assetti. Quello in prossimità del dodicesimo chilometro è una bastonata: ancora salita, e sembra non finire più. Lo straordinario vantaggio che avevo guadagnato si sta via via accorciando, e qui scatta l’allarme: in un attimo di sconforto, mi fermo e guardo indietro; non si vede, ho ancora margine, ma a maggior ragione è adesso che devo raschiare il fondo. Il fatto è che non trovo nulla da raschiare! Il trucco è non alzare lo sguardo, dovrà pur finire quest’agonia. Ecco, via in picchiata – insomma, più o meno. Scoordinata e ansimante, provo a spingere a più non posso: quel rettilineo al termine della discesa è interminabile, sto veramente tirando gli ultimi, temo di non riuscire ad arrivare alla fine. Svolta a sinistra, ecco l’arrivo. Ci sono, più morta che viva, ma ci sono. Un bicchiere di integratore al ristoro, il mio beverone dolce a seguire, mentre riprendo fiato, e subito le budella iniziano a gorgogliare. Mah, sarà il lamento generale del mio fisico provato. Mi butto in mare per non pensarci più, galleggiando sulla posizione consolidata – ormai inossidabile, mi dicono, ma io non ci credo ancora. Premiazioni con omaggi delle autorità di Salina: uva squisita, pizzetta così così, e la mia pancia torna a protestare. Fuga liberatoria in bagno prima della traversata di ritorno. Il mare mi culla, sbarco leggermente assopita, ho voglia di gelato. Ahi, non dovevo farlo! Sotto coi fermenti lattici: il peggio è scongiurato, ma permangono una punta di dolore e un fastidioso senso di tensione. Respira e rilassati, l’imperativo ora è rigenerarsi. Il maltempo della giornata di riposo costringe all’ozio, ma il venerdì mattina, nella piazzetta di Lipari, sono tutt’altro che carica. E ci si mette pure la pioggia. Disastro annunciato?

Illusioni a picco. L’ultimo giorno dovrebbe emergere una Valentina cattiva come non mai: appunto, quando mai? Devo crederci, devo crederci, devo crederci. Quarantacinque secondi sono un discreto margine, basta incollarsi e non mollare. Non ti spaventeranno sei fottuti chilometri e mezzo? Tanti. Troppi. Quattro giri nervosi e scattanti, ondulazioni insufficienti a fare la differenza: qui vola solo chi è a mille. Lei scappa subito, io sono impiccata dal primo chilometro: il mio massimo è comunque ridicolo. Mi aggrappo all’ultimo barlume di speranza, incitata dai nuovi amici che credono in me: mai sentita tanta solidarietà, mi fa sentire viva quando sto per morire. Purtroppo tutto è inutile.
Avrei preferito non essere mai stata terza, non avere sognato quel podio, restare da subito ai piedi della più forte. Così invece mi ritrovo ad arrovellarmi sulle cause della sconfitta, inquinando gli ultimi sgoccioli di vacanza. Il sole scende dietro allo scoglio: cala il sipario, senza applausi.
 

domenica 5 maggio 2013

14 ^ Maratona d'Europa: benvenuti a Trieste!


Chissà: se non avessi spinto contro il vento sin dall’inizio, se non mi fossi preoccupata da subito della media, se avessi provato ad accodarmi ad un gruppo…

Chissà perché tante maratone si chiudono con una scia di chissà. Qui c’è ben poco da indagare: un alito di vento è sufficiente a condizionare un mio qualsiasi allenamento, figuriamoci come possa ridurmi la Bora. Trieste mi ha dato il benvenuto mostrandomi i suoi gioielli il sabato, per poi schiaffeggiarmi la domenica. Ma io non ho abbassato la testa: non avrai il mio scalpo, porterò la mia pellaccia in quella magnifica piazza anche strisciando. Non posso deludere chi mi ha preparata a puntino per questa occasione, né chi aspetta per ore al traguardo: e nemmeno posso deludere me stessa con un ritiro che non saprei  perdonarmi. Le condizioni più avverse ci sono tutte: raffiche che quasi mi gettano a terra, una gamba da buttare via, una notte insonne in una stanza d’albergo troppo calda e troppo rumorosa. Questa è la sfida: resettare tutto sulla linea di partenza, concentrandosi su quelle parole famose “Io sono calma e farò una gran gara” .


Del resto, il clima d’attesa è decisamente tranquillo, si chiacchiera in bella compagnia in mezzo al verde così si allevia un po’ la mia tensione. Parto allegra, forse troppo. Cerco di controllare il ritmo, so che la scorrevolezza della prima parte può fregare. La Bora comincia a frustarmi, ma io provo a non farmi condizionare: è solo una ventata, poi si calma… Invece sono io a calmarmi, nel senso che cedo il passo rallentando rovinosamente. E non conta considerare che è iniziata la salita: ho lottato per metà gara ed ho esaurito le forze. Ora si tratta di sopravvivere. Tanto più che da adesso in poi ci si dovrà destreggiare tra il popolo della mezza maratona: se fossi stata in spinta, a lottare per un tempo o una posizione, questa ressa mi avrebbe sicuramente irritata, specie in prossimità dei ristori. In queste condizioni, invece, mi è quasi di aiuto: in fondo, non faccio altro che sorpassare gente, e mi godo persino qualche apprezzamento. Meno male che c’è la discesa, già tremo all’idea degli ultimi sette chilometri in piano. Solo sette, che sarà mai? Basta non fare la fine delle transenne, capovolte sull’asfalto. Il conto alla rovescia è iniziato, una manciata di minuti ancora. Quando all’improvviso scorgo uno sbarramento sul percorso: una fila di carrozzine che occupa tutta la strada, proprio in dirittura d’arrivo. Non ci posso credere, neanche un varco per passare e poter accennare uno sprint fino al traguardo. Riesco a svicolarmi inveendo, ma ormai la pedana è lì, e non posso nemmeno godermela.

Sono uno straccio, completamente persa. Nessuno a raccogliere quel che resta di me, non so dove andare. Raggiungo le corriere con le sacche personali, ma vedo solo quelle della mezza maratona: sto per cedere ad una crisi di pianto, quando scorgo il mio pullman. Ritirato lo mio zainetto, mi siedo sul marciapiede e do finalmente un segno di vita.

L’ho finita, e sono tutta intera. E’ andata così, non come speravo, ma è stato bello. E sono pronta per ripartire. Col sorriso.



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