domenica 5 maggio 2013

14 ^ Maratona d'Europa: benvenuti a Trieste!


Chissà: se non avessi spinto contro il vento sin dall’inizio, se non mi fossi preoccupata da subito della media, se avessi provato ad accodarmi ad un gruppo…

Chissà perché tante maratone si chiudono con una scia di chissà. Qui c’è ben poco da indagare: un alito di vento è sufficiente a condizionare un mio qualsiasi allenamento, figuriamoci come possa ridurmi la Bora. Trieste mi ha dato il benvenuto mostrandomi i suoi gioielli il sabato, per poi schiaffeggiarmi la domenica. Ma io non ho abbassato la testa: non avrai il mio scalpo, porterò la mia pellaccia in quella magnifica piazza anche strisciando. Non posso deludere chi mi ha preparata a puntino per questa occasione, né chi aspetta per ore al traguardo: e nemmeno posso deludere me stessa con un ritiro che non saprei  perdonarmi. Le condizioni più avverse ci sono tutte: raffiche che quasi mi gettano a terra, una gamba da buttare via, una notte insonne in una stanza d’albergo troppo calda e troppo rumorosa. Questa è la sfida: resettare tutto sulla linea di partenza, concentrandosi su quelle parole famose “Io sono calma e farò una gran gara” .


Del resto, il clima d’attesa è decisamente tranquillo, si chiacchiera in bella compagnia in mezzo al verde così si allevia un po’ la mia tensione. Parto allegra, forse troppo. Cerco di controllare il ritmo, so che la scorrevolezza della prima parte può fregare. La Bora comincia a frustarmi, ma io provo a non farmi condizionare: è solo una ventata, poi si calma… Invece sono io a calmarmi, nel senso che cedo il passo rallentando rovinosamente. E non conta considerare che è iniziata la salita: ho lottato per metà gara ed ho esaurito le forze. Ora si tratta di sopravvivere. Tanto più che da adesso in poi ci si dovrà destreggiare tra il popolo della mezza maratona: se fossi stata in spinta, a lottare per un tempo o una posizione, questa ressa mi avrebbe sicuramente irritata, specie in prossimità dei ristori. In queste condizioni, invece, mi è quasi di aiuto: in fondo, non faccio altro che sorpassare gente, e mi godo persino qualche apprezzamento. Meno male che c’è la discesa, già tremo all’idea degli ultimi sette chilometri in piano. Solo sette, che sarà mai? Basta non fare la fine delle transenne, capovolte sull’asfalto. Il conto alla rovescia è iniziato, una manciata di minuti ancora. Quando all’improvviso scorgo uno sbarramento sul percorso: una fila di carrozzine che occupa tutta la strada, proprio in dirittura d’arrivo. Non ci posso credere, neanche un varco per passare e poter accennare uno sprint fino al traguardo. Riesco a svicolarmi inveendo, ma ormai la pedana è lì, e non posso nemmeno godermela.

Sono uno straccio, completamente persa. Nessuno a raccogliere quel che resta di me, non so dove andare. Raggiungo le corriere con le sacche personali, ma vedo solo quelle della mezza maratona: sto per cedere ad una crisi di pianto, quando scorgo il mio pullman. Ritirato lo mio zainetto, mi siedo sul marciapiede e do finalmente un segno di vita.

L’ho finita, e sono tutta intera. E’ andata così, non come speravo, ma è stato bello. E sono pronta per ripartire. Col sorriso.



martedì 9 aprile 2013

Maratona del Lamone

-        Quando vieni a fare la maratona di Russi?
-        Mai!
Che rispostaccia! Ci si può rivolgere così malamente a chi ha appena sprecato una dose sconsiderata di energie nell’aiutare una povera podista a concludere degnamente la maratonina di Imola? Sì, perché se negli ultimi 4 km non ho ceduto alla forza di vento e stanchezza, lo devo proprio all’incitamento di Giacomo, che ora scopro essere parte dell’organizzazione della suddetta maratona. Perdonami, ma non è proprio fattibile: una gara del genere in quel periodo è fuori dalla mia portata – significherebbe effettuare la preparazione in pieno inverno, cioè ridursi a brandelli. Ho in programma tutt’altro, un mese dopo…
-        Ottimo, potresti quindi correre a Russi come allenamento, un lunghissimo quattro settimane prima sarebbe perfetto! Dai, che ci sono poche donne, facci questo piacere…
Beh, a ben pensarci, l’ultima volta che corsi due maratone a distanza di quattro settimane l’una dall’altra realizzai il personale in entrambe. Altri tempi, senza dubbio, e altra Valentina. Però qualche analogia con quell’età d’oro è riscontrabile: analogo entusiasmo, analoghi progressi e, soprattutto analoga compagnia. Le condizioni si prospettano favorevoli, se il mio allenatore approva…
Sciolta e spensierata fino a metà, poi vedi. Metà è andata via liscia, adesso proviamo ad impegnarci. Difficile è non esagerare: aumentare senza eccedere, per non ritrovarsi al trentesimo completamente al buio. Concentrazione massima, massima attenzione. Avvisto una sagoma familiare: un’amica alle prese con una giornata sfavorevole. So cosa significhi, la accarezzo con una parola, di più non saprei fare. Al venticinquesimo supero un’altra donna, mi chiedo quante ce ne siano davanti a me. Ancora una all’orizzonte, possibile? Non mi era mai capitato di essere sempre in sorpasso, mi aspetto da un momento all’altro di essere travolta da atlete più caparbie e determinate di quanto io possa esserlo. Intanto mancano “solo” 12 km, altri due e saranno meno 10: l’equivalente di un banale allenamento. E mi metto alle spalle un’altra atleta. Ovvio che queste azioni agiscano come sferzate di energia pura, altro che gel! Il tratto sterrato non mi destabilizza, devo essere proprio in trance. Siamo a 35 e tutto va bene. Al trentanovesimo guadagno un’ulteriore posizione. Fate largo, sto arrivando! Ultimi 2, una ripetuta lunga. Comincio ad essere un po’ stanchina… Il finale è alquanto arzigogolato, la mia coordinazione lascia molto a desiderare. Ma che sorriso stampo sul traguardo! Neanche avessi vinto…
Il tempo è quello che, in questa fase, reputavo un sogno irrealizzabile. Perché oggi sia riuscito tutto così facile resta un’incognita: una delle tante che rende così affascinante il pianeta maratona. L’avere affrontato la gara in totale spensieratezza ha certo aiutato – per quanto mentirei se affermassi che non nutrivo nessunissima aspettativa: insomma, qualche ambizione in tasca c’era, ma giusto il minimo indispensabile per poter qualificare un allenamento impegnativo. Ora è indispensabile controllare l’euforia e mantenere basso il profilo: per riuscire a dare il meglio tra quattro settimane. Cosa possa essere “il meglio”, è tutto da scoprire.

venerdì 15 marzo 2013

Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores


Per quanto abbia sempre apprezzato Salvatores, questa storia di violenza ambientata in uno dei luoghi più ostili del mondo mi suscitava appena un po’ di curiosità: per la fiducia nel regista e, soprattutto, per la presenza di Malkovich – adoro la sua intensa espressività, il suo sguardo inquietante, il suo piglio malvagio e seducente. La campagna promozionale del film, però, ha colpito nel segno, grazie soprattutto coinvolgimento di Nicolai Lilin, l’autore del romanzo che ha ispirato Salvatores: come immaginare che quel bravo ragazzo che incarna perfettamente l’immagine dello studente perfetto abbia trascorsi tanto cruenti? Ora forse bisognerebbe leggere il libro, al quale non ho mai prestato attenzione per le ragioni di cui sopra. Iniziamo intanto dalla pellicola, che già so non mi appassionerà più di tanto, quindi il discorso sarà presto chiuso.
Che le cose sarebbero andate diversamente l’ho intuito sin dall’inizio, quando lo spietato  nonno Kuzya (straordinario Malkovich) butta lì una frase come Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare”. Sono già schiacciata sulla poltrona, e assisto allibita al susseguirsi di immagini che, se non sapessimo riproducano una misera realtà, sembrerebbero il prodotto di una fantasia perversa. Eppure, più della violenza, a colpire è la poesia: o meglio, si resta spiazzati dai germogli di dolcezza che sbocciano inaspettati in un contesto tanto brutale. La figura di Kolima concentra in sé tutti i caratteri del mondo che rappresenta, perfettamente espressi nei rapporti con ambiente e persone circostanti – il torbido Gagarin e la bizzarra Xenia in primo luogo. Un’altalena di crudeltà e tenerezza, dove odio e amore non si definiscono ma si intrecciano, senza tregua e senza soluzione.
Quanti colpi allo stomaco, ma quanto languore: il colmo della commozione lo raggiungo nella scena della giostra sulle note di Absolute Begninners, solo questa vale tutto il film. Un Salvatores in stato di grazia, la massima espressione della sua vena artistica. È troppo definire questo film un capolavoro? Io credo di no.

lunedì 11 marzo 2013

Maratonina delle 4 Porte: aria di primavera

Comincio ad essere un po’ stanchina. “Dai, non calare. Guarda, le altre sono lì!” Grazie, non so chi tu sia ma mi stai fornendo un gran supporto. Provo a reagire, con tiepido successo. Per un po’, finché il rallentamento si fa inesorabile. Niente di tragico, le vere crisi sono tutt’altra cosa: però il compito che mi ero raccomandata di svolgere può ormai dirsi fallito. Eppure ci tenevo così tanto… Conseguire un ottimo risultato, rispondere pienamente ai pronostici, poter presentare al mio allenatore il resoconto di una prova pressoché perfetta: forse era chiedere troppo, tutto in una volta.
Nuovo allenatore, appunto: che significa nuova impostazione, nuovo approccio, nuovi confronti. E rinato entusiasmo. Da quanto tempo non provavo simili sensazioni? Trascorrere la giornata non vedendo l’ora che arrivi il momento di cambiarsi e uscire a correre, apprestarsi con fervore alle prove più impegnative, sostenere lo sforzo maledicendo la fatica ma godendo della stessa. Un’amica ha detto che ho messo il sorriso sulle scarpe: immagine perfetta.
I sorrisi, del resto, si sprecano al termine di questa gara: sarà il sapore della primavera, fatto è che sembrano tutti soddisfatti, anche quelli che non hanno raggiunto il risultato ambito. Io compresa. Incredibile, no? Ebbene sì, oggi ho visto la luce e non lo nascondo.
Tante cose sono cambiate negli ultimi mesi, in ambito podistico: evidentemente è proprio di un cambiamento che avevo bisogno. Ho persino scoperto il piacere di allenarsi in compagnia – senza esagerare, ovvio, perché l’orso resta tale... Diverse le persone che dovrei ringraziare, ma non è questo il luogo. Qui è sufficiente lasciare traccia di un risveglio: forse non esploderà in fuochi d’artificio (che, tra l’altro, detesto), ma voglio credere che non passerà inosservato.

mercoledì 17 ottobre 2012

Open. La mia storia

Di tennis capisco ben poco e Agassi è un lontano ricordo: ai tempi non mi stava neppure particolarmente simpatico - gli preferivo di gran lunga Sampras, semplicemente perché lo trovavo alquanto bello: dovendo scegliere per chi tifare, priva di qualsiasi competenza, mi appellavo all’estetica.

E allora perché questo libro? Inutile nasconderlo: principalmente, perché ne parla Baricco nella prima puntata della sua rubrica Il mio mondo in 50 libri. E’ vero che Baricco riesce a farmi innamorare di qualsiasi testo parli, ed è altrettanto vero che molti di quelli che ho poi affrontato si sono rivelati delusioni. Però qui c’è lo sport: la passione e la sofferenza, l’esaltazione e l’angoscia; i conflitti mentali di un grande atleta, i tormenti fisici e psicologici che hanno caratterizzato un autentico fenomeno, il dialogo interiore di chi ha sempre un avversario di fronte a sé: ecco cosa cercavo in queste pagine. Ricerca fruttuosa, oltre qualsiasi aspettativa. Il merito, va detto, non è solo del protagonista: per quanto una vita possa essere straordinaria, resta cosa anonima se nessuno la sa raccontare. Agassi ha consegnato la sua vita nelle mani di un grande scrittore: il risultato è un racconto avvincente, capace di sorprendere ed emozionare. “Io odio il tennis” è il leit-motiv che anima tutte le 493 pagine: una battaglia infinita tra ciò che sei e ciò che altri vorrebbero tu fossi; tra ciò che sei e ciò che vorresti essere; tra ciò che sei e ciò che di te conosci. “A pochi di noi è concessa la grazia di conoscere se stessi, e finché non ci riusciamo, la cosa migliore che possiamo fare è essere coerenti.”

Chissà quanto c’è di vero e quanto di romanzato in questo libro. Ma, in fondo, che importanza ha? Leggendolo, sono riuscita a percepire le sensazioni del narratore, ho quasi vissuto in diretta i suoi match e condiviso i suoi turbamenti. In un campione si cercano spunti di ispirazione: qualcosa che possa spronare, motivare, rafforzare. Qui ce ne sono diversi ma, soprattutto, il libro è ricco di ragioni per cui affezionarsi a quest’uomo: impossibile non desiderare di conoscerlo meglio, chissà come sarebbe chiacchierare con lui… Così fantasticando, mi appunto i passaggi che meritano di essere conservati. L’argomento però non è chiuso: se, citando lo stesso Agassi, questo libro non esisterebbe senza il suo amico J.R. Moehringer , voglio incontrare anch’io questo scrittore – mi ha già colpito con Open, mi colpirà altrettanto con il suo romanzo Il bar delle grandi speranze? Beh, questa volta devo riconoscere a Baricco che aveva ragione, chissà se potrò affermare altrettanto su Agassi.

sabato 15 settembre 2012

Giro podistico delle Isole Eolie - parte 2


La luce ora è trasparente, le isole sono così vicine che sembra di poterle toccare. Mi trovo esattamente dove vorrei essere, dove vorrei restare. Del resto, in un certo senso, qui è cominciato tutto… La caserma dei Carabinieri, ricordi? Era il nostro punto di arrivo: dal villaggio alla caserma e ritorno; io ti staccavo sempre in salita, in fondo anche allora correvo tutti i giorni, pur senza sapere nulla di ritmi, gare o allenamenti.  Tredici anni dopo, ti stacco di nuovo: arrivo alla caserma poi torno a recuperarti. Piano piano, giusto per sgranchirmi le gambe: per godermi al massimo l’isola, ora che la gara è finita e ci restano poche ore di quiete. Dovevamo salire al vulcano, ma il nubifragio della mattina ha sicuramente reso il sentiero una poltiglia: anche quest’anno, niente cratere. Ma torneremo, vero? Perché io non posso pensare che questa sia l’ultima volta. È stato sempre un azzardo, contro ogni logica, oltre qualsiasi senso della ragione. Ma abbiamo fatto il pieno di entusiasmo, come mai avremmo creduto o sperato. Nonostante i mille dolori, il divieto ai bagni di mare, il maltempo. La perfezione non è per noi, il va tutto bene non ci appartiene: eppure questa è la nostra dimensione ideale, qui riusciamo a sentirci vivi e vitali. Sarà per una certa affinità con gli inferi…

foto tratta da www.modenacorre.it
L’inferno si è scatenato questa mattina. Sembrava una giornata tranquilla, non certo radiosa, ma neppure troppo cupa. Invece, appena terminati i soliti rituali pre- gara, il cielo si infuria lanciandoci secchiate d’acqua. Ci stringiamo sotto un tendone, già fradici e infreddoliti. Si potrebbe sospendere la tappa, tanto i giochi sono fatti, no? No, nessun cenno ad una simile ipotesi. Se almeno la riducessero di un giro… No, neppure quello: soffrite fino alla fine, siete o non siete forti atleti? Mah, la mia gamba ha molti dubbi in proposito e quando, già dopo pochi passi dal via, sprofondiamo nel fiume che scorre tra le strette vie del paese, riesco solo ad augurarmi che tutto finisca il più presto possibile. Schivare le pozzanghere è impossibile, ormai non esiste più la strada. Con un misero stile da palombaro guadagno comunque da subito la mia posizione: è vero, oggi potrei lasciarmi un po’ andare, gestire il vantaggio con serenità. Quando mai? Non può essere che io mi senta sicura. Anzi, in queste condizioni non sono neppure certa di poter arrivare alla fine. Perché, oltre al rischio di annegamento, aleggia il pericolo di non poter più tollerare il dolore. Come mai si è così incarognito? Spingere è davvero difficile, provo a conservarmi un po’ per spremere il massimo nell’ultimo giro: arriverà, prima o poi. Arriverà quel maledetto traguardo che sancirà una volta per tutte il mio quarto posto. Stavolta li ho contati bene i passaggi, non come ieri che, nel dubbio, stavo per proseguire la corsa oltre il dovuto. Quel terribile circuito di Lipari: pietrini insidiosi, villeggianti distratti, e un muro da scalare per cinque volte. Attenzione ai massimi livelli, facile perdere il conto: specie quando monta la stanchezza e la fatica percepita non è affatto proporzionale al chilometraggio svolto. Ero comunque riuscita a condurre ottimamente la mia gara, con discreta spinta e notevole slancio. Anche il dolore, incredibilmente, si è fatto notare appena. Strano davvero: dopo la sofferenza durante il tappone, e il costante disagio nella giornata di riposo (giusto una sgambatina, tanto per gradire), temevo un riacutizzarsi del problema. Tutt’altro. Mi ero illusa, vuoi vedere che sto guarendo davvero? No no, eccolo di nuovo qui, bastardo più che mai. Che avverta la stagione, come i reumatismi? Qualcuno mi vuole dire cosa accidenti ho? 

Domani si fa ritorno. Un viaggio lunghissimo. Poi? La luce di Vulcano non si potrà riprodurre. E, considerato come mi sento, neppure quella carica. Credevo che questo potesse essere un punto di (ri)partenza, invece temo sia stato solo uno squarcio nel buio: ho trovato l’isola felice, ma ora la devo abbandonare. Inutile fare programmi, tutto è ancora da provare – sarebbe bello anche poter capire, ma questa resta un’utopia.

mercoledì 12 settembre 2012

Giro podistico delle Isole Eolie - parte 1


Zolfo.  Amo questo odore. E questi fumi che sbottano dalle rocce, dalla terra, dal mare. Forse è il demone che è in me a rendermi così succube al fascino di quest’isola. E mai come adesso avrei bisogno di un patto col diavolo: per guarire dall’infortunio che mi blocca da mesi e, soprattutto, per liberarmi dalle avversità che mi perseguitano da sempre. Supereremo anche questa: quante volte ce lo siamo ripetuti, negli ultimi anni? Sperando sempre di approdare in acque più quiete. Invece, ogni volta una tempesta: non appena credi di avere domato la zattera, ti ritrovi nuovamente naufrago.

Visite ed esami, cure e terapie, concluse con un “non hai niente”. Sì, ma allora, questo dolore? Vabbè, mi convinco che sto bene e rimetto le scarpe da corsa. Che fatica! Più di 2mila chilometri di bici sono serviti a ben poco, se ora arranco come l’ultimo dei tapascioni. Ciò che conta, però, è ripartire: perché non ho niente, quindi si deve andare. Un mese di tempo per riacquisire una condizione quanto meno accettabile. Non tanto da poter essere competitiva, ma sufficiente a poter svolgere un buon allenamento. Alle Eolie. Un colpo di vita, nel vero senso della parola: un azzardo, forse un salto nel vuoto, ma l’isola sta lanciando segnali ai quali non possiamo sottrarci.
Peccato che la preparazione non proceda come da programma: ritmi assurdi, quelli proposti, e magari fosse questo l’unico intoppo. Il problema è che la gamba inferma ha in qualche modo condizionato l’appoggio, e ora a dolere è la caviglia. Tanto da non riuscire a correre. A dieci giorni dalla partenza. Ultima domenica a casa, niente collinare – sostituito da 100 km in bici. E niente corsa nemmeno lunedì e martedì. Mercoledì si prova. Sentenza: nessun problema alla caviglia, ma il gluteo che sembrava essersi zittito è tornato a farsi sentire. Ma come? Non ho niente! Lo vuoi capire o no?! Domani qualche ripetuta, 400 e 800 (dovrò pure farle girare, queste gambe), poi solo fartlek e corsa lenta. Ultima sgambata prima della partenza: un sabato mattina come tanti, percorso già collaudato. Si attraversa Stiatico, e si ritorna sulla ciclabile lungo la Galliera. Ecco là il Mercatone, mancano ormai 3km. Il dolore è lì, acuto e persistente, ma io non ho niente quindi non l’ascolto. La strada curva a destra, un gradino per tornare sulla pista: prendo male le misure, e mi schianto al suolo. Il gomito destro è andato, si è aperta una voragine orripilante. Riprendo a correre grondando sangue. Cosa penserà vedendomi arrivare in queste condizioni? Come ho fatto? Perché anche questa? Perché oggi? Lavo la ferita, tampono l’emorragia e tremo al pensiero della diagnosi. “No, non ci sono segni di frattura, mi sento di escluderla”. Dottoressa, posso baciarla? Cucire? È proprio indispensabile? “Signora, ha visto la ferita?” Cucia pure… No, niente bagni. Pazienza, basta che possa correre.

Adesso, Vulcano amatissimo, mi devi assistere. Perché ho sfidato la cattiva sorte pur di essere qui: non importa se non andrò in classifica, ciò che conta è che riesca a chiudere ogni tappa con grinta e gioia. Del resto, i percorsi li conosco bene, so quali sono i punti critici e dove ho avuto più difficoltà nella passata edizione. Due anni fa, quando ero discretamente in forma, arrancai su tutte le salite, addirittura fermandomi  in molti tratti. Ora sono tutta rotta, niente affatto allenata: devo solo sopravvivere.
Vulcano, lunedì 10 settembre, ore 10. Parto nelle retrovie. Il podio è già composto, tutto il resto è un’incognita, ma poco importa. Me la prendo comoda, senza forzare. Oso un sorpasso, ma più piano di così non potrei procedere. Ecco l’attacco della salita, che dovremo percorrere tre volte. Agguanto un’altra ragazza, e una terza la supero proprio in cima, prima di buttarmi in discesa. Eppure non ho spinto, questo muro tanto temuto non mi è neppure sembrato particolarmente duro. Adesso però non riesco a lasciarmi andare come vorrei, un po’ per paura, essendo l’asfalto alquanto sconnesso, un po’ per il dolorino che non dà tregua. Credo però di avere guadagnato la quarta posizione, e questo mi rende alquanto euforica. Anche Jader non può credere ai suoi occhi quando mi vede, al primo giro di boa. Tengo il ritmo, il secondo giro rispecchia il primo. Chissà quanto margine ho… No, non mi guardo alle spalle, non sia mai che perda l’equilibrio. Al terzo passaggio la salita si fa sentire, ma è l’ultimo, e ormai è fatta. Adesso sì che sto dando tutto: sarà poco, ma per me è il massimo. Anche in discesa: non so quale sia il mio vantaggio, ma corro come se avessi il fiato sul collo. Così, fino alla fine.

Concentratissima!
Lipari, martedì 11 settembre. Un minuto di vantaggio non è tanto. Se però penso che non credevo sarei rientrata nemmeno nelle prime dieci… Sono in gara, zoppa e monca, ma in gara. Con una notte insonne alle spalle. Sì, perché i guai non sono mai abbastanza. Ignoro le cause, ma non ho chiuso occhio. Non ci penso, non mi importa. Faccio come se non fosse successo nulla, perché nulla è successo. Devo solo pensare a correre – e a gestire il mio vantaggio. Stai lì, non tirare tu la gara: stai attaccata e non farle andare via. Rampa iniziale, poi saliscendi impegnativo, ultimo chilometro tutta discesa.  Parto cauta, davvero, a testa bassa, senza saltellare. Tranquilla. Ma dietro non riesco a starci, non è proprio possibile. Se mi riagguanteranno, sarà per merito loro, non per colpa mia. Io vado sul mio ritmo, le gambe girano: lente e acciaccate, ma girano. Nessun segno di cedimento su quella strada che nel 2010 mi vide procedere di passo sull’ultimo tratto critico. Ora invece crisi non ce ne sono, anzi. Un altro minuto conquistato, il distacco si fa interessante.

Salina, mercoledì 12 settembre. Questa tappa è la bestia nera di molti, spesso il banco di prova: qui la classifica si può stravolgere. Perché quasi 15 km, di cui 10 di salita, possono fare la differenza. Io sono sempre tranquilla, il mio gluteo un po’ meno. Lancia brutti segnali di allarme, già in fase di riscaldamento, ma non lo ascolto. Non ho niente! Anche oggi si tratta di gestire il vantaggio. La strada è tanta, e dura, può accadere di tutto. Le lascio andare, non forzo il passo, eppure riprendo subito la mia posizione. Fa male, accidenti! Non vorrà lasciarmi a piedi proprio qui? Sia mai! In fondo basta non pensarci: basta concentrarsi sulla bella gara che sto correndo, sulla soddisfazione negli occhi di Jader quando mi vedrà sbucare, sulla granita con briosche che mi concederò all’arrivo. Certo che 10 km di questi tornanti… Ne mancano solo 8, solo 7, solo 6… A meno due già vedo le stelle. Ho modo di voltarmi indietro, non vedo nessuna. Ho ancora qualche energia per superare uomini in difficoltà. L’ultimo chilometro è, come sempre, il più lungo. Ma, una volta scollinato, mi sento più sicura. Se non fosse per il dolore che non molla, e per l’altra gamba che decide di addormentarsi. Il tratto in piano lo corro come una papera, se mi vogliono abbattere è questo il momento buono. Poi riprende la discesa, riesco a sciogliermi un po’, ma non a lanciarmi del tutto. Se non altro, i tornanti permettono di scorgere chi insegue: non c’è pericolo. Non bisogna però accomodarsi, anche i secondi sono preziosi, specie nelle mie condizioni: spingere con tutte le forze, che manca poco. Con i due minuti di oggi, il vantaggio raddoppia: un buon margine, in prospettiva delle due ultime tappe – quelle che amo meno. La competizione è lungi dall’essere conclusa, ma la mia gara io l’ho già vinta.

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