lunedì 9 novembre 2009

Maratona di Ravenna


Da una settimana controllavo quotidianamente le previsioni meteo sperando che l’evoluzione dei flussi e delle correnti avrebbe apportato qualche modifica. Nulla. Si notava qualche minima variazione nella giornata di venerdì e in quella di sabato – nuvolette e mezzi soli che si spostavano da un’ora all’altra, tra la prevalenza di scrosci e temporali. Del tutto immutato, invece, il quadro domenicale: pioggia a oltranza. Confesso che tali aspettative non hanno inciso più di tanto sul mio stato d’animo rispetto alla gara: priva di una perfetta cognizione del mio stato di forma, conscia di essere comunque molto al di sotto di quanto ambirei ottenere da me stessa, condizioni climatiche avverse potevano rappresentare un’attenuante ad una scarsa prestazione.


Infagottata dentro un sacco della spazzatura, sgambettavo in prossimità dell’area di partenza chiedendomi quanto avrei potuto resistere a quel freddo. Forse dovevo coprirmi di più, ma indumenti fradici non avrebbero certo garantito maggiore benessere. Cercavo di concentrarmi su quella che avrebbe dovuto essere la mia condotta di gara, con la consapevolezza che mi ero impegnata al massimo: non potevo permettermi di sciupare mesi di scrupoloso lavoro.


Esco dal sacco e mi lancio sulla scia dello sparo. Dove voglio andare? Dovranno caricarmi sull’ambulanza con un principio di assideramento. Certo che cominciamo proprio bene…


Dopo circa un chilometro penso che in fondo non è poi così freddo – che sia perché ora il vento è alle spalle? Lo slalom tra le pozzanghere però non mi diverte affatto, né apprezzo il sentiero ghiaiato nel parco, per non dire del pavé in città. Ravenna è indubbiamente bellissima, peccato che quando corro io non sia in grado di apprezzare il panorama neppure in condizioni climatiche ottimali, figurarsi quando la mia attenzione è rivolta a mantenere l’equilibrio. Devo però ammettere che, nonostante tutto, il ritmo è decisamente brillante, anzi, devo controllarmi per non eccedere. Finché non usciamo dal centro e ci avviciniamo alla mezza maratona. Ora la bufera rema contro, è necessario procedere a testa bassa – e chi non ha tanta zavorra ha un bel da spingere… Vedo qualcuno che torna indietro, non devo farmi indurre in tentazione! La ragazza che mi aveva superato nei primi chilometri non è più così lontana, evidentemente non sto soffrendo solo io. Questo rettilineo corso a denti stretti mi ha rovinato la media, e pensare che mi ero illusa di poter sorprendere me stessa. Ma, come si dice, ormai sono in ballo.


Sul viale tra i pini ho modo di riprendere un po’ fiato, per quanto sia possibile a questo punto della gara. I rettilinei hanno su di me un effetto sconcertante, mi proiettano in una sorta di trance che contiene la fatica. Il trentesimo è passato, il bello deve dunque ancora arrivare. L’incubo del muro attraversa la mia mente, so bene che si erge all’improvviso, senza alcun segnale. Ma la mia avversaria è lì, sempre più vicina…


Anche il trentacinquesimo è andato e sento che posso osare un po’ di più. Non che abbia la capacità di migliorare le mie aspettative iniziali, ma dovrei riuscire comunque a concedermi un bel finale. Un altro tratto controvento, adesso, non ci voleva proprio. Mi duole un fianco, che significa? Respira profondamente, non dargliela vinta! Ecco, è passato. E lei è ormai a pochi passi.


39°, non si può più indugiare. Metto la freccia e sorpasso, mi lancio verso il quarantesimo rischiando persino di annegare in una pozzanghera, ma ormai devo giocarmi tutto per non farmi riagguantare. Cosa sono due chilometri? Si fanno tutti d’un fiato. Sento la voce dello speaker, sto arrivando!


Va bene, speravo in un crono migliore e anche in un miglior piazzamento. Ma che lo dico a fare? C’è forse qualcuno che mi abbia mai sentito esprimere note di tripudio e soddisfazione? E’ già tanto se riesco a sorridere e a raggiungere pimpante lo spogliatoio: persino Jader è sorpreso. Avrebbe scommesso sul mio ritiro. Sono soddisfazioni.

lunedì 21 settembre 2009

Cecità


Lo ammetto, mi è capitato di abbandonare alcuni libri senza averne terminato la lettura. Alcuni di essi richiedevano tempo e concentrazione superiori a quelli che potevo loro dedicare in quel particolare momento, li ho dunque riposti con la buona intenzione di riappropriarmene in una circostanza più congeniale. Altri, invece, non riuscivano a fare vibrare nessuna delle mie corde: alle righe che scorrevano sotto i miei occhi non si associava alcuna immagine nella mente, anzi, i pensieri vagavano liberi, lontani anni luce dalle pagine. Inutile, quindi, insistere.
Mai però mi era capitato di dovermi staccare da un libro per eccesso di turbamento. Si è trattato del cedimento di un attimo, è vero, ma l’ho pensato più volte: non posso andare avanti. Invece ho proseguito, come rapita dalla sublime inquietudine di una storia chissà quanto assurda. Quella narrata da José Saramago in Cecità.
Un intero Paese è colpito da una misteriosa epidemia che rende tutti ciechi. Si assiste perciò al degrado fisico e morale della comunità: venuti meno i beni primari, scatta la feroce e spietata lotta per la sopravvivenza, che rivela gli aspetti più mostruosi del genere umano. La narrazione corre schietta, quasi brutale, non senza vene di sarcasmo. I personaggi, senza nome, spiccano per le loro peculiarità: l’assenza di regole e di punti di riferimento fa emergere la forza dei caratteri e delle personalità. Alla fine di un capitolo si pensa che nulla di peggio possa accadere, salvo poi essere smentiti dal capitolo successivo. La discesa agli inferi sembra non avere termine, tanto che ogni barlume di salvezza finisce col perdere credibilità.
Dal romanzo è stato tratto un film, diretto da Fernando Meirelles, con Julianne Moore: sinceramente non riesco ad immaginarene la trasposizione cinematografica, ma sono molto curiosa.

lunedì 14 settembre 2009

Giro Podistico Avis S.Lazzaro


Basta davvero poco, a volte, per ribaltare una sensazione. Quasi inciampo sul traguardo nell’udire il grido esaltato Brava Vale! Brava? Io, che ho arrancato come un bradipo stanco?!
La gara parte in salita, sin dal primo metro. Ignoro cosa mi aspetta, è la prima volta che mi trovo su queste strade. Per un motivo o per un altro, non avevo mai preso in considerazione, gli anni addietro, una competizione che, evidentemente, non si adattava alle mie tabelle di allenamento. Stavolta invece riesco a farla rientrare nel programma, con grande soddisfazione del presidente della mia società - ormai rassegnato alle defezioni della sua atleta abitualmente restia ad onorare il calendario sociale.
Incredibili gli orizzonti che si possono aprire ai nostri occhi distratti. Chissà quante volte ho transitato sulla strada dalla quale oggi siamo partiti, eppure mai avrei immaginato che, svoltato l’angolo, ci si ritrovasse subito in collina. Il percorso prosegue infatti sempre più ripido. Scende invece il morale nel constatare che la mia resistenza stenta a superare la dura prova alla quale è sottoposta. Ma come? Non ero io a vantarmi di saper affrontare le salite come una capretta arzilla? Cosa mi sta succedendo? E perché mi stanno sorpassando podiste che di solito neppure vedo? Beh, vorrà forse dire qualcosa il fatto che le loro gambe siano il doppio delle mie (e non in lunghezza), quando si tratta di potenza non posso che alzare le braccia. Lo smacco però è pesante, e indubbiamente contribuisce a smorzare la mia spinta. Devo rafforzare ‘sti muscoletti, accidenti a me!
Ecco lo scollinamento, prima o poi doveva arrivare. E io mi butto in picchiata. Si si, proprio io che in discesa solitamente mi pianto come un palo, quasi invocando il soccorso alpino. Qui però la pendenza è affrontabile, sfrutto quindi il vantaggio delle lunghe leve e prendo il volo. Peccato che la strada torni presto ad impennarsi, e io mi ritrovi subito riagguantata. Al pendio successivo riacquisto la posizione e decido di non mollarla. Mi sembra di essere sulle montagne russe: su su su, poi giù tutto d’un fiato. Fatico a ritrovare l’assetto di corsa nelle ultime centinaia di metri pianeggianti, come se le gambe non trovassero terreno. Ho infatti un attimo di cedimento, prima di riuscire a spingere a più non posso verso l’arrivo.
Brava Vale! Quante altre volte Jader mi ha accolto con tanto entusiasmo? Lui che, abitualmente, a stento nasconde la sua delusione, vedendomi arrivare alle spalle di certe altre podiste. Oggi invece, a suo parere, ho concluso al punto giusto. Sarà. Io tanto soddisfatta non lo sono proprio (del resto, quando mai?). La sua contentezza sbiadisce però le mie perplessità: una bella sferzata di energia, che mi sarà di grande aiuto per i prossimi impegni.

Servizio fotografico su Podisti.net




lunedì 27 luglio 2009

De Andrè canta De Andrè


Amo il silenzio. Non sono una di quelle persone che necessita di sottofondo musicale per qualsiasi attività. Condivido anzi le osservazioni di Umberto Eco a proposito dell’inquinamento acustico, quel "bagno amniotico che svilisce la musica "e ci perseguita negli aeroporti, nei bar e nei ristoranti, negli ascensori…”
Esistono però alcune eccezioni, note che sanno penetrare nelle mie fibre facendole vibrare, suscitando turbamenti di rara intensità. Pochi gli autori capaci di scatenare in me simili effetti, pochissimi quelli per i quali oso affrontare la folla di un concerto dal vivo.

Vidi Fabrizio De Andrè a Modena, credo fosse il 1991. Era da poco uscito Nuvole, ma io non lo avevo ancora assimilato. Conoscevo poco di lui, non avevo ascoltato altro oltre a quanto inciso nello storico concerto con la PFM: quel poco era stato sufficiente a farmelo amare, ma non fu abbastanza per farmi godere appieno lo spettacolo. Anche a causa della febbre che mi aveva colpito quella sera, non riuscivo ad entrare in canzoni per me nuove. Indispettita con me stessa, mi preoccupai di colmare le lacune della mia ignoranza.

Ero già pronta ad acquistare i biglietti per il concerto di Fabrizio a Bologna, nel settembre del 1998. Peccato che la data fu annullata. Il gennaio seguente lui scomparve.
Difficile accettarlo. Difficile concepire che una simile voce non esista più, che un tale poeta non possa più esprimersi, che quel genio non abbia più occasioni di sconvolgere, emozionare, provocare.
Pullulano tributi e riconoscimenti, omaggi e celebrazioni: ne condivido lo spirito e l’intento, ma percepisco come oltraggi tutti i tentativi di riprodurre le sue canzoni. Sfregi ad un’opera d’arte. Tutti, tranne uno: l’unico che possa cantare De Andrè è…De Andrè. Cristiano è il solo che abbia i requisiti per poterlo fare. Non avessi avuto questa certezza, non avrei certo acquistato i biglietti per il suo concerto a Parma. L’intensità della serata è però stata al di sopra di tutte le mie aspettative. Quante canzoni mi hanno fatto piangere, senza altra ragione che non fosse insita nel valore della canzone stessa? Non saprei dire. Cristiano, però, sabato sera ci è riuscito per almeno due volte.
Suoni limpidi e vibranti, voce calda e potente: uno colpo che non ti aspetti, Fabrizio è rinato.

Ho visto Nina volare tra le corde dell'altalena, un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena. Come fa il vento alla schiena: non è incantevole? Chi era quel “mostro” in grado di elaborare siffatte costruzioni?
Sulle note di Verranno a chiederti del nostro amore crollo definitivamente. La forza del testo, il coinvolgimento dell’interpretazione, il pensiero che nulla di così grande potrà tornare.
C’è qualcosa di sublime in questo concerto. Mi sorprende e mi ferisce: come tutte le più belle cose, vivono solo un giorno…

venerdì 3 luglio 2009

ciao biancone

Nina è sotto al letto, la piccola ha paura del temporale. Anch’io devo aspettare che si calmi la bufera, pur sapendo che oggi sarà impossibile svolgere il lavoro correttamente. 12+12x400, veloce a 3’40, “lento” a 4’00: fantascienza! Non sarà certo colpa delle condizioni meteorologiche se non riuscirò a tenere certi ritmi, ma almeno avrò una piccola attenuante.
Placati tuoni e fulmini, infilo le scarpe e vado. Piove ancora e, ovviamente, c’è vento, ma tant’è. Mi lancio nell’impresa, costretta a prendere fiato tra un 400 e l’altro. Lo so, così sballa il senso dell’allenamento, ma è il massimo che riesco a dare. Perdo ben presto la cognizione del tempo e del numero delle ripetute, capisco solo quando sono ormai al termine – sì, ma quanto manca? Intanto la pioggia ha ceduto il passo al vapore che sale dai campi e dall’asfalto. Mentre annaspo ormai allo stremo delle mie forze, una tenera visione solleva il mio spirito: un micione candido sta attraversando la strada. Buffo come continui ad emozionarmi ogni volta che scorgo un animaletto, se poi si tratta di un piccolo felino mi sento sorridere da capo a piedi.
Un incrocio di auto spezza l’idillio, sono costretta a fermarmi per lasciarle passare. Sciolto l’ingorgo, l’orrore. Il micione giace nel mezzo della strada, immobile.
Eseguo la mia ripetuta più veloce per raggiungerlo, ditemi che è ancora vivo! Occhi sbarrati, linguina tra le labbra, con un filo di sangue. Forse però non è finito, forse si può ancora salvare. Lo prendo tra le braccia, mi sembra di sentire il suo cuore pulsare. Ma sono a tre chilometri da casa, una distanza infinita. Mi avvio veloce sperando in un miracolo. Ti prego, piccolo, dimmi che sei vivo… Non un sussulto, non un cenno di vita. Mi rendo conto che l’unico cuore che pulsa è il mio, sono costretta ad arrendermi. Ti devo lasciare, piccolino. Spero almeno tu non abbia sofferto.
Riprendo a correre piena di rabbia. Maledetto chi ti ha ridotto così. Era impossibile non vederti. Non si è trattato di un incidente inevitabile. Maledetti tutti voi che vi sentite draghi in quella scatola di latta e che sapete usare solo il pedale dell’acceleratore!
Appena a casa crollo, tutte le emozioni si sfogano in pianto. Le mie cucciole si strusciano e mi leccano le gambe salate. Come potrei vivere senza di voi? Invece qualcuno ora forse sta cercando il suo micione bianco, che io non sono riuscita a salvare… Cerco di scacciare questa angoscia, ma l’inquietudine non mi abbandona.
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