domenica 6 novembre 2011

Maratona Internazionale Ravenna Città d'Arte: SECONDA!!!

Sprofondata nel divano, Nina sulle gambe, cerco di sciogliere quel nodo che stringe in gola ogni volta che assisto alle immagini della folla sul Ponte di Verrazzano. Inutile nasconderlo: è là che vorrei essere. Inutile cercare di spiegarne le ragioni: finirei col ripetermi. Ma è anche inutile continuare a rimuginare: oggi non c’è spazio per la tristezza. Evidenziamo bene questa data, perché ciò che si è realizzato stamattina difficilmente potrà replicarsi. E pazienza se la partecipazione era scarsa: io c’ero. 

Sul cielo plumbeo prende forma un vivido arcobaleno. Non piove più, anche il vento si sta calmando. Contrasti di luce e di colori: la campagna riesce sempre ad affascinarmi. Quando riferirò questi particolari susciterò grande stupore: io che noto il paesaggio mentre corro? Davvero strano. Sarà che sto bene. Nessuno sforzo, il ritmo scorre facile. Durerà? Ma certo, perché non dovrebbe? Il passaggio alla mezza è ottimo, resta “solo” un’altra metà. Ho trovato diversi compagni occasionali, strada facendo: anche questo è un fatto insolito. Altrettanto strano è l’avviso di un ciclista che ci incrocia: sei seconda. Figuriamoci! Nella mischia tra chi si fermerà al trentesimo e chi proseguirà oltre, come avrà potuto contare le donne in gara? Meglio non pensarci, c’è ancora tanto da correre. Soprattutto, il peggio deve ancora venire. Se il lunghissimo lungofiume mi aveva proiettato in una sorta di trance (quanto amo gli infiniti rettilinei!), ora la città richiede ben altra concentrazione. A breve, un bivio dividerà le sorti del gruppo, qualcuno già allunga per lanciarsi sull’arrivo. Mentre per i maratoneti inizia la caccia all’indicazione. Attimi di panico, adesso dove si va? L’incubo che si materializza! Sì, perché capita occasionalmente che le mie notti siano disturbate da un sogno inquietante: sto gareggiando e, per qualche ragione, sbaglio strada. Capitasse davvero, proprio oggi, potrei commettere una strage! Un cartello giallo e un signore con la bandierina mi riportano alla realtà: sono ancora in gara e, innanzitutto, ancora in buona spinta. Individuo una sagoma familiare: Gaetano, possibile? Avrei voluto averlo accanto dall’inizio, sarebbe stato un buon traino, ma lui è partito sparato e chi l’ha visto più. Sul cavalcavia mi avvicino, e scendendo lo supero: Dai, vieni! Gli offro uno stimolo, ma non riesce a reagire più di tanto. Mi spiace, ma io proseguo. Qualcuno ha detto ancora che sono la seconda donna, che sia vero? Tra lo sterrato dei parchi, il labirinto di curve e il lastricato del centro storico, mantenere questa andatura ha del miracoloso. Rimbalzano voci sulla mia posizione, comincio a crederci davvero. Ma non posso accontentarmi, ho un tempo da sfidare e devo avere io la meglio. A tutta, fino alla fine. Si può fare. Un ragazzo in bici si accoda e comincia ad incitare. Penso sia l’amico del podista che ho appena affiancato, il suo tifo mi è comunque d’aiuto. Si preoccupa anche di precederci per sgomberare la strada dai cittadini a passeggio. Sia lui che l’amico si accalorano. Sei seconda, sei seconda, brava, brava, a braccia alzate! Mai sentito tanto entusiasmo da un compagno di corsa. Mai arrivata con tanta spinta al traguardo di una maratona. L’annuncio dell’arrivo della seconda donna, seguito dal mio nome, è un suono che non credevo avrebbe potuto accarezzare i miei timpani.


Certo, so benissimo che il piazzamento ha un valore relativo, dovendo essere contestualizzato. È comunque un fatto, per me importantissimo. Così come è importantissimo il tempo realizzato: anche questo deve essere contestualizzato. Perché la pioggia e il vento, il groviglio di strade e la varietà di pavimentazione hanno certamente condizionato la prestazione. E che dire del particolare momento della mia vita in cui ho piazzato una maratona? L’ultima settimana impegnata nel trasloco, con tutti gli annessi e i connessi. Insomma, non credo peccare di presunzione nel ritenere che, in condizioni più favorevoli, qualche minuto si poteva limare. È un impegno per il futuro. Finalmente comincio a crederci.


I messaggi di congratulazioni hanno cominciato a fioccare subito dopo il mio arrivo: da Federica, che aveva da poco terminato la sua prova, a Luciano che era alle mie spalle e non lo sapeva (e nemmeno io mi sono accorta di averlo superato: che magnifica sorpresa ritrovarci dopo anni, in una così importante occasione); Antonio, che non ha potuto correre con me; Mirko e Monica, impegnati nella gara sociale; Katia, che mi ha individuata sul web. E poi Maggie, Alberto, Scianca, Sabrina, Luca, Sarah, e quanti altri?... Spero che l’orso sia riuscito a ringraziare tutti, fosse anche con un ruglio.

domenica 16 ottobre 2011

Maratonina di Cremona

Seconda puntata della serie “Cosa ci faccio qui?”. Il bollino rosso sul pettorale ci ha aperto l’accesso all’area di partenza riservata ai top runner – il perché resta un mistero, forse dipende dall’iscrizione al campionato italiano fatta dalla società. Tremo dal freddo, la temperatura rigida deve avermi atrofizzato i pensieri, ho infatti la mente sgombra da qualsiasi assillo. Non avverto tensioni, quasi si trattasse di una tapasciata qualsiasi. Cosa mi sta succedendo? Comincio ad agitarmi solo quando la massa di podisti alle nostre spalle comincia ad avanzare verso di noi: tremila persone che si apprestano a calpestarmi. Lo sparo scatena le bestie, l’impresa ora è restare in piedi. Barcollo per qualche centinaio di metri, incapace di impostare un decente assetto di corsa. Fortunatamente l’incubo è di breve durata, la strada si allarga e trovo la mia scia. Ritmo allegro, ma non forsennato: azzardato immaginare di mantenerlo fino alla fine? Può darsi, ma è ancora troppo presto per fare i conti. Di tanto in tanto, mi appaiono flash dell’edizione dei bei tempi: ne ho vaghi ricordi ma, ripensandoci, constato che forse anche allora affrontai la gara con una sorta di sospensione del giudizio. Non avevo neppure calcolato quale ritmo avrei dovuto mantenere per realizzare un ipotetico tempo ideale: ottenni quel risultato, con discreta agilità. Bei tempi, si diceva.
Un po’ di tifo carica sempre. Al decimo penso che siamo ormai a metà, come se mancasse poco: ottimo segnale. Salto anche questo ristoro, troppo affollato (non ho ancora esorcizzato il mio terrore): spero nel passaggio della bottiglia da parte di qualche anima buona, ma ovvio che ognuno faccia per sé. Poco male, in fondo la sete non è un problema. Anche i guanti, di cui avrei voluto liberarmi dopo pochi chilometri, ora non danno più fastidio. Né caldo né freddo, meglio di così! Sento che posso spingere ancora, e quasi mi spavento: se poi scoppio? Trattenersi o lasciarsi andare? Ascolto le sensazioni, sempre buone, e procedo a caccia di sorpassi. Atlete che mi sembravano irrimediabilmente lontane si fanno via via più vicine. Ne supero un paio, e subito punto a quella successiva. Siamo ormai al diciottesimo, nessun indugio è più ammesso. Guadagno ancora qualche posizione, guardo il crono e vedo numeri che mi piacciono tantissimo. La ragazza che ho appena superato viene incitata da un suo sostenitore, galvanizzata mi riprende. Io non demordo e torno davanti. Manca un chilometro, per un attimo mi sento appagata, come se avessi già esaurito il mio compito. Ma è proprio adesso che bisogna sputare sangue. Vado in apnea, ma la rampa finale ha anche stavolta un effetto deleterio: i pietroni mi frenano, e lei ne approfitta. Dopo mi chiederà addirittura scusa - Scherzi? Scusa per cosa? La gara è gara, sei stata bravissima, complimenti! Io invece avrei potuto spremermi un po’ di più, non ho espresso grinta a sufficienza. Il tempo è ottimo, ci mancherebbe, il migliore dal lontano 2006. Resta però la percezione di non avere dato tutto il possibile, di avere lasciato margini inespressi. Posso interpretarlo come un buon pronostico, certo, ma condizioni perfette come quelle di oggi sarà difficile ritrovarle: clima secco, temperatura moderatamente fresca, assenza di vento, percorso agile (né nervoso né monotono), ritmo stimolato dai tanti podisti lungo tutto il tracciato. Inoltre, la lontananza e il senso di anonimato: l’ho già constatato, cambiare aria mi fa bene. Lontana dalle solite strade, dalle solite sfide, dai soliti confronti, mi sento più leggera. Non conosco nessuno e nessuno mi conosce: sono tra migliaia di persone, ma è come se fossi solo con me stessa. Tutto torna: l’orso si conferma tale. Prima di andare in letargo, però, deve ancora sistemare alcune cose.

domenica 9 ottobre 2011

Zena, Savigno e dintorni

Il lungo è un’esperienza mistica: un confuso monologo interiore scandito da ritmo del respiro, un flusso di (in)coscienza che affastella immagini, pensieri, sensazioni. C’è sempre un po’ di apprensione nell’approccio: l’impresa richiede un notevole impegno di forze fisiche e mentali la cui gestione non ha nulla di scontato. La compagnia può aiutare, c’è chi non può farne a meno. Non io. Questione di abitudine, o di indole – certe bestiacce o si sa come prenderle, o meglio lasciarle perdere. Oggi mi lascio perdere. E lascio perdere anche gli scaffali da svuotare e le scatole da riempire: a Jader l’incombenza. Stamattina va così. E non è che la cosa mi entusiasmi. Con tutto quello che c’è da fare, penso solo a correre: e mentre corro, penso a tutto quello che c’è da fare. Parto malissimo. Fatico a carburare e mi sento immediatamente fuori giri: con queste premesse, dove credo di andare? C’è vento, ovviamente contrario. Se sforo anche solo di un secondo mi altero, così rischio di scoppiare subito. Non va, non dovrei essere qui, non avrei nemmeno dovuto iscrivermi: come si può pensare ad una maratona, nel bel mezzo di un trasloco? Smettila, e vai forte! Se non ci fossi tu… Beh, a dire il vero oggi manchi davvero. Anzi, è in assoluto la prima volta che non mi segui in un lunghissimo. Già ti sento: Come è andata? La mia risposta può essere una sola, e devo portartela a casa con entusiasmo.
Le gambe cominciano a sciogliersi. Chissà, forse ci voleva la salita per risvegliarle. Questo è il tratto più impegnativo, fino al giro di boa c’è parecchio da faticare. Ma è come se fossi spinta da nuova energia. Succede, nel lungo. All’inizio si arranca, si vorrebbe avanzare subito a perfetta andatura, ma la partenza repentina non lo consente. È che, in prospettiva di tanti chilometri,  il riscaldamento diventa un optional. Come in rodaggio, si sbuffa per un buon tratto. Fino al varco. Non ha una linea ben definita, né è segnalato con preavviso: inaspettatamente, ti accorgi che stai correndo in scioltezza, senza curarti d’altro. Come in trance. La sfida diventa allora mantenere questo stato di grazia fino alla fine. Ecco Zena: dietrofront! Adesso è più facile, si frulla che è un piacere. Superate le salite più dure, mancano “solo” dodici chilometri, dolcemente ondulati. Sto correndo troppo bene, mi aspetto il botto da un momento all’altro. Arriverà in prossimità del cartello 5, non so perché ma lì inizia per me il tratto più ostico. Eccolo. Non succede nulla... Passo il 4, ancora tutto bene. Vedo il 3, e penso che ormai è fatta. Al 2 prendo la rincorsa, adesso c’è quella salita che mi stronca. L’1 è passato, avanti a tutta!


 
Fossi arrivata con questa spinta anche alla fine della Bologna-Savigno, domenica scorsa. Quel giorno la mia tabella prevedeva 30 km, la gara cadeva quindi a fagiolo. Ovviamente, lungi da me l' intenzione di svolgerla tranquillamente, come un qualsiasi allenamento. Impensabile: quando attacco il pettorale, scatta la molla della competizione, soprattutto se un buon piazzamento è alla mia portata.
Assaporo l’ebbrezza della prima posizione fino al sesto chilometro, quando un Ciao bella infrange i miei sogni di gloria. Come ipotizzato, ecco l’outsider che rompe le uova nel paniere. L’avessi vista alla partenza, non mi sarei illusa. Invece la forte atleta modenese che conobbi due anni fa alle Eolie (e che miracolosamente precedetti a Lucca, il mese scorso), sbuca all’improvviso, saluta e se ne va. Pazienza, cerchiamo almeno di mantenere un distacco dignitoso. Percorso infame, questo: sempre a corda tesa, finché ti abbatte definitivamente verso il venticinquesimo chilometro. Dalla regia mi avvisano che chi mi precede ha percorso l’intera salita camminando, alle prese coi crampi: potrei quindi avere qualche speranza. Mi impongo di continuare a correre, anche se l'andatura non differisce molto dal camminare svelto. È però una questione mentale: se cedo alla pendenza, mi sento sconfitta. Insisto a sfidarlo, questo Mongiorgio, ma lui è più forte di me. A poco serve, infatti, lasciarsi andare in picchiata, dopo un chilometro di agonia: al termine della discesa, sono piantata. Avverto anche un vago senso di nausea. Arriverò alla fine? Già mi vedo calpestata da tutto il mondo podistico che ho alle spalle. Cerco disperatamente immagini positive dentro di me, ma nulla riesce a liberarmi dal piombo che ho nelle gambe. Come rovinare, in soli tre chilometri, una prestazione fino a quel punto discreta... È vero, doveva essere solo un allenamento e, in quanto tale, è stato svolto alla grande. Quel finale così sofferto, però, lascia un pessimo sapore: devo addentare al più presto qualcosa di più gustoso.

domenica 18 settembre 2011

Porretta - Lizzano

Brrr, qui c’è aria da neve! Beh, forse esagero, ma scommetto che ai piedi del Corno se non nevica, poco ci manca. Quel monte è come il castello di Fata Morgana: perennemente circondato da nubi minacciose. Riuscire a scorgere la croce issata sulla cima è un evento, il più delle volte è necessario raggiungere la vetta per individuarla. È anche vero che, in giornate di raro nitore, proprio da quella vetta è possibile intravvedere il mare. Ma questa è un’altra storia - la storia di un’escursionista che ha abbandonato gli scarponi da quando un’improvvida discesa le ebbe procurato un’amara cicatrice. La passione per il trekking frantumata nell’attimo di un grido – e amplificata a dismisura quella per la corsa.

Un’altra storia, si diceva. Quella che mi porta ancora qui, sulla strade che conducono al parco del Corno alle Scale. Di nuovo a Porretta, come un mese fa, ma stavolta diretta a Lizzano – come un anno fa. La medaglia d’oro del Trofeo Alto Reno è già mia (sempre che non stramazzi lungo il percorso): partire con una certezza è un fatto eclatante, specie per chi di certezze non ne possiede pressoché alcuna. Non sia mai che questa evidenza mi tolga quel minimo di determinazione indispensabile per affrontare una gara tanto impegnativa. Figuriamoci! Una prova sotto tono abbatterebbe il mio morale, già tanto precario: non me lo posso certo permettere. In questa fase sto mettendo costantemente alla prova i miei margini di miglioramento, e l’obiettivo di oggi è portare a casa un’ulteriore conferma. Certo, se non avessero cambiato il percorso avrei un preciso punto di riferimento, limare qualche minuto al crono dell’anno scorso era infatti ciò a cui ambivo. Ma così, con un chilometro in meno, a cosa posso puntare? Al piazzamento? Parametro affatto significativo: le concorrenti sono diverse e, sicura vincitrice a parte, ne ignoro le caratteristiche. Alle mie sensazioni, forse. Ricordo una sofferenza infernale, certe salite affrontate sulle ginocchia, persino qualche tratto camminato. Eh no, stavolta di camminare non se ne parla proprio. Ho zompettato allegramente (più o meno) su rampe ben più temibili, non sarà certo una Porretta-Lizzano a mettermi in crisi! Vedremo poi la media finale, almeno quella qualche indicazione la potrà fornire.

Nemmeno stavolta ho coscienza della mia posizione, temo di essermi persa qualcuna che non ho più visto dopo la partenza. Ovviamente non mi guardo alle spalle, ma vado avanti tranquilla, ché le gambe girano bene. Il vento infastidisce meno di quanto avevo paventato, il caldo è discreto ma sopportabile: si corre piacevolmente. Devo preoccuparmi? Intendo: non sarà che queste belle sensazioni siano sintomo di una partenza avventata, che pagherò strada facendo? Ma no, non ho esagerato. Del resto, sono solo 15 chilometri scarsi, mica ci si può industriare con chissà quali tattiche. In costante salita, poi, si può solo sperare che le gambe non cedano all’improvviso. Che strano, non è dura come la ricordavo. Eppure fu proprio qui che mi bloccai di colpo, col traguardo distante anni luce. Il cartello segna 12, ne mancano due o tre? Non ho capito bene quale sia l’effettiva lunghezza di questa gara, ciò che conta è che ormai ci siamo e, soprattutto, che sono ancora sufficientemente in spinta. A breve saremo deviati verso l’arrivo, mentre i più temerari proseguiranno diritti verso il Cavone. C’è un muro da scalare prima di vedere la fine, ce la dobbiamo proprio guadagnare questa meta. Quasi travolgo i giudici, che non so cosa stiano pasticciando (tanto per cambiare…): basta che annotino correttamente la mia presenza e il mio risultato – che è di tutto rispetto.

La medaglia è davvero bellissima. La foto che la ritrae altrettanto: è stata pubblicata su tutti i giornali, sono quasi diventata famosa… Ci vuole proprio poco, è vero, ma questo poco mi aiuta a sorridere – e solo io so quanto ne abbia bisogno.


domenica 11 settembre 2011

Lucca - Campionati italiani 10 km

Era troppo caldo per correre forte, sudavo io a fare il tifo.
Questo il commento di Stefano al mio ringraziamento: il suo “Vai Vale!” mi ha illuminato, ma non è stato sufficiente a farmi volare come avrei voluto. Ho mancato il mio obiettivo per due manciate di secondi, eppure non mi sembrava di chiedere troppo. Chissà, se avessi controllato il crono sul finale, avrei forse trovato le forze per uno sprint più grintoso, guadagnando magari una posizione sulla ragazza che mi precedeva di un passo e non facendomi acchiappare da quella che mi seguiva. Ragazze, appunto, la metà dei miei anni o poco più. Incoraggiante potersi ancora confrontare con tanta gioventù. Interessante, d’altro canto, confrontarsi con il top delle atlete. Beh, in questo caso parlare di confronto è un po’ azzardato: diciamo che si parte tutte assieme e si percorre il medesimo tragitto ma, per chi guarda, è come assistere a gare completamente diverse.
Cosa ci faccio qui? Me lo sono chiesta dall’inizio, da quando cioè il presidente ha cominciato ad accennare alla nostra partecipazione ai campionati italiani assoluti – e, sottolineo, assoluti. Devo venire anche io? A fare cosa? 10 km, distanza infernale. Bisogna correre forte dall’inizio alla fine, chi è capace? E meno male che sono solo due giri, se non altro non si rischia il doppiaggio. Spero solo di non arrivare ultima…

Partenza alle 17, che razza di orario! Detesto gareggiare di pomeriggio: tutto il giorno a pensare alla gara, tutte energie sprecate. Però, che meraviglia è Lucca, un vero peccato non potersi fermare con più calma. L’ultima volta che venni qui fu per il concerto di David - e fu anche l’ultima volta che lo vidi, sembrano passati secoli. Se allora mi avessero detto che sarei tornata in questa città per una gara podistica, avrei riso come una pazza. Oggi invece non c’è proprio niente da ridere. Cerco di convincermi che farò una gran gara, qualche volta ha funzionato – come a New York, nel magico 2005. Ero carica di rabbia e la sfogai sul mio Moleskine: “Io sono calma e farò una gran gara”, ripetuto in un’intera pagina. Non sarà stato quello, ma realizzai una delle mie migliori prestazioni. Oggi non succederà nulla di simile, sono passati quei tempi, ma voglio ancora credere di potermi stupire.
Il primo passaggio è discreto, ma è proprio adesso che il gioco si fa complicato. L’impressione è di essere ancora in spinta, in costante fase di sorpasso. Ma l’atleta a cui puntavo si allontana: ha accelerato lei oppure ho rallentato io? Gli ultimi 500 metri sono i più nervosi, una S, quindi una curva a U prima del breve rettilineo finale. Pare che, rispetto al primo giro, abbia guadagnato una quindicina di posizioni. Sarà. Sta di fatto che volevo andare più forte e non ci sono riuscita.



domenica 21 agosto 2011

Altri 5 Passi in Val Carlina

- Scusa, ma dov’è finita la prima?
- Cosa dici? Sei tu la prima!
Già, pare proprio che sia così. Eppure Greta ha salutato tutte subito dopo il via, e io non l’ho certo ripresa. Diceva che non era giornata, ma chi fa caso a simili discorsi in fase di partenza? Oggi, poi, la temperatura trasforma in delirio qualsiasi ragionamento. C’è chi sostiene che la cura migliore per guarire da un infortunio sia correrci sopra, chi dichiara che partecipa solo per rilassarsi, chi non ne ha avuto abbastanza della gara in montagna del giorno prima. Poi ci sono io, che sento ancora nelle gambe gli ultimi allenamenti, mi chiedo se abbia mangiato abbastanza e mi sforzo di stare serena, tanto non si può vincere due volte la stessa competizione.
Dai, che la salita più dura è finita. Scuoto la testa, ho già esaurito le riserve, stavolta non arrivo alla fine. Un muro infinito a inizio gara può stroncare anche le migliori intenzioni, soprattutto quelle di chi conosce il seguito del percorso: se sono morta adesso, come potrò affrontare il tratto di vera montagna che incombe a metà via? Almeno riuscissi a ritrovare un assetto decente, invece di barcollare come se mi mancasse il terreno sotto i piedi. Coraggio, è solo una fase di transizione, sai bene che la variazione di pendenza condiziona l’andatura: questo po’ di discesa inizierà presto a produrre i suoi effetti, così potrai recuperare e attaccare con grinta le prossime rampe.
Ecco la prima donna! Cari, peccato che vi siate persi un passaggio. Capita. Essere seconda è già una grande soddisfazione, ma la strada è ancora tanta e le avversarie sono notevoli: insomma, sarà sofferenza fino all’ultimo metro. Le ondulazioni consentono di mantenere un buon ritmo, un barlume di lucidità mi fa persino apprezzare il paesaggio ameno. Godrò di meno sul sentiero per stambecchi che stiamo ora imboccando. Il podista che mi precede continua a correre, io lo tallono pur camminando: imito le skyrunner viste in TV, se lo fanno loro avrà senz’altro un senso. Meglio poi fare attenzione a dove si mettono i piedi, tracciato troppo esposto per i miei gusti. Meglio anche non alzare lo sguardo: non scorgendo la fine del tunnel si rischia di cedere allo sconforto. Ogni tanto azzardo qualche passo di corsa, giusto per non dire che ho sempre camminato. Sento delle voci, è arrivato il mio giorno o stiamo per uscire dal bosco?
Grande Vale! Dai, che il peggio è passato. Puro ossigeno il tifo personalizzato… Il giro di boa mi permette di individuare le inseguitrici, il distacco è abbastanza importante, ma non saprei dire se possa ritenersi definitivo: c’è ancora da penare parecchio. Appena un attimo di respiro poi si riprenderà a salire, con tanto di ulteriore tratto montanaro, stavolta arricchito da una “bella” discesa. La corro tutta, incredibile. È breve, lo so, l’asfalto è lì che mi aspetta: curva a sinistra poi giù in picchiata. Uno sguardo oltre la mia spalla, nessuno in vista: che sia al sicuro?
Ecco la prima donna! Ancora? Ho già sentito tante volte questa esclamazione, vuoi proprio che siano tutti accecati? Se insistono finirò col crederci…
Strade trafficate, segno che siamo ormai prossimi all’arrivo. Deviati su una traversa secondaria, troviamo ancora qualche saliscendi. Mi sorprendono le forme della chiesa di Lizzano, che noto dall’alto: hanno un ché di orientaleggiante, non l’avevo mai constatato prima. A dire il vero, non avevo mai individuato neppure la chiesa, o forse ne ho perso memoria. Sfinita come sono, è già tanto se ricordo il mio nome. Sento nuovamente delle voci, e vedo gente: forse è davvero la volta buona.
Ecco la prima donna! Editto che suona ufficiale. È dunque vero: ho vinto io, anche quest’anno. Bel mistero. Mi fiondo sulla fontana, l’acqua fresca lava tutte le perplessità e allevia le fatiche: i “mai più” di pochi minuti fa scorrono e vanno. Restano solo i sorrisi di chi oggi esprime radiosa contentezza.

domenica 7 agosto 2011

Porretta

Quando su di te pesano troppe aspettative, diventa estremamente facile deluderle. Non è che, avendo vinto due gare consecutive, risulti automatico vincere anche le altre. Beh, e perché no? Nemmeno a Vidiciatico credevi di farcela. Chi ci sarà mai oggi? Non lo so, ma meglio evitare illusioni: troppe atlete che non conosco, potrebbero benissimo essere tutte più forti di me. È vero, stamattina sono un po’ spenta: sarà l’intontimento causato dalla dormitina fatta in auto, sarà la consapevolezza che non si può sempre essere al top, o sarà forse che ultimamente mi vedo un mostro. Fosse anche semplicemente la solita scaramanzia pre-gara, una cosa è certa: il mio obiettivo è migliorare il tempo realizzato l’anno scorso, a prescindere dal piazzamento. Ovvio che mi interessi anche quest’ultimo, come negarlo? Ma è su di me che devo essere concentrata.

Concentrazione che vacilla quando, proprio nel momento di tregua, al termine del primo terribile tratto in salita, un’agile atleta mi spodesta dalla terza posizione. Il miraggio del podio svanisce miseramente. Una più tosta a questo punto avrebbe detto: non sia mai! E sarebbe partita in quarta per riagguantare il vantaggio perduto. Io invece vorrei stramazzare al suolo, mi sembra di non avere mai fatto tanta fatica in vita mia e, come ogni volta che mi coglie questa sgradevole sensazione, penso che farei meglio a ritirarmi e che di gare simili non ne vorrò più vedere fino a chissà quando. Film già visto, che noia… Perché lasciarsi inquinare da tante scemenze, quando la ragazza è lì ad un passo. Eh sì, la discesa aiuta e io prendo il volo. Torno in carreggiata con una marcia in più. Peccato che, quando dovrò scalare nuovamente, il mio motore non ne voglia più sapere. Che delusione. Nonostante tutti i miei strabilianti allenamenti in salita, con risultati che mai avrei sognato, oggi il dislivello mi sta uccidendo. E la giovane avversaria ne approfitta. Ora posso solo sperare che si scollini il più presto possibile, ma questa rampa non finisce mai, e quando concede un attimo di respiro ecco che subito torna ad impennarsi. Ecco, ora si scende davvero: la vedo, è proprio a tiro. Ma quel briciolo di distanza che ci separa non accenna a diminuire. Una decina di secondi. Incolmabili.

Mi dispiace. È quanto mi sento di dire al mio presidente, che si aspettava certo di più. Io ho abbassato di oltre un minuto e mezzo il mio tempo su questo percorso: non è poco, su un simile tracciato. Dovrei essere pienamente soddisfatta, ma… quando mai? So di avere reso al massimo, ho dato fondo a tutte le mie forze, altre non ne avevo. Allora perché non riesco a togliermi dalla testa quel duello da cui sono uscita sconfitta? Il tarlo continua a rodere: se avessi reagito così, se avessi attaccato colà, se avessi provato a… Basta!!! Il risultato è ottimo, ti vuoi convincere? Obiettivo centrato: stai migliorando, è evidente. Alza lo sguardo, che altre mete sono all’orizzonte - e non ammettono incertezze.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...